Assassinio sull’Orient Express colpisce anche dopo quarant’anni 0 932

Reggere il confronto con un romanzo celebre e film altrettanto quotati non era semplice, ma Branagh e i suoi colleghi se la sono cavata in maniera egregia. Assassinio sull’Orient Express è divertente, coinvolgente, ben diretto e pregno di interessanti chiavi di lettura

Hercule Poirot, il detective più amato e conosciuto nato dalla penna di Agatha Christie, torna sul grande schermo a distanza di quasi quarant’anni dall’ultima trasposizione cinematografica (Assassinio sul Nilo, dov’era interpretato dal compianto Peter Ustinov) e dopo aver vestito gli eleganti panni di David Suchet sul piccolo schermo.
Va subito detto che è un gran ritorno.

Lo so, potrei risultare di parte, perché io amo alla follia Kenneth Branagh. Come attore o come regista è sempre stato una garanzia. Da Frankenstein di Mary Shelley ad Hamlet, da Operazione Valchiria al recentissimo Dunkirk, ha diretto e/o interpretato alcune delle pellicole che adoro di più (chi di noi non se lo ricorda anche solo per essere stato Gilderoy Allock in Harry Potter e la camera dei segreti). Appassionato connaiseur di Shakespeare, interprete versatile… vedere il nome di Branagh in una locandina mi dà sempre una speranza di buona riuscita (non sempre una riuscita eccellente, come nel caso di Cenerentola, con Lily James, Cate Blanchett e Richard Madden, o di Thor, in cui ero più presa dagli addominali di Chris Hemsworth e dal sempre carismatico Tom Hiddleston che dalla storia – ma comunque una buonissima speranza di base c’era).

Assassinio sull’Orient Express – in cui il caro Kenneth si è ritagliato il ruolo del protagonista oltre ad aver posato il suo britannico derriére sulla sedia del regista – non ha infatti deluso le mie aspettative. Il merito è anche del cast stellare, certamente. Ma andiamo con ordine (anche se la storia in realtà non avrebbe bisogno di presentazioni, essendo tratta dal forse più celebre forse più celebre romanzo della Christie dopo Dieci piccoli indiani).

È il 1934. Dopo un soggiorno a Gerusalemme il detective belga Hercule Poirot si reca ad Istanbul per intraprendere un viaggio sul lussuosissimo Orient Express, della Compagnie Internationale des Wagons-Lits, famoso in tutto il mondo per il comfort offerto e il prestigio dei passeggeri trasportati – diplomatici, esponenti della nobiltà, uomini d’affari, attrici famose, e così via. Nonostante debba raggiungere Londra per risolvere un caso che lo aspetta, il detective si trova suo malgrado (tanto per cambiare) ad indagare su un bizzarro crimine “a porte chiuse” (l’omicidio del businessman statunitense Samuel Ratchett) verificatosi nello scompartimento di prima classe durante una notte tempestosa, a seguito della quale il vagone, deragliato del treno, è costretto ad una sosta improvvisa. Sosta di cui Poirot approfitterà per interrogare ad uno ad uno gli altri tredici passeggeri, tutti ugualmente sospettati… c’è solo da capire chi sia l’assassino e come mai, nel corso delle indagini, aleggi costantemente il ricordo di un altro efferato crimine – il rapimento e l’omicidio della piccola Daisy Armstrong, avvenuto molti anni prima (ed ispirato ad un vero caso di cronaca che coinvolse il figlioletto dell’aviatore Charles Lindbergh).

Il cast corale che ruota attorno al perno costituito da Poirot è, come accennavo, assolutamente spettacolare: Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penelope Crùz, l’immensa Judi Dench, Willem Dafoe, Derek Jacobi, Daisy Riley (ormai conosciuta per il ruolo di Rey nei nuovi film di Star Wars), ma anche volti meno noti (Josh Gad, Leslie Odom Jr., Lucy Boynton) o addirittura alla prima esperienza recitativa (questo è il caso del ballerino ucraino Serhij Polunin). Tutti, comunque, risultano convincenti nel ruolo rivestito – alcuni molto più di altri, come la principessa Dragomiroff, i coniugi Andrenyi, Ratchett e la signora Hubbard.

