Bjork, il suo “Utopia” ci trasporta in un regno alieno dalle atmosfere elettroniche 0 1166

Esiste un paradiso dove la solitudine non è beata? Sì, ed è quello di Bjork. Odi all’amore ci vengono regalate, servite su un piatto d’argento, ma esiste anche l’altro lato della medaglia, e anche nell’Utopia nulla è davvero perfetto.

Ogni tanto Bjork ritorna, e ogni tanto qualcuno alza gli occhi al cielo o annuisce con la testa, assecondando chi urla al capolavoro. Ogni tanto la gente vive nel 2017 e Bjork nel 4018. Non è facile parlare di lei e non è facile starle dietro; nell’ultimo quarto di secolo è stata sia la scintilla che fa esplodere una bomba quanto un colibrì che cambia piumaggio ad ogni nuova alata. Non si può parlare di generi e non si possono fare discorsi come <<Bjork è invecchiata>> <<Bjork ha la voce roca>> <<Bjork ormai ha dato quello che poteva dare>>, perché un’artista rimane artista anche con le rughe e le corde vocali distrutte, così come un folletto islandese può diventare una fata sovrana di un regno alieno dove la pace (non quella interiore) regna incontrastata da secoli.

Così, con questi presupposti, quando ho ascoltato Utopia, nuovo album di Bjork, è stato come riabbracciare la zia che vedi solo a Natale ma ti fa sempre i regali migliori e non ti chiede mai perché non hai già un lavoro. Insomma, Bjork non è solo un nome nel mondo della musica, ma, senza essere mai essere data per scontato, una garanzia. E come da garanzia, Utopia non manca di restituirci una visione concettuale e musicale ben impacchettata di quello che l’artista islandese stessa ha definito “il Paradiso”. Delfini e creature intergalattiche incontrano arpe e mistiche melodie in scale orientaleggianti, ma il paradiso meditativo e ambient viene talvolta sporcato da una minaccia. La “minaccia” si chiama Arca, ed è a lui che si affida Bjork da qualche tempo. Il giovane (28 anni) musicista e producer venezuelano è entrato nelle grazie della cantante in quanto uno degli artisti più innovativi nell’ambito dell’elettronica per come noi la conosciamo. Acclamato dalla critica, il suo ultimo lavoro, il self-titled Arca, è uscito lo scorso aprile, e vale davvero la pena di ascoltarlo, o anche solo vedere qualche video musicale su You Tube tra uno di gattini e una poop su Renzi.

Vabbè, Arca non è l’ultimo coglione, insomma. Hanno già collaborato in Vulnicura (2015), ma sembrerebbe che Bjork abbia trovato quello che definisce “la sinergia di quando due persone perdono il proprio ego” e “il rapporto musicale più forte che abbia mai avuto”. Nell’album appena uscito infatti, su 14 pezzi, solamente due non sono stati scritti con la collaborazione dell’artista venezuelano. Ma, cosa ci dobbiamo aspettare da questo matrimonio artistico?

Utopia è un progetto che dà esattamente quello che promette: sia con la musica che con la visual art ci immergiamo totalmente in un mondo molto lontano dal nostro, dove la tecnologia ha acquistato una connotazione quasi spirituale, un posto dove la natura non si scontra con il progresso ma lo abbraccia, diventa tutt’uno con esso, un posto dove passato e futuro non esistono. L’uomo però ha ancora molta strada da fare; nella perfezione e nella quiete, le emozioni umane squarciano ancora il ciel sereno. In “Loss”, ad esempio, la cantante dà una visione dell’amore e della perdita di esso come se stesse guardando al suo passato con un binocolo, la sua voce risuona tipica su una base cupa e sempre più ritmata che riesce però a mantenere degli elementi cristallini e di speranza fino al finale, a livello musicale, più apocalittico che utopico, come anche il punto di vista dei testi: “Soft is my chest, I didn’t allow loss/Loss make me hate, didn’t harden from pain/This pain we have will always be there/But the sense of full satisfaction too”. Ne consegue il pezzo forse più aggressivo dell’album, “Sue Me”, un urlo a proteggere le nuove generazioni dal mancato amore di due genitori che si separano, e come in “Loss” il tratto di Arca è ancora più marcato. In altre occasioni Bjork invece scrive dei veri e propri inni alla natura che ci circonda e a noi in quanto parte vibrante di essa poiché capaci delle più profonde emozioni d’amore. Come ad esempio in “Claimstaker” e “Body Memory”, brani solenni e quasi minacciosi che rivelano un significato molto più morbido e caldo, naturale e voluttuoso.

Esiste un paradiso dove la solitudine non è beata? Sì, ed è quello di Bjork. Odi all’amore ci vengono regalate, servite su un piatto d’argento, ma esiste anche l’altro lato della medaglia, e anche nell’Utopia nulla è davvero perfetto.

