“Reputation”, l’ultimo disco di Taylor Swift è una giostra di colpi di scena 0 615

Mi sento disorientata come quando vado a trovare mia nonna e, pur di passare del tempo con lei, mi metto a guardare le sue soap opera preferite e alla fine voglio sapere come finisce la tresca clandestina tra Pablo e Carmela. Uccidetemi. Non ancora però, perché questo album… mi piace?

Cosa fa di un cantante una celebrità? Talento, certo, doti canore, capacità di esibirsi, ma anche l’abilità di mostrarsi o meglio mostrare al pubblico quello che vuole o non vuole, ma sempre ponendoglielo su un vassoio dorato con tanto di guarnizione. Che maestria ci vuole nello scavalcare poi paparazzi, cause legali e addirittura i tradimenti da parte di altre celebrità? Taylor Swift questo lo sa bene, come sa quanto la gente ami parlare di lei, nel bene o nel male. Lo sa talmente bene che, con un colpo di tacco elegantemente piazzato e ben ponderato, chiama il suo ultimo album Reputation, perché chi meglio di lei sa come si costruisce una carriera, oltre che con il talento, anche facendo leva su quella cosa chiamata reputazione che è tanto cara alle cinquantenni che leggono una rivistaccia mentre la tinta attacca dal parrucchiere come ad una tredicenne impasticcata di social e con gli ormoni a mille? A chi è cara la giovane cantante forse sarà capitato di incappare su incredibilmente lunghi thread di Reddit che cercavano di decifrare i suoi ultimi video musicali e addirittura post di Instagram come se fossero antichi geroglifici egiziani, il tutto per capire, in pratica, quanta gente e chi, Taylor Swift, raffinatamente blastava ad ogni frame. Geniale (?)

Personalmente, non sono una grande fan della Swift, ma se hai un disordine gossipparo di cui ti vergogni come la morte, non puoi non conoscere tutti i tristissimi feud tra celebrità d’oltreoceano. E forse proprio per questo motivo mi sono ritrovata ad aspettare Reputation come se fosse la prova del nove di tutto. Aiuto. Ha ragione Taylor o Katy? Kanye e Kim hanno detto la verità? Calvin Harris e Tom Hiddleston erano davv- no. Non posso farmi questo. Mi sento disorientata come quando vado a trovare mia nonna e, pur di passare del tempo con lei, mi metto a guardare le sue soap opera preferite e alla fine voglio sapere come finisce la tresca clandestina tra Pablo e Carmela. Uccidetemi. Non ancora però, perché questo album… mi piace? La consapevolezza mi colpisce come un fulmine a ciel sereno e alla fine mi arrendo.

Fortunatamente, però, non sono l’unica ad essere stata tentata dal serpente: Rolling Stones piazza Reputation alla settima posizione nella classifica dei migliori album del 2017, e non ha proprio tutti i torti. L’Album, uscito il 10 Novembre, è un’infusione di pop, hip-hop e trap così ammaliante che sembra in grado di lanciare incantesimi che ti obbligano ad ascoltarlo canzone dopo canzone, con uno sorriso ebete sulla faccia e qualche “Oh no she didn’t” mentre schiocchi le dita ghetto style.

L’attesissimo singolo che anticipava l’album è stato “Look What You Made Me Do”, e ha fatto storcere il naso sia a le navigate swifters che a chi la cantante non l’ha mai potuta soffrire. Un totale cambio di direzione e un annuncio: la vecchia Taylor è morta (“I’m sorry, the old Taylor can’t come to the phone right now/Why?/Oh, ‘cause she’s dead!”). Il testo parla di tradimenti e vendetta, ma anche di rinascita. Una risposta a tutte le vicende da tabloid che l’hanno ritratta come il “serpente” e la vittima che usa le sue lacrime da coccodrillo per far notizia. L’inusuale struttura della canzone e le atmosfere creepy appaiono totalmente nuove per l’ex fenomeno pop-country dai lunghi boccoli dorati; una scelta rischiosa ma altamente voluta proprio per staccarsi definitivamente dalla ragazza con la chitarra acustica che canta di relazioni andate male, iconografia che effettivamente la cantante cerca di lasciarsi alle spalle dal 2012, quando lasciò il country per il pop con l’album Red.

