Abbiamo intervistato il ragazzo dello schiaffo di Jamil 0 4748

Come molti avranno letto sui maggiori magazine nazionali, in questi giorni c’è un acceso dibattito all’interno del mondo dell’hip hop – e non solo – in riferimento all’aggressione ai danni di un ragazzino (minorenne) da parte del rapper Jamil. Secondo quanto raccontatoci da un testimone, l’artista, durante l’esibizione di sabato scorso al Makeba Fest, a Martina Franca (TA), avrebbe dato uno schiaffo ad un ragazzo presente al concerto. Nei video diffusi in rete si vede chiaramente Jamil chiamare il ragazzo in questione – reo di indossare una felpa del brand Propaganda legato a Noyz Narcos, col quale Jamil avrebbe in atto un’accesa rivalità (a nostro parere unilaterale, n.d.r.) – sotto palco. Una volta avvicinatosi, si vede Jamil allungare il braccio per colpirlo, insultandolo l’attimo dopo con la frase “coglione di merda”. Sempre in base alle testimonianze e ai video raccolti dalla nostra redazione, subito dopo l’aggressione un membro dello staff del rapper sarebbe sceso dal palco e avrebbe dato un ulteriore colpo (questa volta una testata) al ragazzo.

La felpa “incriminata”

Per dare voce ai protagonisti, abbiamo contattato il ragazzino, Angelo, che ci ha concesso un’intervista esclusiva per raccontare la sua versione dei fatti. Prima dell’intervista ci siamo accordati con Gast, rapper romano amico di Noyz Narcos, il quale ha voluto chiamare il giovane per sincerarsi delle sue condizioni. Una piccola sorpresa che ha fatto molto felice Angelo, fan da tempo del Truceklan, utile anche per dargli la carica prima di iniziare la nostra intervista.
Ad onor del vero, abbiamo tentato di contattare anche Jamil per avere una sua versione dei fatti, ma non ci è pervenuta risposta e ne rispettiamo la volontà, rinnovandogli l’invito adesso tramite le nostre pagine.

Ciao Angelo! Per iniziare, ti è piaciuta la sorpresa? Cosa vi siete detti con Gast?
Tantissimo! Gast è stato gentilissimo, mi ha chiesto come stavo e si è scusato da parte di tutto l’ambiente hip hop italiano per quello che è successo. Dopodiché abbiamo chiacchierato di musica e mi ha invitato a passare da Roma per incontrarlo e regalarmi il suo merchindising. È stato bellissimo, mi ha fatto un sacco di piacere. È il primo artista che in tutta questa storia si è esposto e ci ha messo la faccia, nella maniera più umile possibile. Ho davvero apprezzato il suo gesto. Un mito.

Perfetto, siamo contenti che la sorpresa ti sia piaciuta. La storia la conosciamo tutti e i video sono ormai di dominio pubblico, ma chiariamo una cosa: Sapevi che ci fosse un po’ di tensione fra l’ambiente di Propaganda e quello di Jamil?
Sapevo ci fossero stati degli screzi, ma allo stesso tempo si parla di un po’ di tempo fa. Sinceramente, non avrei mai pensato si potesse arrivare a questo punto, né che potessero andarci di mezzo i fan. Poi parliamoci chiaro: Noyz Narcos non ha mai dato troppa importanza a Jamil – parliamo di una strofa rispetto a ben due dissing – e così i suoi fan. Se la cosa non è reciproca che colpa ne ho? Non ci stavo proprio pensando, credimi.”

