Massive Attack a Milano: resoconto di una serata a cui nessuno di noi era pronto 0 988

Non avevo visto la scaletta di Milano, ma immaginando che non variasse molto dalle precedenti, ho tirato giù qualche somma: Mezzanine più cover. “Mezzanine più cover?” dicevo a me stesso; “Che motivo avete proprio voi, Massive Attack, di fare delle cover durante un tour che rimarrà nella storia? Voi, che nel repertorio avete pezzi così stratosferici da evitare cover anche durante i live in garage…” Ma come sempre, ho pensato troppo senza guardare il soggetto nella sua essenza; insomma, penso troppo, e pure male, ma in ogni caso non si parla di me, qui.

Il fatto è che chi sta andando al tour del ventennale di Mezzanine pensa di andare a un concerto, ma si sbaglia, non è questo il caso. Il live di ieri sera è stato uno spettacolo cinematografico, una mostra d’arte, una lezione di storia, di filosofia; una visita dallo psicologo e uno schiaffo in faccia. Si, uno schiaffo in faccia, a noi che non abbiamo capito finora un cazzo della situazione in cui ci troviamo e che probabilmente lo capiremo troppo tardi.

Diciassette brani, sei cover, nulla di Blue Lines, assenza totale di ogni capolavoro a parte Mezzanine. Il motivo? Costruire una trama perfetta per un messaggio che restasse impresso nella mente di chi con il telefono in alto filmava frasi contro i danni del digitale nella nostra società; dell’alienazione, di una libertà che non è altro che un’illusione. E per farlo i Massive si son serviti di Found a Reason dei Velvet Underground, come per dire fin dall’inizio: trovami una ragione in tutto questo; il tutto condito da filmati toccanti, sì, ma spesso apparentemente banali: perché, appunto, non capiamo un cazzo. A seguire Risingson, ed eccoli lì i Massive, quello che la gente voleva: “Bastava divertire le vostre serate estive” diceva un certo Fabrizio De André.

A seguire Saturday Night dei Cure, un brano già riproposto nel tour del ’98 e confermato con messaggi che si spingono oltre, insieme ai brani seguenti, individuando un’umanità che vive con gli occhi chiusi di fronte a disgrazie come guerre, torture e cose ben peggiori come l’ignoranza voluta. E poi arriva una potente Man Next Door ad accontentare un pubblico che, in realtà, stava iniziando a capire qualcosa; a parte il tizio in transenna che fin dal primo minuto faceva la diretta e che ha fatto partire una ola di bestemmie.

Prima della prossima cover passeranno altri due pezzi storici: Black Milk e Mezzanine; Black fa impazzire tutti perché Elizabeth è tornata, la Fraser è proprio lì davanti a noi, con quella voce da orgasmo che crea un’alchimia perfetta con il sound dei Massive. Mentre riguardo Mezzanine c’è poco da dire: impeccabile, i batteristi son dei mostri; ci hanno fatto capire quanto è importante andare a tempo nella vita.

La cover che è arrivata dopo è stata Bela Lugosi’s Dead, storico brano dei Bauhaus, reinterpreto dai Massive attraverso un’intensa presenza elettronica, una voce quasi grottesca e un video a primo impatto da “facciata” ma che a piccoli spezzoni faceva capire il messaggio. “Yes? No? I don’t know?” Quanti “non lo so” pronunciamo per non dire la verità? In seguito arriverà Exchange, eseguita in modo impeccabile, quasi da studio ma con dei bassi migliori. Spezziamo una lancia a favore di chi si è occupato della gestione del suono, anch’esso impeccabile.

“Vote for change”. Uno dei messaggi della cover che arriverà dopo: See a Man’s Face: interpretata, come per Man Next Door, da un immenso Horace Andy. Un classico reggae che come ogni brano del contesto, porta con sé un forte messaggio: vota per cambiare. Si, la politica è stata al centro della trama dello spettacolo. Ovviamente. La politica è ovunque, pure in Topolino. Soprattutto in Topolino.

Adesso sto pensando a una cosa e mi sento un po’ in colpa. Sto parlando solo delle cover, limitandomi a una breve presentazione dei brani della band inglese. Ma il fatto è che non c’è bisogno di presentazioni, son sicuro che loro, i Massive Attack, vorrebbero sentir parlare soprattutto del messaggio di questo tour e sicuramente Robert non leggera mai queste parole. Ma nel caso: ROBERT, se stai leggendo dimmi se sei Bansky!

In seguito comunque arriverà Dissolved Girl e Where Have all the Flowers Gone?, cover di Pete Seeger e di Elizabeth Fraser. Una toccante interpretazione che racconta gli orrori della guerra, di un mondo che si ammazza a vicenda per qualcosa che non appartiene e mai apparterrà né all’uno né all’altro.

Dopo l’esecuzione arriva Rockwrok, una cover degli Ultravox eseguirà da un collettivo diventato per un attimo Brit rock. Accompagnato da un video ironico in cui spuntano vari personaggi dello spettacolo che, nel loro insieme, vogliono comunicare il modo in cui anch’essi influenzano fortemente la società.

Arrivati a questo punto la gente aspetta soltanto una cosa: Angel. E infatti Horace Andy sale sul palco e manda la folla in delirio con il suo “Love you, love you, love you“. Poi ci penserà la Fraser a non far scendere il picco di adrenalina attraverso la tanto attesa Teardrop: uno dei brani più storici e mainstream del collettivo.

Poi di colpo il delirio: una cover di Levels di Avicii. In fondo, al di là delle cose negative, bisogna svagarsi nella vita; fermare per un attimo la sofferenza – illuderci – e ballare. Infine ci pensa la solita Fraser a chiudere con Group Four, lasciando spazio a ogni membro della band per virtuosismi vari e saluti che non sono arrivati. Ma in fondo non li voleva nessuno.

Non bastano tutte queste parole per raccontare quanto successo ieri sera, e non basta nemmeno la mia interpretazione del messaggio; perché temi centrali a parte, qui c’entra molto la soggettività. Uno spettacolo audiovisivo con un unico messaggio che mostra in maniera schietta gli orrori della politica mondiale, della guerra, della società che si sta creando e di quella che verrà. Uno spettacolo unico nel suo genere per un pubblico che forse ancora non è pronto; e sì, mi riferisco ancora a quello della diretta in transenna. Ho partecipato anch’io alla ola.

A Robert: se Bansky sei tu non lo dire mai, ancora non siamo pronti. In vent’anni di Mezzanine, disagi politici e guerre, nessuno ha capito nulla; figuriamoci concepire l’esistenza di un artista in grado di influenzare così positivamente le masse con una bomboletta spray.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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