Benvenuti nel teatro del “Bovary 2000”, il nuovo spettacolo di Okiko 0 294

L’amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano dei cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell’abisso l’intero cuore”.

scenografia "Bovary 2000" spettacolo Okiko

Si apre con questa citazione il sipario di Bovary 2000, il nuovo spettacolo di Okiko – The drama company, tratta dal famoso classico della letteratura francese scritto da Flaubert a cui l’opera stessa deve il suo nome. Sceneggiatura e direzione sono ancora una volta figli della penna di Piergiorgio Meola, eccentrico regista e fondatore della compagnia dei “figli della Luna”. Blunote Music aveva già incontrato Okiko in occasione dello spettacolo BRIDE Cuore di farfalla, commedia quanto mai leggera pregna di riferimenti agli anni novanta, presupposto per sé sufficiente a rendere la narrazione esagerata, quasi grottesca, ma al contempo fresca e incline al sorriso del pubblico. Con Bovary, invece, gli attori portano on stage un copione assolutamente maturo, mettendo da parte la delicatezza dei sentimentalismi adolescenziali per ricondurre l’amore, tematica in ogni sua sfaccettatura tanto cara al regista, alla sua essenza più drammatica.

Bovary 2000 è andato in scena il 30 marzo nella cornice del teatro comunale “T. Traetta”di Bitonto, riscuotendo un successo clamoroso sia tra gli aficionados di sempre, sia tra le fila degli spettatori più curiosi, di volta in volta più numerose. L’opera si sviluppa unitamente su due palcoscenici: il primo è quello reale, visibile, dove a muoversi e a parlare sono gli attori; il secondo, come se fosse inception, ne costituisce l’ambientazione, che si dispiega tra la bühne e i camerini del “Bovary“, teatro parigino a luci rosse. La coesistenza di queste due dimensioni spaziali permette ai personaggi un certo margine di interazione con lo spettatore che, aperto il sipario, viene direttamente invitato ad entrare all’interno del locale da Mark (interpretato da Emanuele Licinio, ndr.), gestore del posto, e ad assistere allo straordinario spettacolo delle sue donne. L’apertura, infatti, è in perfetto stile Harold Zidler, ma senza la presenza di Ladies Marmelade dai colori sfavillanti, bensì di un cast che per costumi e sinuosità rende degnamente giustizia alla Parigi di Toulouse-Lautrec. Monologhi “menestrelli” si alternano a scene musicali e di ballo in cui emerge il talento e la versatilità degli attori – convincenti soprattutto in queste parti per loro stessi “atipiche” -, che hanno reso vivo ogni dettaglio caratteriale dei propri personaggi e hanno saputo cucirseli addosso con cura, giocando sapientemente con il doppio piano finzionale dell’opera.

Marc "Bovary 2000" spettacolo Okiko
Il personaggio di Mark, interpretato da Emanuele Licinio.

La trama dell’opera è scomponibile in due filoni tra loro collegati. Il primo segue le vicende di Yvette (interpretata da Rosa Masellis, ndr.), starlette del Bovary dal carattere arrivista e irriverente, in eterna competizione con Louise (interpretata da Giuseppe Visaggi, ndr.), “sorella” di Mark. La sua posizione viene scossa dall’arrivo di una donna ubriaca vestita a nozze nei camerini del teatro, che nessuno conosce a parte Yvette. La povera anima sperduta, che dice di non ricordare come essere arrivata fin lì, viene presentata ai colleghi come Amandine (interpretata da Alessia Ricciardi, ndr.) da Yvette, e presto entra a far parte della compagnia, in cui trova un rifugio sicuro. Ma la diva e la sposa (che in realtà si chiama Emma) tacciono un segreto tremendo di cui nessun’altro è al corrente, che le unisce e le contrappone in un silenzioso tête-à-tête celato sotto il velo di un’apparente complicità fino al momento della resa dei conti. Il carisma della primadonna si scontra con l’ingenuità di una figura “cenerentolesca”, l’ideale fiabesco con il più cinico pragmatismo, in una trama di farse e capovolgimenti che mette al centro il ruolo della donna e la sua emancipazione.

