“A Quiet Place – un posto tranquillo”, l’horror “silenzioso” che sta facendo tanto rumore. 0 782

Che l’horror, ormai da qualche anno, stia attraversando un periodo di esaltante rinascita è un dato di fatto abbastanza evidente. Le recenti uscite di piccoli capolavori quali “Babadook”, “It Follows”, “The VVitch”, “The Neon Demon”, e dei più commerciali – ma comunque godibilissimi – “The Conjuring Saga”, “10 Cloverfield Lane”, “Autopsy”, hanno contribuito alla ripresa di un genere che fino allo scorso decennio viveva un momento di stanca, avvilito dagli innumerevoli e sbiaditi cloni dei seminali “Saw” e “The Blair Witch Project”. Una rinascita sublimata dall’Oscar per la migliore sceneggiatura originale portato a casa da Jordan Peele grazie al sorprendente “Scappa – Get Out”.

Diciamolo subito: “A Quiet Place – un posto tranquillo” di John Krasinski non si dimostra all’altezza dei titoli sopra citati, pur rappresentando un più che decente esempio di film di genere. Merito, soprattutto, dell’interessante e originale concept di “horror muto” (o quasi) che ne è alla base. Un’idea coraggiosa – soprattutto se pensata, come in questo caso, con riferimento a un prodotto commerciale – che però, dati alla mano, sta già portando i suoi frutti. Infatti, dopo esser stato incensato dalla critica statunitense ed esser balzato in cima al Box-Office USA, non si può certo dire che il “silenzioso” horror di Krasinski non stia facendo un gran bel rumore. Complice anche il fatto di vantare una coppia di protagonisti – lo stesso Krasinski e l’affascinante Emily Blunt (Il diavolo veste Prada, Sicario, La ragazza del treno) – legati sentimentalmente tanto nel film quanto nella vita privata. Un particolare che, pur non trovandoci di fronte – quantomeno in termini di notorietà – al duo Cruise/Kidman dei bei vecchi tempi andati di “Eyes Wide Shut”, di certo ha contribuito ad alimentare il passaparola mediatico che ha investito la pellicola sin dalla sua prima proiezione (risalente al SXSW festival dello scorso mese).

Dal punto di vista della trama “A Quiet Place – un posto tranquillo” si presenta come il più classico dei survival movies, con tanto di mostri terrificanti a carico. Ci troviamo in un luogo non definito del sud degli Stati Uniti, in un futuro apocalittico e neanche troppo lontano (2020). È il giorno 89 (presumibilmente dalla, inizialmente imprecisata, catastrofe che si è abbattuta sul nostro pianeta): la famiglia Abbott si reca in una città deserta per fare raccolta di cibo e provviste in un, altrettanto deserto, supermercato. Notiamo sin da subito come i coniugi e i loro tre figli si muovano con estrema circospezione e lentezza, attenti a non produrre il minimo suono. Proprio per questo motivo i cinque comunicano tra loro utilizzando il linguaggio dei segni e – particolare caratterizzante dell’intero film – camminano scalzi. La minaccia, come capiamo dal tragico epilogo del prologo iniziale, è rappresentata dalla presenza di mostruose creature (aliene?) prive di vista e olfatto, ma dotate di un udito estremamente sviluppato. Ecco perché nel distopico mondo di “A Quiet Place” silenzio significa sopravvivenza. Lo sa bene la famiglia Abbott che, favorita da una previa conoscenza del linguaggio dei segni (resa necessaria dal sordomutismo della figlia maggiore Regan), è riuscita a sopravvivere più a lungo di qualsiasi altro abitante della zona, nascondendosi nella quiete più totale della propria fattoria.

Salto temporale, si passa al giorno 472. La famiglia Abbott continua la sua silenziosa esistenza, in bilico fra traumi del passato e incombenti novità, quali una gravidanza ormai giunta al termine. E sarà proprio un parto travagliato, assieme ad alcuni incidenti domestici vagamente comici (a proposito, fate sempre attenzione a dove mettete i piedi, soprattutto se non indossate calzature…), ad attirare il pericolo nelle mura di casa Abbott. Il film diventa così una home invasion nella quale i protagonisti saranno chiamati a lottare per la propria sopravvivenza, producendosi in disperate fughe tra silos, scantinati e campi di grano.

Il punto di forza di “A Quiet Place” sta nell’originalità del soggetto, più che nella qualità di una sceneggiatura per certi aspetti rivedibile.

L’idea di sviluppare un horror “al silenziatore”, prediligendo una narrazione che proceda prevalentemente per immagini, rappresenta un elemento di discontinuità rispetto al più tradizionale approccio al genere in questione. Un elemento, inoltre, che si rivela funzionale per la costruzione di una suspense che avvolge la pellicola per tutti i suoi 95’ di durata.

