Blunote Music meets: Roberta Di Laura. Dalle lezioni nella sua Taranto fino al meritato posto nel cielo delle più celebri étoile 0 707

Gifted with the passion for ballet, she has a natural ability to dance, she has very creative and expressive and she has a talent for choreography. Her dancing is like a gift as she seems to be in a relaxed tranquil state because she is in her most natural form“. La definisce così Rose Allen, direttrice del Culpeper Ballet Theatre (Virginia, USA), in una menzione speciale del “Danse Apache Award”, al quale Roberta partecipa nel 2013.

Roberta Di Laura nasce nel 1992 a Taranto con un talento spiccato per la danza che coltiva sin da giovane tra corsi e scuole del territorio. Germoglia nella terra rossa della sua città fino a toccare le vette più alte in Italia e in Europa: collabora con nomi celebri come Vladimir Malakhov, posa per famosi brand stranieri dedicati alla danza, viene nominata membro del Consiglio Internazionale di Danza di Parigi (riconosciuto dall’Unesco). Partecipa ad innumerevoli concorsi, a stage tenuti dai migliori maestri di danza, riceve premi e riconoscimenti in Europa e da oltreoceano. Roberta è nonostante la giovanissima età uno degli astri più luminosi provenienti dalla Puglia, motivo d’orgoglio per un territorio afflitto da molteplici problemi, ma soprattutto la prova vivente per chi ha un sogno da inseguire, in ambito artistico o meno, che non importa il luogo da dove si viene, ma quanto è grande la fede in ciò che si fa, che porta a volare alto.

Blunote Music intervista la ballerina e compaesana per conoscere alcuni dettagli del percorso professionale, ma soprattutto della personale storia di Roberta, impegnata al momento a danzare sulle rive del Danubio blu con il progetto “Tanzen auf der Donau” a Ulm (Germania). Per ulteriori informazioni riguardo la sua carriera e i suoi progetti, in corso e futuri, si rimanda al suo sito ufficiale: http://robertadilaura.weebly.com/

L’ ispirazione esiste, ma ci deve trovare già all’opera”, anche se spesso travisata, è una citazione attribuita a Pablo Picasso. Considerando la danza una forma d’espressione al pari dell’arte, della musica o della poesia, pensi che Roberta Di Laura nasca per diventare quello che è oggi, o ha scelto il suo destino ad ogni caduta (ammesso che ce ne siano state nella tua carriera) e scarpette che ha indossato?

“La danza ha sempre fatto parte di me. Sin dalla prima lezione di danza, avevo capito che quest’arte sarebbe stata per me fonte di ispirazione, una vera e propria passione. Ho sempre cercato un motivo che mi portasse a guardare avanti, nonostante le difficoltà e le varie cadute, perché quando si inizia a danzare non è mai semplice costruire il proprio percorso. Man mano si è consolidato sempre di più, ma sapevo dal primo momento che non avrei mai mollato. La danza mi ha sempre accompagnato, non è stato qualcosa di costruito in seguito, malgrado le prime incertezze sulla scelta della scuola giusta. Inoltre, quando si è bambine c’è sempre la scuola da dover conciliare, però quando si segue una passione si fanno tanti sacrifici che, per certo, vengono ripagati. Sono del parere che ballerini si nasca.”

A ventisei anni hai girato l’Europa e il tuo nome ha risuonato tra le mura di città importantissime, che in qualche modo hanno avuto un posto nella storia per il loro fiuto artistico (penso al tuo debutto a Colonia come il sublime “The Köln Concert” di Keith Jarret del ’75).
Si riavvolge il nastro della tua vita fino al cordone ombelicale e vieni al mondo in un altro angolo del pianeta: quanto pensi che la tua città, la formazione che hai acquisito da giovane e il semplice fatto di essere nata proprio a Taranto abbia influito sulla tua carriera? Se potessi, sceglieresti un’altra città non solo per la tua formazione artistica, ma anche personale?

“A Taranto ho iniziato con le prime lezioni, in alcune scuole della città e di provincia. Ovviamente, è stata sempre una formazione piuttosto limitata, che mi ha permesso di costruire le mie basi. Poi, proprio il fatto di essere una città che non offrisse grandi opportunità, mi ha spinta a cercare altri ambienti: essendomi avvicinata a Roma, mi sarei potuta trattenere lì. D’altro canto, le barriere che avevo incontrato a Taranto avevano dato vita alla necessità di inserirmi in altri contesti, iniziare a viaggiare ed entrare in contatto con maestri di scuole molto prestigiose. Il fatto di essere tarantina ha influito nella misura in cui mi ha portata alla ricerca di nuovi ambienti, che successivamente hanno contribuito a costruire una strada fortunata. Il legame con la propria città è inscindibile: trono sempre con piacere a Taranto e mi piace collaborare con le associazioni del territorio. Non cambierei le mie origini. Il consiglio, anche per i miei concittadini, è di cercare sempre nuove possibilità, senza dimenticare mai le proprie origini.”

