Fluttuando nell’”Altrove” degli Algo Vuol Dire Qualcosa 0 227

Algo Vuol Dire Qualcosa è un duo formato da Filippo Poderini (chitarra, basso, batteria e synth) e Marco Mencarelli (voce, testi e synth), originari della provincia di Perugia. Poderini non si è fatto mancare niente: da una laurea in jazz a un disco punk fino al progetto personale “iF L”. Dal canto suo (sì, è il caso di dirlo), Mencarelli ha già pubblicato due dischi con il gruppo indie rock “Moleskin”.

Prima di tutto bisogna spiegare quello che salta subito all’occhio, ovvero il nome del gruppo. Per quanto curioso, si spiega facilmente da solo: in spagnolo la parola “algo” significa “qualcosa”. Insomma, sembra un po’ l’inizio della filastrocca “C’era una volta un re seduto sul sofà…”.

Circa un anno fa è uscito il loro primo album Altrove, che si compone di 12 brani. Dentro ci troviamo un suond rarefatto a metà fra i Radiohead e i Tiromancino, in cui molti strumenti suonano poche note, mentre la voce acuta e nasale si valorizza testi complessi e interessanti. Possiamo partire da ciò che i diretti interessati dicono del proprio lavoro: “Altrove è un disco di attese, di rimpianti, di progressive e violente prese di coscienza. Altrove è alienazione da se stessi, è ricerca di nuovi punti di osservazione, esterni, che restituiscano una visione limpida ed incorruttibile dell’esistenza. Altrove è ricerca dell’ideale – di un luogo ideale – che sia per sua natura privo di segni.” In musica questa “ricerca di nuovi punti di osservazione” si traduce in una mancanza di punti di riferimento: la struttura strofa/ritornello il più delle volte salta così come non è facile un giro di accordi classico o un pattern di batteria familiare. Invece di usare la solita metafora del viaggio per parlare di un album, possiamo descrivere Altrove come un fluttuare continuo in un luogo misterioso e a tratti quasi spaventoso.

Apre le danze Universi, dando subito conto del suo titolo. L’impressione è quella di vagare nello spazio profondo trascinati da un basso insistente, mentre una voce distante ci racconta come nascono gli universi. Si parla di “carne” e di “esplosioni”, giusto per accontentare sia gli amanti della creazione che del big bang.

In Come gli occhi si alternano tante piccole sezioni, simili tra di loro ma ognuna con la unicità: ci sono cambi di armonie, di intensità e di strutture ritmiche. A far da collante ci pensa il beat della batteria che, pur con qualche variazione, rimane costante e omogeno lungo tutta la canzone.

Dalle mani è forse la traccia musicalmentepiù allegra del disco. Basso e batteria scandiscono i quarti facendo ondeggiare a tempo la testa di chi ascolta, mentre la chitarra in levare lo “prende” e lo “sorprende”, giusto per citare due delle parole ricorrenti nel brano. L’effetto finale sfiora la psichedelia.

In Sonscurie esce in modo più evidente la vena indie, soprattutto nella traccia vocale e nella chitarra acustica. Synth e batteria aggiungono qualcosa di diverso, quel qualcosa di difficilmente analizzabile che possiamo definire come l’impronta caratteristica della band.

Dopo un breve intro di chitarra che lentamente cresce, parte il ritmo sostenuto di Rivoluzioni solitarie, in cui ritroviamo un’atmosfera sognante e un orecchiabile ritornello. Anche qui abbiamo tante piccole variazioni che, pur senza essere troppo appariscenti, rendono interessante e variegato l’ascolto.

Al contrario con Emmanuel tutto sembra rallentare, a partire dalla voce che dilata il più possibile ogni singola strofa, ogni verso, ogni parola, quasi a voler fermare il tempo.

La chitarra distorta che apre Respiro, ci introduce a unalentamarcia un po’ cupa, che alternativamente si intensifica e si affievolisce, mantenendo la tensione viva e vegeta. Come ormai siamo abituati, i cambi risultano molto fluidi e levigati.

