Annunciato il primo concerto italiano dei Gorillaz 0 688

Fan e appassionati hanno esultato ieri sera dopo la pubblicazione degli eventi in programma per il prossimo Lucca Music Festival. Fra gli appuntamenti imperdibili dell’evento, la prima (ed unica ad ora) data dei Gorillaz in Italia. Gli organizzatori dell’evento tornano a stupire convocando sull’ambito palco una delle band più attese dal pubblico Italiano, che ha sempre dovuto ripiegare all’estero per vederli live. L’esordio dei Gorillaz in Italia è fissato per il 12 luglio 2018. La band di Damon Albarn è da mesi impegnata nella promozione del loro ultimo lavoro registrato in studio, “Humanz”, pubblicato lo scorso aprile su Warner Bros. I biglietti saranno disponibili su Ticketone a partire dalle ore 11 di venerdì 1 dicembre

Per l’edizione 2018 gli organizzatori del festival hanno inoltre annunciato la presenza degli Hollywood Vampires di Johnny DeppAlice Cooper e Joe Perry degli Aerosmith. L’attore ed i due cantanti lavorano in questa formazione dal 2015. Il progetto “Hollywood Vampire” nasce in memoria dell’omonimo club fondato dallo stesso Cooper negli anni ’70 e che comprendeva personaggi come John Lennon e Keith Moon.
L’esibizione della band è prevista il 7 luglio 2018, cinque giorni prima dei Gorillaz. Lo show si ripeterà poi al Rock in Roma.

A chiudere il quadro degli “imperdibili” (fin ora annunciati) di questa edizione il palco di Lucca ospiterà anche i King Crimson che si esibiranno il 25 di luglio.

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Le mille destinazioni degli Orange8 in un solo live 0 286

Metti un bicchiere di Montenegro, un palco intimo come quello del Catomes Tot, l’Emilia e gli Orange8; il risultato sarà sicuramente ottimo. Ed è stato proprio così, specialmente perché mi son ritrovato per l’ennesima volta in un locale con un’acustica perfetta e un live che avrebbe preso da lì a poco le sembianze di un viaggio mistico/psichedelico e, soprattutto, introspettivo. Un lungo cammino verso mondi inesplorati, pieno di sfumature diverse; di suoni che non facevano altro che unirsi tra di loro dando vita ad atmosfere pazzesche. Nel loro caso l’alchimia perfetta nasce dalla fusione di due sound; quello della diavoletto di Sergio Ferrari con l’acustica di Valentina Criscimanni (e viceversa). E in più, a dare quel tocco di carisma e personalità, quel senso distintivo che ogni band dovrebbe avere, ci hanno pensato tanti altri strumenti come l’organetto o lo scacciapensieri (o “marranzano”, da buon siciliano).

Il duo romano ha sfruttato la tappa emiliana per presentare live per la prima volta l’ultimo lavoro in studio: Leafolution, uscito lo scorso 28 febbraio. Ne hanno approfittato anche per far “assaggiare” qualche brano dei loro precedenti lavori, come Ghost Road; pezzo d’apertura estrapolato da “Let the Forest Sing” (2016). Salgono sul palco, imbracciano le loro chitarre e danno vita al viaggio partendo da questa strada dei fantasmi; un percorso che proprio come nella copertina dell’album, inizia dalla tastiera della chitarra fino ad arrivare alla luna, con un riff country style e una voce ipnotica che farà spalancare gli occhi e vagare con la mente per i prossimi minuti. Il brano successivo Chamomiel Field è il primo pezzo proposto del nuovo album; una traccia definita dagli stessi – soprattutto in relazione al video uscito il 28 febbraio – come “psicomagica”: un sound e uno stile che rimandano a Nico e Lou Reed, e pensandoci l’associazione ci potrebbe anche stare; la diavoletto rossa c’è e il resto pure. Finita questa parte di viaggio che rimanda al lontano ’67, si passa al blues di Dirty Grate Blues; è tempo dello slide, dello stompbox e soprattutto dei botta e risposta tra gli assoli di Sergio e la graffiante voce di Valentina.

