Assassinio sull’Orient Express colpisce anche dopo quarant’anni 0 1018

Reggere il confronto con un romanzo celebre e film altrettanto quotati non era semplice, ma Branagh e i suoi colleghi se la sono cavata in maniera egregia. Assassinio sull’Orient Express è divertente, coinvolgente, ben diretto e pregno di interessanti chiavi di lettura

Hercule Poirot, il detective più amato e conosciuto nato dalla penna di Agatha Christie, torna sul grande schermo a distanza di quasi quarant’anni dall’ultima trasposizione cinematografica (Assassinio sul Nilo, dov’era interpretato dal compianto Peter Ustinov) e dopo aver vestito gli eleganti panni di David Suchet sul piccolo schermo.
Va subito detto che è un gran ritorno.

Lo so, potrei risultare di parte, perché io amo alla follia Kenneth Branagh. Come attore o come regista è sempre stato una garanzia. Da Frankenstein di Mary Shelley ad Hamlet, da Operazione Valchiria al recentissimo Dunkirk, ha diretto e/o interpretato alcune delle pellicole che adoro di più (chi di noi non se lo ricorda anche solo per essere stato Gilderoy Allock in Harry Potter e la camera dei segreti). Appassionato connaiseur di Shakespeare, interprete versatile… vedere il nome di Branagh in una locandina mi dà sempre una speranza di buona riuscita (non sempre una riuscita eccellente, come nel caso di Cenerentola, con Lily James, Cate Blanchett e Richard Madden, o di Thor, in cui ero più presa dagli addominali di Chris Hemsworth e dal sempre carismatico Tom Hiddleston che dalla storia – ma comunque una buonissima speranza di base c’era).

Assassinio sull’Orient Express – in cui il caro Kenneth si è ritagliato il ruolo del protagonista oltre ad aver posato il suo britannico derriére sulla sedia del regista – non ha infatti deluso le mie aspettative. Il merito è anche del cast stellare, certamente. Ma andiamo con ordine (anche se la storia in realtà non avrebbe bisogno di presentazioni, essendo tratta dal forse più celebre forse più celebre romanzo della Christie dopo Dieci piccoli indiani).

È il 1934. Dopo un soggiorno a Gerusalemme il detective belga Hercule Poirot si reca ad Istanbul per intraprendere un viaggio sul lussuosissimo Orient Express, della Compagnie Internationale des Wagons-Lits, famoso in tutto il mondo per il comfort offerto e il prestigio dei passeggeri trasportati – diplomatici, esponenti della nobiltà, uomini d’affari, attrici famose, e così via. Nonostante debba raggiungere Londra per risolvere un caso che lo aspetta, il detective si trova suo malgrado (tanto per cambiare) ad indagare su un bizzarro crimine “a porte chiuse” (l’omicidio del businessman statunitense Samuel Ratchett) verificatosi nello scompartimento di prima classe durante una notte tempestosa, a seguito della quale il vagone, deragliato del treno, è costretto ad una sosta improvvisa. Sosta di cui Poirot approfitterà per interrogare ad uno ad uno gli altri tredici passeggeri, tutti ugualmente sospettati… c’è solo da capire chi sia l’assassino e come mai, nel corso delle indagini, aleggi costantemente il ricordo di un altro efferato crimine – il rapimento e l’omicidio della piccola Daisy Armstrong, avvenuto molti anni prima (ed ispirato ad un vero caso di cronaca che coinvolse il figlioletto dell’aviatore Charles Lindbergh).

Il cast corale che ruota attorno al perno costituito da Poirot è, come accennavo, assolutamente spettacolare: Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penelope Crùz, l’immensa Judi Dench, Willem Dafoe, Derek Jacobi, Daisy Riley (ormai conosciuta per il ruolo di Rey nei nuovi film di Star Wars), ma anche volti meno noti (Josh Gad, Leslie Odom Jr., Lucy Boynton) o addirittura alla prima esperienza recitativa (questo è il caso del ballerino ucraino Serhij Polunin). Tutti, comunque, risultano convincenti nel ruolo rivestito – alcuni molto più di altri, come la principessa Dragomiroff, i coniugi Andrenyi, Ratchett e la signora Hubbard.

