Abbiamo intervistato il ragazzo dello schiaffo di Jamil 0 5942

Come molti avranno letto sui maggiori magazine nazionali, in questi giorni c’è un acceso dibattito all’interno del mondo dell’hip hop – e non solo – in riferimento all’aggressione ai danni di un ragazzino (minorenne) da parte del rapper Jamil. Secondo quanto raccontatoci da un testimone, l’artista, durante l’esibizione di sabato scorso al Makeba Fest, a Martina Franca (TA), avrebbe dato uno schiaffo ad un ragazzo presente al concerto. Nei video diffusi in rete si vede chiaramente Jamil chiamare il ragazzo in questione – reo di indossare una felpa del brand Propaganda legato a Noyz Narcos, col quale Jamil avrebbe in atto un’accesa rivalità (a nostro parere unilaterale, n.d.r.) – sotto palco. Una volta avvicinatosi, si vede Jamil allungare il braccio per colpirlo, insultandolo l’attimo dopo con la frase “coglione di merda”. Sempre in base alle testimonianze e ai video raccolti dalla nostra redazione, subito dopo l’aggressione un membro dello staff del rapper sarebbe sceso dal palco e avrebbe dato un ulteriore colpo (questa volta una testata) al ragazzo.

La felpa “incriminata”

Per dare voce ai protagonisti, abbiamo contattato il ragazzino, Angelo, che ci ha concesso un’intervista esclusiva per raccontare la sua versione dei fatti. Prima dell’intervista ci siamo accordati con Gast, rapper romano amico di Noyz Narcos, il quale ha voluto chiamare il giovane per sincerarsi delle sue condizioni. Una piccola sorpresa che ha fatto molto felice Angelo, fan da tempo del Truceklan, utile anche per dargli la carica prima di iniziare la nostra intervista.
Ad onor del vero, abbiamo tentato di contattare anche Jamil per avere una sua versione dei fatti, ma non ci è pervenuta risposta e ne rispettiamo la volontà, rinnovandogli l’invito adesso tramite le nostre pagine.

Ciao Angelo! Per iniziare, ti è piaciuta la sorpresa? Cosa vi siete detti con Gast?
Tantissimo! Gast è stato gentilissimo, mi ha chiesto come stavo e si è scusato da parte di tutto l’ambiente hip hop italiano per quello che è successo. Dopodiché abbiamo chiacchierato di musica e mi ha invitato a passare da Roma per incontrarlo e regalarmi il suo merchindising. È stato bellissimo, mi ha fatto un sacco di piacere. È il primo artista che in tutta questa storia si è esposto e ci ha messo la faccia, nella maniera più umile possibile. Ho davvero apprezzato il suo gesto. Un mito.

Perfetto, siamo contenti che la sorpresa ti sia piaciuta. La storia la conosciamo tutti e i video sono ormai di dominio pubblico, ma chiariamo una cosa: Sapevi che ci fosse un po’ di tensione fra l’ambiente di Propaganda e quello di Jamil?
Sapevo ci fossero stati degli screzi, ma allo stesso tempo si parla di un po’ di tempo fa. Sinceramente, non avrei mai pensato si potesse arrivare a questo punto, né che potessero andarci di mezzo i fan. Poi parliamoci chiaro: Noyz Narcos non ha mai dato troppa importanza a Jamil – parliamo di una strofa rispetto a ben due dissing – e così i suoi fan. Se la cosa non è reciproca che colpa ne ho? Non ci stavo proprio pensando, credimi.”

