“Alone, Vol. 2”: Maroccolo ci porta nell’Abisso 0 883

“Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, ce la farai, in fin dei conti hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere, trattienilo, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita, piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, non tentare di respirare! NO! E il mare, nero e spumante denso catrame, spalanca le fauci: ingoia, spezza e ghermisce il respiro, accartocciandolo nel sibilo atroce della resa alla morte”

(Mirco Salvadori)

Il 17 giugno scorso Gianni Maroccolo ha “sfornato” il capitolo due del suo lungo e intenso percorso: Alone, Vol 2ABISSO. Il lavoro fa parte di un tragitto molto lungo iniziato sei mesi fa, il 17 dicembre 2018; ed è definito dallo stesso autore come un “disco perpetuo”. Un lungo, infinito e sperimentale cammino che si “fermerà” – per modo di dire – due volte l’anno: il 17 dicembre e il 17 giugno. Questo secondo progetto, arricchito come sempre dalle illustrazioni di Marco Cazzato, dalla “penna” di Mirco Salvadori e dalla supervisione di Alessandro Nannucci (aka. Il Tozzo), si impronta sul tema dell’acqua; sull’abisso, quel misterioso luogo che suscita allo stesso tempo paura, mistero e fascino.

Se dovessi riassumere Abisso in cinque termini – e probabilmente cinque lo sminuirebbero – non potrei fare a meno di definirlo come affascinante, tenebroso, visionario, riflessivo e sperimentale. Il fascino del passato che riecheggia nel presente, attraverso la scelta di intitolare i brani in latino; brani che, nel loro insieme, ruotano attorno a Imus, che in latino significa sia “andiamo” che “profondo”. Verso l’abisso, verso le tenebre, verso un luogo buio che non è altro che l’altra faccia di questa medaglia che definiamo “terra”; perché dovrebbe farci paura se in fondo le tenebre e i misteri ci sono anche “dall’altra parte”?

Questo strumentale e sperimentale percorso parte dal naufragio della F174avvenuto la notte di natale del 1996 al largo di Porto Palo di Capo Passero – in cui morirono 283 persone. Un evento che ha dato l’ispirazione per creare un’odissea sonora in chiave musicale; un riflessivo insieme di “schiaffi” tramutati in onde sonore che restituiscono a chi ascolta i vari momenti di disperazione vissuti dai migranti; dall’annegamento al momento in cui si va oltre.

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La copertina di “Alone, Vol. 2 – Abisso”

L’intero progetto musicale è diviso in due parti: Lato A e Lato B. Aditus è lo strumentale che dà inizio alle danze, un intro in forma di bolerino cadenzato che funge da filo conduttore con il finale del volume 1; e come per il primo, lo stesso Imus dà, attraverso il suo visionario e impeccabile sound, le giuste note e temi per rendere coerente l’inizio del b-side. Quest’ultima parte “virtuale” del progetto vede la presenza di prestigiosi musicisti al fianco di Marok; collaboratori che con le loro sfumature musicali hanno fornito i tasselli necessari per ripercorrere in senso inverso la discesa verso l’abisso del lato A.

Il b-side, composto da sette tracce, è il risultato di un insieme di variegate influenze musicali che hanno saputo cogliere il tema principale in maniera impeccabile. Discessio apre le danze attraverso la batteria di Marina Rei, si riallaccia all’ultima traccia del lato A e, attraverso un ritmo e un mood punk, introduce l’unico brano con un titolo non in latino – nonché l’unica cover dell’album -: “The Abyss” (Chelsea Wolf), interpretato dalla profonda voce di Angela Baraldi. Il terzo brano, Submersio, è un affascinante interpretazione sonora del tema centrale dell’album; concretizzato grazie al piano solo di Alessandra Celletti, attraverso un’esegesi intensa e sofferente del lungo percorso che Abisso vuole narrare. Naufragium vede la chitarra di Adriano Viterbini (BSBE) affiancata dai corti dei Life in the Woods e Aetatis Progressu funge da “sound spezza-mood” attraverso il groove e le basi sonore di Howie B e ai versi di Francesca Bono. Il penultimo brano (Cursus) è un dialogo con il mare, con le voci disperate dei naufraghi, con le loro storie e il passato che vorrebbero lasciare alle spalle; un racconto che solo un contrabbasso, con la sua profondità, può concretizzare; come quello di Andrea Cavalieri.

