“A Quiet Place – un posto tranquillo”, l’horror “silenzioso” che sta facendo tanto rumore. 0 1012

Che l’horror, ormai da qualche anno, stia attraversando un periodo di esaltante rinascita è un dato di fatto abbastanza evidente. Le recenti uscite di piccoli capolavori quali “Babadook”, “It Follows”, “The VVitch”, “The Neon Demon”, e dei più commerciali – ma comunque godibilissimi – “The Conjuring Saga”, “10 Cloverfield Lane”, “Autopsy”, hanno contribuito alla ripresa di un genere che fino allo scorso decennio viveva un momento di stanca, avvilito dagli innumerevoli e sbiaditi cloni dei seminali “Saw” e “The Blair Witch Project”. Una rinascita sublimata dall’Oscar per la migliore sceneggiatura originale portato a casa da Jordan Peele grazie al sorprendente “Scappa – Get Out”.

Diciamolo subito: “A Quiet Place – un posto tranquillo” di John Krasinski non si dimostra all’altezza dei titoli sopra citati, pur rappresentando un più che decente esempio di film di genere. Merito, soprattutto, dell’interessante e originale concept di “horror muto” (o quasi) che ne è alla base. Un’idea coraggiosa – soprattutto se pensata, come in questo caso, con riferimento a un prodotto commerciale – che però, dati alla mano, sta già portando i suoi frutti. Infatti, dopo esser stato incensato dalla critica statunitense ed esser balzato in cima al Box-Office USA, non si può certo dire che il “silenzioso” horror di Krasinski non stia facendo un gran bel rumore. Complice anche il fatto di vantare una coppia di protagonisti – lo stesso Krasinski e l’affascinante Emily Blunt (Il diavolo veste Prada, Sicario, La ragazza del treno) – legati sentimentalmente tanto nel film quanto nella vita privata. Un particolare che, pur non trovandoci di fronte – quantomeno in termini di notorietà – al duo Cruise/Kidman dei bei vecchi tempi andati di “Eyes Wide Shut”, di certo ha contribuito ad alimentare il passaparola mediatico che ha investito la pellicola sin dalla sua prima proiezione (risalente al SXSW festival dello scorso mese).

Dal punto di vista della trama “A Quiet Place – un posto tranquillo” si presenta come il più classico dei survival movies, con tanto di mostri terrificanti a carico. Ci troviamo in un luogo non definito del sud degli Stati Uniti, in un futuro apocalittico e neanche troppo lontano (2020). È il giorno 89 (presumibilmente dalla, inizialmente imprecisata, catastrofe che si è abbattuta sul nostro pianeta): la famiglia Abbott si reca in una città deserta per fare raccolta di cibo e provviste in un, altrettanto deserto, supermercato. Notiamo sin da subito come i coniugi e i loro tre figli si muovano con estrema circospezione e lentezza, attenti a non produrre il minimo suono. Proprio per questo motivo i cinque comunicano tra loro utilizzando il linguaggio dei segni e – particolare caratterizzante dell’intero film – camminano scalzi. La minaccia, come capiamo dal tragico epilogo del prologo iniziale, è rappresentata dalla presenza di mostruose creature (aliene?) prive di vista e olfatto, ma dotate di un udito estremamente sviluppato. Ecco perché nel distopico mondo di “A Quiet Place” silenzio significa sopravvivenza. Lo sa bene la famiglia Abbott che, favorita da una previa conoscenza del linguaggio dei segni (resa necessaria dal sordomutismo della figlia maggiore Regan), è riuscita a sopravvivere più a lungo di qualsiasi altro abitante della zona, nascondendosi nella quiete più totale della propria fattoria.

Salto temporale, si passa al giorno 472. La famiglia Abbott continua la sua silenziosa esistenza, in bilico fra traumi del passato e incombenti novità, quali una gravidanza ormai giunta al termine. E sarà proprio un parto travagliato, assieme ad alcuni incidenti domestici vagamente comici (a proposito, fate sempre attenzione a dove mettete i piedi, soprattutto se non indossate calzature…), ad attirare il pericolo nelle mura di casa Abbott. Il film diventa così una home invasion nella quale i protagonisti saranno chiamati a lottare per la propria sopravvivenza, producendosi in disperate fughe tra silos, scantinati e campi di grano.

Il punto di forza di “A Quiet Place” sta nell’originalità del soggetto, più che nella qualità di una sceneggiatura per certi aspetti rivedibile.

L’idea di sviluppare un horror “al silenziatore”, prediligendo una narrazione che proceda prevalentemente per immagini, rappresenta un elemento di discontinuità rispetto al più tradizionale approccio al genere in questione. Un elemento, inoltre, che si rivela funzionale per la costruzione di una suspense che avvolge la pellicola per tutti i suoi 95’ di durata.