Il dibattito rispetto a ciò che ha fatto Jamil è arrivato a livello nazionale, al punto che molte testate giornalistiche e finanche molti Youtubers ne hanno parlato. Primi fra tutti, gli Arcade Boyz hanno dedicato sette minuti e mezzo di video alla vicenda. Loro, come tanti altri e anche Jamil stesso sotto un post su Instagram di Aban, hanno equiparato il gesto della felpa all’indossare la maglia della Juve (o della Lega, secondo gli Arcade Boyz) a Napoli. Col senno di poi, ti trovi d’accordo con queste affermazioni?
Il ragionamento da fare è ben diverso: Jamil e Noyz Narcos – ma anche chiunque altro in una situazione simile – sono persone adulte e mature, e dovrebbero sbrigarsela fra di loro, lasciando ascoltare ai ragazzi quello che cazzo gli pare. Un po’ come i genitori dovrebbero lasciar scegliere al proprio figlio quale squadra tifare. Adesso, io so che il calcio è ben diverso dal rap: tutti quanti ascoltiamo centinaia di artisti diversi, è normalissimo; tifare due squadre un po’ meno. Ma, comunque, ognuno è libero di fare ciò che vuole.
In ogni caso, io ho sentito gli Arcade Boyz e ci ho parlato. Loro hanno un po’ provato a difendere Jamil e il suo gesto: ora, io non metto in dubbio che la mia non sia stata un’idea furbissima, dettata più che altro dall’inconsapevolezza del problema, ma è davvero giustificabile uno schiaffo senza alcuna reale provocazione dietro?”

Quindi non c’è stata una tua vera provocazione oltre quella – involontaria, come dici – di indossare la felpa?
Assolutamente no, io ero in fondo, neanche sotto palco come dicono tutti. Anzi, sotto palco mi ci hanno chiamato per poi, dopo quello che è successo, farmici allontanare. E ancora, dopo la vicenda sono andato in ospedale, non sono rimasto al concerto come molti dicono.

Dopo quanto accaduto continuerai ancora ad ascoltare Jamil?
Come artista non mi dispiace e continuerò ad ascoltarlo. Come persona, sinceramente, mi è molto scaduta

Che indosserai al prossimo concerto?
Qualsiasi cosa, non importa!

N.B.: Di seguito pubblichiamo due dei numerosi video che ritraggono il momento della presunta aggressione. Nel primo di questi video, registrato ai piedi del palco, si vede il rapper chiamare Angelo e, successivamente, dargli quello che sembra uno schiaffo. Nel secondo video, ripreso da più dietro rispetto al primo, oltre alla già citata scena è possibile vedere, intorno al minuto 00:26, un membro dello staff di Jamil dare una testata ad Angelo.

 

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Intervista ai La Rua: “Nuovo disco, nuovo sound!” 0 323

Ritornano i La Rua, una tra le band più seguite del panorama italiano. Dopo la partecipazione a Sanremo Giovani, la band è appena tornata da un tour internazionale ed è da poco reduce dal rilascio del loro terzo album in studio, “Nessuno Segna da Solo”, nato dal precedente omonimo EP con l’aggiunta di qualche inedito. Per parlare di questo nuovo disco ci siamo sentiti con Daniele Incicco, frontman dei La Rua, col quale abbiamo parlato del nuovo sound improntato più verso l’elettronica di questo nuovo lavoro, delle loro partecipazioni all’Uno Maggio di Roma e del prossimo disco già in lavorazione!

La Rua intervista nuovo disco
i La Rua

Ciao Daniele. Siete da poco tornati da un tour internazionale che vi ha portato a suonare in tantissimi posti, dal Giappone a Buenos Aires, da Sidney alla Tunisia. Possiamo dire che state vivendo il momento migliore della vostra carriera?
A livello di live, sì. Questo tour non ce lo aspettavamo, è stato qualcosa di spaziale, non credo che neanche artisti con carriere trentennali possano permettersi una tournè del genere. Siamo contenti di questo regalo, perché è proprio stato un regalo della Farnesina e di Sanremo. Siamo stati fortunati, adesso ci aspetta il nostro tour – nonostante sia stato molto pesante, perché in sedici giorni abbiamo fatto novanta ore di volo, concerti… una follia!

Ritmi da band internazionali, insomma…
Eh, ma io credo che loro abbiano dei giorni di pausa, altrimenti sarebbe da pazzi. Noi abbiamo finito questo tour da quindici giorni e me lo sento ancora addosso! Però l’otto giugno inizia il nostro tour, a Comacchio, e siamo super carichi!

