5 motivi per amare Sanremo 0 1873

O lo ami o lo odi: il festival più seguito d’Italia, rimane quello di Sanremo. Alcune teorie antropologiche, addirittura, ravvedono la nascita del concetto della “polemica” come status symbol dell’italiano da caffetteria, proprio con la prima edizione del 1951. Ed è proprio di questo polveroso chiacchiericcio da bar capace di tagliare in due le folle, che noi italiani abbiamo bisogno di nutrirci quotidianamente. Dalla solita polemica sugli ospiti, a quella relativa alle canzoni in gara, a quella sui contenuti: a qualcuno va bene, a qualcun altro va male. E nell’anno dei mondiali di calcio negati, l’unica cosa rimasta ad unire gli italiani in un luogo diverso da una tavola apparecchiata, è proprio la disputa sanremese. Sanremo è una competizione che ha sempre meno di musicale, e sempre più di “spettacolo”: è un programma televisivo che deve piacere, e pare che l’edizione by Baglioni, abbia volato alto. Eppure, nonostante lo share alle stelle, c’è sempre chi parla male di questo festival. Ecco a voi, quindi, i 5 buoni motivi per amarlo!

1) Perché Sanremo è Sanremo

Questa è la premessa. Credete davvero che a qualcuno freghi niente del fatto che a voi non piace Sanremo? Sanremo preesiste e succede all’essere umano; è il noumeno della televisione: va accettato come il Papa e Berlusconi.

2) Perché in radio serve (anche) la canzonetta

Amanti del Prog (come il sottoscritto), uniamoci! E facciamoci i cazzi nostri. Non possiamo pretendere un mondo di gente che ne capisca qualcosa di musica; che ne comprenda il messaggio artistico. Dobbiamo imparare a guardare con affetto i fan della canzonetta italiana: anche loro sono esseri umani. E poi, senza queste musichette così orecchiabili, noi non potremmo distinguerci da loro. Se la nostra musica è poesia, dobbiamo ringraziare innanzitutto chi ascolta tutta l’altra musica. Lo zoccolo duro dell’Italia rimarrà sempre quello melenso, alla ricerca della voce da brivido, e della canzone da tre minuti da cantare in auto o sotto la doccia: è giusto così. Dobbiamo ringraziare gente come Marco Carta, se noi, oggi, possiamo sentirci meglio di qualcun altro. (P.S. Che diavolo di fine ha fatto Marco Carta?)

3) Perché al Festival partecipano anche artisti coi controcazzi

Non è tutto da buttar via: Max Gazzè, Lucio Dalla, Lucio Battisti, Vasco Rossi, Gaetano Curreri, e tanti altri fantastici autori della musica italiana, hanno solcato quel palco apparentemente inutile. Poi alcuni di loro ne hanno preso le distanze. E c’è sempre stato chi, le distanze, le ha prese sin dall’inizio: Francesco Guccini, Fabrizio De André, Pino Daniele… Loro non erano amanti della competizione! E non lo è neanche chi sta scrivendo questo post.

4) Perché così noi italiani abbiamo qualcosa di meglio da fare

Ormai la TV è piena di reality e talent da accapponare la pelle: un puttanizio senza capo né coda. Ed è più bello sapere che i nostri connazionali stiano guardando un varietà come il Festival di Sanremo, piuttosto che una fogna umana come il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi, o Uomini e Donne. Senza fare nomi. E poi, almeno a Sanremo, Barbara d’Urso non è fra le palle, e possiamo preservare il suicidio dei nostri neuroni.

5) Perché Ermal Meta e Fabrizio Moro sono pucciosi

Dai, la canzone che ha vinto Sanremo non è niente male. Suona bene, ed ha un bel testo d’impegno sociale contro il terrorismo: superficiale quanto basta per poterci commuovere per un mesetto o poco più. Il duo è d’impatto, le voci sono quelle che ci piacciono: sempre meglio di quello con la scimmia che ha vinto l’anno scorso. Il buonismo italiano vince ancora, la musichetta pure: è tutto in ordine. Manca solo una vittoria del centrodestra alle politiche per poter completare il quadro, e saranno di nuovo gli anni Novanta.