Ognuno dei personaggi è avvolto dal mistero, per la provenienza, per il motivo della loro presenza sul treno o per lo scopo da essi perseguito. In alcune occasioni, come nel caso dell’attrazione (ben poco) segreta tra la giovane istitutrice e il medico di colore, sembra facile capire cosa stia dietro alle azioni dei personaggi; in realtà la faccenda si fa più complessa man mano che la storia progredisce.

Ora, avendo visto il film del 1974 e avendo letto il libro, per me il finale non era una sorpresa. Ma vedere come la trama e alcuni piccoli dettagli siano stati trasposti sullo schermo, premesse alcune piccole differenze, mi ha davvero deliziato.
Innanzitutto, ho adorato l’interpretazione di Branagh. Anche se sembra ovvio, si nota una specifica caratteristica che non c’era – o non era così accentuata – nelle interpretazioni di Finney, Ustinov e Suchet (quest’ultimo è sempre stato il mio preferito, perché Poirot me lo ero sempre immaginato così: piccolo, tracagnotto, con il viso saggio e simpatici baffetti neri come la pece).

Il Poirot di Branagh è palesemente un ossessivo-compulsivo. Controlla ogni mattina che le due uova à la coque che mangia per colazione siano della stessa misura; prega ogni suo interlocutore di sistemarsi la cravatta se non è perfettamente allineata; non sopporta che il suo nome venga pronunciato all’inglese, invece che con l’inflessione francofona; il numero della cabina in cui è costretto a stare lo mette a disagio; mangia solo una certa parte del dolce che gli viene offerto, etc. Il che dimostra perfettamente due aspetti chiave del personaggio, nella pellicola, oltre a creare divertenti siparietti con i comprimari. Innanzitutto, si può notare che la genialità del detective non è puramente frutto di una cultura e di un’esperienza pluridecennale, ma anche di un probabile disturbo psicologico, e anche che la forma mentis eccessivamente analitica del belga influenza la sua concezione del “far giustizia”. Per lui tutto è bianco o nero. Per usare le sue parole, vede il mondo solo come dovrebbe essere, notando ogni difetto (“lo squilibrio per me è insopportabile”) e riuscendo a comprendere subito la genesi di un crimine. Un colpevole è solo colpevole, a prescindere dalle motivazioni che lo spingono a commettere un reato. Durante le sue indagini sul treno, Poirot si ritrova man mano confuso e spiazzato – vuoi per la difficoltà di individuare l’assassino e il correlato movente, vuoi per un conflitto morale scatenato dalla scoperta dell’identità e del vissuto della vittima. Commoventi le scene in cui parla sconfortato con il dagherrotipo della sua defunta amata Katheryn, cui confessa di non sapere più come agire e come risolvere il mistero. È la prima volta che vediamo un detective fragile ed umano, invece che la macchina razionale, sempre pacata e senza emozioni mostrata all’inizio del film. La prova dell’umanità e dell’etica del personaggio è resa perfettamente nel finale: Poirot scende a compromessi con sé stesso, accetta la possibilità che qualcosa possa essere rotto e non del tutto riallineato, perché il bene e il male sono in realtà concetti molto più indefiniti di quanto si possa pensare. Niente di più lontano dall’infallibile e quasi ascetico Hercule Poirot descritto dalla Christie.

