“Reputation”, l’ultimo disco di Taylor Swift è una giostra di colpi di scena 0 1655

Mi sento disorientata come quando vado a trovare mia nonna e, pur di passare del tempo con lei, mi metto a guardare le sue soap opera preferite e alla fine voglio sapere come finisce la tresca clandestina tra Pablo e Carmela. Uccidetemi. Non ancora però, perché questo album… mi piace?

Cosa fa di un cantante una celebrità? Talento, certo, doti canore, capacità di esibirsi, ma anche l’abilità di mostrarsi o meglio mostrare al pubblico quello che vuole o non vuole, ma sempre ponendoglielo su un vassoio dorato con tanto di guarnizione. Che maestria ci vuole nello scavalcare poi paparazzi, cause legali e addirittura i tradimenti da parte di altre celebrità? Taylor Swift questo lo sa bene, come sa quanto la gente ami parlare di lei, nel bene o nel male. Lo sa talmente bene che, con un colpo di tacco elegantemente piazzato e ben ponderato, chiama il suo ultimo album Reputation, perché chi meglio di lei sa come si costruisce una carriera, oltre che con il talento, anche facendo leva su quella cosa chiamata reputazione che è tanto cara alle cinquantenni che leggono una rivistaccia mentre la tinta attacca dal parrucchiere come ad una tredicenne impasticcata di social e con gli ormoni a mille? A chi è cara la giovane cantante forse sarà capitato di incappare su incredibilmente lunghi thread di Reddit che cercavano di decifrare i suoi ultimi video musicali e addirittura post di Instagram come se fossero antichi geroglifici egiziani, il tutto per capire, in pratica, quanta gente e chi, Taylor Swift, raffinatamente blastava ad ogni frame. Geniale (?)

Personalmente, non sono una grande fan della Swift, ma se hai un disordine gossipparo di cui ti vergogni come la morte, non puoi non conoscere tutti i tristissimi feud tra celebrità d’oltreoceano. E forse proprio per questo motivo mi sono ritrovata ad aspettare Reputation come se fosse la prova del nove di tutto. Aiuto. Ha ragione Taylor o Katy? Kanye e Kim hanno detto la verità? Calvin Harris e Tom Hiddleston erano davv- no. Non posso farmi questo. Mi sento disorientata come quando vado a trovare mia nonna e, pur di passare del tempo con lei, mi metto a guardare le sue soap opera preferite e alla fine voglio sapere come finisce la tresca clandestina tra Pablo e Carmela. Uccidetemi. Non ancora però, perché questo album… mi piace? La consapevolezza mi colpisce come un fulmine a ciel sereno e alla fine mi arrendo.

Fortunatamente, però, non sono l’unica ad essere stata tentata dal serpente: Rolling Stones piazza Reputation alla settima posizione nella classifica dei migliori album del 2017, e non ha proprio tutti i torti. L’Album, uscito il 10 Novembre, è un’infusione di pop, hip-hop e trap così ammaliante che sembra in grado di lanciare incantesimi che ti obbligano ad ascoltarlo canzone dopo canzone, con uno sorriso ebete sulla faccia e qualche “Oh no she didn’t” mentre schiocchi le dita ghetto style.

L’attesissimo singolo che anticipava l’album è stato “Look What You Made Me Do”, e ha fatto storcere il naso sia a le navigate swifters che a chi la cantante non l’ha mai potuta soffrire. Un totale cambio di direzione e un annuncio: la vecchia Taylor è morta (“I’m sorry, the old Taylor can’t come to the phone right now/Why?/Oh, ‘cause she’s dead!”). Il testo parla di tradimenti e vendetta, ma anche di rinascita. Una risposta a tutte le vicende da tabloid che l’hanno ritratta come il “serpente” e la vittima che usa le sue lacrime da coccodrillo per far notizia. L’inusuale struttura della canzone e le atmosfere creepy appaiono totalmente nuove per l’ex fenomeno pop-country dai lunghi boccoli dorati; una scelta rischiosa ma altamente voluta proprio per staccarsi definitivamente dalla ragazza con la chitarra acustica che canta di relazioni andate male, iconografia che effettivamente la cantante cerca di lasciarsi alle spalle dal 2012, quando lasciò il country per il pop con l’album Red.