Yvette e Amandine "Bovary 2000" spettacolo Okiko
Yvette e Amandine-Emma, interpretate da Rosa Masellis e Alessia Ricciardi.

Il secondo, che si sviluppa parallelamente al primo ma si intreccia con il primo verso il finale, è incentrato sulle vicende di Louise e il suo spasimante Jean (interpretato da Michele D’Amore, ndr.), ideale di uomo cavalleresco diametralmente opposto allo stereotipo di “uomo patriarca” demonizzato dalle donne del teatro. Piergiorgio Meola dà il meglio di sé nella scrittura di queste scene in cui emerge tutta la sua sensibilità per la tematica gender, per altro interpretate magistralmente da Giuseppe Visaggi, capace di cavare anche le emozioni adagiate sul fondo più sopito dell’anima con commovente intensità e catalizzarle nel messaggio di amore universale alla base dell’opera.

Il sipario si chiude su un monologo profondissimo di Mark, che confessa le sue ragioni in merito al Bovary e al perché quello sia il suo mondo. Un mondo in cui tutto ciò che conta è «la musica che cresce, che ti annega, le luci che ti scaldano, le donne che danzano e indossano maschere: maschere fatte d’anima e non di segreti». Un mondo in cui tutto ciò che conta è l’amore, e riceverlo di ritorno, non importa come. Chi indossa una maschera spesso non lo fa per nascondersi, ma per rivelarsi davvero, e cercare attraverso quel travestimento un modo per gridare agli altri il bisogno d’amore che porta con sé. L’Arte è la compagna dell’Amore: il camerino di prova, il “per favore”, la formula con cui l’artista si mette a nudo e regala una parte di sé in nome di quel principio più alto. E che si tratti di un musicista, un ballerino o un attore, il motivo per cui si crea, se c’è, è sempre lo stesso: l’aspettativa di un applauso.

Cast "Bovary 2000" spettacolo Okiko
Cast degli attori di “Bovary 2000” con il regista Piergiorgio Meola.

Cast: Emanuele Licinio, Rosa Masellis, Giuseppe Visaggi, Alessia Ricciardi, Michele D’Amore, Teresa La Tegola, Valeria Summo, Carmen Toscano, Stefania Sannicandro
Assistente di scena: Aldo Corrado
Lighting designer: Andrea Mundo
Service audio e luci: Power Sound
Hair Stylists: Mimma Daucielli e Nico D’Egidio
Make Up: Valentina De Leo e Mariacristina Stecchi

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Mad Men per riscoprire il gusto della visione 0 267

Sarebbe inutile dire che questa non è una recensione su Mad Men: in parte lo è, ma non vuole essere una mera esposizione di cosa il prodotto offre come audiovisivo; piuttosto, di che emozioni è capace di provocare, almeno in qualcuno che apprezza una certa parte del cinema piuttosto trascurata.

“Mad Men” è una serie televisiva ideata e prodotta da Matthew Weiner e distribuita da AMC dal 2007 al 2015 molto acclamata negli States ma poco conosciuta in Italia, dove vanno molto di più le “grandi” serie e ci sfuggono sempre queste perle: Mad Men è sicuramente una delle più luminose.

La serie tratta la vita di alcuni agenti pubblicitari che lavorano in un grande ufficio di New York. La loro vita personale si intreccia con quella lavorativa, i tradimenti sono all’ordine del giorno – soprattutto da parte del protagonista Don Draper (John Hamm)– e il totale realismo ricreato fa ben percepire il pressante maschilismo dei tempi: nell’ambiente lavorativo il ruolo della donna è unicamente quello di segretaria sottomessa, come anche nel quotidiano. Ogni puntata mostra degli spaccati di vita sociale e familiare dell’america frenetica degli anni ’60: da spettatori del 2000 li troveremo giustamente disgustosi o incomprensibili.

Ma perchè Mad Men è così poco conosciuto da noi? Forse perchè i drama-storici non stuzzicano l’italico appetito? O perché non c’è un minimo d’azione? O forse perché, anche quando c’è… non è lo scontro tra Ramsey e Jon Snow?

