“Reputation”, l’ultimo disco di Taylor Swift è una giostra di colpi di scena 0 692

Mi sento disorientata come quando vado a trovare mia nonna e, pur di passare del tempo con lei, mi metto a guardare le sue soap opera preferite e alla fine voglio sapere come finisce la tresca clandestina tra Pablo e Carmela. Uccidetemi. Non ancora però, perché questo album… mi piace?

Cosa fa di un cantante una celebrità? Talento, certo, doti canore, capacità di esibirsi, ma anche l’abilità di mostrarsi o meglio mostrare al pubblico quello che vuole o non vuole, ma sempre ponendoglielo su un vassoio dorato con tanto di guarnizione. Che maestria ci vuole nello scavalcare poi paparazzi, cause legali e addirittura i tradimenti da parte di altre celebrità? Taylor Swift questo lo sa bene, come sa quanto la gente ami parlare di lei, nel bene o nel male. Lo sa talmente bene che, con un colpo di tacco elegantemente piazzato e ben ponderato, chiama il suo ultimo album Reputation, perché chi meglio di lei sa come si costruisce una carriera, oltre che con il talento, anche facendo leva su quella cosa chiamata reputazione che è tanto cara alle cinquantenni che leggono una rivistaccia mentre la tinta attacca dal parrucchiere come ad una tredicenne impasticcata di social e con gli ormoni a mille? A chi è cara la giovane cantante forse sarà capitato di incappare su incredibilmente lunghi thread di Reddit che cercavano di decifrare i suoi ultimi video musicali e addirittura post di Instagram come se fossero antichi geroglifici egiziani, il tutto per capire, in pratica, quanta gente e chi, Taylor Swift, raffinatamente blastava ad ogni frame. Geniale (?)

Personalmente, non sono una grande fan della Swift, ma se hai un disordine gossipparo di cui ti vergogni come la morte, non puoi non conoscere tutti i tristissimi feud tra celebrità d’oltreoceano. E forse proprio per questo motivo mi sono ritrovata ad aspettare Reputation come se fosse la prova del nove di tutto. Aiuto. Ha ragione Taylor o Katy? Kanye e Kim hanno detto la verità? Calvin Harris e Tom Hiddleston erano davv- no. Non posso farmi questo. Mi sento disorientata come quando vado a trovare mia nonna e, pur di passare del tempo con lei, mi metto a guardare le sue soap opera preferite e alla fine voglio sapere come finisce la tresca clandestina tra Pablo e Carmela. Uccidetemi. Non ancora però, perché questo album… mi piace? La consapevolezza mi colpisce come un fulmine a ciel sereno e alla fine mi arrendo.

Fortunatamente, però, non sono l’unica ad essere stata tentata dal serpente: Rolling Stones piazza Reputation alla settima posizione nella classifica dei migliori album del 2017, e non ha proprio tutti i torti. L’Album, uscito il 10 Novembre, è un’infusione di pop, hip-hop e trap così ammaliante che sembra in grado di lanciare incantesimi che ti obbligano ad ascoltarlo canzone dopo canzone, con uno sorriso ebete sulla faccia e qualche “Oh no she didn’t” mentre schiocchi le dita ghetto style.

L’attesissimo singolo che anticipava l’album è stato “Look What You Made Me Do”, e ha fatto storcere il naso sia a le navigate swifters che a chi la cantante non l’ha mai potuta soffrire. Un totale cambio di direzione e un annuncio: la vecchia Taylor è morta (“I’m sorry, the old Taylor can’t come to the phone right now/Why?/Oh, ‘cause she’s dead!”). Il testo parla di tradimenti e vendetta, ma anche di rinascita. Una risposta a tutte le vicende da tabloid che l’hanno ritratta come il “serpente” e la vittima che usa le sue lacrime da coccodrillo per far notizia. L’inusuale struttura della canzone e le atmosfere creepy appaiono totalmente nuove per l’ex fenomeno pop-country dai lunghi boccoli dorati; una scelta rischiosa ma altamente voluta proprio per staccarsi definitivamente dalla ragazza con la chitarra acustica che canta di relazioni andate male, iconografia che effettivamente la cantante cerca di lasciarsi alle spalle dal 2012, quando lasciò il country per il pop con l’album Red.

