Assassinio sull’Orient Express colpisce anche dopo quarant’anni 0 1173

Reggere il confronto con un romanzo celebre e film altrettanto quotati non era semplice, ma Branagh e i suoi colleghi se la sono cavata in maniera egregia. Assassinio sull’Orient Express è divertente, coinvolgente, ben diretto e pregno di interessanti chiavi di lettura

Hercule Poirot, il detective più amato e conosciuto nato dalla penna di Agatha Christie, torna sul grande schermo a distanza di quasi quarant’anni dall’ultima trasposizione cinematografica (Assassinio sul Nilo, dov’era interpretato dal compianto Peter Ustinov) e dopo aver vestito gli eleganti panni di David Suchet sul piccolo schermo.
Va subito detto che è un gran ritorno.

Lo so, potrei risultare di parte, perché io amo alla follia Kenneth Branagh. Come attore o come regista è sempre stato una garanzia. Da Frankenstein di Mary Shelley ad Hamlet, da Operazione Valchiria al recentissimo Dunkirk, ha diretto e/o interpretato alcune delle pellicole che adoro di più (chi di noi non se lo ricorda anche solo per essere stato Gilderoy Allock in Harry Potter e la camera dei segreti). Appassionato connaiseur di Shakespeare, interprete versatile… vedere il nome di Branagh in una locandina mi dà sempre una speranza di buona riuscita (non sempre una riuscita eccellente, come nel caso di Cenerentola, con Lily James, Cate Blanchett e Richard Madden, o di Thor, in cui ero più presa dagli addominali di Chris Hemsworth e dal sempre carismatico Tom Hiddleston che dalla storia – ma comunque una buonissima speranza di base c’era).

Assassinio sull’Orient Express – in cui il caro Kenneth si è ritagliato il ruolo del protagonista oltre ad aver posato il suo britannico derriére sulla sedia del regista – non ha infatti deluso le mie aspettative. Il merito è anche del cast stellare, certamente. Ma andiamo con ordine (anche se la storia in realtà non avrebbe bisogno di presentazioni, essendo tratta dal forse più celebre forse più celebre romanzo della Christie dopo Dieci piccoli indiani).

È il 1934. Dopo un soggiorno a Gerusalemme il detective belga Hercule Poirot si reca ad Istanbul per intraprendere un viaggio sul lussuosissimo Orient Express, della Compagnie Internationale des Wagons-Lits, famoso in tutto il mondo per il comfort offerto e il prestigio dei passeggeri trasportati – diplomatici, esponenti della nobiltà, uomini d’affari, attrici famose, e così via. Nonostante debba raggiungere Londra per risolvere un caso che lo aspetta, il detective si trova suo malgrado (tanto per cambiare) ad indagare su un bizzarro crimine “a porte chiuse” (l’omicidio del businessman statunitense Samuel Ratchett) verificatosi nello scompartimento di prima classe durante una notte tempestosa, a seguito della quale il vagone, deragliato del treno, è costretto ad una sosta improvvisa. Sosta di cui Poirot approfitterà per interrogare ad uno ad uno gli altri tredici passeggeri, tutti ugualmente sospettati… c’è solo da capire chi sia l’assassino e come mai, nel corso delle indagini, aleggi costantemente il ricordo di un altro efferato crimine – il rapimento e l’omicidio della piccola Daisy Armstrong, avvenuto molti anni prima (ed ispirato ad un vero caso di cronaca che coinvolse il figlioletto dell’aviatore Charles Lindbergh).

Il cast corale che ruota attorno al perno costituito da Poirot è, come accennavo, assolutamente spettacolare: Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penelope Crùz, l’immensa Judi Dench, Willem Dafoe, Derek Jacobi, Daisy Riley (ormai conosciuta per il ruolo di Rey nei nuovi film di Star Wars), ma anche volti meno noti (Josh Gad, Leslie Odom Jr., Lucy Boynton) o addirittura alla prima esperienza recitativa (questo è il caso del ballerino ucraino Serhij Polunin). Tutti, comunque, risultano convincenti nel ruolo rivestito – alcuni molto più di altri, come la principessa Dragomiroff, i coniugi Andrenyi, Ratchett e la signora Hubbard.

Ognuno dei personaggi è avvolto dal mistero, per la provenienza, per il motivo della loro presenza sul treno o per lo scopo da essi perseguito. In alcune occasioni, come nel caso dell’attrazione (ben poco) segreta tra la giovane istitutrice e il medico di colore, sembra facile capire cosa stia dietro alle azioni dei personaggi; in realtà la faccenda si fa più complessa man mano che la storia progredisce.

Ora, avendo visto il film del 1974 e avendo letto il libro, per me il finale non era una sorpresa. Ma vedere come la trama e alcuni piccoli dettagli siano stati trasposti sullo schermo, premesse alcune piccole differenze, mi ha davvero deliziato.
Innanzitutto, ho adorato l’interpretazione di Branagh. Anche se sembra ovvio, si nota una specifica caratteristica che non c’era – o non era così accentuata – nelle interpretazioni di Finney, Ustinov e Suchet (quest’ultimo è sempre stato il mio preferito, perché Poirot me lo ero sempre immaginato così: piccolo, tracagnotto, con il viso saggio e simpatici baffetti neri come la pece).