Arrivati in questo punto devo fermarmi un attimo e far partire un altro paragrafo, per far risaltare ancora di più il brano successivo: Lesno Brdo. Lesno è un paesino sloveno di circa 280 abitanti, ma è anche la traccia che unisce una chitarra in grado di rimandare al sound dei Pink Floyd del ’95 (PULSE) con una voce che ricorda Elisabeth Fraser, aggiungendo al tutto il loro personale e distintivo stile; stile che si riscontra soprattutto nel loro primo lavoro: Turtle Bubble (2013), in cui è contenuta l’omonima traccia riproposta dopo essere passati dalla Slovenia. Qui ci troviamo in un mondo magico, delle fiabe direi, con qualcosa che rimanda al “primitivismo musicale” (sarà il marranzano), fatto di sogni, speranze e good vibes.

A Turtle Bubble ho tirato le somme, ho pensato al percorso fatto dalla strada dei fantasmi fino al mondo delle fiabe, passando per il ’67 e la Slovenia psichedelica; non volevo fermarmi, volevo continuare a vagare con la mente, soprattutto perché stavo notando che molti tavoli davanti a me erano vuoti, e quindi mi sentivo privilegiato ad assistere a uno spettacolo unico fatto da una band “nostrana”. Non si sono fermati, non hanno parcheggiato il loro furgoncino e sono partiti per il Giappone, verso Japanese Room. Un brano caratterizzato da una chitarra distorta che introduce, attraverso uno stile orientaleggiante e moderno, una voce che ancora una volta rimanda alla Fraser periodo Mezzanine.

Dopodiché abbiamo tutti lasciato la stanza, loro hanno preso l’ukulele e ci hanno portati tra gli alberi, nelle foreste, attraverso Tree Branch. I’m a tree branch”, ci siamo sentiti tutti un ramo di un albero, una piccola parte di qualcosa di grande, e questa cosa forse è stata la più bella. Loro sul palco, noi seduti ad ascoltarli, ci sentivamo tutti un’unica cosa; diversi, come ogni ramo, ma appartenenti ad un unico albero. Il tutto arricchito da quel cazzo di pedale Wah-wah che stava benissimo ovunque, in ogni brano, anche nel mio ennesimo Montenegro.

Rami, alberi, frutti, Italia, Sicilia, arance; perdonatemi la successione nosense ma attualmente appare l’unica per introdurre l’unico brano in italiano della scaletta: Arancio. In realtà avrei potuto far riferimento ai pantaloni arancioni di Sergio, ma la successione di parole quale sarebbe dovuta essere? Comunque…
Definito da loro come “il nostro manifesto”, è caratterizzato ovviamente da un wah-wah di cui sopra, un ukulele, e tante altre cose; tante altre belle cose che non elencherò, perché per apprezzarla ancor di più bisogna andare su Youtube, guardare il video e ascoltare attentamente le parole.

Abbiamo mangiato le arance, non ci siamo accontentati e siamo andati in Estonia a mangiare le fragole; “le maasike“, come il brano successivo: Maasika, traccia che fa parte dell’EP “Hobo Sessioni #1”. Un mix di positività, emanata dall’ukulele, da una voce angelica, da uno slide che con la mente ti fa pensare al mare; vi giuro che poi son andato a vedere il video ufficiale: è girato soprattutto in spiaggia.

Il mood cambia con A tick in time; lei si prende la scena, ci ipnotizza, nessuno vorrebbe far finire quel momento, quel brano, ma giusto il tempo di un tick in time arriva la successiva traccia: Quite Sure: un pezzo dell’ultimo album chem per fortunma non si è allontanato molto dal mood creato dalla precedente, e che vede forse il miglior assolo di chitarra della serata. Chapeau.