Parleremo proprio di questo tour più in là. Concentriamoci sul vostro nuovo disco ora: ‘Nessuno Segna Da Solo’ è letteralmente una sterzata alla vostra musica, costituita per lo più da sonorità folk-pop-rock – parlo di rock ricordando alcuni brani del primo disco come ‘Ci Pensi mai al Futuro?’; questa sterzata avviene mescolando il vostro sound all’elettronica, creando qualcosa a metà tra gli Ex-Otago e Cosmo. Come ti giustifichi?!
“[Ride, n.d.r.] A noi piace sempre sperimentare moltissimo, siamo partiti con un folk anche abbastanza rustico, verace. Da lì l’abbiamo contaminato con l’elettronica, arrivando a completare con quest’ultima quello che facevamo, grazie anche alla collaborazione di Dario Faini col quale abbiamo lavorato molto in questo senso. Fino ad ora siamo in fase sperimentale, ci piace pensare sia sempre un nuovo inizio. La giustifico come la nostra ricerca spasmodica di qualcosa di nuovo, che non so quello che potrà diventare. I brani che sto scrivendo adesso sono tutt’altra cosa, so che la gente si troverà di fronte ad una cosa totalmente diversa. Ma a me la musica piace per questo.

La Rua intervista nuovo disco
La copertina di “Nessuno Segna da Solo”, il nuovo disco dei La Rua

È un disco che si apre in maniera decisa, con tanta energia ritmata grazie al brano “Finché il cuore batte”, e riesce a mantenere alta la concentrazione e la potenza narrativa, concludendosi più dolcemente, con una classica ballad scritta a quattro mani con Elisa. Una struttura abbastanza comune all’estero – mi vengono in mente praticamente tutti i dischi dei Pearl Jam – ma non così sfruttata qui in Italia, segno anche questo di una visione che va oltre i confini nazionali.
Hai nominato Vedder che adoro, soprattutto nel suo momento acustico, attraverso le Ukulele Songs. Ti dirò, all’inizio i La Rua li vedevo proprio così, poi ho dovuto contaminare il discorso con gli altri ragazzi, altrimenti avrei fatto qualcosa di solo acustico… prima o poi ci tornerò!

Io ve lo auguro, sarebbe un bel progetto!
È bello perché la voce resta davanti, puoi sentire tutte le sfumature vocali, il messaggio arriva chiaro e diretto. Preferirò sempre tutte le versioni acustiche a quelle più elaborate. Poi, più vado avanti nel tempo più sento la mia voce che si sporca e amo questa cosa. Gli altri avrebbero paura, io invece mi gaso, sarà per alcuni riferimenti che ho nel rock. Quindi, un domani vorrò riprendere questa cosa in mano e rimettere tutto acustico. Comunque, questo disco è un sunto di trenta canzoni. Le abbiamo ridotte all’osso, prendendo quelle che ci piacevano di più: da una parte abbiamo voluto mettere la forza live dei La Rua, quelle che ci permettono dal vivo di divertirci e far divertire; dall’altro abbiamo inserito qualche messaggio di denuncia, come in ‘Stella Cometa’ e ‘È fantastico’, un po’ quella linea comune che si unisce con ‘Non Sono Positivo alla Normalità’, sbeffeggiando i luoghi comuni. D’altro lato io sono cantautore, scrivo canzoni totalmente diverse tra loro: ora può essere un pezzo rock, ora una poppettata pazzesca. Mi piace non avere limiti in fase di scrittura, e ‘Per Motivi di Insicurezza’ nasce proprio così. Può essere disorientante, però la verità è che se devo pensare al mio modo di essere penserei a tanti modi d’essere! [Ride, n.d.r.]

Di queste canzoni balza all’occhio il featuring con Federica Carta, poi riproposto in chiave solista. Una scelta insolita: come mai?
Perché la canzone era nata così, in quel modo, e ci piaceva dare al pubblico la possibilità di ascoltare la versione originale, da soli. Non certo per andare il lavoro fatto con Federica, che è stato bellissimo. Lei possiede quella sua dolcezza vocale che, a differenza del mio modus operandi da muratore, nel cantato rende tutto più morbido. Ci piaceva però consegnare il brano così com’era inizialmente.