Questa scelta è successivamente risultata ancora più evidente con “Ready For It?”, secondo singolo estratto ancor prima dell’uscita del disco. La canzone, oltre ad essere la più aggressiva a livello musicale – nell’album e nell’intera carriera di Taylor Swift – è sicuramente uno degli esperimenti più interessanti del 2017. Ragazzi, cosa succede se mischiamo Regina George con rap, hip-hop e trap? Sembra una puntata delle Superchicche, invece è la realtà. La prima metà di Reputation ci (ri)presenta un personaggio con molte più sfaccettature di quante ne potessimo immaginare, la maschera cade e ci vengono svelati dei segreti. Chi è davvero Taylor Swift? La risposta (parziale) arriva sfacciata con “I Did Something Bad”, terza track del disco. E, qui, l’esperimento riguardante Regina George che gioca a fare trap si fa ancora più interessante. Il testo sembra scritto dai sincerissimi pensieri di una liceale biondissima che si è rotta le palle di essere la donna angelicata, e paradossalmente la bellezza sta proprio in ciò: nella sua spudorata nudità.

Taylor si traveste ancora da rap star in “End Game”, che vede la partecipazione di Future ed Ed Sheeran, collaborazione molto attesa con quest’ultimo, data l’amicizia che li lega da anni. Il travestimento però, onestamente, è tagliato addosso così bene che non si può che pensare se questi panni alla fine non siano effettivamente la nuova forma dell’artista. Beh, no, non proprio, perché la “vecchia” Taylor esce fuori nella seconda metà dell’album, anche se in forma comunque evoluta, e anche i vecchi sostenitori si possono sentire di nuovo a casa, se proprio non hanno apprezzato la novità. Quindi, dopo varie basi elettroniche e varie sviolinate nascoste da autotune “artistico”  che cantano della nuova fiamma di Taylor Swift, si passa ad un sound molto più pop. “Delicate” è un buon esempio e una buon pezzo di transizione, colorato da un beat più rilassato che sa in ogni caso di futuro. Testo intimo e una nuova consapevolezza meno bambinesca e pudica della relazione romantica.

Con “Gorgeous”, invece, torniamo al pop a cui siamo stati abituati dalla Swiftt. Testo, ahimè, banale (la parola Gorgeous è ripetuta un milione di volte, meh) contornato da una melodia catchy elettro-pop alla Carly Rae Jepsen. Un pò meno banale, sia per sound che per testi, “Dress” riafferma una Taylor più sensuale, una donna che ha lasciato finalmente indietro le bambina che sbatte i pugni perché non può avere il perfetto capitano di Football. Un lieve e più maturo R&B si mischia con la freschezza di un pop senza tempo.

Ma parliamo di cose serie (si fa per dire), qualcuno si stava chiedendo per caso come è andata a finire la vicenda Taylor Swift/ Kanye West? Perché ci siamo finalmente arrivati, e senza un singolo pelo sulla lingua. Sembrano passati secoli dai Video Music Awards del 2009; Taylor vinse il Best Female Video con You Belong With Me, categoria che conteneva, quell’anno, l’iconico Single Ladies di Beyoncé. Insomma, a Kanye West questa cosa non andò proprio giù, e mentre Taylor accettava il premio, il rapper si scaraventava sul palco per rubarle il microfono e informare tutti che Beyoncè meritava il premio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e, proprio quando sembrava che il feud fosse archiviato da entrambe le parti, Kanye West, fresco di Life of Pablo, butta giù un paio di rime poco carine sulla cantante nel pezzo Famous (“I feel like me and Taylor might still have sex/Why? I made that bitch famous”). La risposta arriva, ironica e sprezzante nell’’allegra” canzone This Is Why We Can’t Have Nice Things. Pop ricco di ritmo e cori che ricorda We Are Never Ever Getting Back Together (2012). Senza alcun dubbio, una delle track più divertenti e irriverenti dell’album, ma anche una vera e propria diss al rapper: “And here’s to my momma/Had to listen to all this drama/And here’s to you/‘Cause forgiveness is a nice thing to do/Haha, I can’t even say it with a straight face”… ouch.

L’album è davvero una giostra piena di colpi di scena, graffi, amore disperato, discese e salite, ma si conclude nel più elegante dei modi, ed eccoci qui con l’ultima canzone: “New Year’s Day”. È difficile non farsi scendere una lacrimuccia con questa ballata fatta solo di pianoforte e chitarra. Una dolcissima melodia accompagna un’ancora più zuccherina Taylor, che ci porta nel nuovo anno con un po’ di malinconia. Nel suo primo dell’anno ci sono la paura di perdere, ma anche tante promesse rese sicure da una forza di volontà raggiunta proprio dopo tante perdite: “Don’t read the last page/ But I stay when it’s hard or it’s wrong or you’re making mistakes/ I want your midnights/ But I’ll be cleaning up bottles with you on New Year’s Day”.

E allora buon 2018, sperando che troviate la pace mentale e il coraggio che ha trovato Taylor Swift nel 2017.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 387

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 557

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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