L’intento di Krasinski, con la sua convincente regia (solo la terza in carriera), è quello di immergere lo spettatore in un denso bagno di tensione, più che di terrorizzarlo o impressionarlo (vi è un utilizzo relativamente limitato di sangue e violenza). Da questo punto di vista “A Quiet Place” funziona più come thriller che come horror. Prendendo spunto dai maestri del settore (Hitchcock e lo Spielberg de “Lo Squalo” su tutti) Krasinski punta a inquietare lo spettatore, giocando con le sue aspettative e tenendolo perennemente sulla corda. In questo senso, apprezzabili sono alcune soluzioni registiche che riescono a restituire con efficacia il mood perturbante di alcune scene. Come, ad esempio, il posizionamento marginale all’ interno dell’inquadratura di alcuni personaggi (non sempre solo le creature mostruose) che rappresentano un pericolo per i protagonisti. La minaccia rimane quasi sempre sullo sfondo, sfuggente e impercettibile, in modo da lasciare lo spettatore in uno stato di costante sospensione e attesa.

Chiaramente, il sonoro gioca un ruolo importante all’interno di questo film. I silenzi, ça va sans dire, la fanno da padroni e il più delle volte sono seguiti da improvvisi rumori, preparando così il terreno a una serie di jump scare (alcuni efficaci, altri più telefonati). Inoltre, è interessante come Krasinski alterni l’utilizzo di un sonoro oggettivo, percepito dalla maggior parte dei personaggi, a quello di un sonoro soggettivo, percepito da coloro che, per motivi diversi, sono dotati di una percezione uditiva distorta: Regan e i mostri.  E quindi, quando il film vuole assumere il punto di vista (o sarebbe più corretto: “di udito”) di Regan vi è una totale assenza di suoni (o il fischio stridulo provocato dall’apparecchio acustico non funzionante costruitole dal padre); quando, invece, vuole mettersi nei panni dei mostri i suoni sono amplificarti e riverberati all’estremo. Questo espediente fa sì che vi sia un maggiore coinvolgimento degli spettatori nella narrazione e crea un interessante contrasto nelle scene di pericolo che vengono vissute dalla prospettiva di Regan, nelle quali l’utilizzo del silenzio risulta a tratti straniante.

Proprio nel ruolo di Regan, è da sottolineare la buona prova recitativa offerta dalla quasi debuttante Millicent Simmonds (anche lei sordomuta), brava nel catturare i tormenti di un’adolescente cresciuta con un mal riposto senso di colpa nei confronti di un lutto non ancora elaborato. Convincente anche l’interpretazione di John Krasinski, alla prima esperienza (tanto nelle vesti recitative, quanto in quelle registiche) con un genere diverso da quello della commedia. A loro si aggiunge la ben più nota Emily Blunt, sicuramente a suo agio nei panni di una giovane madre forte e protettiva.

Le (limitate) location, all’interno delle quali si svolge l’intera trama, non possono non far tornare alla mente gli scenari bucolici di “Signs” di M. Night Shyalaman. Mentre le creature, realizzate interamente in CGI, sembrano il risultato di un bizzarro incrocio genetico tra Venom, il demo gorgone di “Stranger Things” e lo xenomorfo di “Alien”.

E proprio con il cult di Ridley Scott (oltre con il già citato “Lo Squalo” di Spielberg), “A Quiet Place” ha in comune il fatto di essere un horror che vuole concentrarsi sulla paura psicologica derivante dalla presenza della creatura, più che sulla creatura stessa. Il mostro fa da sfondo al contesto familiare e alle dinamiche interpersonali che legano genitori e figli (esattamente come avviene in “Babadook” o “The VVitch”). Da questo punto di vista, il film di Krasinski può essere letto come una grande metafora sull’essere padri e madri in un mondo pericoloso e instabile come quello moderno, con le paure e le responsabilità che un impegno del genere comporta: «Chi siamo se non possiamo proteggerli? Dobbiamo proteggerli». Discorso che diventa meta-testuale se si pensa che Krasinski e la Blunt hanno dei bambini anche nella vita reale.

In definitiva “A Quiet Place”, pur non brillando per complessità della trama, pur non poggiando su una sceneggiatura perfetta, pur non sconvolgendo lo spettatore con le sue scene di paura (ma d’altronde non vuole essere quel genere di film), rimane un godibile thriller sci-fi post-apocalittico dalle venature horror. Un film che, partendo da un’idea di soggetto originale e accattivante, riesce a intrattenere lo spettatore grazie al ritmo sostenuto e alla breve durata. Un film che, utilizzando il classico archetipo del mostro, trova il modo per parlare di alcune delle reali paure che infestano il nostro mondo. Che, in fin dei conti, è quello a cui un buon horror dovrebbe sempre ambire.

