Blunote Music meets: Roberta Di Laura. Dalle lezioni nella sua Taranto fino al meritato posto nel cielo delle più celebri étoile 0 865

Gifted with the passion for ballet, she has a natural ability to dance, she has very creative and expressive and she has a talent for choreography. Her dancing is like a gift as she seems to be in a relaxed tranquil state because she is in her most natural form“. La definisce così Rose Allen, direttrice del Culpeper Ballet Theatre (Virginia, USA), in una menzione speciale del “Danse Apache Award”, al quale Roberta partecipa nel 2013.

Roberta Di Laura nasce nel 1992 a Taranto con un talento spiccato per la danza che coltiva sin da giovane tra corsi e scuole del territorio. Germoglia nella terra rossa della sua città fino a toccare le vette più alte in Italia e in Europa: collabora con nomi celebri come Vladimir Malakhov, posa per famosi brand stranieri dedicati alla danza, viene nominata membro del Consiglio Internazionale di Danza di Parigi (riconosciuto dall’Unesco). Partecipa ad innumerevoli concorsi, a stage tenuti dai migliori maestri di danza, riceve premi e riconoscimenti in Europa e da oltreoceano. Roberta è nonostante la giovanissima età uno degli astri più luminosi provenienti dalla Puglia, motivo d’orgoglio per un territorio afflitto da molteplici problemi, ma soprattutto la prova vivente per chi ha un sogno da inseguire, in ambito artistico o meno, che non importa il luogo da dove si viene, ma quanto è grande la fede in ciò che si fa, che porta a volare alto.

Blunote Music intervista la ballerina e compaesana per conoscere alcuni dettagli del percorso professionale, ma soprattutto della personale storia di Roberta, impegnata al momento a danzare sulle rive del Danubio blu con il progetto “Tanzen auf der Donau” a Ulm (Germania). Per ulteriori informazioni riguardo la sua carriera e i suoi progetti, in corso e futuri, si rimanda al suo sito ufficiale: http://robertadilaura.weebly.com/

L’ ispirazione esiste, ma ci deve trovare già all’opera”, anche se spesso travisata, è una citazione attribuita a Pablo Picasso. Considerando la danza una forma d’espressione al pari dell’arte, della musica o della poesia, pensi che Roberta Di Laura nasca per diventare quello che è oggi, o ha scelto il suo destino ad ogni caduta (ammesso che ce ne siano state nella tua carriera) e scarpette che ha indossato?

“La danza ha sempre fatto parte di me. Sin dalla prima lezione di danza, avevo capito che quest’arte sarebbe stata per me fonte di ispirazione, una vera e propria passione. Ho sempre cercato un motivo che mi portasse a guardare avanti, nonostante le difficoltà e le varie cadute, perché quando si inizia a danzare non è mai semplice costruire il proprio percorso. Man mano si è consolidato sempre di più, ma sapevo dal primo momento che non avrei mai mollato. La danza mi ha sempre accompagnato, non è stato qualcosa di costruito in seguito, malgrado le prime incertezze sulla scelta della scuola giusta. Inoltre, quando si è bambine c’è sempre la scuola da dover conciliare, però quando si segue una passione si fanno tanti sacrifici che, per certo, vengono ripagati. Sono del parere che ballerini si nasca.”

A ventisei anni hai girato l’Europa e il tuo nome ha risuonato tra le mura di città importantissime, che in qualche modo hanno avuto un posto nella storia per il loro fiuto artistico (penso al tuo debutto a Colonia come il sublime “The Köln Concert” di Keith Jarret del ’75).
Si riavvolge il nastro della tua vita fino al cordone ombelicale e vieni al mondo in un altro angolo del pianeta: quanto pensi che la tua città, la formazione che hai acquisito da giovane e il semplice fatto di essere nata proprio a Taranto abbia influito sulla tua carriera? Se potessi, sceglieresti un’altra città non solo per la tua formazione artistica, ma anche personale?