Il resto dei personaggi, anche se non tutti ricevono la stessa attenzione nella trama, si muove bene nella scena, anche con piccoli gesti esplicativi della loro psicologia. Si pensi all’istitutrice che difende il medico di colore dai commenti razzisti di un professore austriaco sulla necessità di evitare la mescolanza etnica con l’inequivocabile e metaforico gesto di versare un bicchiere di vino bianco in un bicchiere di rosso; le costanti lamentele della vecchia e matronale Dragomiroff, in realtà donna sola e triste; il rapporto morbosamente simbiotico dei giovani conti Andrenyi, in cui il marito all’apparenza violento ed irascibile cerca in tutti i modi di proteggere la propria consorte, dalla psiche fragilissima. L’unica che mi ha convinto poco è stata la Crùz, che solitamente apprezzo molto, perché ho trovato un po’ forzata la sua apparenza pedante da missionaria, sebbene abbia un senso. Ma indubbiamente i ruoli sono ben recitati, anche quelli più marginali.

La soluzione del caso sembra un po’ affrettata, basata su una serie di elucubrazioni alquanto macchinose e poco chiare del detective (anche se “clues are everywhere”), ma ciò dipende anche dal fatto che la trama dei romanzi della Christie si basa proprio sull’inaspettato, sull’impensato, al limite da rasentare talvolta la forzatura. Non è un caso che nel magnifico film comico Invito a cena con delitto del 1972 uno dei personaggi imprechi contro i protagonisti (tutti scrittori di gialli, nonché parodie di detective letterari celeberrimi come il Falcone Maltese, Miss Marple e lo stesso Poirot) sostenendo che “avete imbrogliato e preso in giro i vostri lettori per anni, ci avete torturato con finali a sorpresa senza senso (…) avete tenuto segreti indizi e informazioni da rendere impossibile a noi indovinare!

Ma l’aspetto forzato non toglie il fatto che la scena dove viene svelato il modus del misfatto viene svolta veramente bene. Inoltre, almeno per me, è stato facile soprassedere, dato che il film è intrattenimento puro, ben gestito e assolutamente piacevole.

Da un punto di vista tecnico la fotografia, la musica e il montaggio sono stati impeccabili. Le scene sono scandite bene, con le giuste pause e le giuste accelerate. L’uso del digitale per i paesaggi, per quanto fosse facile da notare, crea un bellissimo scenario; per fare un solo esempio, la scena in cui si mostra a tutto campo la veduta aerea della Istanbul prebellica è stata deliziosa.

La colonna sonora è targata Patrick Doyle – e anche se sembra un nome meno noto rispetto a quello dei colleghi Williams, Morricone, Zimmer, etc., non è per niente un novellino: sue sono le soundtrack di film come Carlito’s Way, Harry Potter e il calice di fuoco, Donnie Brasco, Gosford Park, Il diario di Bridget Jones e tanti altri. Un super, sì.

Per farla breve, reggere il confronto con un romanzo celebre e film altrettanto quotati non era semplice, ma Branagh e i suoi colleghi se la sono cavata in maniera egregia. Assassinio sull’Orient Express è divertente, coinvolgente, ben diretto e pregno di interessanti chiavi di lettura.

Per il sequel Poirot sul Nilo, attualmente in fase di sviluppo, mi prenoto già il biglietto.

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“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

Blumosso, “In un Baule di Personalità Multiple” ci abbiamo trovato noi stessi e un bel disco 0 88

Quello dei Blumosso è l’unico mare agitato in cui si consiglia di tuffarsi, senza bandiere rosse o limiti di altro genere. Il loro ultimo lavoro, pubblicato nel 2018, si chiama: in un baule di personalità multiple. Probabilmente a condizionare il mio giudizio positivo, oltre all’uscita di un concept album degno di essere chiamato tale, c’è il mio continuo rispecchiarmi in un ragazzo dalle personalità multiple. Ma comunque, parliamo di loro, perché si tratta davvero di un ottimo album.

