“Alone, Vol. 2”: Maroccolo ci porta nell’Abisso 0 293

“Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, ce la farai, in fin dei conti hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere, trattienilo, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita, piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, non tentare di respirare! NO! E il mare, nero e spumante denso catrame, spalanca le fauci: ingoia, spezza e ghermisce il respiro, accartocciandolo nel sibilo atroce della resa alla morte”

(Mirco Salvadori)

Il 17 giugno scorso Gianni Maroccolo ha “sfornato” il capitolo due del suo lungo e intenso percorso: Alone, Vol 2ABISSO. Il lavoro fa parte di un tragitto molto lungo iniziato sei mesi fa, il 17 dicembre 2018; ed è definito dallo stesso autore come un “disco perpetuo”. Un lungo, infinito e sperimentale cammino che si “fermerà” – per modo di dire – due volte l’anno: il 17 dicembre e il 17 giugno. Questo secondo progetto, arricchito come sempre dalle illustrazioni di Marco Cazzato, dalla “penna” di Mirco Salvadori e dalla supervisione di Alessandro Nannucci (aka. Il Tozzo), si impronta sul tema dell’acqua; sull’abisso, quel misterioso luogo che suscita allo stesso tempo paura, mistero e fascino.

Se dovessi riassumere Abisso in cinque termini – e probabilmente cinque lo sminuirebbero – non potrei fare a meno di definirlo come affascinante, tenebroso, visionario, riflessivo e sperimentale. Il fascino del passato che riecheggia nel presente, attraverso la scelta di intitolare i brani in latino; brani che, nel loro insieme, ruotano attorno a Imus, che in latino significa sia “andiamo” che “profondo”. Verso l’abisso, verso le tenebre, verso un luogo buio che non è altro che l’altra faccia di questa medaglia che definiamo “terra”; perché dovrebbe farci paura se in fondo le tenebre e i misteri ci sono anche “dall’altra parte”?

Questo strumentale e sperimentale percorso parte dal naufragio della F174avvenuto la notte di natale del 1996 al largo di Porto Palo di Capo Passero – in cui morirono 283 persone. Un evento che ha dato l’ispirazione per creare un’odissea sonora in chiave musicale; un riflessivo insieme di “schiaffi” tramutati in onde sonore che restituiscono a chi ascolta i vari momenti di disperazione vissuti dai migranti; dall’annegamento al momento in cui si va oltre.

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La copertina di “Alone, Vol. 2 – Abisso”

L’intero progetto musicale è diviso in due parti: Lato A e Lato B. Aditus è lo strumentale che dà inizio alle danze, un intro in forma di bolerino cadenzato che funge da filo conduttore con il finale del volume 1; e come per il primo, lo stesso Imus dà, attraverso il suo visionario e impeccabile sound, le giuste note e temi per rendere coerente l’inizio del b-side. Quest’ultima parte “virtuale” del progetto vede la presenza di prestigiosi musicisti al fianco di Marok; collaboratori che con le loro sfumature musicali hanno fornito i tasselli necessari per ripercorrere in senso inverso la discesa verso l’abisso del lato A.

Il b-side, composto da sette tracce, è il risultato di un insieme di variegate influenze musicali che hanno saputo cogliere il tema principale in maniera impeccabile. Discessio apre le danze attraverso la batteria di Marina Rei, si riallaccia all’ultima traccia del lato A e, attraverso un ritmo e un mood punk, introduce l’unico brano con un titolo non in latino – nonché l’unica cover dell’album -: “The Abyss” (Chelsea Wolf), interpretato dalla profonda voce di Angela Baraldi. Il terzo brano, Submersio, è un affascinante interpretazione sonora del tema centrale dell’album; concretizzato grazie al piano solo di Alessandra Celletti, attraverso un’esegesi intensa e sofferente del lungo percorso che Abisso vuole narrare. Naufragium vede la chitarra di Adriano Viterbini (BSBE) affiancata dai corti dei Life in the Woods e Aetatis Progressu funge da “sound spezza-mood” attraverso il groove e le basi sonore di Howie B e ai versi di Francesca Bono. Il penultimo brano (Cursus) è un dialogo con il mare, con le voci disperate dei naufraghi, con le loro storie e il passato che vorrebbero lasciare alle spalle; un racconto che solo un contrabbasso, con la sua profondità, può concretizzare; come quello di Andrea Cavalieri.