Il Poirot di Branagh è palesemente un ossessivo-compulsivo. Controlla ogni mattina che le due uova à la coque che mangia per colazione siano della stessa misura; prega ogni suo interlocutore di sistemarsi la cravatta se non è perfettamente allineata; non sopporta che il suo nome venga pronunciato all’inglese, invece che con l’inflessione francofona; il numero della cabina in cui è costretto a stare lo mette a disagio; mangia solo una certa parte del dolce che gli viene offerto, etc. Il che dimostra perfettamente due aspetti chiave del personaggio, nella pellicola, oltre a creare divertenti siparietti con i comprimari. Innanzitutto, si può notare che la genialità del detective non è puramente frutto di una cultura e di un’esperienza pluridecennale, ma anche di un probabile disturbo psicologico, e anche che la forma mentis eccessivamente analitica del belga influenza la sua concezione del “far giustizia”. Per lui tutto è bianco o nero. Per usare le sue parole, vede il mondo solo come dovrebbe essere, notando ogni difetto (“lo squilibrio per me è insopportabile”) e riuscendo a comprendere subito la genesi di un crimine. Un colpevole è solo colpevole, a prescindere dalle motivazioni che lo spingono a commettere un reato. Durante le sue indagini sul treno, Poirot si ritrova man mano confuso e spiazzato – vuoi per la difficoltà di individuare l’assassino e il correlato movente, vuoi per un conflitto morale scatenato dalla scoperta dell’identità e del vissuto della vittima. Commoventi le scene in cui parla sconfortato con il dagherrotipo della sua defunta amata Katheryn, cui confessa di non sapere più come agire e come risolvere il mistero. È la prima volta che vediamo un detective fragile ed umano, invece che la macchina razionale, sempre pacata e senza emozioni mostrata all’inizio del film. La prova dell’umanità e dell’etica del personaggio è resa perfettamente nel finale: Poirot scende a compromessi con sé stesso, accetta la possibilità che qualcosa possa essere rotto e non del tutto riallineato, perché il bene e il male sono in realtà concetti molto più indefiniti di quanto si possa pensare. Niente di più lontano dall’infallibile e quasi ascetico Hercule Poirot descritto dalla Christie.

Il resto dei personaggi, anche se non tutti ricevono la stessa attenzione nella trama, si muove bene nella scena, anche con piccoli gesti esplicativi della loro psicologia. Si pensi all’istitutrice che difende il medico di colore dai commenti razzisti di un professore austriaco sulla necessità di evitare la mescolanza etnica con l’inequivocabile e metaforico gesto di versare un bicchiere di vino bianco in un bicchiere di rosso; le costanti lamentele della vecchia e matronale Dragomiroff, in realtà donna sola e triste; il rapporto morbosamente simbiotico dei giovani conti Andrenyi, in cui il marito all’apparenza violento ed irascibile cerca in tutti i modi di proteggere la propria consorte, dalla psiche fragilissima. L’unica che mi ha convinto poco è stata la Crùz, che solitamente apprezzo molto, perché ho trovato un po’ forzata la sua apparenza pedante da missionaria, sebbene abbia un senso. Ma indubbiamente i ruoli sono ben recitati, anche quelli più marginali.

La soluzione del caso sembra un po’ affrettata, basata su una serie di elucubrazioni alquanto macchinose e poco chiare del detective (anche se “clues are everywhere”), ma ciò dipende anche dal fatto che la trama dei romanzi della Christie si basa proprio sull’inaspettato, sull’impensato, al limite da rasentare talvolta la forzatura. Non è un caso che nel magnifico film comico Invito a cena con delitto del 1972 uno dei personaggi imprechi contro i protagonisti (tutti scrittori di gialli, nonché parodie di detective letterari celeberrimi come il Falcone Maltese, Miss Marple e lo stesso Poirot) sostenendo che “avete imbrogliato e preso in giro i vostri lettori per anni, ci avete torturato con finali a sorpresa senza senso (…) avete tenuto segreti indizi e informazioni da rendere impossibile a noi indovinare!

Ma l’aspetto forzato non toglie il fatto che la scena dove viene svelato il modus del misfatto viene svolta veramente bene. Inoltre, almeno per me, è stato facile soprassedere, dato che il film è intrattenimento puro, ben gestito e assolutamente piacevole.

Da un punto di vista tecnico la fotografia, la musica e il montaggio sono stati impeccabili. Le scene sono scandite bene, con le giuste pause e le giuste accelerate. L’uso del digitale per i paesaggi, per quanto fosse facile da notare, crea un bellissimo scenario; per fare un solo esempio, la scena in cui si mostra a tutto campo la veduta aerea della Istanbul prebellica è stata deliziosa.

La colonna sonora è targata Patrick Doyle – e anche se sembra un nome meno noto rispetto a quello dei colleghi Williams, Morricone, Zimmer, etc., non è per niente un novellino: sue sono le soundtrack di film come Carlito’s Way, Harry Potter e il calice di fuoco, Donnie Brasco, Gosford Park, Il diario di Bridget Jones e tanti altri. Un super, sì.

Per farla breve, reggere il confronto con un romanzo celebre e film altrettanto quotati non era semplice, ma Branagh e i suoi colleghi se la sono cavata in maniera egregia. Assassinio sull’Orient Express è divertente, coinvolgente, ben diretto e pregno di interessanti chiavi di lettura.

Per il sequel Poirot sul Nilo, attualmente in fase di sviluppo, mi prenoto già il biglietto.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 271

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 277

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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