Con Muovere sabbia veniamo immersi in un luogo sospeso nel nulla, dove lunghe note risonanti e suoni inquieti la fanno da padrone. Suggestionati dal titolo, ci si potrebbe immaginare di trovarsi di notte in mezzo a un freddo deserto, mentre si cammina a fatica.

Con Rido solo quando posso farlo ritornano le sonorità vagamente tetre già sentite in precedenza. La tensione si alza, con una specie di esplosione controllata, quando le due tracce vocali, sostenute dal synth, si intrecciano alle parole “come agave”.

In Finalfly l’inquietudine lascia il posto alla delicata malinconia di un arpeggio di chitarra e di una voce quasi sussurrata. Soltanto da metà canzone si aggiungono i cori e gli altri strumenti prima di arrivare al gran finale.

Dopo qualche brano dall’aspetto simile, ci pensa Intenti riflessi a rompere la monotonia. Il ritmo è vivace, la ripetizione insistita del ritornello funziona e ti si infila in testa. Nel mezzo un breve testo recitato che trasmette la necessità di svuotarsi dei propri bisogni e dei propri turbamenti.

Gli Algo vuol dire qualcosa ci salutano con Mentre Olivia dorme: durante i primi due minuti il suono delle corde pizzicate di una chitarra acustica ci cullano lentamente e con dolcezza, aspettando l’arrivo delle percussioni e delle chitarre. L’atmosfera rimane comunque tranquilla e rilassata, come sottolinea un testo dolceamaro, ma un po’ più dolce che amaro.

Altrove si rivela un disco originale, dove non c’è paura di sperimentare, sia a livello di arrangiamenti che di testi. Non c’è uno strumento o un suono che prevarica sugli altri, ma si intrecciano sapientemente in un tessuto tenuto saldamente insieme dal filo della voce di Marco Mencarelli. E come tutte le cose venute bene, servono vari ascolti per apprezzare questo lavoro appieno: inizialmente sembra tutto molto semplice e quasi minimale, poi si inizia ad accorgersi del complesso lavoro di incastri tra i diversi suoni, infine rimane posto per scoprire di volta in volta piccole cose – una nota, un effetto, un silenzio e così via – che prima erano sfuggite. Certo ci vuole un po’ di pazienza e di buona disposizione, ma il risultato sarà molto probabilmente appagante.

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Woodstock 50: storia di un fallimento annunciato 0 108

Il concerto celebrativo per i cinquant’anni di Woodstock non si farà. Almeno così sembrerebbe, stando all’annuncio rilasciato lo scorso 29 aprile dalla Dentsu Aegis Network, società organizzatrice del festival. Problemi logistici e di sicurezza alla base dell’inaspettato dietro front che tanto sta facendo discutere. Soprattutto perché Micheal Lang, storico ideatore dell’evento originale, aveva annunciato già da qualche mese quella che sarebbe stata la line-up definitiva: ad alcuni veterani del 1969 (Santana, David Crosby, John Fogerty) si sarebbero aggiunti esponenti dell’alternative rock (The Black Keys, The Killers, Greta Van Fleet) e del pop contemporaneo (Imagine Dragons, Miley Cyrus, Jay-Z). E poco importa se, come sembra, 30 milioni di dollari fossero stati già investiti e molti degli artisti pagati. La Dentsu non finanzierà più Woodstock 50, perché «non ritiene che la produzione del festival possa essere eseguita come un evento meritevole del nome che porta».

Verrebbe, a questo punto, da chiedersi se il vero motivo di questa improvvisa ritirata sia davvero da ricercare, come trapelato, in problemi burocratici di permessi non ottenuti e di sicurezza pubblica (il concerto era stato programmato a Watkins Glen, nei pressi della location del festival originario), o altrove. Come, ad esempio, nella scarsa attrattiva della line-up di un festival evidentemente privo di quello stesso spirito dirompente che nel ’69 lo aveva portato a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia della musica. Diversi i tempi, diverso il contesto socio-culturale, diversi gli artisti, verrebbe da pensare.