Cavalieri introduce l’ultima traccia, quella che chiude questo secondo capitolo: “Exitus”. Un lavoro che rivede la batteria di Marina Rei e che è introdotto dagli archi di Beppe Brotto. Il brano parla del momento della riemersione, del nastro che si riavvolge, del ritorno alla vita. “Una vera e propria supplica affinché il viaggio verso l’abisso della F174 sia d’ora in avanti un viaggio verso la vita garantito ad ogni essere umano”.

Ed è proprio questa seconda parte, il b-side, che fa risaltare davvero il visionario che vive all’intero di Gianni Maroccolo. Un musicista con un lungo trascorso musicale che ha saputo evitare la fossilizzazione di chi ha vissuto un determinato periodo storico (musicalmente parlando); che ha colto anno dopo anno l’ispirazione necessaria per dare qualcosa di nuovo, senza cadere nella banalità o nel ripetitivo. Attraverso questo “disco perpetuo” ha quasi dimostrato di saper prevedere il futuro; oggi più che mai, a quasi un mese dalla sua pubblicazione, è necessario che tutti capiscano il messaggio che Marok vuole comunicare.

“Narro la morte perché amo la vita e tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta”

Gianni Maroccolo
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Maroccolo, Alone si fa libellula in una palude di violenza 0 187

Puntualmente, come annunciato il 17 dicembre del 2018 attraverso la prima pubblicazione, esce oggi il volume III del progetto musicale di Gianni Maroccolo. Lavoro definito dallo stesso come “infinito”, che andrà avanti con due cadenze annuali: 17 giugno e 17 dicembre. Come da principio, ad affiancare Maroccolo ci sono Marco Cazzato attraverso le sue illustrazioni; Mirco Salvadori con i suoi racconti iper-visionari; Lorenzo Tommasini alla produzione e Alessandro Nannucci  alla supervisione. Mix di personalità singolari a cui si aggiungono due ospiti: Luca Swanz Andriolo e Nina Maroccolo; quest’ultima, ispirandosi al tema del disco, ha scritto la frase “protagonista” dell’album:

Non possiedo nomi eppure m’invadono tutti

È Palude il sottotitolo di questo terzo volume, che affronta un tema difficile ed estremamente sensibile: quello della violenza contro i più deboli, in particolare donne e bambini. Argomento che spinge l’artista a scegliere la libellula come animale-simbolo per questo tipo di contenuto; un insetto elegante, il cui habitat naturale è proprio la palude e che porta con sé – nella cultura occidentale – il tema dell’equilibrio, della pace e della libertà e che rappresenta la trasformazione, la ricerca della verità e la transizione dall’infanzia all’età adulta.

Gianni Maroccolo attraverso la scelta di questo tipo di messaggio diventa portavoce di un tema più che attuale, che fin dall’alba dei tempi corrompe la società creando scompiglio, riflessione e ricerca di soluzioni definitive per un vivere pacifico, marchiando negativamente la storia dell’uomo. La violenza in questione si manifesta in diversi modi, può essere fisica, sessuale, psicologica e anche – cosa che avviene spesso – economica. Da questo abisso difficilmente è facile uscirne, è difficile spiccare il volo e spesso, questo volo, non lo si desidera neppure; chi subisce si chiude in sé stesso, non chiede aiuto per vergogna – infondata – e preferisce condurre una vita con questo peso piuttosto che dare una svolta definitiva per il bene di sé stesso. Affiancando la propria esistenza da un desiderio – logico, concedetemi il termine – di vendetta. Ma, come affermava Ghandi…occhio per occhio e tutto il mondo diventa cieco. Si diventa così delle larve umane, bloccate nella palude, passive e senza forza.  Il volume di cui stiamo parlando è suddiviso in due parti, in due stadi, proprio come quelli della libellula. La prima riguarda le tracce The Slash e Catene, anticipati da una breve ouverture intitolata Storia di Loletta; il cui video ha anticipato l’uscita di questa terza parte in questione. Si tratta in sintesi di un’opera musicale che in maniera elegante, sensibile e professionale – musicalmente parlando – unisce diverse sfumature musicali, girando sempre intorno a quello che è ormai un pilastro della discografia di Gianni: l’elettronica.

“Il nostro destino dovrebbe essere quello di Vedere: spesso però siamo imprigionati in noi stessi, stimolati a diventare quelle larve umane immerse nella palude che descrive il Volume III,  bloccati come i corpi in fondo al mare narrati nel Volume II o come il solitario bue muschiato perso nella tormenta del Volume I. Questa prigionia, questa tentazione verso il buio e il negativo sono i tratti che legano i tre volumi pubblicati fin qui. Marok li mette in musica per trasformarli in un inno alla Vita, non più alla sua negazione”.