Questo è in parte il riassunto del live di una band italiana molto molto valida, unica, con un proprio stile e dotata di forte personalità; che ha saputo amalgamare diverse influenze musicali, dal blues al rock psichedelico, buttandoci in mezzo – magari anche inconsapevolmente – del trip-hop e del post-rock. Due chitarre che non facevano altro che parlare tra di loro, perfette e indispensabili l’una per l’altra, con la giusta dose d’acustico e d’elettrico, hanno creato, grazie a un sound pieno di sperimentazioni, un’atmosfera pazzesca e un’ottima alchimia tra il pubblico e gli esecutori. Gli Orange8 hanno mostrato una forte empatia tra di loro, regalando a ognuno di noi le emozioni che occorrevano al momento, sfruttando gli sguardi e i sorrisi che si scambiavano durante e alla fine di ogni canzone, per farci capire che le cose belle nella vita esistono. Come questo live.

Ah, si, hanno fatto anche delle cover. Belle eh.


Foto di Rosy Romano.

Siamo stati al concerto di Claudia Sala: che bomba! 0 314

Murphy diceva che quando credi qualcosa possa andare storto, probabilmente andrà così. Per me è diverso: quando non so bene cosa aspettarmi succede sempre la cosa più inaspettata. Questa è ormai una regola per me – La legge di Dario – e non ci sono eccezioni. È successo anche due sere fa al Ballarak per il concerto di Claudia Sala, cantautrice palermitana, per l’occasione in duo acustico con Nicolò Florio (Inside out, tribute band dei Pink Floyd) e accompagnata dal grande violinista e polistrumentista – nonché suo produttore – Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers.

Il locale è stracolmo di gente, i posti sono già tutti occupati e la strada per arrivare alla cassa e prendere una birra è più disincentivante del cammino di Santiago a piedi scalzi. Nonostante tutto, io e i miei amici riusciamo non solo a prendere una birra, ma anche a trovare posto sfrattando bellamente quelli che stavano seduti là da circa un’ora (dettagli). Dopo cinque minuti, tra candele, vinili sparsi e gente accatastata, sale sul palco Claudia Sala: si presenta, presenta il chitarrista Nicolò, e inizia a parlare del suo primo EP ‘È ora‘. È uscito il 15 febbraio dell’anno scorso e contiene sei brani, di cui tre in inglese scritti da lei e tre in italiano scritti dal cantautore palermitano Carmelo Piraino: uno di questi è un omaggio a Luca Lanzi, cantante della band aretina La casa del vento.

Il concerto comincia sulle note di È Ora, brano omonimo, che invita a godersi il momento, perché il tempo passa e quello che abbiamo sprecato ad aspettare non ci torna indietro. La filosofia dell’hic et nunc, tanto cara agli esistenzialisti, viene strumentalizzata e ribadita più volte nel testo, come nel pezzo che fa “voglio vivere qui e ora al ritmo del mio tempo”. La sua voce potente si scalda e scalda il pubblico che la ascolta.

Claudia Sala È ora

Dopo gli applausi è il momento di chiamare sul palco il terzo componente “a sorpresa” della band: è Moneti che entra, saluta tutti, scherza sul suo aumento estemporaneo di peso, imbraccia il violino e chiede un po’ di volume (che non guasta mai). Giusto il tempo di sistemarsi e parte Pioggia e Vento, un brano dal mood riflessivo e malinconico dal quale emerge una certa componente emozionale. Questa è un po’ un’autobiografia. È una storia di riscatto, di chi lotta contro tutto pur di realizzare i propri sogni.

Prima di attaccare con Don’t set Limits, Claudia ci tiene a raccontare un po’ di sé e del suo viaggio musicale che l’ha portata più volte negli Stati Uniti – dal 2010 al 2012 ha partecipato, per tre estati, alla Festa italiana di Cuyahoga Falls, Cleveland e Ohio – ma anche in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Svizzera e Inghilterra, al fianco di Pippo Pollina (cantautore palermitano trapiantato a Zurigo) e le sorelle Prestigiacomo (cantautrici trapanesi). In questo pezzo la sua voce si assottiglia e si estende, ma non perde mai d’intensità. È un brano frutto di un dialogo interiore, scritto in un momento di crisi dovuta alla fine di un amore viscerale. Parla di coraggio, del coraggio che ci vuole a trasformare il dolore in forza. Fry ormai è partito e non si può fare altro che andare avanti con I know it, I want it. È un brano più distensivo, che parla di consapevolezza: “Now I know it, now I want it!