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È chiaro che ricercare in un evento di questo tipo un’essenza diversa da quella della più classica delle operazioni nostalgia (e, perché no, anche commerciali) risulterebbe pretestuoso. Woodstock, per ovvi motivi, non può avere nel 2019 lo stesso significato politico-ideologico che ebbe per i giovani di cinquant’anni fa. Tantomeno la stessa rilevanza mediatica. Verrebbe, dunque, da interrogarsi sull’effettiva necessità di un evento dalla natura inevitabilmente anacronistica e, per questo, dalla pericolosa riuscita.

Dall’altro lato, si potrebbe dire che il cinquantesimo anniversario di un evento di simile calibro capiti una volta soltanto e che, pertanto, valga la pena celebrarlo. Purché lo si faccia nel migliore dei modi possibili. L’impressione è che la Dentsu non abbia tutti i torti quando parla di «festival non meritevole del nome che porta». E non tanto per la presenza di popstar e rapper tra gli headliner selezionati per le serate dal 16 al 18 agosto (sarebbe impensabile non tener conto delle attuali tendenze musicali, in favore di un improbabile revival nostalgico all’insegna dell’egemonia del rock), ma di nomi poco capaci di suscitare un adeguato entusiasmo tra il pubblico. Fatte le dovute – minime – eccezioni, la scaletta di Lang ha avuto il demerito di affiancare artisti ormai superati (per quanto storicamente rilevanti) ad altri solo sulla carta commerciali, ma di fatto non più di richiamo (si pensi ad Akon o alla stessa Miley Cyrus). Il risultato? Una scaletta trascurabile e incoerente: in altre parole, un fallimento annunciato.

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La Dentsu ha deciso di staccare la spina, tuttavia la prognosi rimane riservata. Con l’aspettativa che, nei giorni a seguire, potremo conoscere meglio il destino di un festival che ormai sembra destinato a non farsi. E se la prospettiva era quella di passare dall’immagine di Jimi Hendrix, che con le dissonanti distorsioni della sua leggendaria Stratocaster bianca distruggeva e disintegrava l’inno degli Stati Uniti d’America nel pieno di una guerra tanto controversa quanto contestata, a quella di una folla danzante sulle note di Party in the USA, forse non ci dispereremo troppo.

Francesco Carrieri

Dario Dee si racconta in “Dario è uscito dalla stanza” 0 121

Primo album ufficiale di Dario Dee, “Dario è uscito dalla stanza.” è il continuo musicale (e anche logico) di un progetto discografico antecedente, contenente la favola Nella stanza di Dario. In quest’ultimo LP si trovano 16 brani all’insegna di un pop contaminato da neo soul e elettronica anni ’80.

Dario Dee, cantautore, pugliese, classe 1982, inizia la sua avventura musicale al conservatorio di Bari, passando per vari cori – gospel e non – e gruppi vocali. Infine approda alla scrittura e alla composizione di inediti, intraprendendo la via del cantautorato. Nel 2015 pubblica il suo primo EP Sopra le righe 2.015, mentre nel 2018 escono alcuni singoli che anticipano il suo ultimo lavoro; nel frattempo, partecipa a svariate competizioni e manifestazioni musicali, tra Roma e la Puglia.

Dario Dee Dario è uscito
Cover dell’album “Dario è uscito dalla stanza.” di Dario Dee.

INTRO apre le danze: sotto le sognanti note del Valzer Op. 69 n. 1 di Chopin, la voce sussurrata di Dario Dee introduce delicatamente all’ascolto, tirando un po’ le somme e ringraziando chi di dovere.
Il mio pesce corallo rosso è una sorta di filastrocca che non concede di prendere fiato neanche un secondo. La tastiera sembra restituire un suono “subacqueo”, mentre il basso segue il ritmo serrato del testo, sovrastando il tutto con uno effetto wah forse troppo accentuato.
In auto con RAF racconta un amore solido e duraturo, ricostruendone ombre e luci. Lo spirito guida del non-a-caso citato Raf pervade l’intero brano, cullato da giri di pianoforte.