Ognuno dei personaggi è avvolto dal mistero, per la provenienza, per il motivo della loro presenza sul treno o per lo scopo da essi perseguito. In alcune occasioni, come nel caso dell’attrazione (ben poco) segreta tra la giovane istitutrice e il medico di colore, sembra facile capire cosa stia dietro alle azioni dei personaggi; in realtà la faccenda si fa più complessa man mano che la storia progredisce.

Ora, avendo visto il film del 1974 e avendo letto il libro, per me il finale non era una sorpresa. Ma vedere come la trama e alcuni piccoli dettagli siano stati trasposti sullo schermo, premesse alcune piccole differenze, mi ha davvero deliziato.
Innanzitutto, ho adorato l’interpretazione di Branagh. Anche se sembra ovvio, si nota una specifica caratteristica che non c’era – o non era così accentuata – nelle interpretazioni di Finney, Ustinov e Suchet (quest’ultimo è sempre stato il mio preferito, perché Poirot me lo ero sempre immaginato così: piccolo, tracagnotto, con il viso saggio e simpatici baffetti neri come la pece).

Il Poirot di Branagh è palesemente un ossessivo-compulsivo. Controlla ogni mattina che le due uova à la coque che mangia per colazione siano della stessa misura; prega ogni suo interlocutore di sistemarsi la cravatta se non è perfettamente allineata; non sopporta che il suo nome venga pronunciato all’inglese, invece che con l’inflessione francofona; il numero della cabina in cui è costretto a stare lo mette a disagio; mangia solo una certa parte del dolce che gli viene offerto, etc. Il che dimostra perfettamente due aspetti chiave del personaggio, nella pellicola, oltre a creare divertenti siparietti con i comprimari. Innanzitutto, si può notare che la genialità del detective non è puramente frutto di una cultura e di un’esperienza pluridecennale, ma anche di un probabile disturbo psicologico, e anche che la forma mentis eccessivamente analitica del belga influenza la sua concezione del “far giustizia”. Per lui tutto è bianco o nero. Per usare le sue parole, vede il mondo solo come dovrebbe essere, notando ogni difetto (“lo squilibrio per me è insopportabile”) e riuscendo a comprendere subito la genesi di un crimine. Un colpevole è solo colpevole, a prescindere dalle motivazioni che lo spingono a commettere un reato. Durante le sue indagini sul treno, Poirot si ritrova man mano confuso e spiazzato – vuoi per la difficoltà di individuare l’assassino e il correlato movente, vuoi per un conflitto morale scatenato dalla scoperta dell’identità e del vissuto della vittima. Commoventi le scene in cui parla sconfortato con il dagherrotipo della sua defunta amata Katheryn, cui confessa di non sapere più come agire e come risolvere il mistero. È la prima volta che vediamo un detective fragile ed umano, invece che la macchina razionale, sempre pacata e senza emozioni mostrata all’inizio del film. La prova dell’umanità e dell’etica del personaggio è resa perfettamente nel finale: Poirot scende a compromessi con sé stesso, accetta la possibilità che qualcosa possa essere rotto e non del tutto riallineato, perché il bene e il male sono in realtà concetti molto più indefiniti di quanto si possa pensare. Niente di più lontano dall’infallibile e quasi ascetico Hercule Poirot descritto dalla Christie.