Il dibattito rispetto a ciò che ha fatto Jamil è arrivato a livello nazionale, al punto che molte testate giornalistiche e finanche molti Youtubers ne hanno parlato. Primi fra tutti, gli Arcade Boyz hanno dedicato sette minuti e mezzo di video alla vicenda. Loro, come tanti altri e anche Jamil stesso sotto un post su Instagram di Aban, hanno equiparato il gesto della felpa all’indossare la maglia della Juve (o della Lega, secondo gli Arcade Boyz) a Napoli. Col senno di poi, ti trovi d’accordo con queste affermazioni?
Il ragionamento da fare è ben diverso: Jamil e Noyz Narcos – ma anche chiunque altro in una situazione simile – sono persone adulte e mature, e dovrebbero sbrigarsela fra di loro, lasciando ascoltare ai ragazzi quello che cazzo gli pare. Un po’ come i genitori dovrebbero lasciar scegliere al proprio figlio quale squadra tifare. Adesso, io so che il calcio è ben diverso dal rap: tutti quanti ascoltiamo centinaia di artisti diversi, è normalissimo; tifare due squadre un po’ meno. Ma, comunque, ognuno è libero di fare ciò che vuole.
In ogni caso, io ho sentito gli Arcade Boyz e ci ho parlato. Loro hanno un po’ provato a difendere Jamil e il suo gesto: ora, io non metto in dubbio che la mia non sia stata un’idea furbissima, dettata più che altro dall’inconsapevolezza del problema, ma è davvero giustificabile uno schiaffo senza alcuna reale provocazione dietro?”

Quindi non c’è stata una tua vera provocazione oltre quella – involontaria, come dici – di indossare la felpa?
Assolutamente no, io ero in fondo, neanche sotto palco come dicono tutti. Anzi, sotto palco mi ci hanno chiamato per poi, dopo quello che è successo, farmici allontanare. E ancora, dopo la vicenda sono andato in ospedale, non sono rimasto al concerto come molti dicono.

Dopo quanto accaduto continuerai ancora ad ascoltare Jamil?
Come artista non mi dispiace e continuerò ad ascoltarlo. Come persona, sinceramente, mi è molto scaduta

Che indosserai al prossimo concerto?
Qualsiasi cosa, non importa!

N.B.: Di seguito pubblichiamo due dei numerosi video che ritraggono il momento della presunta aggressione. Nel primo di questi video, registrato ai piedi del palco, si vede il rapper chiamare Angelo e, successivamente, dargli quello che sembra uno schiaffo. Nel secondo video, ripreso da più dietro rispetto al primo, oltre alla già citata scena è possibile vedere, intorno al minuto 00:26, un membro dello staff di Jamil dare una testata ad Angelo.

 

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Intervista ai Roma Guasta: “Essere fratelli fondamentale per la nostra musica; il nuovo disco?…” 0 2545

Sono pochi, ormai, gli artisti emergenti del panorama rap che decidono di rimanere fedeli al proprio genere in toto, scindendo bene il fare musica dal fare visualizzazioni, e preoccupandosi essenzialmente della prima cosa. I Roma Guasta sono un perfetto esempio di ciò: formato da due fratelli, Lise e Blant, entrambi writer ed MC, i Roma Guasta sono un duo hip hop romano, precisamente di Serpentara, quartiere che non mancano di nominare nelle loro tracce ogni qual volta che ne sentono la necessità: perché i Roma Guasta sono questo, un misto di ottima musica e ideali old school, come quello della rappresentanza, argomento sul quale ci siamo soffermati in questa loro prima intervista. I Roma Guasta sono reduci dal loro primo disco, “RG Music”, in collaborazione con Depha, acclamato producer del 3Tone Studio – quello di Gast, per intenderci. Ed è proprio nel nuovo disco di Gast, Cime Viola, che li sentiremo presto suonare. Ma non solo: i Roma Guasta non si fermano e ci sono tante novità all’orizzonte: novità e curiosità di cui quest’intervista è pregna.

Ciao ragazzi! Per iniziare quella che so essere la vostra prima intervista, pensavo sarebbe stato bello parlare subito del vostro primo disco: RG Music è uscito a ottobre, direttamente dal 3Tone Studio. Cosa racconta questo album?
’RG Music’ è stato un disco veramente sentito, fatto con tutti noi stessi. Abbiamo messo dentro tutte le nostre esperienze, tutto quello che avevamo bisogno di raccontare, di dire. È un disco nato da un periodo complesso, come sai siamo due fratelli e quel periodo a livello familiare è stato molto duro, difficile. Ogni traccia per noi è uno sfogo, il racconto di un’emozione; prendi ‘Autocontrollo’, la traccia d’apertura: è il nostro inno alla calma, dopo averla registrata stavo già meglio, e il senso del disco sta un po’ tutto qui: una valvola di sfogo per entrambi.