Ed è giustissimo. Probabilmente la chiave di lettura è lampante già dal titolo: “Nessuno segna da solo” è chiaramente un riferimento al calcio, presente e citato più volte all’interno dei vostri testi. Ma il calcio diventa solo una metafora, ora per descrivere l’importanza delle persone vicine e del fare squadra – dal qui il titolo – ora per esortare l’ascoltatore ad uno sforzo in più “altrimenti la vita ti manda in tribuna e non giochi più”. Come mai proprio il calcio?
Beh, prima di tutto perché mi è vicino come sport, lo seguo molto essendo milanista e mi ha addirittura aiutato a superare la morte di mio padre: lo persi a undici anni, e alcuni amici di famiglia mi regalarono le cassette del grande Milan e mi sono appassionato. Poi il calcio parla un linguaggio che tutti conoscono, tutti ci siamo nati e tutti hanno avuto una palla tra i piedi. A me servivano delle metafore che tutti potessero capire, di facile lettura, perché non nascondo il fatto che mi piace da morire suonare dal vivo e vedere le persone cantare le nostre canzoni, volevo metterle in quella condizione lì. Mi è venuto naturale.

Del resto ho visto anche che qualche giorno fa siete stati ospiti dell’Ascoli, la squadra della vostra città. Siete ancora acciaccati?
Acciaccati? Acciaccatissimi, non giocavo dall’ultima partita della Nazionale cantanti! Vado in bici ogni tanto, però… [Ride, n.d.r.]”

Tornando seri, non si può non notare la vostra terza presenza all’Uno Maggio di Roma, che mai come in questo periodo si carica di significato. Quanta politica esprimono i La Rua adesso e quanta ne vorrebbero esprimere in futuro?
Se politica è mettersi dalla parte dei diritti dei lavoratori, questo sì. D’altro canto io ho una filosofia di vita: più si è disorientati più si rischia di fare qualcosa di buono. Non bisogna essere protezionisti nei confronti del passato ma essere avanguardisti e fare qualcosa di folle. Però, al fianco dei diritti dei lavoratori ci saremo sempre. E poi il palco dell’uno maggio di Roma è il più importante d’Italia, come poter mai dire di no ad una cosa del genere? Per noi è un onore fare entrambe le cose, difendere i diritti dei lavoratori e suonare al concerto più grande d’Italia.

I La Rua live durante l’Uno Maggio di Roma nel 2017. Foto di ANSA/GIORGIO ONORATI

Certo. Tornando al disco, in una recente intervista – e anche in questa a dir la verità – hai parlato di questo disco come di un nuovo inizio, e di come ogni vostro lavoro sia un punto di partenza. Eppure questo disco più degli altri rappresenta una letterale evoluzione della vostra musica, che lascia inalterata la base costruendoci sopra altre impalcature.
È inevitabile che ci sia una crescita; poi non so quanto sia evidente e quanto sia presente, perché magari penso ad una crescita ma si tratta di un’involuzione. Però, c’è un passo in un’altra direzione. Quello che mi piace pensare e mi auspico per il futuro dei La Rua è quello di andare sempre ad occupare altri generi musicali. Non voglio quell’impostazione musicale che perdura da mezzo secolo nella musica per la quale chi fa rock deve fare rock, chi fa pop deve fare pop: non mi piacciono queste etichette. Il musicista vero è quello che sa raccontare storie attraverso diversi generi. Ci sono dei messaggi precisi che calzano a dei generi che si prestano semmai, ma non riguarda l’artista. È come andare a giocare il Mondiale e pensare di farlo con la propria squadra del cuore: al mondiale ci vai con la Nazionale, mettendo il meglio del meglio. Lo considero per questo un punto di partenza. Non vogliamo rimanere ancorati ad un genere ma fare qualcosa di sempre diverso.”

A proposito dei prossimi lavori, sappiamo che siete appunto già al lavoro sul prossimo disco che, come dici, sarà qualcosa di ancora diverso: che cosa ci troveremo?
Ci troverete molto più dialogo. Voglio dialogare con l’ascoltatore, mi farò un discorsetto a due con chi lo sente, nella maggior parte dei casi!