Il resto dei personaggi, anche se non tutti ricevono la stessa attenzione nella trama, si muove bene nella scena, anche con piccoli gesti esplicativi della loro psicologia. Si pensi all’istitutrice che difende il medico di colore dai commenti razzisti di un professore austriaco sulla necessità di evitare la mescolanza etnica con l’inequivocabile e metaforico gesto di versare un bicchiere di vino bianco in un bicchiere di rosso; le costanti lamentele della vecchia e matronale Dragomiroff, in realtà donna sola e triste; il rapporto morbosamente simbiotico dei giovani conti Andrenyi, in cui il marito all’apparenza violento ed irascibile cerca in tutti i modi di proteggere la propria consorte, dalla psiche fragilissima. L’unica che mi ha convinto poco è stata la Crùz, che solitamente apprezzo molto, perché ho trovato un po’ forzata la sua apparenza pedante da missionaria, sebbene abbia un senso. Ma indubbiamente i ruoli sono ben recitati, anche quelli più marginali.

La soluzione del caso sembra un po’ affrettata, basata su una serie di elucubrazioni alquanto macchinose e poco chiare del detective (anche se “clues are everywhere”), ma ciò dipende anche dal fatto che la trama dei romanzi della Christie si basa proprio sull’inaspettato, sull’impensato, al limite da rasentare talvolta la forzatura. Non è un caso che nel magnifico film comico Invito a cena con delitto del 1972 uno dei personaggi imprechi contro i protagonisti (tutti scrittori di gialli, nonché parodie di detective letterari celeberrimi come il Falcone Maltese, Miss Marple e lo stesso Poirot) sostenendo che “avete imbrogliato e preso in giro i vostri lettori per anni, ci avete torturato con finali a sorpresa senza senso (…) avete tenuto segreti indizi e informazioni da rendere impossibile a noi indovinare!

Ma l’aspetto forzato non toglie il fatto che la scena dove viene svelato il modus del misfatto viene svolta veramente bene. Inoltre, almeno per me, è stato facile soprassedere, dato che il film è intrattenimento puro, ben gestito e assolutamente piacevole.

Da un punto di vista tecnico la fotografia, la musica e il montaggio sono stati impeccabili. Le scene sono scandite bene, con le giuste pause e le giuste accelerate. L’uso del digitale per i paesaggi, per quanto fosse facile da notare, crea un bellissimo scenario; per fare un solo esempio, la scena in cui si mostra a tutto campo la veduta aerea della Istanbul prebellica è stata deliziosa.

La colonna sonora è targata Patrick Doyle – e anche se sembra un nome meno noto rispetto a quello dei colleghi Williams, Morricone, Zimmer, etc., non è per niente un novellino: sue sono le soundtrack di film come Carlito’s Way, Harry Potter e il calice di fuoco, Donnie Brasco, Gosford Park, Il diario di Bridget Jones e tanti altri. Un super, sì.

Per farla breve, reggere il confronto con un romanzo celebre e film altrettanto quotati non era semplice, ma Branagh e i suoi colleghi se la sono cavata in maniera egregia. Assassinio sull’Orient Express è divertente, coinvolgente, ben diretto e pregno di interessanti chiavi di lettura.

Per il sequel Poirot sul Nilo, attualmente in fase di sviluppo, mi prenoto già il biglietto.

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“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 193

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

“Il sacrificio del cervo sacro”, il dramma disturbante che affonda le radici nella tragedia greca 0 473

A tre anni di distanza dall’acclamato The Lobster(2015), Yorgos Lanthimos torna in sala con il suo ultimo lavoro: “Il sacrificio del cervo sacro” (The Killing of a Sacred Deer”). E si tratta di un ritorno in grande stile per il mai banale cineasta ellenico che, con il tanto ambizioso quanto affascinante proposito di unire tragedia greca ed arthouse cinema, confeziona un film che tanto sta facendo parlare di sé.

Già vincitore della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2017, “Il sacrificio del cervo sacro” rappresenta infatti un riuscito connubio tra modernità e classicità. Euripide che incontra Buñuel, Kubrick e Haneke: una premessa folle ma allo stesso tempo assolutamente intrigante. Il tutto senza “sacrificare” i principali tratti stilistici del cinema del regista greco, che ritornano puntuali in quello che potremmo definire un perturbante dramma psicologico, che riprende alcuni dei più ricorrenti tòpoi letterari della tragedia greca per riproporli in chiave contemporanea.

