Bjork, il suo “Utopia” ci trasporta in un regno alieno dalle atmosfere elettroniche 0 1356

Esiste un paradiso dove la solitudine non è beata? Sì, ed è quello di Bjork. Odi all’amore ci vengono regalate, servite su un piatto d’argento, ma esiste anche l’altro lato della medaglia, e anche nell’Utopia nulla è davvero perfetto.

Ogni tanto Bjork ritorna, e ogni tanto qualcuno alza gli occhi al cielo o annuisce con la testa, assecondando chi urla al capolavoro. Ogni tanto la gente vive nel 2017 e Bjork nel 4018. Non è facile parlare di lei e non è facile starle dietro; nell’ultimo quarto di secolo è stata sia la scintilla che fa esplodere una bomba quanto un colibrì che cambia piumaggio ad ogni nuova alata. Non si può parlare di generi e non si possono fare discorsi come <<Bjork è invecchiata>> <<Bjork ha la voce roca>> <<Bjork ormai ha dato quello che poteva dare>>, perché un’artista rimane artista anche con le rughe e le corde vocali distrutte, così come un folletto islandese può diventare una fata sovrana di un regno alieno dove la pace (non quella interiore) regna incontrastata da secoli.

Così, con questi presupposti, quando ho ascoltato Utopia, nuovo album di Bjork, è stato come riabbracciare la zia che vedi solo a Natale ma ti fa sempre i regali migliori e non ti chiede mai perché non hai già un lavoro. Insomma, Bjork non è solo un nome nel mondo della musica, ma, senza essere mai essere data per scontato, una garanzia. E come da garanzia, Utopia non manca di restituirci una visione concettuale e musicale ben impacchettata di quello che l’artista islandese stessa ha definito “il Paradiso”. Delfini e creature intergalattiche incontrano arpe e mistiche melodie in scale orientaleggianti, ma il paradiso meditativo e ambient viene talvolta sporcato da una minaccia. La “minaccia” si chiama Arca, ed è a lui che si affida Bjork da qualche tempo. Il giovane (28 anni) musicista e producer venezuelano è entrato nelle grazie della cantante in quanto uno degli artisti più innovativi nell’ambito dell’elettronica per come noi la conosciamo. Acclamato dalla critica, il suo ultimo lavoro, il self-titled Arca, è uscito lo scorso aprile, e vale davvero la pena di ascoltarlo, o anche solo vedere qualche video musicale su You Tube tra uno di gattini e una poop su Renzi.

Vabbè, Arca non è l’ultimo coglione, insomma. Hanno già collaborato in Vulnicura (2015), ma sembrerebbe che Bjork abbia trovato quello che definisce “la sinergia di quando due persone perdono il proprio ego” e “il rapporto musicale più forte che abbia mai avuto”. Nell’album appena uscito infatti, su 14 pezzi, solamente due non sono stati scritti con la collaborazione dell’artista venezuelano. Ma, cosa ci dobbiamo aspettare da questo matrimonio artistico?

Utopia è un progetto che dà esattamente quello che promette: sia con la musica che con la visual art ci immergiamo totalmente in un mondo molto lontano dal nostro, dove la tecnologia ha acquistato una connotazione quasi spirituale, un posto dove la natura non si scontra con il progresso ma lo abbraccia, diventa tutt’uno con esso, un posto dove passato e futuro non esistono. L’uomo però ha ancora molta strada da fare; nella perfezione e nella quiete, le emozioni umane squarciano ancora il ciel sereno. In “Loss”, ad esempio, la cantante dà una visione dell’amore e della perdita di esso come se stesse guardando al suo passato con un binocolo, la sua voce risuona tipica su una base cupa e sempre più ritmata che riesce però a mantenere degli elementi cristallini e di speranza fino al finale, a livello musicale, più apocalittico che utopico, come anche il punto di vista dei testi: “Soft is my chest, I didn’t allow loss/Loss make me hate, didn’t harden from pain/This pain we have will always be there/But the sense of full satisfaction too”. Ne consegue il pezzo forse più aggressivo dell’album, “Sue Me”, un urlo a proteggere le nuove generazioni dal mancato amore di due genitori che si separano, e come in “Loss” il tratto di Arca è ancora più marcato. In altre occasioni Bjork invece scrive dei veri e propri inni alla natura che ci circonda e a noi in quanto parte vibrante di essa poiché capaci delle più profonde emozioni d’amore. Come ad esempio in “Claimstaker” e “Body Memory”, brani solenni e quasi minacciosi che rivelano un significato molto più morbido e caldo, naturale e voluttuoso.

Esiste un paradiso dove la solitudine non è beata? Sì, ed è quello di Bjork. Odi all’amore ci vengono regalate, servite su un piatto d’argento, ma esiste anche l’altro lato della medaglia, e anche nell’Utopia nulla è davvero perfetto.

Ascoltare l’album è un viaggio che va fatto, a mio parere, quasi con un approccio da ascoltatore di musica classica che nel tempo libero fa il chirurgo, in modo da prendere ogni brano come il tassello di un mosaico più ampio per sapere bene dove collocarlo nel nostro cranio. Un sogno cinematografico tra l’ambient e la new age dove la mano impavida di Arca ci regala quell’ansia terrena che è cara a pochi ma conosciuta da tutti. Come per qualcuno potrebbe a volte risultare ripetitivo e pesante, per altri potrebbe essere come immergersi in acqua fresca quando si ha troppo caldo.

 

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Ricordati Chi Sei, il nuovo singolo di ElleBlack 0 146

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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