Per chiudere, avete annunciato il tour nazionale: dove vi veniamo a vedere?
Allora, abbiamo pubblicato per ora solo le prime quattro date, ma in settimana pubblicheremo le prossime: ci sono molte richieste, stiamo aspettando il calendario definitivo. Partiremo, come dicevo, l’otto giugno dal festival di Comacchio e poi da lì andremo a Siena, Teramo, Sardegna, Sicilia. Comunque, si troveranno man mano sulla nostra pagina!

Perfetto, Daniele. Ti ringrazio tanto per questa intervista e spero di beccarti presto ad un concerto!
Ma va, lo stesso! Grazie a te!”

Intervista a Claver Gold: la storia del Lupo di Hokkaido come metafora del rap 0 2701

Claver Gold, all’anagrafe Daycol Orsini, nasce ad Ascoli Piceno nel 1986. Sin da bambino è affascinato dall’arte, ma ben presto scopre la sua vocazione per il rap. Riconosciuto tra i migliori MC dello Stivale nell’arte del freestyle, i suoi testi sono caratterizzati da una poetica inconfondibilmente introspettiva, ricca di immagini e figure retoriche con cui racconta di spaccati di vita e delle strade di periferia in cui è cresciuto. Dopo il successo di Requiem (2017), in cui sono contenute collaborazioni con artisti d’eccezione della scena italiana, il 24 maggio uscirà per l’etichetta Glory Hole Records il suo nuovo album Lupo di Hokkaido, con la presenza del duo Kintsugi alle macchine, già produttore per l’album Melograno (2015) del rapper ascolano.

Intervista a Claver Gold

Kragler: Mi piacerebbe che sia tu a presentare il tuo nuovo album ai nostri lettori. Chi è il “Lupo di Hokkaido” e cosa rappresenta?
Claver Gold: “Questo disco nasce da alcune letture di libri di animali, storie e racconti. Siamo stati sin da subito colpiti dalla storia del lupo di Hokkaido,che è un animale estinto intorno alla fine dell’Ottocento in Giappone appunto ad Hokkaido, un posto remoto del Paese, lontano da quello industrializzato che conosciamo. L’isola, situata a nord, era abitata da una popolazione “indigena”, gli Ainu, i quali avevano radici per così dire “meticce” ed esteticamente riportavano tratti somatici più comuni alle zone della Kamčatka o della Russia, quindi non propriamente giapponesi; per questo motivo, furono a lungo discriminati. Ci siamo appassionati a questa storia e abbiamo reso la storia della scomparsa del lupo di Hokkaido una metafora per l’estinzione del rap come noi lo conosciamo.”

Parli al plurale perché questo lavoro di ricerca, anche in fase di stesura, è stato metabolizzato interamente insieme a Kintsugi OTM.
“Sì, certo, ci siamo scambiati continuamente opinioni. Ovviamente le idee partono da me la maggior parte delle volte, perché sono io che scrivo; ma questo non significa che non abbia ricevuto da loro alcun supporto, e non solo nel lato più tecnico del lavoro.”

L’influenza della cultura giapponese è sempre stata forte nei tuoi testi (es. Lady Snowblood, Carpa Koi). Quale pensi che sia la differenza più grande tra la cultura occidentale e quella orientale (nello specifico nipponica)?
“Secondo me il divario più grande sta nel modo di intraprendere la vita. La calma e la pace interiore che hanno loro, a confronto con il nostro mondo frenetico, dimostra un approccio totalmente diverso, che secondo me è riscontrabile anche in grandi metropoli come Tokyo.”

Kintsugi è la mente dietro le produzioni del tuo album Melograno (2015). Quanto è stato lungo il percorso che vi ha portato nella “tana del lupo”?
“Intorno ai sei mesi. Abbiamo iniziato a buttare giù le prime robe alla fine dell’anno scorso, ma in fondo non è stato un lavoro lunghissimo anche perché le tracce sono poche. Siamo stati abbastanza lesti.”

copertina album Lupo di Hokkaido Claver Gold Kintsugi
Copertina dell’EP Lupo di Hokkaido di Claver Gold e Kintsugi.

