“Bambini elettrici”: l’esordio di Asia Ghergo, la web star della musica indie 0 36

Da una decina di anni a questa parte Internet – e più nello specifico YouTube – sono stati un’importante fucina di talenti musicali, nati sul web e poi approdati sui più importanti palchi di tutto il mondo (Justin Bieber, per fare un nome).

Se pensiamo all’Italia, però, tale fenomeno non ha mai avuto particolare fortuna. Unica eccezione, limitata allo specifico contesto della musica indipendente, sembra essere quella rappresentata dalla giovane cantautrice marchigiana Asia Ghergo, divenuta popolare grazie a una lunghissima lista di coverdi artistiindie” (da Lo Stato Sociale a Calcutta, da Motta a Brunori Sas, da Gazzelle ai Canova, e via dicendo…). Sin dall’apertura del suo canale YouTube nel 2013, non c’è stato cantante o gruppo appartenente al suddetto microcosmo che non sia stato rivisitato (sempre rigorosamente in chiave acustica) dalla bionda adolescente, tra le mura tappezzate di poster della sua stanza. E con l’emergere del genere musicale in questione, parallelamente, anche il “fenomeno Asia Ghergo” ha finito per beneficiarne. Tanto da diventare, a un certo punto, quasi un termometro per testare l’effettiva popolarità dell’artista di turno. Si potrebbe dire che «ogni cantante indie che si rispetti sia stato coverato da Asia Ghergo», parafrasando una delle frasi che appaiono in sovraimpressione nel video de “Le luci rosa” del finto cantante/esperimento sociale Cambogia. Una riflessione ironica, ma non poi così distante dalla realtà.

Dalla cameretta allo studio di registrazione. L’importante salto Asial’aveva già compiuto un paio di anni fa con la pubblicazione dei primissimi inediti “2016” e “Giovani fluo”. Adesso, dopo le prime (importanti) esperienze dal vivo, che l’hanno portata ad aprire i concerti di Coez, Levante, Carl Brave, Lo Stato Sociale, arriva anche l’album di debutto: “Bambini elettrici”.

Certamente entrare a far parte di un mondo finora solo omaggiato non dev’esser compito da poco per la giovane Asia. Così come quello di conquistare una certa credibilità autoriale e artistica agli occhi di un pubblico già fidelizzato, ma abituato a considerare l’adolescente cantautrice quasi più nelle vesti di mascotte che non in quelle di vera e propria giocatrice.  Ansie e turbamenti che, non a caso, sono ben presenti nei testi dei brani che compongono la tracklist del disco. Un disco che cavalca il trend di un’alternative pop fresco, moderno e contemporaneo, che vede nelle più note coetanee (o quasi) Billie Eilish, Clairo e Angèle delle chiare fonti d’ispirazione. Inevitabile anche tracciare parallelismi con i tanti esponenti dell’indie italiano ai quali la giovane Asia non può che essere associata. Ad esempio il connubio chitarre punk/drum machine di alcune tracce porta alla mente gli ultimi lavori degli abruzzesi Management, mentre altre soluzioni melodiche ricordano Coez e Cosmo. In generale le sonorità dell’album sono indirizzate verso un’elettronica da classifica che spesso strizza l’occhio a ritmiche hip hop, Rn’B e – talvolta – addirittura trap.

Per tematiche “Bambini Elettrici” si presenta come una sorta di manifesto generazionale che passa in rassegna le insicurezze, le ansie, i sogni, le passioni e le complessità di un’età prettamente transitoria come l’adolescenza. I ventenni potranno sicuramente identificarsi in brani che sfoggiano una maturità di scrittura non così scontata. Le dieci canzoni, brevi (tutte sotto i 4 minuti) e immediate, sono dieci potenziali singoli dalle melodie orecchiabili e dai ritornelli dalla facile presa (su tutte “Una gonna”, “Stare bene”, “Guardami ballare” e “Angeli”).

Risultano un po’ meno efficaci gli arrangiamenti, spesso troppo scarni o non sufficientemente stratificati, o almeno non quanto il genere richiederebbe (soprattutto nel caso dell’iniziale “100 volte”).

Non mancano, poi, momenti più riflessivi come “Reset”ballad dedicata ai ragazzi di oggi: sempre pieni di dubbi, costantemente in bilico tra la voglia di fare e la mancanza di opportunità e di fiducia nei loro confronti – e la notevole “Occhi rossi”, unica vera e propria canzone d’amore del lotto.

Il disco si chiude poi con “Coraggio”, brano che parla di speranza e che incita l’ascoltatore a non cedere alla sensazione d’impotenza e incapacità che ci assale quando ci troviamo al cospetto dei nostri desideri più grandi.