“A Taranto ho iniziato con le prime lezioni, in alcune scuole della città e di provincia. Ovviamente, è stata sempre una formazione piuttosto limitata, che mi ha permesso di costruire le mie basi. Poi, proprio il fatto di essere una città che non offrisse grandi opportunità, mi ha spinta a cercare altri ambienti: essendomi avvicinata a Roma, mi sarei potuta trattenere lì. D’altro canto, le barriere che avevo incontrato a Taranto avevano dato vita alla necessità di inserirmi in altri contesti, iniziare a viaggiare ed entrare in contatto con maestri di scuole molto prestigiose. Il fatto di essere tarantina ha influito nella misura in cui mi ha portata alla ricerca di nuovi ambienti, che successivamente hanno contribuito a costruire una strada fortunata. Il legame con la propria città è inscindibile: trono sempre con piacere a Taranto e mi piace collaborare con le associazioni del territorio. Non cambierei le mie origini. Il consiglio, anche per i miei concittadini, è di cercare sempre nuove possibilità, senza dimenticare mai le proprie origini.”

Nel 2013 partecipi al concorso artistico letterario nazionale “Premio Giacinto Leone” vincendo con una poesia sull’arte e sulla danza. Dove nasce e qual è, secondo Roberta Di Laura, il legame esistente tra poesia e danza?

“Attraverso la danza si può cercare di interpretare ciò una poesia trasmette. Questo è un esperimento che da qualche tempo mi appassiona e mi impegna, grazie alla collaborazione con la poetessa Anca Mihaela Bruma. Mi è capitato diverse volte, in vari eventi, di danzare proprio su poesie unite ad una base musicale. È stata un’esperienza molto significativa, perché in un certo senso si cerca di tradurre con il proprio corpo e i propri movimenti le parole che vengono recitate.”

Nonostante la giovane età, hai riempito il tuo bagaglio di esperienze fondamentali, che sono state il presupposto di ogni singolo viaggio che ti ha aspettato in seguito. Fermo restando che ogni tuo passo è stato propedeutico a compiere quello successivo nella personalissima scenografia che hai scelto per il tuo avvenire, e per questo motivo imprescindibile, qual è stato il momento in cui hai pensato che stava avvenendo una svolta radicale nella tua vita?

“Uno dei momenti più importanti è stato il conferimento del “Premio Internazionale Crisalide” – Città di Valentino. Avevo già ricevuto un premio a Statte, la cittadina dove abito, però il “Crisalide” è stato il primo importante premio che ho ricevuto, che negli anni precedenti avevo sempre visto in televisione. È stato un momento particolarmente emozionante, perché proprio dalla partecipazione alla “Crisalide” sono emerse tantissime possibilità che mi hanno portata a costruire il mio percorso. A questo si lega anche la mia prima esperienza all’estero, in Germania,che mi sta ospitando e dove attualmente sono impegnata.”

La pedagogia Waldorf, applicata nelle scuole di Steiner, è un metodo educativo che non contempla la politica del voto, ma al contrario stimola il bambino alla creatività e al principio di mutuo apprendimento all’interno di gruppi sociali. Se penso alla danza classica e come si riflette nell’immaginario collettivo, viene quasi naturale pensare a un insegnamento rigido, basato su regole ferree e movimenti che richiedono estrema precisione. Da ballerina e insegnante, credi che sia importante lasciare un ballerino libero di esprimersi al limite della propria autodeterminazione artistica o ti senti più legata alla tradizione della danza e alle sue pratiche come manifestazione estetica di una forma artistica?

“Alla base deve esserci sempre lo studio e il rispetto delle regole fondamentali del balletto, che danno forma a quello che è il ballerino vero e proprio. Credo che sia importante dare spazio alla propria creatività e poter esprimere liberamente le proprie emozioni attraverso altri stili: la danza classica è quindi la base di ogni stile da cui è necessario partire, con la sua dura tecnica accademica; poi, avvicinandosi alla danza contemporanea o neoclassica, si possono cercare altre vie per esprimersi. Molte volte si presentano come  esperienze importanti, estremamente creative, che danno spazio all’espressività e alla contaminazione tra stili, ma il territorio della danza classica nello specifico lascia poco terreno alla libertà creativa. Le variazioni di repertorio, ad esempio, devono essere seguite con rigore; nonostante ciò, ci possono essere esperimenti o coreografie su brani di repertorio che possono essere più libere e personali. Per quanto mi riguarda, amo la danza classica “pura”, ma anche spaziare con delle mie coreografie, come faccio di solito.”