La copertina di RG Music, il disco d’esordio dei Roma Guasta

Qual è la traccia che rappresenta di più l’album e, quindi, voi stessi?
Guarda, probabilmente la title track, ‘RG Music’, per un fatto intrinseco, per quello che c’abbiamo messo dentro e quello che rappresenta per noi. Anche se sceglierne una è difficile. Per me ce ne sono molte, anche Caos Intorno dice molto di noi e del disco. La realtà è che tutto l’album è stato pienamente sentito.”

Sappiamo, appunto, che siete due fratelli: come detto da Gast in un’intervista che deve ancora uscire, siete un po’ i Trigga the Gambler e Smoothe Da Hustler italiani. Quindi io vi chiedo: come la vivete questa cosa dell’essere fratelli e fare musica assieme sotto lo stesso nome?
Per noi questa qua è la cosa fondamentale. Noi, tra virgolette, ci vantiamo di avere un rapporto vero. Non è come l’amico con cui ti fai il gruppo, è una cosa diversa e più sentita. Certo, non devi avere per forza il fratello per spaccare, ma il rapporto che abbiamo tra di noi – e in generale che si ha fra due fratelli – rende il tutto davvero speciale. Inoltre, noi due stiamo praticamente sempre assieme: viviamo assieme, sentiamo la stessa musica, anche in casa stiamo sempre buttati nella stessa stanza a spulciare dischi e comporre musica. Appena esce una traccia di qualcuno che seguiamo l’ascoltiamo assieme, obbligatorio.

E pensate, un giorno, di fare qualcosa singolarmente o suonerete sempre sotto il nome di Roma Guasta?
Guarda, noi i nostri progetti ce li abbiamo già. Pensavamo un giorno di fare un doppio disco, dove ognuno canta nella propria parte. Perché alla fine oltre ad essere un gruppo siamo due MC, con le nostre differenze, ed è anche giusto valorizzarci singolarmente – anche e soprattutto per poi suonare meglio assieme.

Lise in un frame video dei Roma Guasta

Avete avuto la fortuna di lavorare sin da subito con tantissimi artisti e produttori di alto calibro, tra cui il già citato Gast, ma anche con Depha e Cuns. Come vivete questa cosa di stare a stretto contatto con gente che, per riprendere il discorso di prima, rappresenta tantissimo?
Guarda, io credo fermamente nel fatto che, con gli ultimi sviluppi e vicende particolari successe all’interno della scena, la gente che ci appoggia lo fa perché si rispecchia in noi: perché vent’anni fa non spignevano i pischelli di vent’anni? Perché vent’anni fa erano tanti a fare ‘sta roba, in un certo modo, anche con una certa bravura, e non è che potevi chiedere a tutti di venire in studio a suonare con te. Si tendeva un po’ più a fare le cose per conto proprio, la scena stessa non supportava granché gli emergenti. Penso che con noi si siano un po’ rivisti vent’anni fa, e credo sia stato questo a far sì che ci prendessero a suonare con loro.”

Qualche giorno fa avete fatto uscire un singolo e sappiamo che siete al lavoro su un disco, nonostante l’ultimo sia uscito da pochi mesi. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo lavoro e cosa ci racconterà?
Questo disco è un po’ più angusto, e sarà diviso in due parti perché è prodotto a metà tra Depha e Cuns, quindi metà disco sarà di Depha e l’altra di metà di Cuns. Gravita molto attorno al sound classico del rap, ci tenevamo molto a fare questa cosa perché siamo cresciuti con ‘sta roba e volevamo fare una sorta di tributo. Ovviamente con Depha nulla è davvero ‘classico’, con lui facciamo sempre della roba davvero potente, mentre la parte del Cuns sarà una sorpresa: sarà roba da intenditori, lui è geniale, ha degli spunti che pochi sanno apprezzare e per noi è davvero un’occasione unica lavorare con lui.”

Qualche progetto sui live, invece? Dove vi veniamo a sentire?
Eh, adesso che esce il disco di Gast sicuramente andremo un po’ in giro, visto che abbiamo ben due tracce all’interno di Cime Viola. Poi appena esce il nostro disco sicuramente faremo qualche data qui a Roma e qualcosa fuori.”