Un film sicuramente destinato a dividere il pubblico: c’è chi amerà le sue atmosfere ansiogene, le sue immagini disturbanti, la sua straniante tendenza a costruire una tensione apparentemente non giustificata dall’effettivo sviluppo della trama (in questo Lanthimos si dimostra degno allievo di David Lynch). Così come c’è chi non apprezzerà i suoi ritmi estenuanti, non accetterà la dimensione surreale del racconto o più semplicemente non ne comprenderà i contenuti.

Quel che è certo è che “Il sacrificio del cervo sacro” è un film che sa scavare nei recessi più reconditi dell’animo umano, fino a scoprire le tenebre che vi albergano in profondità. Un film che mette in mostra un’umanità fredda, distaccata, anaffettiva, asettica tanto quanto le ambientazioni nelle quali si sviluppa la vicenda (la lussuosa casa della famiglia protagonista e l’ospedale in cui i genitori della stessa lavorano). Un film che gioca a decostruire i legami interpersonali di una famiglia borghese, devastandola dall’interno e privandola di quelle maschere di bonomia e rettitudine che, in realtà, celano una natura mostruosa e improntata all’istinto di sopravvivenza.

Alla luce di ciò, risulterebbe sin troppo facile dire che Lanthimos abbia recepito e assimilato alla perfezione la lezione impartita da maestri del calibro di Luis Buñuel e Micheal Haneke, che più di tutti si sono fatti promotori di queste tematiche con il loro cinema. Inoltre, se del primo Lanthimos condivide l’approccio surrealista, del secondo, in questo film, il regista greco sembra aver voluto addirittura citare un’importante sequenza del celebre “Funny Games”.

La famiglia borghese che verrà devastata da un’inesorabile “giustizia divina” è quella di Steven Murphy (Colin Farrell), uno stimato cardio chirurgo con un passato da alcolista. Steven conduce, insieme all’affascinante moglie Anna (Nicole Kidman) – anch’ella dottoressa – e ai due figli adolescenti Kim e Bob, una vita agiata e apparentemente tranquilla. Almeno fino a quando non decide di invitare a casa Martin (Barry Keoghan), un misterioso ragazzo con il quale da tempo intrattiene un rapporto dalla natura non specificata. Il ragazzo impiega poco tempo per entrare nelle grazie degli altri componenti della famiglia. Soprattutto in quelle di Kim, che finisce subito per innamorarsi di lui. Ben presto il comportamento di Martin, che si scopre essere il figlio di un paziente avuto in cura da Steven e morto sotto i ferri durante un’operazione da lui condotta, si farà sempre più inquietante ed invadente. Fino a quando un morbo inspiegabile si abbatterà su Bob prima e Kim poi. Un morbo che, stando a quanto un Martin sadicamente compiaciuto rivelerà a Steven, presto colpirà anche Anna. L’incurabile malattia ha un decorso rapido e inesorabilmente fatale. Steven verrà dunque messo di fronte a una scelta diabolica da Martin: l’unico modo per fermare il progredire della malattia sarà sacrificare uno dei tre famigliari, in modo da guarire definitivamente gli altri due e salvarli da morte certa.

Ed ecco che lo spettatore si ritrova invischiato in una vera e propria tragedia greca (con tanto di coro) camuffata da thriller. Lanthimos, omaggiando e recuperando la tradizione del suo Paese, riprende stilemi tragici classici quali il tema dell’espiazione delle colpe dei padri che ricadono sui loro figli, del sacrificio a soddisfacimento di un Dio crudele e sanguinario, dell’inesorabilità di un fato incontrollabile per gli uomini e di una giustizia primordiale concepita come retribuzione (occhio per occhio, dente per dente). Nello specifico, a essere citata a più riprese (in un’occasione addirittura in maniera testuale) è l’Ifigenia in Aulide di Euripide, nella quale la dea Artemide chiede ad Agamennone di sacrificare in suo onore la figlia Ifigenia, al fine di calmare una tempesta e permettere all’esercito Greco di raggiungere Troia.