Cavalieri introduce l’ultima traccia, quella che chiude questo secondo capitolo: “Exitus”. Un lavoro che rivede la batteria di Marina Rei e che è introdotto dagli archi di Beppe Brotto. Il brano parla del momento della riemersione, del nastro che si riavvolge, del ritorno alla vita. “Una vera e propria supplica affinché il viaggio verso l’abisso della F174 sia d’ora in avanti un viaggio verso la vita garantito ad ogni essere umano”.

Ed è proprio questa seconda parte, il b-side, che fa risaltare davvero il visionario che vive all’intero di Gianni Maroccolo. Un musicista con un lungo trascorso musicale che ha saputo evitare la fossilizzazione di chi ha vissuto un determinato periodo storico (musicalmente parlando); che ha colto anno dopo anno l’ispirazione necessaria per dare qualcosa di nuovo, senza cadere nella banalità o nel ripetitivo. Attraverso questo “disco perpetuo” ha quasi dimostrato di saper prevedere il futuro; oggi più che mai, a quasi un mese dalla sua pubblicazione, è necessario che tutti capiscano il messaggio che Marok vuole comunicare.

“Narro la morte perché amo la vita e tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta”

Gianni Maroccolo
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“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 187

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

Tutte le stanze di Margherita Zanin nel suo nuovo disco 0 167

Un “non luogo”, uno spazio ideale, un piccolo ed apparentemente utopico mondo in cui chiudersi con sé stessi, trasformando per qualche minuto tutto il resto in qualcosa di superfluo; come la propria cameretta per ogni bambino. Ed è proprio questo ciò che sta dietro il nuovo album di Margherita Zanin: “Distanza in stanza”. Distanti da tutto e da tutti, con la miglior compagnia che potremmo desiderare per affrontare la quotidianità; la nostra. Anticipato dall’EP “Radiomarghe”, qui la Zanin cerca di coniugare passato, presente e futuro, dando vita ad una particolare dimensione temporale in cui riescono a convivere insieme forma, canzone e trip-hop. Ognuna delle dodici tracce è una stanza in cui è possibile ritrovarsi, cambiare, sintetizzarsi, evolversi e ragionare. E la loro unione dà vita a un concept album dalla durata di circa sessanta minuti, ottenuto grazie alle esperienze passate, alle sperimentazioni effettuate da “ZANIN” – il suo primo disco – ad oggi e, soprattutto, ai grandi nomi che hanno aggiunto diverse sfumature: Appino, Lodo Guenzi, Morgan e tanti altri

margherita zanin distanza in stanza recensione blunote music

La prima “stanza”, intitolata “Rosa”, è molto di più della classica traccia d’apertura. È una nostalgica donna che vive le sue giornate con forza, con un continuo, nonostante tutto, e con quella spensieratezza che tutti quanti dovremmo avere. Un viaggio elettro-pop che fa sognare, che fa venire voglia di viaggiare e di ricercare quelle emozioni pure che sembrano perdersi ai giorni nostri. Emozioni che sembrano nascoste, invisibili, proprio come la seconda traccia: “Invisibili”. Una traccia che ha come tema centrale l’amore, il primo sentimento che un essere umano prova, a partire dal suo primo secondo di vita; lo stesso che almeno una volta nella vita sembra perso, ma…”se l’amore è invisibile l’amore è possibile”.