Va bene ragazzi, vi ringrazio tantissimo per il tempo e vi faccio un grosso in bocca al lupo!
Grazie a te!”

Intervista a Willie Peyote: “Tôret per affrontare la libertà di espressione; io nichilista? Solo azzerando si può ricostruire” 0 1754

Willie Peyote è un artista che non ha bisogno di essere presentato, e d’altronde riuscirebbe difficile collocarlo all’interno del panorama musicale italiano. Rap, hardcore, indie: è tutte queste cose, o forse è meglio dire nessuna di loro. Willie Peyote viene da Torino, una città che ha l’orgoglio di rappresentare in Italia e che ha avuto un retaggio importante nelle sue canzoni e nella sua scrittura. Dapprima con i Funk Shui Project, poi due album solisti di cui il secondo, “Educazione Sabauda”, ha praticamente capovolto il concetto di rap indipendente e rivoluzionato il modo di fare musica anche sul palcoscenico. Reduce del suo ultimo album Sindrome di Tôret” e impegnato in tour al fianco di Frank Sativa e la Sabauda Orchestra Precaria, Willie Peyote ha dimostrato di essere l’artista di cui l’Italia aveva bisogno. Cinico, distaccato, critico e analista, ma in fondo un gran romanticone: gli abbiamo fatto qualche domanda interessante partendo proprio dal suo album per risalire alle idee e ai principi che l’hanno guidato durante la stesura, e chiedergli un’opinione a riguardo.

 

La Sindrome di Tourette è un problema concettuale/abbiamo tutti un attenuante se lo schifo è consensuale”. Questi sono due versi tratti da “Vendesi”, la tredicesima e ultima traccia del tuo ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017). Per iniziare l’intervista, sarebbe bello se ci raccontassi il momento esatto in cui hai avuto chiare davanti ai tuoi occhi le forme che avrebbe preso l’album, il suo titolo e il concept.
La cosa strana è che è nato al contrario. In ‘Educazione Sabauda’ avevo già immaginato il titolo del disco che sarebbe venuto dopo, ma non avevo i pezzi. Volevo fare un disco che trattasse il tema della libertà di espressione (non sapevo che forma avrebbe avuto), quindi il concept c’era, il titolo anche, ma sulla struttura dell’album ci abbiamo lavorato tanto anche in studio. È stata una cosa che è cresciuta strada facendo, ed io cambiavo spesso le barre o le canzoni interamente in base a come andava. Avevo ben chiaro “dove” saremmo arrivati, ma non sapevo ‘come’”.

Come percepisci l’impatto che l’album sta avendo sul pubblico rispetto alle tue personali aspettative precedenti alla pubblicazione e al tour, e cosa è invece cambiato rispetto al precedente (capolavoro) “Educazione Sabauda” (2015)?
‘Capolavoro’ l’hai detto tu (ride, ndr.). L’album sta avendo un riscontro superiore a quello che mi aspettavo. È stato percepito da subito molto bene, addirittura siamo finiti in classifica FIMI (un evento del tutto inaspettato) e il tour sta andando meglio dell’album (anche in questo caso, non ce l’aspettavamo). Rispetto a cosa è cambiato, posso dirti che sono cambiato io, ed è cambiato il senso di fare musica da ‘Educazione Sabauda” a oggi. In ‘Educazione’ racconto del passaggio da lavoro dipendente al tentativo di fare musica come lavoro, e invece “Sindrome” nasce come un disco su cui si sarebbe costruito un tour e una carriera musicale vera e propria non solo per me, ma anche per tutti i ragazzi che ci hanno collaborato. Quindi è cambiato proprio il presupposto con cui mi pongo di fronte alla musica, perché se era una passione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di più, oggi è un lavoro, e questo cambia l’approccio a ciò che si fa. In qualche modo, occorre iniziare a ragionare a priori su come potrebbero andare le cose, mentre prima era tutto un po’ più in ‘freestyle’, ecco. Dopodiché, io non ho mai grosse aspettative: preferisco vedere il bicchiere mezzo vuoto che mezzo pieno. Se si hanno grosse aspettative, è logico restare delusi nel momento in cui non si raggiungono; mentre io non mi aspetto mai un cazzo, così va tutto bene.