In un albergo di Milano nasce la speranza, quella di un amore “perfetto” ma non troppo, circondato da promesse fatte soprattutto a noi stessi. Mai raggiungere la perfezione, perché dopo non ci sarebbe più gusto in nulla. Bisogna essere imperfetti, come questo amore “mite” descritto nell’album. Un incipit forte, cantautorale, con un pizzico di rock. Come il peperoncino che sta bene ovunque. Seppur si tratti di un lavoro “forte”, la leggerezza sta alla base di tutto. Alla base di diverso, con chitarre acustiche ed elettriche suonate in modo “soft”, con una batteria che sovrasta il loro suono e che si amalgama perfettamente con la voce. Un brano che racconta la mancanza, la consapevolezza di un uomo che si vede allo specchio e si sente diverso. Stessa cosa per il giorno che ti ho incontrato, caratterizzato da una chitarra elettrica che in maniera dolce fa anche da percussione, o in abbracciami amor mio, un brano accompagnato da un arrangiamento perfetto – tra i migliori, ma questo può essere soggettivo – pieno di soul e caratterizzato da un piccolo solo per spezzare il ritmo. Nel quinto brano, in piovere, si inizia a sentire un cambio di sound: più elettronico e ambient. Con qualcosa che rimanda ai The Giornalisti. Quest’ultima frase può essere intesa sia come un complimento che come una critica, ma in ogni caso resta lì dove si trova. Da questo punto in poi, dopo la pioggia, arriva la vivacità di hai finito la noia”. Un vivace associato al sound, con un testo che potrebbe essere definito l’opposto (e forse è proprio questo il bello, a parte la chiara influenza “consoliana”). La stessa malinconia ed energia musicale ritrovata in quella maledetta estate (Mi Ricordi), con una forte ritmica e chitarre semplici. Coerenti al sound dell’album insomma. Tornando di un brano indietro, a Irma Cara, introdurremo l’unica ballata folk del brano e, a parer mio, il pezzo migliore di questo concept album pugliese. Nel penultimo pezzo, in Non Eri un Angelo, torna – una batteria perfetta con il suo ritmo lento, pronta ad accompagnare un solo di chitarra convinto e ottimo nel sound– la stessa malinconia dei brani precedenti. Sarà l’effetto della consapevolezza, è sempre brutto capire che la persona di fronte a noi in realtà non è un “angelo”. All’ultimo secondo fa notare quello che ormai era chiaro in questa storia d’amore. Un brano malinconico, che rimarca l’ottimo cantautorato della band e la loro professionalità tecnica, in termini di arrangiamento di pezzi e voce.

Una storia bipolare che nasce speranzosa e svanisce, come ogni cosa nella vita. Lasciando cicatrici indelebili nel nostro cuore e nella nostra mente.

Fine..

DESCRIZIONE A CURA DELLA BAND

L’idea è quella di creare un concept album che, brano dopo brano, racconti la trama di un amore discreto che, leggero, si descrive in tutte le sue evoluzioni: nasce, speranzoso, “in un albergo di Milano” per poi svanire nella triste constatazione che le promesse di lei sono lontane da quelle dell’angelo immaginato. La voglia di ritrovarsi, però, unita al bisogno di leccarsi le ferite inflettesi a vicenda, prevale sulla lontananza dei due cuori distanti e, nonostante l’apparente assenza di sentimenti, quell’amore indesiderato sboccia ancora, salvato, anche esso, dal ricordo di dettagli quotidiani tanto simili quanto diversi. Ed è proprio lì, in quel baule, che tutto questo è racchiuso: l’inizio, la fine, la potenza e lo sconvolgimento di un amore inaspettato ma anelato. Irraggiungibile, quasi, eppure già perduto”.

TRACKLIST

  1. In un albergo di Milano
  2. Diverso
  3. Il giorno che ti ho incontrato
  4. Abbracciami amor mio
  5. Piovere
  6. Hai finito la noia
  7. Irma cara
  8. Quella maledetta voglia d’estate (Mi Ricordi)
  9. Non eri un angelo
  10. All’ultimo secondo

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