Nel 2016 consegui la laurea triennale presso “La Sapienza” di Roma presentando una tesi dal titolo “Ida Rubinštejn: rivoluzione tra teatro e danza”. La Rubinštejn potrebbe essere definita, utilizzando una parola presa in prestito dal vocabolario mediatico contemporaneo, “influencer” dei circoli artistici della Belle Époque, apportando a mezzo del suo stile di vita trasgressivo e fuori dal comune non solo novità a livello performativo nella danza, nel teatro e nell’arte, ma veri e propri modelli comportamentali inediti. Penso che un simile fenomeno sociale si stia verificando nel mondo della musica odierna, sfruttando i social media come cassa di risonanza, i quali tramite uno smartphone impongono (soprattutto ai più giovani) il desiderio di emulare la vita e le abitudini delle loro star preferite. Credi che la stessa cosa possa avvenire anche con la danza, o resta ancora una forma artistica dedicata a un pubblico di intenditori? Rispetto a questa riflessione, secondo te, è innovatrice la posizione di un personaggio come Roberto Bolle, ad esempio, visto da dietro uno schermo?

“Sicuramente fino a qualche anno fa la danza era una disciplina élitaria e relegata ad un pubblico di intenditori. Soprattutto in passato era dedicata alle ragazze di buona famiglia, si poteva avere un contatto con essa solo in teatro, e per molto tempo ha mantenuto il marchio di questo retaggio. Negli ultimi anni ha avuto una diffusione molto più capillare, anche dovuta ai diversi programmi televisivi e reality show, penetrando la società attraverso nuovi canali, che non sono solo il teatro e lo spettacolo in sé. Ciò che è avvenuto negli ultimi anni attraverso gli spettacoli di Bolle, è la prova che la danza abbia trovato il suo spazio nei media, perché in passato non se ne vedevano quasi mai, se non nei reality show, che sono altro dallo “spettacolo di danza”. Bolle è il tentativo di avvicinare il pubblico a quella che è la danza vera, perché molta gente se non lo vede in televisione, semplicemente non lo vede. Il suo ruolo è, o è stato, fondamentale ed estremamente positivo, perché permette di conoscere un’arte, che si può apprezzare o meno, e riflettere su quelli che sono i sacrifici, il duro lavoro, la disciplina, i valori che spesso oggi vengono meno, e che la danza invece insegna. Si instaura in questo modo anche un confronto tra gli esperti e i semplici amatori, dando la possibilità di iniziare a riflettere e formulare le proprie idee riguardo un mondo che, altrimenti, sarebbe inesistente agli occhi di molti. Credo che questo non sminuisca in alcun modo il percorso e la passione che c’è alle spalle di un ballerino.”

La danza come linguaggio. Molti studiosi ritengono che con l’avanzare della globalizzazione, alcune lingue si estingueranno a favore di altre, e che probabilmente si giungerà a parlare una lingua internazionale ovunque. Ai più, è noto il tentativo di Ludwik Lejzer Zamenhof di creare addirittura artificiosamente una nuova lingua, l’ “Esperanto”, che come suggerisce il nome, nasce dal desiderio di unire culture differenti sotto un tetto linguistico uguale per tutti, generando pace e comprensione tra le etnie.
Hai avuto modo di entrare in contatto con maestri famosi e provenienti da scuole di tutto il mondo. C’è anche nella danza, secondo te, una tendenza alla “globalizzazione comunicativa”, o sono ancora molto forti le radici culturali, soprattutto nell’ insegnamento della disciplina? Roberta Di Laura si auspica un tipo di comunicazione universalista, che possa avere effetti benefici anche sulla qualità della vita e delle interazioni tra le persone, o è una strenua paladina dei particolarismi come affermazione identitaria e delle singolari qualità di una cultura?

“La danza ha un proprio linguaggio universale, che è la lingua francese. Questo permette a qualsiasi ballerino, in qualunque posto, di poter comunicare facilmente con il personale coinvolto all’interno dall’ambito della danza. Alla base, quindi, esiste già una sorta di unione a livello comunicativo. L’effetto armonizzante e conciliante tra le persone è intrinseco nella danza, e questo è testimoniato dagli ensamble. Il corpo di ballo è un insieme di persone unite dalla stessa passione che condividono la stessa coreografia. La speranza è, ovviamente, che la danza possa fare sempre di più da collante, anche tra culture e paesi diversi, mettendo da parte i particolarismi. Le differenze, soprattutto nell’insegnamento, esistono: lo stile russo (il metodo Vaganova), quello francese e italiano differiscono molto. È anche vero che il primo sia una sorta di sintesi tra gli altri due, ma esiste anche il contemporaneo, o lo stile di Balanchine, che sono molto diversi da quelli della danza tradizionale, ma sempre caratterizzati dalle stesse basi e da un linguaggio universale. La stessa cosa dovrebbe avvenire anche tra persone.”