La copertina dell’ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017)

Sei un artista che ha sempre avuto un occhio clinico sulla realtà delle cose, e che nelle sue canzoni riesce sempre a tirare fuori i lati contraddittori delle persone. Qual è, secondo Willie Peyote, la linea di confine tra libertà di espressione e tutela della privacy? Soprattutto, quali sono i lati contraddittori di Willie Peyote?
Magari parto dalla seconda che so che è più facile. Il lato contraddittorio sta nel fatto che se non avessi una carriera musicale non avrei i social network, o non li userei tanto quanto li uso. Ormai certe cose fanno parte del lavoro, e come queste tante altre non le farei se non fossi “obbligato” dalle situazioni. Alla domanda non ho una risposta. Il disco affronta proprio quel tema: dove finisce la tua libertà e inizia quella degli altri? Fino a che punto abbiamo perso di vista cos’è la libertà? Certe volte il tuo cellulare sa di cosa stai parlando e ti da un suggerimento. Il fatto che riescano a collegare degli algoritmi così efficienti e performanti (e mi fermo agli algoritmi senza pensare che ci sia dietro Cambridge Analytica), tanto da mettere insieme tutti i puntini che fanno la tua vita – dal momento che quell’affare ce l’hai sempre in tasca e sa sempre dove sei, cosa fai, con chi lo fai – mi mette un po’ di ansia. Il problema è che viviamo in una società in cui è impossibile esimersi da questo, e comunque anche se ci riuscissimo saremmo sempre controllati. Le BR oggi non esisterebbero, perché se io e te ci adesso decidiamo di fare un attentato, ci sgamano; motivo per il quale, tante cose non tornano nella gestione dell’antiterrorismo. Magari non è la sede adatta per discutere queste problematiche, però forse è il caso di tenersi sempre i dubbi. Non dico di essere complottisti, ma porsi delle domande in più ogni tanto aiuta.

Potremmo azzardare che la realtà apparente sia importante tanto quanto la realtà concreta, e che le due cose si compenetrino ormai, dato che la rete e i dati si insidiano in ogni aspetto della nostra vita, sia esso il lavoro o la vita privata.
Beh, per quanto riguarda la vita privata, io credo che se una tipa la conosci al bancone del bar è meglio che contattarla su Facebook o su Instagram, o almeno per me funziona così. Ma io ho anche 33 anni, appartengo a un’altra generazione (ride, ndr.).”

“Nichilista, torinese e disoccupato”. Sulle ultime due non abbiamo dubbi; il nichilismo invece, inteso come atteggiamento di rifiuto dei valori (storicamente borghesi) prestabiliti dalla società, è secondo te l’unica vera frontiera per l’uomo moderno di ottenere un risarcimento della propria dignità?
Merda, l’hai messa giù bene, sei proprio un filosofo! (ride, ndr.) Questa è un’altra cosa che è nata per gioco, perché mi accusavano di essere nichilista: “oh, ma non ti piace niente”, “ma ti fa tutto schifo” ecc. E quindi io l’ho presa davvero come un gioco, però penso anche che sia una delle poche risposte possibili all’omologazione: il rifiuto. Se azzeriamo tutto, possiamo ricominciare a costruire.

Georg Simmel era convinto che fosse la borghesia a imporre i suoi modelli stilistici ai ceti meno abbienti della società; Roland Barthes, invece, diceva che sono i giornali a decidere cosa è di moda, secondo un analogo sistema “trickle-down” (“a goccia”). Quindi, nella modernità la moda si fa linguaggio. Oggi sono gli influencer e le star, attraverso i social, a costruire e suggerire nuove tendenze. La moda segue percorsi ciclici: nasce, si espande e brucia velocemente. In questo senso, il fenomeno riflette il senso di caducità dell’esistenza. Sei d’accordo con quest’idea? Quanto influisce sulla musica, i suoi mezzi e i suoi fini?
Guarda, il punto è questo: molti artisti oggi non fanno musica; fanno pubblicità di scarpe, o di vestiti. E ricevono dei gran soldi per farlo. Alcuni sono consapevoli di questo, altri meno: la Ferragni e Fedez sono perfettamente consapevoli; la DPG non so quanto. E i giovani ragazzi che seguono quell’esempio lì, non so quanto siano consapevoli del fatto che indossano ciò che gli viene detto di indossare, e fanno ciò che gli viene detto di fare. Quindi, io sarei d’accordo con Simmel, sinceramente. Però è anche vero che non dice qualcosa in contrasto con Barthes, perché da che mondo e mondo i giornali sono in mano a chi ha i soldi, e quindi tutto torna.