Ci sono validi e concreti motivi per i quali la serie, da noi, non è molto conosciuta: ad esempio la pessima distribuzione del prodotto, monopolizzato dalla Rai e trasmesso a orari improponibili; da poco anche su Netflix, per fortuna. Ma il vero motivo è che la serie non presenta, volutamente, le caratteristiche cui il pubblico è abituato. Infatti, il pubblico non ne è del tutto consapevole ma è spesso attratto dai soliti “motivi” che sono minuziosamente posizionati in ogni puntata per invogliare lo spettatore a non fare cose come cambiare canale durante la pausa pubblicitaria o accrescere in lui la curiosità di vedere la puntata successiva. Mad Men rinnega queste regole: l’intreccio dei personaggi è sì molto presente e ben costruito, ma spesso porta a punti ciechi in cui ha termine. Da lì i personaggi tornano sui propri passi, verso un diverso intreccio. Capita, ad esempio, tra i personaggi di Peggy (Elisabeth Moss) e Pete (Vincent Kartheiser): i due finiscono a letto ma poi lui la convince che non dovrà più succedere perché ormai è sposato, concludendo così la side story in un niente di fatto. Ciò non rende di certo il prodotto molto allettante sulle prime, lo priva di “romanzo” e di amore, ma lo rende realistico.

Mad Men diventa così una succulenta esca per chi preferisce innamorarsi di certi dialoghi e della loro costruzione, dell’interpretazione che ne danno gli attori e della regia ricercata che ci fa tuffare, con lentezza e lunghi respiri, in un mondo passato e finito ma riproposto con assoluta perfezione, con i suoi problemi e i suoi cambiamenti.

Tutto è lento su Mad Men, ogni parola è importante. Bisogna seguire ogni frase, guardare ogni dettaglio. Le scene sono inaspettate ma quotidiane: reali, vere e crude. I personaggi e Don stesso, il protagonista, non solo non sono simpatici, ma sono proprio persone orribili, egoiste e a tratti malate. Seguono regole sociali che ci sembrano assurde, come ci sembra fastidiosa la devozione che hanno nell’osservarle, ed in generale è antiquato il loro giudizio sulle cose. Non riusciremo a empatizzare molto con loro, non ci sono character costruiti a puntino per funzionare in un contesto accattivante e farceli credere “geniali”: ci sono persone reali con problemi reali in un mondo di canaglie.

Tutti i bit cui siamo abituati in Mad Men non li troveremo; non ci sarà un particolare intreccio romantico che vorremo a tutti i costi seguire né un grande lavoro che il protagonista deve compiere per realizzarsi ed essere felice. Le puntate, al contrario, sembrano praticare cesure tra di loro. Pur seguendo gli eventi degli stessi personaggi in modo cronologico esse non sono collegate da una macro storia molto percettibile. Non ci sono fili narrativi complessi e architettati per tenerci con il fiato sospeso fino al finale di stagione.

Mad Men si premia però con dialoghi spettacolari e molto profondi che, oltre a catturare, fanno davvero riflettere se si è in grado di coglierne il sottotesto. La recitazione degli attori è ineccepibile, merito anche della regia maestrale di artisti come Alan Taylor e Tim Hunter.

È pur sempre vero che l’assenza di particolari linee narrative e un conseguente intreccio in “tre atti” non invoglia certo a spararsi una puntata dietro all’altra. Ma è giusto così: far passare del tempo tra una puntata e l’altra è probabilmente il modo migliore di guardare questo prodotto. Perché con le piattaforme virtuali come Netflix e Amazon, gli spettatori son sempre più abituati al tutto e subito: sarebbe bello invece riscoprire il magico rito di una serata dedicata alla visione, che sia da soli al cinema, per gustarsi un vecchio film degli anni ’60, magari senza effetti speciali e tanta azione ma con una grande regia, o che sia con degli amici e una pizza, sul divano di casa, a guardarsi una puntata di Mad Men.

Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 252

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

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