“Amaro fuori, amaro dentro”, quella sensazione che tutti provano nella vita dopo una perdita, sta al centro del terzo brano: Amaro”. Un brano sperimentale, forse quello che marchia di più questa esplorazione di nuovi orizzonti: una traccia che parla di cambiamento, di rivalsa, di cadute e di rassegnazioni; un inno al non pensare troppo, all’andare avanti. Ma anche un input alla traccia seguente: “Non mi diverto se penso troppo”, una canzone che narra di mancanze, di attese, di sentimenti negativi che diventano consapevolezze e soprattutto esperienze che danno la forza necessaria per continuare il nostro “cammino”.

E si sa, lasciare andare qualcosa non è mai facile, e Margherita ce lo racconta attraverso: Un amico che va via”;una traccia più “giovanile”, come le turbe raccontate da Fabri Fibra, come il sound, come il ritornello: un chiaro omaggio all’album di Fabri Fibra prodotto da Neffa nel 2002. Si tratta in fondo di una riflessione sui rapporti, sui “via vai” della quotidianità, su quelle persone che nonostante tutto faranno sempre parte del nostro cuore. Come “Amalia”, la traccia successiva, una malinconica elettro-acustica traccia dedicata a una cara amica che è andata via. “Amalia poesia, Amalia le rose; in un giardino di spine ti sei coricata…”

La settima traccia, Ovvietà”, ci introduce nella stanza delle cose importanti che spesso trascuriamo, perché spesso le cose che ci sembrano meno ovvie sono le più importanti. Questa è la room delle riflessioni, della purezza, del tempo che passa, della nostra vita che diventa un film. La stessa ovvietà che in un certo senso possiamo riscontrare nell’ottavo brano: La stanza nel mondo”; quella stanza che ci vede entrare soltanto quando ci sentiamo perduti, falliti, da soli; la stessa che ci fa riflettere sul fatto che in fondo ci sarà sempre qualcuno che ci salverà e le persone che ci salveranno saranno sempre le più importanti. Un luogo astratto che ci fa capire il senso dei rapporti umani legati alla famiglia ed estesi a rapporti generali con il circostante.

Un’elettronica che potrebbe far tornare indietro nel tempo introduce “Casca il sogno”, un brano che parla del passaggio tra adolescenza ed età adulta, delle paure e dei sogni, del presente e del passato, del “vecchio” che ci formerà per affrontare il “nuovo”, delle difficoltà che ci danno la forza giusta. La stessa richiesta dalla traccia “Fiori di Carta”, una triste acustica ballad che ha al centro proprio il concetto espresso prima: “il senso della sofferenza è comprendere, risalire ed andare oltre, accettando anche che manchi qualcuno”.

Distanza in stanza è un album che riesce a racchiudere ogni tema attuale in dodici tracce; dodici stanze che, come detto precedentemente, trattano argomenti attualissimi e che dovrebbero portare a riflettere. Il più attuale lo si riscontra nella penultima traccia, in “Psicofermo”, un riflessivo e cupo brano che racconta la storia di un’ipotetica società futura.

“In questa canzone parlo di un’ipotetica società del futuro
immaginando l’essere umano che diventa automa in un nuovo
periodo storico pre-atomico”.

Il viaggio si conclude nel migliore dei modi, attraverso un tributo alla sua terra natia, alle sue origini, alla scena che in un modo o nell’altra ha influenzato l’artista musicalmente parlando; alla stanza più famosa di tutte e all’artista che l’ha narrata meglio di tutti: Gino Paoli. La cover in questione è ovviamente “Il cielo in una stanza”, reinterpretata in maniera molto originale, con stile e umiltà.

Questa è Margherita Zanin e questo è il suo concept album; la sua stanza. Un viaggio riflessivo, sperimentale, con uno sguardo volto al futuro per quel che riguarda il sound, dove però la Zanin riesce a rimanere ancorata alle tradizioni grazie ai suoi contenuti. Un lavoro che spazia dal trip-hop bristoliano alla forma canzone della scena genovese che ha fatto grande la sua terra. Un calderone “magico” in cui si mescolano insieme varie influenze, vari sound e mood: il risultato è la chiave per entrare in questo “non-luogo” in cui perdersi, ritrovarsi, cambiare; soprattutto, ragionare.

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