Lo stesso coraggio che sarà lecito aspettarsi da Asia quando sarà chiamata a misurarsi con il suo prossimo lavoro. Talento e capacità non mancano, maturità e voglia di sperimentare (e di non giocare troppo sul sicuro) sono ciò che la millenial marchigiana dovrà aggiungere a una formula che, comunque, le ha permesso di confezionare un godibile e positivo disco d’esordio.

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“L’ufficiale e la spia”: l’affresco storico di Polanski che guarda al presente 0 164

«Bisogna conoscere la storia per capire il presente e orientare il futuro».

È come se Roman Polanski con il suo ultimo, attesissimo lavoro, “L’ufficiale e la spia” (dall’originale – e più efficace – “J’accuse”), avesse voluto far propria questa massima di Tucidide. L’ufficiale è Georges Piquart (Jean Dujardin), capo della sezione di controspionaggio dell’esercito francese, la spia – o presunta tale – Alfred Dreyfus (Louis Garrel),  capitano ebreo-alsaziano che nel 1894 venne accusato di alto tradimento e condannato alla prigionia (da scontarsi in isolamento sulla disabitata isola del Diavolo).  

C’è, dunque, il celeberrimo “affaire Dreyfus”, passato alla storia come uno dei più clamorosi e controversi casi politico-giudiziari, alla base del racconto di Roman Polanski (che di processi penali dal forte risalto mediatico ne sa pur qualcosa).  E, infatti, non poche polemiche hanno accompagnato la partecipazione del film alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia (alimentate anche dalle dichiarazione del presidente di giuria Lucrecia Martel). Polemiche che, però, non hanno impedito a “L’ufficiale e la spia” di portare a casa un prestigioso Leone d’Argento. Premio più che meritato, a ben vedere. Perché dopo un paio di prove sottotono (su tutte il non troppo ispirato thriller psicologico “Tutto quello che non so di lei”) Polanski torna a regalarci un grandissimo film: granitico, elegante, impeccabile. Un film degno di un cineasta del suo livello.

La narrazione scorre lungo i suoi 126 minuti di durata senza mai gravare lo spettatore, per poi sfociare, verso il finale, in un trascinante crescendo.  La sceneggiatura è inattaccabile, la messa in scena semplicemente fantastica. Dagli sfarzosi – eppure sempre algidi – palazzi del potere, ai polverosi e decadenti interni (gran parte del film si consuma in uffici, appartamenti, aule di tribunali), fino ad arrivare ai bellissimi costumi. Tutto è riprodotto con la più grande dovizia di particolari e il più meticoloso rigore storico. C’è quasi un piacere tattile, poi, nell’osservare i personaggi maneggiare documenti, faldoni, telegrammi e scartoffie varie (presenti in quasi ogni scena del film). Grande esempio di sinestesia cinematografica.

Un’opera di ampio respiro, dunque, che si pone in netta discontinuità con i recenti lavori, più “chiusi” e d’impronta quasi teatrale, “Carnage” e “Venere in pelliccia”. E a sorprendere è che un film del genere arrivi da un regista ormai pluri-ottantenne.  

Polanski si serve di uno dei più famosi errori giudiziari della storia, adattando l’omonimo romanzo di Robert Harris (con il quale aveva già collaborato ne “L’uomo nell’ombra”), per concentrarsi su temi di assoluta attualità come la manipolazione delle notizie, la violazione delle libertà personali da parte dei governi, i nazionalismi, l’odio razziale. In tempi di fake news e di sorveglianza di massa, di rinnovato apprezzamento per le destre e di sovranismi, ecco che il racconto di un caso di fine ‘800 si presta come strumento ideale per «capire il presente e orientare il futuro». Perché l’affare Dreyfus, che si concluse con la (seppur lenta) riabilitazione dell’innocente capitano, ci insegna a perseguire ideali di verità e di giustizia, anche andando contro i poteri precostituiti. A obbedire alla legge interiore che fa capo alla nostra morale e non a quella terrena imposta dall’autoritarismo dei nostri governi.

È quello che farà l’ufficiale Piquart che, come Polanski evidenzia in più di un’occasione, conosceva a malapena Dreyfus. Di certo non vi era legato da simpatia o amicizia, tutt’altro. Seppur pervaso da quel sentimento radicalmente diffuso di antisemitismo (sotto questo aspetto la Francia di fine ‘800 ci viene presentata come un’incubatrice di odio razziale, una polveriera pronta a esplodere nell’orrore che una trentina di anni più tardi sboccerà in Germania) il capo dei servizi segretifrancese metterà a repentaglio la propria carriera, la propria immagine e addirittura la propria vita. Perché così dev’essere. Perché questo si richiede a un uomo giusto, che persegue il vero, che ama il suo Paese a tal punto da andare contro coloro che lo guidano nella maniera più abietta e ignobile .