Arriva il momento degli inediti che faranno parte del nuovo EP (ancora in registrazione, uscirà ad aprile in Germania e Svizzera): Nessuno e Hold me. Il primo è un brano scritto di getto in una notte di due anni fa, e parla della delusione nei confronti di una società che ha perso il contatto con le cose reali e si accontenta di vivere nell’illusione. È una società che preferisce una felicità posticcia invece di andare alla ricerca di quella vera; e che crede che la libertà sia quella catena che le tiene legati stretti i polsi. Si salva soltanto chi sogna, perché chi sogna conosce una strada che nessun altro conosce, e la percorre senza voltarsi indietro finché non arriva a destinazione. La seconda canzone, invece, è una ballad folk che parla di un amore sbocciato ma mai colto. È la storia di due ragazzi che s’innamorano e vivono momenti intensi e fugaci, ma che non riescono, per cause di forza maggiore, a stare insieme.

C’è spazio per le cover dei cantautori che lei ama: Talkin’ about Revolution di Tracy Chapman, Both Sides, Now di Joni Mitchell e Blowing in the Wind di Bob Dylan. L’atmosfera è perfetta per suonare e cantare queste canzoni, il mandolino elettrico di Fry esalta la sua voce e rende tutto più magico. È un connubio perfetto.

Il tempo delle cover non è finito, ma questa più che una cover è un tributo ai suoi maestri. Parte l’arpeggio e la gente – seppur invitata – si alza e si unisce al tributo. È il momento di Ebano dei Modena City Ramblers; è il momento della catarsi.

Riprendersi non è facile, ma il concerto continua. È il momento giusto per fare una piccola parentesi di musica celtica e della tradizione irlandese (questa è una delle tante passioni di Claudia che dal 2009 fa parte dei “The Cliffs” band di musica folk-irlandese con cui ha girato la Sicilia e il nord Italia). La parentesi si apre con A Kiss in the Morning Early, brano della tradizione popolare interpretato da molti artisti, tra cui Mick Hanly e Niamh Parsons. Moneti è visibilmente nel suo mondo, il suo violino è preciso come la spada di Zorro che ti disegna una “Z” sul petto senza arrecarti il minimo danno fisico. Sul palco sale anche Federico Chisesi, ufficialmente tecnico del suono, ufficiosamente percussionista “improvvisato”, che comincia a tambureggiare sul corpo di una chitarra acustica. La parentesi si chiude con Galway Girl, un pezzo strumentale coinvolgente e sconvolgente introdotto da una danza irlandese.

C’è ancora tempo per due pezzi. Il mood è lo stesso, le intenzioni pure. Ormai sono tutti in piedi, fomentati dalla parentesi Irish. C’è chi balla, chi beve, chi è già alla settima Trappist-1, chi si abbraccia, chi ride, chi guarda il cellulare perché è disperato e chi è disperato perché guarda il cellulare. Si respira comunque un clima di festa e di convivialità che sfocia nell’estasi quando dal palco partono le note di In un giorno di pioggia e I Cento Passi dei Modena. Uno dei titolari del locale sale sul palco, proprio sulle note de I Cento Passi, e lancia un messaggio tutt’altro che banale: Palermo è nostra, non di cosa nostra. Sì, perché Palermo è questa: è fatta di persone che non hanno paura di urlare che “la mafia è una montagna di merda”, di persone che non hanno paura di vivere senza compromessi, ma soprattutto di persone che non hanno paura di inseguire i propri sogni.

Il percorso di Claudia è fatto di ricerca, studio e tanti sacrifici, che l’hanno portata ad abbandonare il lavoro al call center, per il quale stava rischiando di rovinarsi la voce, e puntare tutto sulla musica. Io direi che la scommessa è pienamente vinta!

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