L’album contiene sette tracce, di cui un Intro ed un Outro. Alcuni brani, come il primo singolo estratto Calicanto, sono introdotti dalla voce narrante Hattori Mami, che racconta in lingua originale la storia del lupo di Hokkaido. Com’è nata quest’intesa e sarà possibile per i fan recuperare l’intera storia in lingua italiana?
“Quella è una storia che ho riscritto io. Diciamo che è un riassunto parafrasato di ciò che è accaduto al Lupo di Hokkaido, inserito nei contesti delle mie canzoni. Ho chiamato questa ragazza che vedevo di frequente perché abitava nei pressi di casa mia e conoscevo suo marito. Le ho chiesto se cortesemente potesse tradurmi il racconto che avevo scritto in giapponese ed è stata disponibilissima, com’ è d’altronde nella loro indole. La storia si troverà all’interno del booklet del disco tradotta in italiano ma, come con Calicanto, faremo altri lyrics video o singoli in cui sarà presente la in sottotitoli la parte tradotta.”

Il lettering è invece affidato alle sacre mani di Luca Barcellona aka Lord Bean, mentre l’illustrazione è a cura di Davide Bart Salvemini. Cosa rappresenta la cover, o meglio, perché il lupo è rappresentato come una sorta di mostro?
“Innanzitutto ringrazio Luca Barcellona che è sempre disponibile e super professionale, ed anche Davide Bart che si è prestato per aiutarci in questo lavoro. Il lupo è rappresentato come un mostro perché gli abitanti di Hokkaido, ovvero gli Ainu, con l’arrivo dell’occidentalizzazione hanno iniziato a dare la caccia a questo animale, dichiarato pericoloso per l’allevamento. Insomma, era visto un po’ come il nemico. È per questo che viene rappresentato quasi come un Godzilla cattivo nella copertina. In mano ha una donna, simbolo della ricchezza del popolo: è come se questo mostro rubasse loro le donne, o il bestiame in senso più concreto. Il lupo si è estinto in seguito alla stagione di caccia proclamata dal nuovo regime imperiale giapponese per mano degli uomini. Oltretutto, questo discorso richiama la metafora del rap ricorrente in tutto il disco. Volendo, il lupo rappresenterebbe il rap, appunto, che tiene in mano la donna simbolo della cultura o dei valori legati a questo genere, e viene ucciso dagli uomini che in questo caso sarebbero un’allegoria dell’industria musicale.”

La seconda traccia è intitolata Ikigai. Questa parola significa “ragion d’essere”, o “ragione di vita” e si basa su cinque pilastri: “iniziare in piccolo”, “dimenticarsi di sé”, “armonia e sostenibilità”, “gioia per le piccole cose” ed “essere nel qui ed ora”. Ad ognuno di questi pilastri, ti chiedo di associare un brano della tua discografia.
Iniziare in piccolo: Mr. Nessuno, singolo tratto dal disco Mr. Nessuno (2013)
Dimenticarsi di sé: Soffio di lucidità tratto da Mr. Nessuno
Armonia e sostenibilità: Anima nera tratto da Melograno
Gioia per le piccole cose: Carpa Koi tratta da Requiem (2017)
Essere nel qui ed ora: Un motivo tratta da Requiem in collaborazione con Egreen

La quarta traccia è intitolata Yuki. Qual è il significato di questo titolo e di cosa parla questa canzone?
“”Yuki” in giapponese significa “neve”. Nella canzone è ricorrente l’associazione di una donna alla neve (“la neve assomigliava a lei”, ndr.). Il testo è un po’ complesso. Sostanzialmente racconta la storia di questo ragazzo a cui ogni strada, ogni città, ogni via, ricorda la neve, che assomiglia appunto a questa ragazza che è la sua compagna.”


“Parte di me” è invece l’unico featuring dell’EP in collaborazione con Hyst.“Wabi sabi” è un concetto molto difficile da esprimere: per il mondo giapponese, rappresenta l’ideale di bellezza basato sulla transitorietà delle cose. Secondo Claver Gold, la bellezza come estetica è per definizione perfetta o imperfetta?
“Wabi Sabi” significa “bellezza dell’imperfezione”. Posto che per me il concetto di bellezza non è assolutamente fondamentale nella vita, è imperfetto.