Per chiudere l’intervista, un dipinto, un libro e un film che sono significativi per Roberta Di Laura.

“L’Étoile” di Degas, sicuramente. Mi piacciono tutti, ma dal momento che ballo quasi sempre da solista, questo è il dipinto in cui mi rivedo maggiormente (anche “La classe di danza” è molto bello). Per quanto riguarda il libro, “Arabesque” di Nora Roberts, che mi ha colpito sin dalle prime pagine: ovviamente parla di danza, ma non solo, e aiuta a riflettere su molte cose. “Il ritmo del successo” di Hytner è il film, anch’esso incentrato sulla danza, che mi è piaciuto particolarmente per le sue coreografie spettacolari.”

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Uno Maggio Taranto: conferenza con i Terraross 0 88

Dominique Antonacci, frontman della band jonica Terraross, ha incontrato l’area stampa dell’ 1Maggio Libero e Pensante e ha espresso il suo pensiero su alcune tematiche sensibili dibattute sul palco del Parco Archeologico delle mura greche.

Argomento centrale, la musica come strumento terapeutico per migliorare le condizioni di salute: «ci sono dati scientifici che dimostrano come le donne, approcciandosi alla musica, abbiano cambiato in positivo il loro atteggiamento nei confronti della malattia. Se la gente di Taranto, allo stesso modo, fosse un po’ più rilassata e ascoltasse buona musica, riuscirebbe a lavorare meglio anche sul fronte ILVA».

Sulla città e la sua situazione attuale, ha dichiarato: «basta avere consapevolezza di se stessi e credere in ciò che si è. Abbiamo un territorio stupendo: Taranto ha storia, tradizione, tante bellezze a livello architettonico, e potremmo vivere di turismo 365 giorni all’anno solo grazie a quello che ci hanno lasciato». Antonacci ha anche citato il villaggio turistico di Borgo Egnazia, esempio di impresa vincente nell’ambito turistico situato nei pressi di Savelletri (Fasano), che da anni collabora con i Terraross. «La struttura ospita 600 dipendenti durante l’inverno e almeno il doppio d’estate: è una vera e propria industria. Non è impossibile pensare ad altri progetti del genere, che sarebbero prosperi per il nostro territorio». La grande sfida è quella con la classe politica, spesso impegnata a guardare solo al microcosmo del presente escludendo invece previsioni sul lungo periodo di cui potranno beneficiare le generazioni future.

Sul concerto dell’ 1Maggio Libero e Pensante, si è invece così espresso: «ogni anno è sempre un’emozione diversa. La nostra musica è semplice e genuina, quella dei nostri nonni. Arriva subito, ci si prende per mano e si vive un momento di felicità. Questa musica esiste da 3000 anni; noi la riscopriamo oggi, ma se è durata così a lungo e ancora oggi funziona, un motivo c’è».

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Intervista ai Petralana: “La nostra è urgenza di comunicazione” 0 119

I Petralana sono una band fiorentina nata nel 2002. Nata inizialmente come cover band di Fabrizio De Andrè, presto l’esperienza live formerà il gruppo al punto da portarlo al rilascio del primo disco ufficiale, ‘Oggi Cadono le Foglie” (2011) cui seguirà un secondo disco, ‘A che ora arriva il dj?’ (2013). A distanza di sei anni i Petralana sono tornati con un nuovo disco, ‘Fernet’: un concept album ambientato nel secolo scorso che ci parla di Pietro, contadino di umili origini che, per una delusione d’amore, decide di partire verso il fronte, salvo poi disertare e rifugiarsi in America come tantissimi connazionali. Il disco diventa un’occasione per parlare di tematiche vicine al nostro tempo, tenendole collegate con un filo invisibile che è quello dell’empatia: empatizzare con Pietro per capire il dramma che molte persone, molti Pietro, vivono oggi in varie parti del mondo.
Per approfondire di più questo disco del quale consigliamo vivamente l’ascolto, abbiamo deciso di intervistare Federico Grazzini e n’è uscita una ricca chiacchierata su Fernet.

