“Bambini elettrici”: l’esordio di Asia Ghergo, la web star della musica indie 0 279

Da una decina di anni a questa parte Internet – e più nello specifico YouTube – sono stati un’importante fucina di talenti musicali, nati sul web e poi approdati sui più importanti palchi di tutto il mondo (Justin Bieber, per fare un nome).

Se pensiamo all’Italia, però, tale fenomeno non ha mai avuto particolare fortuna. Unica eccezione, limitata allo specifico contesto della musica indipendente, sembra essere quella rappresentata dalla giovane cantautrice marchigiana Asia Ghergo, divenuta popolare grazie a una lunghissima lista di coverdi artistiindie” (da Lo Stato Sociale a Calcutta, da Motta a Brunori Sas, da Gazzelle ai Canova, e via dicendo…). Sin dall’apertura del suo canale YouTube nel 2013, non c’è stato cantante o gruppo appartenente al suddetto microcosmo che non sia stato rivisitato (sempre rigorosamente in chiave acustica) dalla bionda adolescente, tra le mura tappezzate di poster della sua stanza. E con l’emergere del genere musicale in questione, parallelamente, anche il “fenomeno Asia Ghergo” ha finito per beneficiarne. Tanto da diventare, a un certo punto, quasi un termometro per testare l’effettiva popolarità dell’artista di turno. Si potrebbe dire che «ogni cantante indie che si rispetti sia stato coverato da Asia Ghergo», parafrasando una delle frasi che appaiono in sovraimpressione nel video de “Le luci rosa” del finto cantante/esperimento sociale Cambogia. Una riflessione ironica, ma non poi così distante dalla realtà.

Dalla cameretta allo studio di registrazione. L’importante salto Asial’aveva già compiuto un paio di anni fa con la pubblicazione dei primissimi inediti “2016” e “Giovani fluo”. Adesso, dopo le prime (importanti) esperienze dal vivo, che l’hanno portata ad aprire i concerti di Coez, Levante, Carl Brave, Lo Stato Sociale, arriva anche l’album di debutto: “Bambini elettrici”.

Certamente entrare a far parte di un mondo finora solo omaggiato non dev’esser compito da poco per la giovane Asia. Così come quello di conquistare una certa credibilità autoriale e artistica agli occhi di un pubblico già fidelizzato, ma abituato a considerare l’adolescente cantautrice quasi più nelle vesti di mascotte che non in quelle di vera e propria giocatrice.  Ansie e turbamenti che, non a caso, sono ben presenti nei testi dei brani che compongono la tracklist del disco. Un disco che cavalca il trend di un’alternative pop fresco, moderno e contemporaneo, che vede nelle più note coetanee (o quasi) Billie Eilish, Clairo e Angèle delle chiare fonti d’ispirazione. Inevitabile anche tracciare parallelismi con i tanti esponenti dell’indie italiano ai quali la giovane Asia non può che essere associata. Ad esempio il connubio chitarre punk/drum machine di alcune tracce porta alla mente gli ultimi lavori degli abruzzesi Management, mentre altre soluzioni melodiche ricordano Coez e Cosmo. In generale le sonorità dell’album sono indirizzate verso un’elettronica da classifica che spesso strizza l’occhio a ritmiche hip hop, Rn’B e – talvolta – addirittura trap.

Per tematiche “Bambini Elettrici” si presenta come una sorta di manifesto generazionale che passa in rassegna le insicurezze, le ansie, i sogni, le passioni e le complessità di un’età prettamente transitoria come l’adolescenza. I ventenni potranno sicuramente identificarsi in brani che sfoggiano una maturità di scrittura non così scontata. Le dieci canzoni, brevi (tutte sotto i 4 minuti) e immediate, sono dieci potenziali singoli dalle melodie orecchiabili e dai ritornelli dalla facile presa (su tutte “Una gonna”, “Stare bene”, “Guardami ballare” e “Angeli”).

Risultano un po’ meno efficaci gli arrangiamenti, spesso troppo scarni o non sufficientemente stratificati, o almeno non quanto il genere richiederebbe (soprattutto nel caso dell’iniziale “100 volte”).

Non mancano, poi, momenti più riflessivi come “Reset”ballad dedicata ai ragazzi di oggi: sempre pieni di dubbi, costantemente in bilico tra la voglia di fare e la mancanza di opportunità e di fiducia nei loro confronti – e la notevole “Occhi rossi”, unica vera e propria canzone d’amore del lotto.

Il disco si chiude poi con “Coraggio”, brano che parla di speranza e che incita l’ascoltatore a non cedere alla sensazione d’impotenza e incapacità che ci assale quando ci troviamo al cospetto dei nostri desideri più grandi.

Lo stesso coraggio che sarà lecito aspettarsi da Asia quando sarà chiamata a misurarsi con il suo prossimo lavoro. Talento e capacità non mancano, maturità e voglia di sperimentare (e di non giocare troppo sul sicuro) sono ciò che la millenial marchigiana dovrà aggiungere a una formula che, comunque, le ha permesso di confezionare un godibile e positivo disco d’esordio.

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“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 229

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 307

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

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