Nell’affrontare temi sociali così urgenti Polanski riesce comunque a realizzare un film estremamente intimo e personale. Perché quell’odio antisemita verso il quale si grida «J’accuse!» lui l’ha vissuto sulla propria pelle (e poi raccontato meravigliosamente con “Il pianista”). Così come ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze destabilizzanti di certe vicende penali, seppur non viziate da errori giudiziari. E anche in questo si ritrova la grandezza di un film dal sapore classico, che è espressione di grande cinema. Così come lo è stata tutta la carriera di uno dei più grandi maestri di quell’arte che proprio negli stessi anni e nella stessa Francia di Dreyfus nasceva.

“Ceppeccàt”, la Sossio Banda racconta l’uomo in un disco perfetto 0 259

Superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia e avarizia; un vizio capitale per brano, con il fine di analizzare l’uomo moderno attraverso i suoi peccati, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le conseguenze dietro le scelte pilotate dai vizi stessi. Fin dai tempi di Aristotele i vizi e le virtù hanno permesso di tracciare i confini all’interno delle società, di individuare di volta in volta chi è l’essere umano e di identificare la “naturale” contrapposizione che andava crearsi e ad intensificarsi: quella dell’uomo alla volontà di Dio.
Il titolo scelto dalla Sossio Banda per il loro ultimo lavoro è Ceppeccàt, un titolo emblematico che in dialetto barese significa “che peccato” e che, soprattutto, ha un doppio significato: “che peccato” per l’uomo, “c’è peccato” dell’uomo. La band, composta da 6 musicisti e nata a Gravina (BA) nel 2008, ha un repertorio molto particolare, incentrato sulla propria tradizione regionale e su un sound originale e innovativo; Ceppeccàt, molto probabilmente, ha le sembianze del loro picco artistico.

Un album variegato, frizzante, con sonorità balcaniche contrapposte a sound malinconici dettati da ritmi incalzanti e dai suoni e crudi del contrabbasso. Sette tracce che prendono le fattezze di un’osservazione di secondo ordine; abbandonando i termini tecnici: un’analisi che si rispecchia nel personaggio di Palomar di Italo Calvino (esempio tra i tanti). Uomini moderni che osservano e analizzano altri uomini moderni, l’osservatore che viene osservato, con i sette vizi capitali come punti di riferimento. La Superbia nei confronti dell’ambiente e del mondo animale, che sta portando lentamente all’autodistruzione; l’Invidia che serpeggia e mortifica qualsiasi iniziativa distruggendo i rapporti umani; l’Accidia che ha a che fare direttamente con lo scorrere inesorabile del tempo il quale, stanco di vedersi trascorrere inutilmente, diventa egli stesso accidioso; l’Ira che tante vittime ha provocato nella storia dell’umanità ma che allo stesso tempo ha dato la forza a milioni di individui di emanciparsi e conquistare valori universali come la libertà, la democrazia e la dignità personale; la Lussuria che sistematicamente si presenta e primeggia in un mondo guidato e governato da essa; l’Avarizia che regala una vita misera fondata sul terrore del futuro, in cambio di una morte da ricchi; e infine la Gola, fame di potere e denaro, ingordigia di pochi individui che si arricchiscono e speculano a discapito della maggioranza. Insomma, un contenuto ispirato dal libro “I vizi capitali e i nuovi vizi”, scritto dal professore Umberto Galimberti.

Dietro lo spirito creativo della band vi è la tradizione, “illustrata” attraverso strumenti tipici delle bande pugliesi che riproducono melodie “mediterranee” – contesto di scambio e di confronto per la banda pugliese – e soprattutto l’utilizzo del dialetto; il cosiddetto “vernacolo”, una lingua parlata di un luogo o di una regione che, in molti casi, si identifica con il dialetto. Quest’ultimo sta al centro del loro repertorio ma, all’interno del lavoro, ad alcune tracce è lasciato l’italiano, quella che viene definita dalla banda come “la lingua ufficiale, lo scheletro su cui si sorregge la nostra identità come nazione” e che lascia al vernacolo il compito di divenire e accentuare l’espressione dell’anima, della bellezza e della diversità delle tante comunità italiane.

Sette tracce che danno inizio alle danze attraverso un sound balcanico, fatto di trombe e atmosfere danzanti aventi lo scopo di introdurre la splendida voce di Loredana Savino, da sempre Lead Voice del gruppo. Ritmi che non fanno altro che ripetersi, attraverso diverse ed originali forme nei successivi sei brani. Ceppeccàt è un lavoro profondo, con un significato non di poco conto che – come la musica anempatica nel cinema – va a creare una sorta di paradosso con il contenuto presente nel testo. Frasi pesanti che descrivono l’uomo moderno non certo nella migliore delle sue condizioni e che, allo stesso tempo, non riescono a farti smettere di ballare attraverso melodie tranquillamente definibili “alienanti”; di quelle che nelle sere d’estate ti fanno danzare spensierato sotto il palco, con gli occhi al cielo e i pensieri, per un attimo che sembra infinito, nel dimenticatoio.

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