Bjork, il suo “Utopia” ci trasporta in un regno alieno dalle atmosfere elettroniche 0 1579

Esiste un paradiso dove la solitudine non è beata? Sì, ed è quello di Bjork. Odi all’amore ci vengono regalate, servite su un piatto d’argento, ma esiste anche l’altro lato della medaglia, e anche nell’Utopia nulla è davvero perfetto.

Ogni tanto Bjork ritorna, e ogni tanto qualcuno alza gli occhi al cielo o annuisce con la testa, assecondando chi urla al capolavoro. Ogni tanto la gente vive nel 2017 e Bjork nel 4018. Non è facile parlare di lei e non è facile starle dietro; nell’ultimo quarto di secolo è stata sia la scintilla che fa esplodere una bomba quanto un colibrì che cambia piumaggio ad ogni nuova alata. Non si può parlare di generi e non si possono fare discorsi come <<Bjork è invecchiata>> <<Bjork ha la voce roca>> <<Bjork ormai ha dato quello che poteva dare>>, perché un’artista rimane artista anche con le rughe e le corde vocali distrutte, così come un folletto islandese può diventare una fata sovrana di un regno alieno dove la pace (non quella interiore) regna incontrastata da secoli.

Così, con questi presupposti, quando ho ascoltato Utopia, nuovo album di Bjork, è stato come riabbracciare la zia che vedi solo a Natale ma ti fa sempre i regali migliori e non ti chiede mai perché non hai già un lavoro. Insomma, Bjork non è solo un nome nel mondo della musica, ma, senza essere mai essere data per scontato, una garanzia. E come da garanzia, Utopia non manca di restituirci una visione concettuale e musicale ben impacchettata di quello che l’artista islandese stessa ha definito “il Paradiso”. Delfini e creature intergalattiche incontrano arpe e mistiche melodie in scale orientaleggianti, ma il paradiso meditativo e ambient viene talvolta sporcato da una minaccia. La “minaccia” si chiama Arca, ed è a lui che si affida Bjork da qualche tempo. Il giovane (28 anni) musicista e producer venezuelano è entrato nelle grazie della cantante in quanto uno degli artisti più innovativi nell’ambito dell’elettronica per come noi la conosciamo. Acclamato dalla critica, il suo ultimo lavoro, il self-titled Arca, è uscito lo scorso aprile, e vale davvero la pena di ascoltarlo, o anche solo vedere qualche video musicale su You Tube tra uno di gattini e una poop su Renzi.

Vabbè, Arca non è l’ultimo coglione, insomma. Hanno già collaborato in Vulnicura (2015), ma sembrerebbe che Bjork abbia trovato quello che definisce “la sinergia di quando due persone perdono il proprio ego” e “il rapporto musicale più forte che abbia mai avuto”. Nell’album appena uscito infatti, su 14 pezzi, solamente due non sono stati scritti con la collaborazione dell’artista venezuelano. Ma, cosa ci dobbiamo aspettare da questo matrimonio artistico?

Utopia è un progetto che dà esattamente quello che promette: sia con la musica che con la visual art ci immergiamo totalmente in un mondo molto lontano dal nostro, dove la tecnologia ha acquistato una connotazione quasi spirituale, un posto dove la natura non si scontra con il progresso ma lo abbraccia, diventa tutt’uno con esso, un posto dove passato e futuro non esistono. L’uomo però ha ancora molta strada da fare; nella perfezione e nella quiete, le emozioni umane squarciano ancora il ciel sereno. In “Loss”, ad esempio, la cantante dà una visione dell’amore e della perdita di esso come se stesse guardando al suo passato con un binocolo, la sua voce risuona tipica su una base cupa e sempre più ritmata che riesce però a mantenere degli elementi cristallini e di speranza fino al finale, a livello musicale, più apocalittico che utopico, come anche il punto di vista dei testi: “Soft is my chest, I didn’t allow loss/Loss make me hate, didn’t harden from pain/This pain we have will always be there/But the sense of full satisfaction too”. Ne consegue il pezzo forse più aggressivo dell’album, “Sue Me”, un urlo a proteggere le nuove generazioni dal mancato amore di due genitori che si separano, e come in “Loss” il tratto di Arca è ancora più marcato. In altre occasioni Bjork invece scrive dei veri e propri inni alla natura che ci circonda e a noi in quanto parte vibrante di essa poiché capaci delle più profonde emozioni d’amore. Come ad esempio in “Claimstaker” e “Body Memory”, brani solenni e quasi minacciosi che rivelano un significato molto più morbido e caldo, naturale e voluttuoso.

Esiste un paradiso dove la solitudine non è beata? Sì, ed è quello di Bjork. Odi all’amore ci vengono regalate, servite su un piatto d’argento, ma esiste anche l’altro lato della medaglia, e anche nell’Utopia nulla è davvero perfetto.

Ascoltare l’album è un viaggio che va fatto, a mio parere, quasi con un approccio da ascoltatore di musica classica che nel tempo libero fa il chirurgo, in modo da prendere ogni brano come il tassello di un mosaico più ampio per sapere bene dove collocarlo nel nostro cranio. Un sogno cinematografico tra l’ambient e la new age dove la mano impavida di Arca ci regala quell’ansia terrena che è cara a pochi ma conosciuta da tutti. Come per qualcuno potrebbe a volte risultare ripetitivo e pesante, per altri potrebbe essere come immergersi in acqua fresca quando si ha troppo caldo.

 

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 236

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 434

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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