Ascoltare l’album è un viaggio che va fatto, a mio parere, quasi con un approccio da ascoltatore di musica classica che nel tempo libero fa il chirurgo, in modo da prendere ogni brano come il tassello di un mosaico più ampio per sapere bene dove collocarlo nel nostro cranio. Un sogno cinematografico tra l’ambient e la new age dove la mano impavida di Arca ci regala quell’ansia terrena che è cara a pochi ma conosciuta da tutti. Come per qualcuno potrebbe a volte risultare ripetitivo e pesante, per altri potrebbe essere come immergersi in acqua fresca quando si ha troppo caldo.

 

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Uno Maggio Taranto: intervista ai Cor Veleno 0 263

Nel backstage del concerto dell’UnoMaggio Libero e Pensante, Blunote Music incontra in esclusiva Squarta dei Cor Veleno per una breve intervista (leggi l’intervista di Kragler a Squarta per l’uscita de Lo Spirito che Suona).

Siamo alla sesta edizione dell’ 1Maggio a Taranto e questa è la vostra prima presenza. Da Roma al “controconcerto” di Roma, avete portato Lo Spirito che Suona.
Sì, e devo dire che spacca. È la prima volta, ma c’è un’energia da paura e la manifestazione è come piace a noi: familiare, cruda, dove la protagonista è la musica con il coltello fra i denti.

In una situazione difficile come quella che sta vivendo Taranto in questo periodo, la città ha bisogno di questo evento e ha bisogno di musica forte, come dici tu. Un messaggio alla città.
Non è solo Taranto a trovarsi in una situazione infelice, ma purtroppo ci sono tanti posti in Italia dove è altrettanto difficile. La musica può essere un mezzo per ricordarsi di lottare sempre, mai darsi per vinti e alzare la testa. Una manifestazione del genere è a questo che serve.

Questa tappa è stata inserita nella seconda parte del vostro tour.
Il tour è partito in inverno, dopo l’uscita del disco. La prima parte l’abbiamo fatta io e Grandi in formazione classica, deejay e voce. In questa parte si è aggiunta anche la band in cui al basso c’è Gabbo, che produce con me anche i beat e tutte le produzioni che sentite, e alla batteria c’è Zamibrady; Taranto è la terza tappa.

C’è qualcosa nel futuro o vi fermerete con Lo Spirito che Suona?
Un futuro c’è, perché te pare che un gruppo che se chiama Cor Veleno se ferma? (ride, ndr.). Siamo già in studio a fare delle cose nuove. Non sappiamo qual è la direzione in cui si muovono queste cose, ma ci stiamo lavorando. Lo spirito di Primo ci sarà sempre, forte e lo sentirete suonare sempre.”

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Uno Maggio Taranto: conferenza con i Terraross 0 82

Dominique Antonacci, frontman della band jonica Terraross, ha incontrato l’area stampa dell’ 1Maggio Libero e Pensante e ha espresso il suo pensiero su alcune tematiche sensibili dibattute sul palco del Parco Archeologico delle mura greche.

Argomento centrale, la musica come strumento terapeutico per migliorare le condizioni di salute: «ci sono dati scientifici che dimostrano come le donne, approcciandosi alla musica, abbiano cambiato in positivo il loro atteggiamento nei confronti della malattia. Se la gente di Taranto, allo stesso modo, fosse un po’ più rilassata e ascoltasse buona musica, riuscirebbe a lavorare meglio anche sul fronte ILVA».

Sulla città e la sua situazione attuale, ha dichiarato: «basta avere consapevolezza di se stessi e credere in ciò che si è. Abbiamo un territorio stupendo: Taranto ha storia, tradizione, tante bellezze a livello architettonico, e potremmo vivere di turismo 365 giorni all’anno solo grazie a quello che ci hanno lasciato». Antonacci ha anche citato il villaggio turistico di Borgo Egnazia, esempio di impresa vincente nell’ambito turistico situato nei pressi di Savelletri (Fasano), che da anni collabora con i Terraross. «La struttura ospita 600 dipendenti durante l’inverno e almeno il doppio d’estate: è una vera e propria industria. Non è impossibile pensare ad altri progetti del genere, che sarebbero prosperi per il nostro territorio». La grande sfida è quella con la classe politica, spesso impegnata a guardare solo al microcosmo del presente escludendo invece previsioni sul lungo periodo di cui potranno beneficiare le generazioni future.

Sul concerto dell’ 1Maggio Libero e Pensante, si è invece così espresso: «ogni anno è sempre un’emozione diversa. La nostra musica è semplice e genuina, quella dei nostri nonni. Arriva subito, ci si prende per mano e si vive un momento di felicità. Questa musica esiste da 3000 anni; noi la riscopriamo oggi, ma se è durata così a lungo e ancora oggi funziona, un motivo c’è».

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