L’intento di Krasinski, con la sua convincente regia (solo la terza in carriera), è quello di immergere lo spettatore in un denso bagno di tensione, più che di terrorizzarlo o impressionarlo (vi è un utilizzo relativamente limitato di sangue e violenza). Da questo punto di vista “A Quiet Place” funziona più come thriller che come horror. Prendendo spunto dai maestri del settore (Hitchcock e lo Spielberg de “Lo Squalo” su tutti) Krasinski punta a inquietare lo spettatore, giocando con le sue aspettative e tenendolo perennemente sulla corda. In questo senso, apprezzabili sono alcune soluzioni registiche che riescono a restituire con efficacia il mood perturbante di alcune scene. Come, ad esempio, il posizionamento marginale all’ interno dell’inquadratura di alcuni personaggi (non sempre solo le creature mostruose) che rappresentano un pericolo per i protagonisti. La minaccia rimane quasi sempre sullo sfondo, sfuggente e impercettibile, in modo da lasciare lo spettatore in uno stato di costante sospensione e attesa.

Chiaramente, il sonoro gioca un ruolo importante all’interno di questo film. I silenzi, ça va sans dire, la fanno da padroni e il più delle volte sono seguiti da improvvisi rumori, preparando così il terreno a una serie di jump scare (alcuni efficaci, altri più telefonati). Inoltre, è interessante come Krasinski alterni l’utilizzo di un sonoro oggettivo, percepito dalla maggior parte dei personaggi, a quello di un sonoro soggettivo, percepito da coloro che, per motivi diversi, sono dotati di una percezione uditiva distorta: Regan e i mostri.  E quindi, quando il film vuole assumere il punto di vista (o sarebbe più corretto: “di udito”) di Regan vi è una totale assenza di suoni (o il fischio stridulo provocato dall’apparecchio acustico non funzionante costruitole dal padre); quando, invece, vuole mettersi nei panni dei mostri i suoni sono amplificarti e riverberati all’estremo. Questo espediente fa sì che vi sia un maggiore coinvolgimento degli spettatori nella narrazione e crea un interessante contrasto nelle scene di pericolo che vengono vissute dalla prospettiva di Regan, nelle quali l’utilizzo del silenzio risulta a tratti straniante.

Proprio nel ruolo di Regan, è da sottolineare la buona prova recitativa offerta dalla quasi debuttante Millicent Simmonds (anche lei sordomuta), brava nel catturare i tormenti di un’adolescente cresciuta con un mal riposto senso di colpa nei confronti di un lutto non ancora elaborato. Convincente anche l’interpretazione di John Krasinski, alla prima esperienza (tanto nelle vesti recitative, quanto in quelle registiche) con un genere diverso da quello della commedia. A loro si aggiunge la ben più nota Emily Blunt, sicuramente a suo agio nei panni di una giovane madre forte e protettiva.

Le (limitate) location, all’interno delle quali si svolge l’intera trama, non possono non far tornare alla mente gli scenari bucolici di “Signs” di M. Night Shyalaman. Mentre le creature, realizzate interamente in CGI, sembrano il risultato di un bizzarro incrocio genetico tra Venom, il demo gorgone di “Stranger Things” e lo xenomorfo di “Alien”.

E proprio con il cult di Ridley Scott (oltre con il già citato “Lo Squalo” di Spielberg), “A Quiet Place” ha in comune il fatto di essere un horror che vuole concentrarsi sulla paura psicologica derivante dalla presenza della creatura, più che sulla creatura stessa. Il mostro fa da sfondo al contesto familiare e alle dinamiche interpersonali che legano genitori e figli (esattamente come avviene in “Babadook” o “The VVitch”). Da questo punto di vista, il film di Krasinski può essere letto come una grande metafora sull’essere padri e madri in un mondo pericoloso e instabile come quello moderno, con le paure e le responsabilità che un impegno del genere comporta: «Chi siamo se non possiamo proteggerli? Dobbiamo proteggerli». Discorso che diventa meta-testuale se si pensa che Krasinski e la Blunt hanno dei bambini anche nella vita reale.

In definitiva “A Quiet Place”, pur non brillando per complessità della trama, pur non poggiando su una sceneggiatura perfetta, pur non sconvolgendo lo spettatore con le sue scene di paura (ma d’altronde non vuole essere quel genere di film), rimane un godibile thriller sci-fi post-apocalittico dalle venature horror. Un film che, partendo da un’idea di soggetto originale e accattivante, riesce a intrattenere lo spettatore grazie al ritmo sostenuto e alla breve durata. Un film che, utilizzando il classico archetipo del mostro, trova il modo per parlare di alcune delle reali paure che infestano il nostro mondo. Che, in fin dei conti, è quello a cui un buon horror dovrebbe sempre ambire.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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