Ciao Federico! Allora, per iniziare, sappiamo che i Petralana suonano dal 2002, praticamente una carriera quasi ventennale. Raccontami un po’ cos’è successo in questi anni!
I Petralana sono una band fiorentina: la formazione originale può variare, ad esempio per ‘Fernet’ si è allargata con altri componenti, un gruppo davvero nutrito di musicisti. Abbiamo iniziato come dici nel 2002 e, prima del primo disco, c’è stato un lungo periodo di gestazione in cui suonavamo in giro per la toscana, proponendo principalmente cover. Era una band liceale, nata da un gruppo di amici, e partimmo come cover band. Nel 2011 arrivò il primo disco, ‘Oggi Cadono le Foglie’, ispirato dal ‘Barone Rampante’ di Italo Calvino; dopodiché uscì ‘A che ora arriva il dj?’, un disco diverso perché si tratta più di una serie di brani raccolti negli anni.

E così arriviamo a ‘Fernet’. Fernet riprende le origini delle vostre cover, partendo dal cantautorato di De Andrè e arrivando a scavare in fondo, fino alle sonorità medievali, accostandole però ad un suono cantautorale più moderno: ne esce fuori un concept album dal gusto un po’ retrò.
Guarda, hai visto il mio numero di telefono: è inglese, io vivo in Inghilterra da diversi anni; il tuo riferimento al medioevo è giustissimo, riprendiamo quelle che qui chiamano ‘Child Ballads’, queste canzoni di fatto folk, di tradizione anglosassone, a cui si lega tutto un filone cantautorale degli anni ’70 e che proprio De Andrè riprese nella canzone ‘Geordie’. L’idea era proprio di trovare un tema che avesse un sapore lontano, e che in qualche modo ci legasse alla routine di questo protagonista, un contadino che la mattina si alza per zappare la terra, e che riprende molto il modo di vivere di quell’epoca.

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La copertina di Fernet

Parliamo allora di questo concept: Fernet parla di Pietro, questo ragazzo di umili origini che, dopo una delusione d’amore, decide di partire per la guerra, salvo poi disertare e salpare per l’America. Ovviamente, parlando della storia di Pietro si toccano varie tematiche come la guerra, l’amore, il viaggiare inteso come immigrazione. Qual è il tema cardine che unisce tutti questi temi?
Il tema cardine è la fuga. Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo disco ci siamo prima di tutto domandati se fosse possibile trovare delle risonanze con il presente, creando un ponte che unisse i nostri tempi col passato. Il tema della fuga si è proposto come quello principale: il protagonista cerca di evadere da una realtà che gli sta stretta sempre più, prima attraverso il Fernet, ubriacandosi durante il lavoro, poi disertando dall’esercito che lo vuole soldato; poi dopo, appunto, imbarcandosi verso l’America: quella diventa la fuga finale del disco, rappresentata dalla canzone ‘Il Faro’.

Sappiamo anche che quest’album è legato agli scritti di due grandi intellettuali quali Pavese e Fenoglio: queste due figure, al di là di quello che le lega concretamente al disco, sono legati a temi importanti come la resistenza e l’antifascismo. Possiamo definirlo, anche in quest’ottica, un disco politico, che tratta temi particolari in un momento molto caldo?
È un disco politico, che parla di temi che riguardano il presente, ed il presente, a mio parere, sta attraversando un momento storico molto difficile. È un momento storico in cui l’umanità sta prendendo una piega pericolosa, una piega disumana. Questo disco parla di rapporti umani, di relazioni profonde, di sentimenti, di povertà, di cose umili che hanno ancora senso. È questo l’approccio che abbiamo voluto dargli: un contadino delle langhe in un momento storico in cui non prende parte alla resistenza, ma decide di andare sul fronte per una delusione d’amore. I Pavese e Fenoglio a cui abbiamo fatto riferimento sono quelli de ‘La Malora’, di ‘Paesi Tuoi’, legati a tematiche quali la condizione contadina dell’epoca e la vita sotto il padrone.”