Meditazione, visione introspettiva, riflessione. Questi sono i tre termini che in conclusione potremmo definire punti cardine del messaggio che Maroccolo vuole mandare all’ascoltatore, con lo scopo ultimo di far aprire gli occhi; di dire: non siete soli, da questo abisso – insieme – si può uscire. Chiudersi in sé stessi può sembrare la soluzione più facile ma, come la vita spesso ci insegna, la via più facile è sinonimo di perdita di rotta; e in questo caso: perdita di sé stessi.

Intervista al Narratore Urbano, cantautore torinese 0 302

Alekos Zonca, in arte Narratore Urbano, è un promettente artista della provincia di Torino. Classe 1998 (ultimo anno della generazione dei millenial), è ancora agli inizi: partito da un corso di chitarra a scuola, ha poi deciso di portare questa passione al trampolino di lancio, sperando di farne un progetto di vita. È in quest’ottica che sono stati rilasciati i primi due singoli dell’artista; il primo, 1939, è acido, diverso dal solito, denuncia senza troppi fronzoli la situazione attuale e il clima d’odio che stiamo vivendo. Il livello tecnico è davvero niente male e l’introspezione si sente tutta, l’ascolto è consigliato a coloro che apprezzano chitarra cantautorale e testi politicamente e umanamente pesanti. Abbiamo anche avuto modo di poter ascoltare il suo secondo singolo, Zucchero Filato, in anteprima rispetto all’uscita – il 6 dicembre scorso: si tratta di un pezzo crudo, introspettivo, molto intimo e personale… il tema che affronta, la violenza di genere, non è sicuramente facile da trattare e da digerire).

Nel Buster Coffee, lo Starbucks torinese, abbiamo avuto modo di parlare della sua arte e della sua visione delle cose.

Ciao Alekos! Come nasce il tuo progetto musicale?

Il mio progetto musicale nasce come molti altri in cameretta. Arrivo da Cumiana, un paesino vicino Pinerolo, in provincia di Torino; ho iniziato a suonare quando avevo sedici anni, prima di allora non avevo idea che potesse fare al caso mio. A scuola facemmo un corso di chitarra e io iniziai a strimpellare, dai piccoli gruppi nella scuola sono poi passato ad una band a Torino che faceva rock/pop: questo è stato il terreno di nascita di alcuni miei pezzi, anche perché componevo i testi, cosa che faccio ancora per i miei lavori, che a livello di lyrics sono interamente frutto della mia testa, non ci sono influenze esterne.

Cosa pensi di avere di innovativo o di diverso rispetto alla scena attuale?

Tendo a non trattare temi inflazionati come canzoni d’amore, come le solite canzoni indie con il synth anni’80 e i testi criptici che spesso parlano di un amore non corrisposto (ride, n.d.r.). A me va di parlare d’altro, non mi ritengo innovativo del tutto, dato che ci sono altri artisti che non parlano di argomenti mainstream, come Rancore o Murubutu, due rapper a cui mi ispiro parecchio. L’amore è a margine dei miei pezzi, dato che preferisco parlare di temi sociali e di storie di vita comune: così nasce il Narratore Urbano.

Cosa pensi della realtà che hai intorno?

Personalmente, per quanto riguarda la realtà di sistema che ho intorno, sono fortemente pessimista: purtroppo un germe di fascismo è presente e inflazionato. Quanto successo alla Segre (la questione della scorta, ndr) non sarebbe accaduto, forse, trent’anni fa.
Tuttavia vedo nascere anticorpi, come il movimento delle sardine, che – per quanto apolitico – si scaglia contro la politica à la Salvini, che parla alla pancia attraverso gli slogan. Bisogna vedere se questi anticorpi avranno tempo di agire… sono un po’ pessimista, al riguardo.”

E questo pessimismo, questa tua idea sulla società, come si riflettono nei tuoi pezzi?

Il mio primo singolo, 1939, è basato su ciò che penso della situazione politica e sociale attuale. Nasce per una situazione un po’ personale: stavo mandando una e-mail d’addio e mentre lo facevo ho pensato che il testo non fosse poi così male, per cui ne ho mandata una molto più semplice e mi sono tenuto il testo originale, che poi ho sviluppato ed integrato. Questo pezzo è un confronto tra oggi e il 1939. Sono diversi – all’epoca gli ebrei, oggi i migranti -, ma accomunati da questi uomini forti che istigano l’odio e da un popolo che canta cori da stadio e impicca Palla-di-neve, il maialino buono di orwelliana memoria.

1939 propone una soluzione?