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“Alone, Vol. 2”: Maroccolo ci porta nell’Abisso 0 566

“Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, ce la farai, in fin dei conti hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere, trattienilo, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita, piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, non tentare di respirare! NO! E il mare, nero e spumante denso catrame, spalanca le fauci: ingoia, spezza e ghermisce il respiro, accartocciandolo nel sibilo atroce della resa alla morte”

(Mirco Salvadori)

Il 17 giugno scorso Gianni Maroccolo ha “sfornato” il capitolo due del suo lungo e intenso percorso: Alone, Vol 2ABISSO. Il lavoro fa parte di un tragitto molto lungo iniziato sei mesi fa, il 17 dicembre 2018; ed è definito dallo stesso autore come un “disco perpetuo”. Un lungo, infinito e sperimentale cammino che si “fermerà” – per modo di dire – due volte l’anno: il 17 dicembre e il 17 giugno. Questo secondo progetto, arricchito come sempre dalle illustrazioni di Marco Cazzato, dalla “penna” di Mirco Salvadori e dalla supervisione di Alessandro Nannucci (aka. Il Tozzo), si impronta sul tema dell’acqua; sull’abisso, quel misterioso luogo che suscita allo stesso tempo paura, mistero e fascino.

Se dovessi riassumere Abisso in cinque termini – e probabilmente cinque lo sminuirebbero – non potrei fare a meno di definirlo come affascinante, tenebroso, visionario, riflessivo e sperimentale. Il fascino del passato che riecheggia nel presente, attraverso la scelta di intitolare i brani in latino; brani che, nel loro insieme, ruotano attorno a Imus, che in latino significa sia “andiamo” che “profondo”. Verso l’abisso, verso le tenebre, verso un luogo buio che non è altro che l’altra faccia di questa medaglia che definiamo “terra”; perché dovrebbe farci paura se in fondo le tenebre e i misteri ci sono anche “dall’altra parte”?

Questo strumentale e sperimentale percorso parte dal naufragio della F174avvenuto la notte di natale del 1996 al largo di Porto Palo di Capo Passero – in cui morirono 283 persone. Un evento che ha dato l’ispirazione per creare un’odissea sonora in chiave musicale; un riflessivo insieme di “schiaffi” tramutati in onde sonore che restituiscono a chi ascolta i vari momenti di disperazione vissuti dai migranti; dall’annegamento al momento in cui si va oltre.

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La copertina di “Alone, Vol. 2 – Abisso”

L’intero progetto musicale è diviso in due parti: Lato A e Lato B. Aditus è lo strumentale che dà inizio alle danze, un intro in forma di bolerino cadenzato che funge da filo conduttore con il finale del volume 1; e come per il primo, lo stesso Imus dà, attraverso il suo visionario e impeccabile sound, le giuste note e temi per rendere coerente l’inizio del b-side. Quest’ultima parte “virtuale” del progetto vede la presenza di prestigiosi musicisti al fianco di Marok; collaboratori che con le loro sfumature musicali hanno fornito i tasselli necessari per ripercorrere in senso inverso la discesa verso l’abisso del lato A.

Il b-side, composto da sette tracce, è il risultato di un insieme di variegate influenze musicali che hanno saputo cogliere il tema principale in maniera impeccabile. Discessio apre le danze attraverso la batteria di Marina Rei, si riallaccia all’ultima traccia del lato A e, attraverso un ritmo e un mood punk, introduce l’unico brano con un titolo non in latino – nonché l’unica cover dell’album -: “The Abyss” (Chelsea Wolf), interpretato dalla profonda voce di Angela Baraldi. Il terzo brano, Submersio, è un affascinante interpretazione sonora del tema centrale dell’album; concretizzato grazie al piano solo di Alessandra Celletti, attraverso un’esegesi intensa e sofferente del lungo percorso che Abisso vuole narrare. Naufragium vede la chitarra di Adriano Viterbini (BSBE) affiancata dai corti dei Life in the Woods e Aetatis Progressu funge da “sound spezza-mood” attraverso il groove e le basi sonore di Howie B e ai versi di Francesca Bono. Il penultimo brano (Cursus) è un dialogo con il mare, con le voci disperate dei naufraghi, con le loro storie e il passato che vorrebbero lasciare alle spalle; un racconto che solo un contrabbasso, con la sua profondità, può concretizzare; come quello di Andrea Cavalieri.

Cavalieri introduce l’ultima traccia, quella che chiude questo secondo capitolo: “Exitus”. Un lavoro che rivede la batteria di Marina Rei e che è introdotto dagli archi di Beppe Brotto. Il brano parla del momento della riemersione, del nastro che si riavvolge, del ritorno alla vita. “Una vera e propria supplica affinché il viaggio verso l’abisso della F174 sia d’ora in avanti un viaggio verso la vita garantito ad ogni essere umano”.

Ed è proprio questa seconda parte, il b-side, che fa risaltare davvero il visionario che vive all’intero di Gianni Maroccolo. Un musicista con un lungo trascorso musicale che ha saputo evitare la fossilizzazione di chi ha vissuto un determinato periodo storico (musicalmente parlando); che ha colto anno dopo anno l’ispirazione necessaria per dare qualcosa di nuovo, senza cadere nella banalità o nel ripetitivo. Attraverso questo “disco perpetuo” ha quasi dimostrato di saper prevedere il futuro; oggi più che mai, a quasi un mese dalla sua pubblicazione, è necessario che tutti capiscano il messaggio che Marok vuole comunicare.

“Narro la morte perché amo la vita e tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta”

Gianni Maroccolo

“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 352

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

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