Le leggi ingiuste esistono, e tocca a noi decidere di fare qualcosa nell’immediato per cambiarle oppure attendere che venga fatta una proposta di emendamento, quando saranno state già sufficientemente sfruttate da chi le ha create. La domanda che ti riporto ha origine nella “Disobbedienza civile” di Henry Thoreau: “non può esistere un governo in cui non sia la maggioranza a stabilire, virtualmente, cosa è giusto e cosa non lo è, bensì la coscienza?
La coscienza di chi però? Nel momento in cui esiste un governo, qualcuno governa, e lo fa sulla base della sua coscienza (ammesso che le proposte di legge non siano basate sui propri interessi). Non saprei se possa esistere o meno, perché poi i discorsi come il test per accedere al voto sono sempre molto borderline, e quindi bisogna fare attenzione a quello che si dice. Se la classe politica avesse ancora dei valori, io sarei contento di pagare tanti soldi un politico che fa bene il suo lavoro. Ma a me sembra che questa non rispecchi più i valori dei nostri padri costituenti, e di conseguenza forse andrebbe cambiato tutto. È anche vero che non si può infrangere la legge per forza, perché nessuno di noi è abbastanza illuminato per decidere con certezza quali leggi sono giuste e quali no. Se tutti seguiamo la nostra legge, fuori c’è il caos. Odio gli abusi di potere, odio le forze dell’ordine, ma sono sicuro che una società civile debba avere una forma di controllo, perché qualcuno piscia sempre fuori dal vaso.

“Più bulli e meno ciccioni” ?
Quello è un discorso che dovresti chiedere più a Eugenio che a me (il riferimento è alla canzone “Selezione naturale” di Eugenio in Via Di Gioia contenuta nel suo album “Tutti su per terra” e in collaborazione con Willie Peyote, ndr.). Però quel pezzo lì è un paradosso in un paradosso in un paradosso: è l’ “inception” dei paradossi. Cioè io prendo per il culo lui, che prende per il culo me, dicendo però entrambe le cose. Allora lui parte dal presupposto che i rapper siano un cattivo esempio, e io gli dico che in realtà sono un cattivo esempio “perché non hai le palle di dire quello che dico io, ma lo pensi anche tu”. E a proposito del fatto che in strada impari il rispetto, è vero che paradossalmente impari anche a non rispettare gli altri, ma ad importi su di loro. Quindi se tutti ci facessimo più domande, tornando al discorso del dubbio, e ci chiedessimo cosa pensano e cosa provano gli altri prima reagire, pensando alla regola aurea biblicamente “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, sarebbe un buon inizio. Non sono un ciellino, però ci ponessimo con gli altri come vorremmo che si ponessero con ognuno di noi sarebbe interessante. Se vuoi rispetto, dai rispetto. Se vuoi che vengano prese in considerazione le tue idee, prendi in considerazione le idee degli altri.

Grazie per il tempo dedicato, Willie. Un’ultima domanda difficilissima: stai per morire e ti viene data la possibilità di ascoltare un’ultima canzone scegliendo tra Pink Floyd e Umberto Tozzi. Chi preferiresti?
I Pink Floyd.

Ma come!
Con tutto il rispetto, ma non vedo perché dovrei ascoltare Umberto Tozzi. Ormai ci sono The Giornalisti che fanno quello.

 

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Link al podcast: http://podcast.frequenzalibera.it/episode/2018-05-09_intervista_willie_p_definitiva

La galleria fotografica è a cura di Vito Lauciello Photography©. Le foto sono state scattate presso l’Anfiteatro della Pace a Bari in occasione della VII edizione del “Premio Maggio”.

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