Questa scelta è successivamente risultata ancora più evidente con “Ready For It?”, secondo singolo estratto ancor prima dell’uscita del disco. La canzone, oltre ad essere la più aggressiva a livello musicale – nell’album e nell’intera carriera di Taylor Swift – è sicuramente uno degli esperimenti più interessanti del 2017. Ragazzi, cosa succede se mischiamo Regina George con rap, hip-hop e trap? Sembra una puntata delle Superchicche, invece è la realtà. La prima metà di Reputation ci (ri)presenta un personaggio con molte più sfaccettature di quante ne potessimo immaginare, la maschera cade e ci vengono svelati dei segreti. Chi è davvero Taylor Swift? La risposta (parziale) arriva sfacciata con “I Did Something Bad”, terza track del disco. E, qui, l’esperimento riguardante Regina George che gioca a fare trap si fa ancora più interessante. Il testo sembra scritto dai sincerissimi pensieri di una liceale biondissima che si è rotta le palle di essere la donna angelicata, e paradossalmente la bellezza sta proprio in ciò: nella sua spudorata nudità.

Taylor si traveste ancora da rap star in “End Game”, che vede la partecipazione di Future ed Ed Sheeran, collaborazione molto attesa con quest’ultimo, data l’amicizia che li lega da anni. Il travestimento però, onestamente, è tagliato addosso così bene che non si può che pensare se questi panni alla fine non siano effettivamente la nuova forma dell’artista. Beh, no, non proprio, perché la “vecchia” Taylor esce fuori nella seconda metà dell’album, anche se in forma comunque evoluta, e anche i vecchi sostenitori si possono sentire di nuovo a casa, se proprio non hanno apprezzato la novità. Quindi, dopo varie basi elettroniche e varie sviolinate nascoste da autotune “artistico”  che cantano della nuova fiamma di Taylor Swift, si passa ad un sound molto più pop. “Delicate” è un buon esempio e una buon pezzo di transizione, colorato da un beat più rilassato che sa in ogni caso di futuro. Testo intimo e una nuova consapevolezza meno bambinesca e pudica della relazione romantica.

Con “Gorgeous”, invece, torniamo al pop a cui siamo stati abituati dalla Swiftt. Testo, ahimè, banale (la parola Gorgeous è ripetuta un milione di volte, meh) contornato da una melodia catchy elettro-pop alla Carly Rae Jepsen. Un pò meno banale, sia per sound che per testi, “Dress” riafferma una Taylor più sensuale, una donna che ha lasciato finalmente indietro le bambina che sbatte i pugni perché non può avere il perfetto capitano di Football. Un lieve e più maturo R&B si mischia con la freschezza di un pop senza tempo.

Ma parliamo di cose serie (si fa per dire), qualcuno si stava chiedendo per caso come è andata a finire la vicenda Taylor Swift/ Kanye West? Perché ci siamo finalmente arrivati, e senza un singolo pelo sulla lingua. Sembrano passati secoli dai Video Music Awards del 2009; Taylor vinse il Best Female Video con You Belong With Me, categoria che conteneva, quell’anno, l’iconico Single Ladies di Beyoncé. Insomma, a Kanye West questa cosa non andò proprio giù, e mentre Taylor accettava il premio, il rapper si scaraventava sul palco per rubarle il microfono e informare tutti che Beyoncè meritava il premio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e, proprio quando sembrava che il feud fosse archiviato da entrambe le parti, Kanye West, fresco di Life of Pablo, butta giù un paio di rime poco carine sulla cantante nel pezzo Famous (“I feel like me and Taylor might still have sex/Why? I made that bitch famous”). La risposta arriva, ironica e sprezzante nell’’allegra” canzone This Is Why We Can’t Have Nice Things. Pop ricco di ritmo e cori che ricorda We Are Never Ever Getting Back Together (2012). Senza alcun dubbio, una delle track più divertenti e irriverenti dell’album, ma anche una vera e propria diss al rapper: “And here’s to my momma/Had to listen to all this drama/And here’s to you/‘Cause forgiveness is a nice thing to do/Haha, I can’t even say it with a straight face”… ouch.

L’album è davvero una giostra piena di colpi di scena, graffi, amore disperato, discese e salite, ma si conclude nel più elegante dei modi, ed eccoci qui con l’ultima canzone: “New Year’s Day”. È difficile non farsi scendere una lacrimuccia con questa ballata fatta solo di pianoforte e chitarra. Una dolcissima melodia accompagna un’ancora più zuccherina Taylor, che ci porta nel nuovo anno con un po’ di malinconia. Nel suo primo dell’anno ci sono la paura di perdere, ma anche tante promesse rese sicure da una forza di volontà raggiunta proprio dopo tante perdite: “Don’t read the last page/ But I stay when it’s hard or it’s wrong or you’re making mistakes/ I want your midnights/ But I’ll be cleaning up bottles with you on New Year’s Day”.

E allora buon 2018, sperando che troviate la pace mentale e il coraggio che ha trovato Taylor Swift nel 2017.

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L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 720

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 192

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

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