In SeNZa GRaviTà si fa più evidente l’influsso del soul. Il ritmo traballante, diviso tra shuffle, stop ricorrenti e improvvise accelerazioni della linea vocale, rende bene l’idea di una divagazione che sfugge alla forza di gravità.
Noi2Vele esordisce con un breve parlato, mentre un basso sincopato e una cassa regolare – un’accoppiata che ricorre spesso – aumentano d’intensità. Particolarmente riuscito è il prechorus, con degli accenti in levare incalzanti, mentre il rullante nel ritornello fa più da rumore di disturbo che abbellimento.
La title track Dario è uscito dalla stanza è un racconto ben narrato che alterna parti parlate e cantate in un ottimo equilibrio, sopra a una base accattivante. Bisogna dire che sentire Dario Dee parlare di Dario in terza persona fa un po’ strano, ma la vena umoristica saggiamente attenua questa gran quantità di ego.

Nell’atmosfera eterea creata da cori sintetici e tastiere di INTERLUDE I, viene ripetuta quasi come un mantra la frase “un sogno ci salverà”, che è un po’ il nucleo tematico fondante dell’intero lavoro.
Il testo sarcastico e sopra le righe di LeONi, si innesta sopra a una base che vagamente ricorda qualcosa di Fatboy Slim: cori in falsetto, linea di basso minimale in loop, abbondanza di effetti e suoni variegati. Il risultato è buono e sa prendere.
Con Su di me ci troviamo immersi in un ambiente pop che sta a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questo sembra essere l’habitat naturale per la voce di Dario Dee, che riesce a esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Unico neo, l’effetto phaser iniziale un po’ straniante e non molto fluido.
Il primo minuto di Caldo d’Estate, freddo a Natale vede protagonista un testo sentito sul delicato argomento della violenza sulle donne. All’entrata di tastiera e drum machine, si delinea più chiaramente una struttura da lenta ballad in 6/8, nel complesso ben riuscita.

I cori e le poche note di tastiera del secondo intermezzo INTERLUDE II creano la giusta atmosfera che anticipa una cover del brano di Pino Daniele Arriverà l’Aurora. Alla canzone viene fatto indossare un vestito elettronico e moderno, che tutto sommato non le sta male.
In Neve cade… si ritrova una scia dance primi anni duemila che ci accompagna spensieratamente per tutto il brano. Nascosto in una fugace citazione, c’è anche un’altra probabile influenza proveniente dal panorama pop italiano, ovvero Tiziano Ferro.
Con MiRiaM_Aria_ viene trattato l’impegnativo tema del conflitto siriano, attraverso il racconto, quasi rappato, di un’infanzia perduta allo scoppio delle bombe. Giocando con la parola centrale “aria”, viene inserita la Aria sulla quarta corda, riarrangiamento di August Wilhelmij di un’aria di Bach. Tanto per capirci, la sigla di Superquark.
You can’t hurry LOVE (outro) è un brevissimo omaggio a cappella al celebre brano delle The Supremes. D’altronde soul e Motown sono riferimenti importanti per Dario Dee.
Infine, si chiude con il messaggio positivo e il sound rilassato di CuORe ImPAviDo (+). Menzione d’onore per il riff distorto che segue i ritornelli e che dona la giusta energia al tutto.

In generale “Dario è uscito dalla stanza.” è un disco interessante, che però possiede dei difetti evidenti. Ogni brano contiene un suo punto di forza, come una narrazione fluida, una sperimentazione sonora stimolante o una porzione particolarmente orecchiabile. D’altro canto la godibilità dei pezzi viene spesso oscurata da qualche neo: un effetto disturbante, un’imprecisione della voce, un suono troppo artificioso, un’equalizzazione non perfetta. Il potenziale non manca, ma forse servirebbe un’attenzione maggiore ai dettagli e un lavoro di rifinitura più attento.


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