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Intervista a Giulia Pratelli, “Tutto Bene è la mia evoluzione; Elisa il riferimento, Zibba il maestro” 0 697

Che l’Italia sia un Paese fortemente legato alle proprie tradizioni è indiscutibile. Il sentito senso di appartenenza, che certe volte sfocia anche in un nazionalismo un po’ troppo spinto, è una prerogativa fondamentale degli abitanti del Bel Paese, che caratterizza profondamente qualsiasi prodotto made in Italy: l’arte culinaria, il cinema italiano e la musica sono senza ombra di dubbio uno specchio di questa tendenza, che ci ha sempre permesso di differenziarci e renderci unici, singolari: italiani.
Nel lungo percorso musicale che abbiamo intrapreso, abbiamo deciso di fare tappa in Toscana, per conoscere quella che è una cantautrice dalle rosee aspettative e che rispecchia pienamente il discorso appena fatto. Giulia Pratelli è probabilmente definibile come “la nuova Elisa”, artista con la qualche condivide una voce morbida e la capacità di imprimere un sentimento profondo in ogni canzone che scrive e interpreta.
Curiosissimi per l’uscita del suo nuovo disco, “Tutto Bene” – del quale consigliamo vivamente l’ascolto – sentivamo il bisogno di farci una chiacchierata con la cantante, per scoprire di più di lei e del mondo che la circonda.

Ciao Giulia! Per rompere un po’ il ghiaccio, parlaci di te come artista. Sappiamo che vieni dalla Toscana, dove hai avuto un discreto successo come cantautrice, e godi dell’appoggio di parecchi artisti della scena italiana anche molto affermati. Raccontati!

Come dicevi tu, sono una cantautrice, e spero di poter fare questo nella vita. Sono Toscana, ma ho vissuto a Roma per un periodo e ci torno molto spesso. Nonostante tenga molto alle mie radici, il bisogno di uscire c’è, per conoscere nuove realtà, ma anche perché qui non è molto semplice suonare le proprie cose, affermarsi appunto come cantautori. Ho avuto la fortuna, come accennavi, di incontrare tanti artisti più affermati – e anche più bravi – che mi hanno aiutato tantissimo, portandomi con loro in alcune fasi del loro percorso. È stata una fortuna gigantesca: questo ti espone di più, fa in modo che il tuo nome possa girare meglio e raggiungere più persone. Ma poi veder lavorare ‘i grandi’ ti permette di imparare anche stando ferma.”

Da poco è uscito il tuo secondo disco, “Tutto Bene”. Quali sono le tue sensazioni al riguardo e cosa si cela dietro questo lavoro?

È vero, ho fatto un disco da poco, il mio secondo lavoro, che stiamo provando a portare in giro e promuovere. “Tutto Bene” nasce da un periodo particolare, da una serie di ripensamenti e cambiamenti che si fanno lungo la strada. In questo caso, ho avuto la fortuna di collaborare con Zibba, che sicuramente ne sa più di me (Ride, n.d.r.). Sono contentissima di questa collaborazione, mi ha aiutato tantissimo e sono tanto felice di quello che adesso abbiamo.”

Abbiamo dato un ascolto a quest’album. Ci è sembrata, in virtù tuo primo lavoro, “Via!”, un’evoluzione stilistica molto accurata: l’aggiunta della chitarra funky in “Va tutto bene” ne è una dimostrazione. Ma anche tanti punti di forza, come quella cover di “Vento D’Estate”. Convieni con noi nel definirla evoluzione?

Sicuramente sì. È un’evoluzione data dal fatto che un po’ si cresce, anche non volendo, e quindi si cambia ma sempre rimanendo sé stessi. E poi, oltre alcune esperienze, una parte fondamentale è stato l’aiuto più consistente avuto in fase di produzione: il lavoro fatto con Zibba è stato qualcosa che prima non avevo mai fatto con nessuno, e mi ha aiuto a crescere, a scrivere le cose con una consapevolezza e una maturazione diversa. Per me è stato importantissimo. La cover di “Vento d’Estate” è stata un rischio: non abbiamo fatto una cover classica, ricantandola, ma abbiamo sconvolto l’arrangiamento, con l’idea di fare un omaggio al mio cantautorato di riferimento, dando una lettura diversa al pezzo”

Ed è proprio in quella cover che abbiamo trovato un accostamento, che spero ti faccia piacere sentire, con Elisa. Quindi ti chiediamo chi c’è, fra i tuoi artisti di riferimento, oltre Elisa e Fabi.

