10HP, “Mantide” segna il ritorno dopo dieci anni 0 166

Mantide” è il nuovo album della band siciliana 10HP, un lavoro che fonde insieme sonorità graffianti d’oltreoceano, pop-rock e cantautorato nostrano. Il viaggio interiore è il focus di questo lavoro e viene raccontato in ogni pezzo come in una sorta di diario odeporico in cui gli autori segnano le varie tappe, i vari aneddoti, le sensazioni e le emozioni a esso legate: ogni pezzo è allo stesso tempo il presupposto di quello che segue e la conseguenza logica di quello che precede, per questo “Mantide” può essere definito un vero e proprio concept album.

Questo lavoro della band composta da Giacomo Di Cara (Voce e basso), Nicola Merlisenna (Chitarra e cori), Leonardo Brucculeri (Batteria) è uscito a tredici anni di distanza da “Verde, Bianco e…Rock” e a dieci da “L’ennesimo errore” ed è stato anticipato da due brani: Mantide e Figli della luna. In tre lustri di carriera i 10HP hanno calcato diversi palchi e sono stati insigniti di diversi riconoscimenti: nel 2008 si classificano ottavi al festival Martelive, vincendo il premio “visibilità su YouTube” e ottengono il quarto posto e il premio “Miglior Arrangiamento” al Lennon Festival. Sempre nel 2008 si classificano al primo posto nel contest “Alice tutta un’altra musica”, entrando tra i 12 finalisti del Premio De André. Nello stesso anno ottengono il quarto posto nella finale di Sanremo Rock. Nel 2009 sono terzi al Lennon Festival, tra i finalisti di Area 24 web music contest, del Transilvania Music Contest e tra i semifinalisti del Pop Rock Contest e del Tour Music Fest. Nel 2012 sono tra i 12 finalisti della categoria Giovani del 62° Festival di Sanremo. Nel 2014 suonano a Perm, in Russia e nel 2015 ad Aarhus in Danimarca.

Il nuovo album – autoprodotto – è il racconto di un viaggio introspettivo che tocca le diverse regioni e le diverse ragioni dell’io. Si parte con “Figli della luna” un pezzo ritmato e intenso che suona molto Baustelle, in cui due voci si alternano e s’incastrano nel racconto struggente degli ultimi, degli emarginati, di coloro che rischiano tutto per inseguire un sogno e che alla fine, a conti fatti, si ritrovano a stringere nel pugno soltanto la sabbia di un castello distrutto prematuramente dalla marea impietosa.

Sulla falsariga del precedente pezzo, “Se bastasse un segno”, ha un impianto pop-rock sincero, che accompagna una lucida riflessione sul senso della vita e sulla difficoltà di trovare un senso alla natura turbinosa che ci circonda. Esemplificative sono le parole della prima strofa: «Non è semplice fare a meno dell’idea che ci sia un senso nella ritmica multiforme varietà dell’esistenza». Segno e senso in questo testo si rincorrono come in una spicciola dialettica saussuriana, in cui il primo risulta l’elemento chiave per la ricerca del secondo.

L’intro di “Hai già venduto l’anima” ricorda molto quella di “Diego” di Esposito, ma soprattutto quella di “Ilenia” degli Zen Circus. È un pezzo che parla di arrivismo becero, di corruzione e compromessi, rivolto a tutti i moderni Faust che pur di guadagnare dieci minuti di celebrità sarebbero disposti a vendere la propria anima (oltre che la propria madre, ovviamente).

Gli stessi temi li ritroviamo in “C’è un mondo”, in cui sul banco degli imputati finiscono la televisione e i social, rei di comprimere la nostra immagine a tal punto da farci apparire diversi da quelli che siamo. L’essere viene compresso e surclassato dall’apparire: noi non siamo, appariamo. Pop-rock all’italiana con venature country e cori gospel, cosa vuoi di più dalla vita?

Mantide” è la quota Litfiba dell’album. Pezzo rock puro e grezzo che tratta una tematica delicata e spinosa: la mantide viene usata come metafora per indicare il ruolo dominante all’interno di un rapporto di coppia deviato. L’altro elemento della coppia vive una situazione di sudditanza e dipendenza da cui difficilmente riuscirà ad affrancarsi, per il semplice fatto che difficilmente riuscirà a comprendere la situazione che si ritrova a vivere.

L’epos è la chiave di volta del sesto pezzo. “Il sogno di Ulisse” è il racconto del viaggio per antonomasia, quello di Odisseo verso la sua amata terra del sole: Itaca. Il suono cullante del mare ci accompagna nel racconto dell’impresa titanica che vede il protagonista partito da Troia – città distrutta dalla guerra –imbattersi in personaggi e luoghi singolari, affascinanti e tetri. L’atmosfera cupa ricorda vagamente “Ulisse” della PFM.

Torna una certa incazzatura in “Sotto una nuova luce”, accentuata dal graffio della chitarra. Il pezzo dice che mettersi in discussione è difficile, ci costringe a sacrificare le presunte certezze che abbiamo sull’altare del dubbio. È un esercizio di stile che richiede un certo dispendio di energie e per questo difficilmente siamo disposti a farlo. Stare sotto una nuova luce può costringerci a vedere quello che per una vita abbiamo tenuto nascosto nell’ombra.

Il tema del viaggio, come detto, è il filo conduttore dell’intero album. Si tratta di un viaggio interiore, introspettivo, metaforico che mette a nudo l’anima di chi scrive, ma soprattutto di chi ascolta; “la mia ragione che brucia” è per certi versi il compendio di questo viaggio, un pezzo in cui emerge la dicotomia tra bene e male, tra giusto e sbagliato, luce e ombra. La presenza, seppur minima e minimale, dell’elettronica dona un tocco di colore ad un pezzo intenzionalmente grigio e malinconico.

Nella stanza di Chiara” è un pezzo che parla del senso d’inadeguatezza provato da una ragazza poco più che adolescente che si ritrova sospesa «a metà fra cielo e nuvole», fra l’incapacità di comunicare con i genitori e l’oppressione, sempre crescente, della società che la circonda.

Il brano che chiude l’album fonde insieme l’attitudine pop-rock della band al cantautorato nostrano. La commistione di elementi in “Forse” richiama dall’oblio band come gli Area o I Ribelli che hanno fatto – e continuano a fare – scuola. L’assenza di Stratos (purtroppo ne esistito uno solo e per troppo poco tempo) non inficia affatto questo lavoro ricco, ma soprattutto arricchente sotto tanti punti di vista!

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“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 338

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 378

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

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