Come ben sai, per quest’occasione Blunote Music ha fatto partire una campagna di intervista partecipata, al termine della quale ha scelto una tra le domande inviate dai suoi lettori. Abbiamo scelto, più che una domanda, il commento di una nostra lettrice che si rivolge a te con un tono un po’accusatorio misto ad ammirazione.

Scrivi della sofferenza, quella vera, ma penso che tu non l’abbia mai conosciuta, tantomeno l’ero. Ti ascolto da una vita perché mi ci rivedo e mi aiuta a rendermi conto della mia esistenza, ma nelle tue canzoni ho sempre visto ipocrisia: ad esempio, Melograno è l’emblema dell’amore sofferto, ma è anche vero che il periodo di stesura di quell’album ha coinciso con quello migliore della tua vita sentimentale. Non si scrive per ricordo, ma per incidere le proprie emozioni”.

Vuoi dire qualcosa a riguardo?
“Vabbè, ma lei sa già tutto! (ride, ndr.) A parte gli scherzi, ho scritto Melograno in uno dei periodi probabilmente più difficili della mia vita a livello di amore; poi, è chiaro che passa del tempo da quando inizi un disco a quando lo registri, e in questo tempo le cose cambiano. È per questo che lei probabilmente nota molta sofferenza nel disco e poca sofferenza nella realtà. Realtà che comunque va ponderata, perché non so se lei mi conosca di persona o abbia fatto una valutazione in base ai social o altri spazi in cui viene fuori solo l’estetica – appunto, ciò che uno vuol far vedere-, non necessariamente corrispondenti a verità. Non so se lei potrà mai sapere com’è la mia vita, come io non potrò mai sapere com’è la sua, o quella degli altri. Non si può giudicare nessuno, è una cosa che non si fa, e quindi io inizierei da questo.
Rispetto alla sofferenza e all’eroina: io vengo da un quartiere popolare di Ascoli Piceno, una famiglia di cinque figli dove lavorava solo mio padre e in cui il livello di povertà era considerevole. Sono nato negli anni dell’eroina, non della codeina, quindi ne ho vista tanta; ho visto tanta gente, amici, parenti ed anche io so cos’è. Quindi è legittimo il commento di questa ragazza, però ecco, dipende da quale contesto vieni. Soprattutto per poter parlare di certe cose in maniera così dettagliata e precisa, devi averle viste, altrimenti non lo raccontare in questo modo.
Per quanto riguarda la scrittura, al contrario io penso che si scriva per ricordo. Si vive per questo. Ogni azione che si compie nella vita è dettata da un ricordo che si ha, anche quella più semplice. Perché non prendi la caffettiera dal lato del metallo? Hai un ricordo che ti dice che scotta. È un esempio stupido quanto pratico per spiegare quello che voglio dire: i nostri gesti sono condizionati dalla memoria. Anche la scrittura dipende da ciò che hai vissuto e le emozioni che hai già provato, non siamo qui per leggere una palla di vetro o a parlare del futuro. Il futuro è il presente che vivi ogni giorno.”

Grazie per il tuo tempo. Per concludere, l’album sarà in streaming su Spotify o altre piattaforme? Ce lo chiedono in tanti, probabilmente ancora “scottati” dall’assenza dei lavori precedenti a Requiem.
“Mi dispiace, ma non è proprio possibile caricarli! Gli album vecchi non ci saranno, ma le prossime uscite saranno assolutamente disponibili, quindi anche Lupo di Hokkaido sarà su Spotify e altre piattaforme.”

Porterai l’EP in tour? Se sì, con DJ West o Kintsugi?
“Andrà in tour con TMHH e Mr. Gaz per il momento. Forse qualche data con Kintsugi, ma dobbiamo ancora accordarci su questi particolari.”

Claver Gold portrait

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Leggi la recensione di Requiem di Claver Gold.

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