Nel 2013 partecipi al concorso artistico letterario nazionale “Premio Giacinto Leone” vincendo con una poesia sull’arte e sulla danza. Dove nasce e qual è, secondo Roberta Di Laura, il legame esistente tra poesia e danza?

“Attraverso la danza si può cercare di interpretare ciò una poesia trasmette. Questo è un esperimento che da qualche tempo mi appassiona e mi impegna, grazie alla collaborazione con la poetessa Anca Mihaela Bruma. Mi è capitato diverse volte, in vari eventi, di danzare proprio su poesie unite ad una base musicale. È stata un’esperienza molto significativa, perché in un certo senso si cerca di tradurre con il proprio corpo e i propri movimenti le parole che vengono recitate.”

Nonostante la giovane età, hai riempito il tuo bagaglio di esperienze fondamentali, che sono state il presupposto di ogni singolo viaggio che ti ha aspettato in seguito. Fermo restando che ogni tuo passo è stato propedeutico a compiere quello successivo nella personalissima scenografia che hai scelto per il tuo avvenire, e per questo motivo imprescindibile, qual è stato il momento in cui hai pensato che stava avvenendo una svolta radicale nella tua vita?

“Uno dei momenti più importanti è stato il conferimento del “Premio Internazionale Crisalide” – Città di Valentino. Avevo già ricevuto un premio a Statte, la cittadina dove abito, però il “Crisalide” è stato il primo importante premio che ho ricevuto, che negli anni precedenti avevo sempre visto in televisione. È stato un momento particolarmente emozionante, perché proprio dalla partecipazione alla “Crisalide” sono emerse tantissime possibilità che mi hanno portata a costruire il mio percorso. A questo si lega anche la mia prima esperienza all’estero, in Germania,che mi sta ospitando e dove attualmente sono impegnata.”

La pedagogia Waldorf, applicata nelle scuole di Steiner, è un metodo educativo che non contempla la politica del voto, ma al contrario stimola il bambino alla creatività e al principio di mutuo apprendimento all’interno di gruppi sociali. Se penso alla danza classica e come si riflette nell’immaginario collettivo, viene quasi naturale pensare a un insegnamento rigido, basato su regole ferree e movimenti che richiedono estrema precisione. Da ballerina e insegnante, credi che sia importante lasciare un ballerino libero di esprimersi al limite della propria autodeterminazione artistica o ti senti più legata alla tradizione della danza e alle sue pratiche come manifestazione estetica di una forma artistica?

“Alla base deve esserci sempre lo studio e il rispetto delle regole fondamentali del balletto, che danno forma a quello che è il ballerino vero e proprio. Credo che sia importante dare spazio alla propria creatività e poter esprimere liberamente le proprie emozioni attraverso altri stili: la danza classica è quindi la base di ogni stile da cui è necessario partire, con la sua dura tecnica accademica; poi, avvicinandosi alla danza contemporanea o neoclassica, si possono cercare altre vie per esprimersi. Molte volte si presentano come  esperienze importanti, estremamente creative, che danno spazio all’espressività e alla contaminazione tra stili, ma il territorio della danza classica nello specifico lascia poco terreno alla libertà creativa. Le variazioni di repertorio, ad esempio, devono essere seguite con rigore; nonostante ciò, ci possono essere esperimenti o coreografie su brani di repertorio che possono essere più libere e personali. Per quanto mi riguarda, amo la danza classica “pura”, ma anche spaziare con delle mie coreografie, come faccio di solito.”

Nel 2016 consegui la laurea triennale presso “La Sapienza” di Roma presentando una tesi dal titolo “Ida Rubinštejn: rivoluzione tra teatro e danza”. La Rubinštejn potrebbe essere definita, utilizzando una parola presa in prestito dal vocabolario mediatico contemporaneo, “influencer” dei circoli artistici della Belle Époque, apportando a mezzo del suo stile di vita trasgressivo e fuori dal comune non solo novità a livello performativo nella danza, nel teatro e nell’arte, ma veri e propri modelli comportamentali inediti. Penso che un simile fenomeno sociale si stia verificando nel mondo della musica odierna, sfruttando i social media come cassa di risonanza, i quali tramite uno smartphone impongono (soprattutto ai più giovani) il desiderio di emulare la vita e le abitudini delle loro star preferite. Credi che la stessa cosa possa avvenire anche con la danza, o resta ancora una forma artistica dedicata a un pubblico di intenditori? Rispetto a questa riflessione, secondo te, è innovatrice la posizione di un personaggio come Roberto Bolle, ad esempio, visto da dietro uno schermo?