Sicuramente è un disco che parla di memoria storica. Quanto è importante ritrovarla?
La memoria storica è fondamentale. È proprio l’urgenza di ritrovare la memoria storica che ci ha spinto a fare questo disco. Come ti dicevo, sono tempi di barbarie da questo punto di vista; la storia viene proposta ciclicamente, vengono promosse istanze razziste e denigratorie nei confronti del genere umano. È necessario recuperare la memoria storica per prendere lo slancio verso un futuro migliore, più luminoso rispetto a quello che quotidianamente la politica di oggi ci propone.”

intervista ai petralana fernet blunote music

Un altro pensiero che ho avuto ascoltando Fernet è che la musica politicamente impegnata sta venendo a mancare, direi che siete rimasti in pochi a proporla. Convieni?
Il discorso è molto soggettivo, bisognerebbe parlare con chi fa i dischi. Non posso dare un giudizio sugli intenti di chi fa musica oggi. Posso parlare per noi, e noi abbiamo bisogno di dire cose che parlino del presente e facciano riflettere. La nostra è urgenza di comunicazione. Quello che vedo io è una situazione culturale svuotata: dopo un ventennio come quello berlusconiano la gente si è abituata ad avere sempre meno contenuti, siamo tutti contenitori un po’ vuoti. Mi guardo in giro e vedo un horror vacui, non so se ho risposto alla domanda [Ride, n.d.r.]”

‘La Strada Ferrata’ è sicuramente il vostro pezzo più di successo, nonché uno dei momenti più alti e importanti di Fernet. Ho trovato una similitudine che potrebbe farti arrossire, ed è con Generale di De Gregori: il treno pieno di soldati, quello che De Gregori immagina tornare a casa, e che per voi porta Pietro al fronte. E anche le infermiere ‘che fanno l’amore’, come l’infermiera cui Pietro vorrebbe sfilare i guanti.
È giusto! [Ride, n.d.r.] Non ci avevo mai pensato; è talmente forte nel nostro immaginario quel tipo di cantautorato che riecheggia. Mi sembra un paragone calzante, La Strada Ferrata – rispetto a Generale, che apre uno spiraglio di luce – finisce con un bombardamento. Il pezzo si sgretola, e questo sgretolamento porta ad una nuova consapevolezza da parte del protagonista che accompagnerà le decisioni di quest’ultimo fino alla fine. È un momento di trasformazione fondamentale, centrale, che racconta come la guerra, il contatto diretto con la violenza, possa cambiarti e portarti maggior consapevolezza. È un pezzo che ci racconta come è difficile parlare della guerra senza viverla, ed è quello che succede attualmente. Ho attinto a dei miei momenti personali, in cui ho vissuto un conflitto, viaggiando in Siria proprio quando è esploso in quel Paese bellissimo, adesso distrutto…”

Proprio perché parli di attualità e Siria, un pezzo che mi ha ricordato molto ciò che succede oggi è Il Faro. Attuale perché ci parla dell’immigrazione, dell’attraversata in mare che avveniva ieri, all’epoca di Pietro, verso l’America, e quella di oggi verso l’Italia.
Beh, il paragone è presto fatto. Gli italiani venivano trattati in America esattamente come gli stranieri vengono trattati oggi in Italia, ovvero come bestie. Proporre queste tematiche all’ascoltatore ha l’obiettivo di empatizzare di più rispetto alle solitudini e le realtà difficile che vivono gli stranieri che arrivano. Il Faro racconta della solitudine che hanno provato gli italiani all’estero, lasciando la loro casa. Ed è una solitudine che ancora oggi molti nostri connazionali vivono, in Europa. Lo dico da italiano all’estero. La comunità italiana in Inghilterra è enorme, corrisponde ad una città italiana. So bene cosa significa trovarsi in un Paese dove non si parla la tua lingua e dov’è difficile integrarsi culturalmente. Il Faro parla di questo senso di alienazione, di solitudine.”

In conclusione volevo chiederti se questo disco lo porterete in un tour e quando sarà possibile ascoltarlo live.
Guarda, non so se ti è capitato di vedere i videoclip de La Strada Ferrata e Il Faro, appartengono ad un progetto molto ambizioso che puntava a creare uno spettacolo teatrale – e l’abbiamo fatto! Uno spettacolo composto da cinquanta minuti di animazione in stop-motion, quindi un cartone animato, ed un monologo dove diamo ulteriore voce a Pietro. Ci sono delle finestre che si aprono sulla vita di Pietro grazie alla rappresentazione di un attore. Infine, ovviamente, c’è il concerto, quindi è il momento in cui questi tre linguaggi – il video, la musica e il teatro – si fondono insieme in questo progetto, Fernet, che porteremo in Italia da quest’estate. Ci stiamo muovendo proprio per trovare dei luoghi che vogliano ospitare questo spettacolo.

Perfetto Federico, spero presto di vedervi live! Ti ringrazio molto per il tuo tempo, è stato un piacere.
Grazie a te, piacere mio!

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