Allo stesso modo Steven, colpevole della morte del padre di Martin per via dei problemi di alcolismo che lo portarono ad operarlo in stato di ebbrezza, dovrà scegliere quale dei suoi famigliari sacrificare per salvare la vita degli altri due.

E qui Lanthimos si diverte a frantumare il microcosmo famigliare, lanciando i suoi membri in una deviata competizione che offre in premio la sopravvivenza. Dimenticando qualsiasi affetto e legame parentale Anna e i suoi due figli proveranno a ingraziarsi Steven, per far sì che la scelta finale di quest’ultimo non ricada su di loro. Da qui verrà fuori tutta la disumanità, il cinismo, l’egoismo, l’istinto di autoconservazione di personaggi con i quali, in fin dei conti, riesce difficile empatizzare e condividere il tormento per il dramma che stanno vivendo. Sicuramente non per un padre che non ammette le sue colpe e non accetta il peso delle sue responsabilità (neanche una volta chiede a Martin di uccidere lui – unico vero responsabile dell’ira vendicativa del ragazzo ­– e lasciare in pace moglie e figli, del tutto estranei alla vicenda). Neanche per una madre che arriverà addirittura a suggerire al marito di risparmiarla poiché, in quanto donna ancora fertile, potrà sempre “rimediare” alla perdita di uno dei due figli.

A fornirci uno spaccato ancor più evidente di questo mondo freddo e anaffettivo (dove persino i rapporti sessuali assumono dei connotati perversamente vicini alla necrofilia) ci pensa la recitazione distaccata e talvolta quasi inespressiva dei bravissimi attori coinvolti. Colin Farrell (che già aveva lavorato con Lanthimos in “The Lobster”) riesce a rendere alla perfezione l’inadeguatezza di un uomo incapace di venire a patti con se stesso e con le sue colpe, finendo per rimediare in modo goffo e inefficace alle conseguenze da queste scaturenti (la maniera in cui tenta di occuparsi di Martin nella prima parte del film o quella con la quale affronta la malattia dei figli nella seconda). Strepitosi anche la Kidman, come sempre a suo agio in ruoli di donne orgogliosamente altezzose e cinicamente algide, e il giovane Barry Keoghan, estremamente convincente nella parte del problematico Martin.

A corollario di quanto detto, come non soffermarsi sulla chirurgica regia di Lanthimos che, anche grazie al sapiente utilizzo di una colonna sonora da brividi, riesce a tenere alto l’interesse dello spettatore, mantenendolo in bilico in una condizione di costante ansia e attesa? La simmetria geometrica delle inquadrature e l’utilizzo sapiente di grandangoli, carrelli e zoom-in non può non riportare alla mente lo stile registico di Kubrick (tra l’altro, a conferma del potere visivo del Cinema dell’artista inglese, ogni volta che la Kidman si aggira in déshabillé di fronte a uno specchio risulta impossibile non ripensare alla celeberrima scena di “Eyes Wide Shut”). Ovviamente Lanthimos ci mette anche del suo, con disturbanti close-up di toraci spalancati e vertiginose inquadrature a strapiombo dall’alto, che procurano un voluto senso di vertigine e smarrimento in uno spettatore lasciato in balia dell’impatto scombussolante delle immagini che gli vengono presentate.

Un cinema viscerale quello di Lanthimos, che in questo suo ultimo lavoro arriva anche ad allinearsi a una maggiore fruibilità, grazie anche ai toni da thriller e all’utilizzo di un cast di stelle di Hollywood. In definitiva “Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film più interessanti di questa stagione cinematografica, nonché una gradita conferma per uno degli autori più intriganti e talentuosi attualmente in circolazione.

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