Questa scelta è successivamente risultata ancora più evidente con “Ready For It?”, secondo singolo estratto ancor prima dell’uscita del disco. La canzone, oltre ad essere la più aggressiva a livello musicale – nell’album e nell’intera carriera di Taylor Swift – è sicuramente uno degli esperimenti più interessanti del 2017. Ragazzi, cosa succede se mischiamo Regina George con rap, hip-hop e trap? Sembra una puntata delle Superchicche, invece è la realtà. La prima metà di Reputation ci (ri)presenta un personaggio con molte più sfaccettature di quante ne potessimo immaginare, la maschera cade e ci vengono svelati dei segreti. Chi è davvero Taylor Swift? La risposta (parziale) arriva sfacciata con “I Did Something Bad”, terza track del disco. E, qui, l’esperimento riguardante Regina George che gioca a fare trap si fa ancora più interessante. Il testo sembra scritto dai sincerissimi pensieri di una liceale biondissima che si è rotta le palle di essere la donna angelicata, e paradossalmente la bellezza sta proprio in ciò: nella sua spudorata nudità.

Taylor si traveste ancora da rap star in “End Game”, che vede la partecipazione di Future ed Ed Sheeran, collaborazione molto attesa con quest’ultimo, data l’amicizia che li lega da anni. Il travestimento però, onestamente, è tagliato addosso così bene che non si può che pensare se questi panni alla fine non siano effettivamente la nuova forma dell’artista. Beh, no, non proprio, perché la “vecchia” Taylor esce fuori nella seconda metà dell’album, anche se in forma comunque evoluta, e anche i vecchi sostenitori si possono sentire di nuovo a casa, se proprio non hanno apprezzato la novità. Quindi, dopo varie basi elettroniche e varie sviolinate nascoste da autotune “artistico”  che cantano della nuova fiamma di Taylor Swift, si passa ad un sound molto più pop. “Delicate” è un buon esempio e una buon pezzo di transizione, colorato da un beat più rilassato che sa in ogni caso di futuro. Testo intimo e una nuova consapevolezza meno bambinesca e pudica della relazione romantica.

Con “Gorgeous”, invece, torniamo al pop a cui siamo stati abituati dalla Swiftt. Testo, ahimè, banale (la parola Gorgeous è ripetuta un milione di volte, meh) contornato da una melodia catchy elettro-pop alla Carly Rae Jepsen. Un pò meno banale, sia per sound che per testi, “Dress” riafferma una Taylor più sensuale, una donna che ha lasciato finalmente indietro le bambina che sbatte i pugni perché non può avere il perfetto capitano di Football. Un lieve e più maturo R&B si mischia con la freschezza di un pop senza tempo.

Ma parliamo di cose serie (si fa per dire), qualcuno si stava chiedendo per caso come è andata a finire la vicenda Taylor Swift/ Kanye West? Perché ci siamo finalmente arrivati, e senza un singolo pelo sulla lingua. Sembrano passati secoli dai Video Music Awards del 2009; Taylor vinse il Best Female Video con You Belong With Me, categoria che conteneva, quell’anno, l’iconico Single Ladies di Beyoncé. Insomma, a Kanye West questa cosa non andò proprio giù, e mentre Taylor accettava il premio, il rapper si scaraventava sul palco per rubarle il microfono e informare tutti che Beyoncè meritava il premio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e, proprio quando sembrava che il feud fosse archiviato da entrambe le parti, Kanye West, fresco di Life of Pablo, butta giù un paio di rime poco carine sulla cantante nel pezzo Famous (“I feel like me and Taylor might still have sex/Why? I made that bitch famous”). La risposta arriva, ironica e sprezzante nell’’allegra” canzone This Is Why We Can’t Have Nice Things. Pop ricco di ritmo e cori che ricorda We Are Never Ever Getting Back Together (2012). Senza alcun dubbio, una delle track più divertenti e irriverenti dell’album, ma anche una vera e propria diss al rapper: “And here’s to my momma/Had to listen to all this drama/And here’s to you/‘Cause forgiveness is a nice thing to do/Haha, I can’t even say it with a straight face”… ouch.

L’album è davvero una giostra piena di colpi di scena, graffi, amore disperato, discese e salite, ma si conclude nel più elegante dei modi, ed eccoci qui con l’ultima canzone: “New Year’s Day”. È difficile non farsi scendere una lacrimuccia con questa ballata fatta solo di pianoforte e chitarra. Una dolcissima melodia accompagna un’ancora più zuccherina Taylor, che ci porta nel nuovo anno con un po’ di malinconia. Nel suo primo dell’anno ci sono la paura di perdere, ma anche tante promesse rese sicure da una forza di volontà raggiunta proprio dopo tante perdite: “Don’t read the last page/ But I stay when it’s hard or it’s wrong or you’re making mistakes/ I want your midnights/ But I’ll be cleaning up bottles with you on New Year’s Day”.

E allora buon 2018, sperando che troviate la pace mentale e il coraggio che ha trovato Taylor Swift nel 2017.

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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