Elisa per me è stata fondamentale, soprattutto quando uscì Lotus, cambiandomi davvero la vita: con lei ho detto “io voglio fare la cantautrice”. Ha un modo di riarrangiare grandissimi successi che già aveva pubblicato in chiave acustica, dandogli una vita nuova, con questa voce morbida. Ma la verità è che ascolto una marea di roba: altri punti di riferimento sono stati De Gregori, De Andrè, sicuramente Carmen Consoli, una bandiera per tutte le donne; ma anche musica straniera come Brooke Fraser o Hindi Zahra, una cantautrice marocchina poco conosciuta ma che mi piace molto.”

Tutti riferimenti seri, importanti, che si notano parecchio nel tuo sound. Passiamo alla tua collaborazione con Zibba: quanto ha influenzato nella lavorazione del disco lavorare con un’artista tanto affermato?

Ha inciso tantissimo perché mi ha aiutato ad essere più selettiva, più severa se vogliamo, con le cose che scrivevo. Ho lavorato imponendomi un obbiettivo e non accontentandomi dei primi risultati, senza impaurirmi se le canzoni non uscivano subito come le avrei volute. Mi ha aiutato tantissimo nello scegliere una direzione sonora che fosse più marcata rispetto a prima, con dei fili conduttori molto forti: ci sono delle scelte strumentali che ritornano, rendendolo omogeneo nonostante degli arrangiamenti che si affacciano su generi diversi. Poi mi ha seguito davvero in tutte le fasi, dalla scelta dei brani alla scelta delle foto: è stato fondamentale in tutti i sensi e spero che questa collaborazione si ripeta nel tempo.”

Hai mai pensato, visto che si è concluso da poco, ad una partecipazione a Sanremo?

E chi è che non ci ha pensato? (Ride, n.d.r.) Ci sono andata molto vicino nel 2014. Ci abbiamo provato anche quest’anno ma non è successo, ma non vuol dire che non ci riproveremo. Credo che sia un palco a cui tutti un po’ ambiscono, in Italia, a meno che tu non faccia una musica totalmente diversa. È probabilmente il palco più importante che ci sia qui.”

Per concludere, dove possiamo vederti live? C’è un tour in vista, qualche data qui al Sud magari?

Sì, guarda, il tour è in fase di composizione: stiamo cercando di trovare altre date. Ce ne sono già alcune in programma, a Roma l’8 marzo, in una serata con altre cantautrici, poi il 17 a Livorno e il 23 marzo a Cosenza, per la prima data al Sud. Non vedo l’ora di venirci in realtà, perché non ho mai suonato prima nel Sud Italia e sento che un po’ mi manca quest’esperienza.”

Perfetto Giulia, ti ringraziamo tantissimo per essere stata con noi! Fai un saluto ai tuoi amici del Sud!

Certo, faccio un saluto a tutti e non vedo l’ora di venire!

“Brunori Sa”, il programma di Dario Brunori in onda su Rai 3 da marzo 0 538

“Un racconto in cinque episodi sui desideri, sulle paure e delle apparenti contraddizioni della generazione di mezzo a cui appartiene.Cinque piccoli racconti per immagini che ci aiuteranno a tracciare il profilo di una società liquida in costante mutamento. Cinque temi esistenziali e un grande punto interrogativo. Perché sapere di non sapere, in fondo, è proprio quello che ‘Brunori Sa’

È con queste parole che il cantante calabrese Dario Brunori, parla della sua ultima impresa artistica. Il vincitore della targa Tenco per il brano “La Verità” ci racconta lo show di cui sarà protagonista il prossimo marzo su Rai 3, descrivendolo come “un vero e proprio ritratto generazionale”. Il programma si chiamerà proprio “Brunori Sa”, e terrà impegnato il piccolo schermo per cinque serate in diretta.

Un primo annuncio sull’evento era stato comunicato lo scorso giugno dalla direttrice di Rai 3 Daria Bignardi, durante la presentazione dei nuovi palinsesti Rai. La Rai non ha ancora divulgato ulteriori informazioni circa la struttura del programma o le date della programmazione.

Una scalata al grande pubblico, quella del cantante Calabrese, che passa agilmente dai palchi indipendenti alla radio, attraversando e vivendo a pieno anche l’esperienza teatrale. Il cantautore è infatti al momento impegnato nella preparazione di “Brunori a Teatro”, uno speciale spettacolo fatto di musica e riflessioni, che si rifà allo stile della standup comedy, in cui si alterneranno musica e momenti parlati. Il tour è già in gran parte sold out. L’ormai imminente start è previsto il 16 febbraio all’Auditorium Santa Chiara di Trento.

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