No, il mio pezzo è più un’istantanea, la soluzione verrà fuori verso la fine dell’album, che sto scrivendo e registrando: attualmente c’è il terzo pezzo in lavorazione in studio e il quarto in procinto di essere registrato, 1939 è il pezzo di apertura. La soluzione si troverà nell’ultimo brano, Finale Dipartita, che è una riflessione fatta da una sonda, la Voyager 2, che si volta indietro dopo essere uscita dal sistema solare e pensa a quanto è piccola l’umanità. È certo un messaggio pessimista, ma anche egualitario; per citare il testo: Cesserò io, Narratore Urbano, cesserà il bambino appena nato, cesserà il potente che sovrasta dall’alto

Essendo studente di storia, un personaggio che senti vicino e che abbia lasciato la sua traccia?

Giovanni Falcone: nonostante la mafia non sia mai il protagonista centrale di qualche mio pezzo, ma solo di una strofa nel pezzo Sei In Un Paese Meraviglioso, che devo ancora registrare. L’idea è di raccontare sei città, attraverso opere d’arte e fatti di cronaca, e queste sei città sono Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. È sempre stato ciò che reputo un giusto: ha sempre cercato di trascendere dalla politica, giudicando nel modo più obbiettivo e assoluto possibile, facendo il proprio mestiere ad ogni costo – costo che poi è stato la sua vita. Pur essendo una figura estremamente schiva, lo considero un modello.

Il Narratore Urbano vuole cambiare l’arte?

Il Narratore Urbano non vuole competere, non mi interessa dimostrarmi migliore degli altri perché scrivo di temi sociali mentre gli altri fanno canzoni meno impegnate. Il mio obbiettivo è dare un’alternativa a chi cerca un certo tipo di tematiche nella musica e non le trova, e oltre a questo – come ho detto – voglio raccontare ciò che vedo, ciò che provo e anche le mie riflessioni che faccio nei miei notevoli viaggi mentali (ride, n.d.r.). Non ho pretese di imporre qualcosa di totalmente nuovo, faccio arte a modo mio: se a qualcuno arriva son contento che sia arrivato! Così come non punto al grande mercato, anche se sarei ipocrita a non considerarlo, altrimenti non pubblicherei. Ambisco a una nicchia che apprezzi ciò che scrivo.

E cosa pensi della scena musicale mainstream attuale?

Non riesco a ritrovarmici, come molti artisti di Torino con cui ho modo di confrontarmi. La scena torinese è molto densa e molto variegata, ma su piazza non c’è, anche per colpa delle leggi del grande mercato discografico: a parte grandi nomi come Willie Peyote o gli Eugenio in Via Di Gioia, troviamo una miriade di artisti anche affermati che però non riescono a fare il “grande salto” perché non scendono a compromessi. La scena italiana… meh, il cantautorato è in declino perché si piega alla moda dell’indie-pop/hit-pop. Non che sia brutto, anche perché io ho un motto: si può imparare sia dai Queen che dal vicino di casa, un po’ come in Ratatouille, che è un film a cui sono molto affezionato. Nutro comunque grande stima per tutti i miei colleghi, voglio che sia chiaro, il problema non è negli artisti, ma nelle leggi del marcato, che non permettono all’originalità di emergere… e come ho detto, nella mia scena ce n’è tanta di roba che potrebbe sbocciare.

Parlaci del tuo ultimo singolo, in uscita il 6 dicembre… puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Zucchero Filato. So essere omonima del pezzo di Gazelle, ma quest’ultimo è un’artista che non seguo particolarmente, al punto che non conoscevo l’esistenza di questa canzone (ride, n.d.r.). La scelta del titolo non è casuale, tutti i miei titoli sono contrapposti a ciò che c’è nella canzone, come in questo caso. Il tema della canzone non è dolce, parla di violenza di genere: racconta di un abuso perpetrato da un padre nei confronti della figlia. Si innesta nel tema della degenerazione, che è il filo conduttore dell’album: degenerazione politica (1939), degenerazione umana verso la donna (Zucchero Filato), degenerazione del Paese (Sei In Un Paese Meraviglioso). In un futuro pezzo che si chiama Granchietti affronterò il tema di un viaggio della speranza di un ragazzino migrante, il quale muore durante il viaggio.

Ringrazio ancora Alekos – sì, come Alekos Panagulis, il rivoluzionario greco storico compagno di Oriana Fallaci – per il tempo dedicatomi e a voi, amici lettori, do l’invito di passare per il suo account Spotify, per il suo canale YouTube e per gli altri suoi contatti social. L’uscita dell’album è prevista per l’anno prossimo: lo attenderemo con grande interesse.

Alla prossima!

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