“Sicuramente fino a qualche anno fa la danza era una disciplina élitaria e relegata ad un pubblico di intenditori. Soprattutto in passato era dedicata alle ragazze di buona famiglia, si poteva avere un contatto con essa solo in teatro, e per molto tempo ha mantenuto il marchio di questo retaggio. Negli ultimi anni ha avuto una diffusione molto più capillare, anche dovuta ai diversi programmi televisivi e reality show, penetrando la società attraverso nuovi canali, che non sono solo il teatro e lo spettacolo in sé. Ciò che è avvenuto negli ultimi anni attraverso gli spettacoli di Bolle, è la prova che la danza abbia trovato il suo spazio nei media, perché in passato non se ne vedevano quasi mai, se non nei reality show, che sono altro dallo “spettacolo di danza”. Bolle è il tentativo di avvicinare il pubblico a quella che è la danza vera, perché molta gente se non lo vede in televisione, semplicemente non lo vede. Il suo ruolo è, o è stato, fondamentale ed estremamente positivo, perché permette di conoscere un’arte, che si può apprezzare o meno, e riflettere su quelli che sono i sacrifici, il duro lavoro, la disciplina, i valori che spesso oggi vengono meno, e che la danza invece insegna. Si instaura in questo modo anche un confronto tra gli esperti e i semplici amatori, dando la possibilità di iniziare a riflettere e formulare le proprie idee riguardo un mondo che, altrimenti, sarebbe inesistente agli occhi di molti. Credo che questo non sminuisca in alcun modo il percorso e la passione che c’è alle spalle di un ballerino.”

La danza come linguaggio. Molti studiosi ritengono che con l’avanzare della globalizzazione, alcune lingue si estingueranno a favore di altre, e che probabilmente si giungerà a parlare una lingua internazionale ovunque. Ai più, è noto il tentativo di Ludwik Lejzer Zamenhof di creare addirittura artificiosamente una nuova lingua, l’ “Esperanto”, che come suggerisce il nome, nasce dal desiderio di unire culture differenti sotto un tetto linguistico uguale per tutti, generando pace e comprensione tra le etnie.
Hai avuto modo di entrare in contatto con maestri famosi e provenienti da scuole di tutto il mondo. C’è anche nella danza, secondo te, una tendenza alla “globalizzazione comunicativa”, o sono ancora molto forti le radici culturali, soprattutto nell’ insegnamento della disciplina? Roberta Di Laura si auspica un tipo di comunicazione universalista, che possa avere effetti benefici anche sulla qualità della vita e delle interazioni tra le persone, o è una strenua paladina dei particolarismi come affermazione identitaria e delle singolari qualità di una cultura?

“La danza ha un proprio linguaggio universale, che è la lingua francese. Questo permette a qualsiasi ballerino, in qualunque posto, di poter comunicare facilmente con il personale coinvolto all’interno dall’ambito della danza. Alla base, quindi, esiste già una sorta di unione a livello comunicativo. L’effetto armonizzante e conciliante tra le persone è intrinseco nella danza, e questo è testimoniato dagli ensamble. Il corpo di ballo è un insieme di persone unite dalla stessa passione che condividono la stessa coreografia. La speranza è, ovviamente, che la danza possa fare sempre di più da collante, anche tra culture e paesi diversi, mettendo da parte i particolarismi. Le differenze, soprattutto nell’insegnamento, esistono: lo stile russo (il metodo Vaganova), quello francese e italiano differiscono molto. È anche vero che il primo sia una sorta di sintesi tra gli altri due, ma esiste anche il contemporaneo, o lo stile di Balanchine, che sono molto diversi da quelli della danza tradizionale, ma sempre caratterizzati dalle stesse basi e da un linguaggio universale. La stessa cosa dovrebbe avvenire anche tra persone.”

Per chiudere l’intervista, un dipinto, un libro e un film che sono significativi per Roberta Di Laura.

“L’Étoile” di Degas, sicuramente. Mi piacciono tutti, ma dal momento che ballo quasi sempre da solista, questo è il dipinto in cui mi rivedo maggiormente (anche “La classe di danza” è molto bello). Per quanto riguarda il libro, “Arabesque” di Nora Roberts, che mi ha colpito sin dalle prime pagine: ovviamente parla di danza, ma non solo, e aiuta a riflettere su molte cose. “Il ritmo del successo” di Hytner è il film, anch’esso incentrato sulla danza, che mi è piaciuto particolarmente per le sue coreografie spettacolari.”

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Cinzella Festival, intervista a Gianni Raimondi: “location fantastica, valorizziamo il territorio. Nothing But Thieves?…” 0 544

Torna anche quest’anno il “Cinzella Festival – Suoni e Immagini fra i Due Mari”, l’evento che l’anno scorso ha portato alla Masseria Carmine di Taranto artisti come Levante, Sick Tamburo, Gomma e Go!Zilla, e lo fa in una cornice completamente rinnovata, quella delle Cave di Fantiano a Grottaglie. Cartellone eccezionale per il neo-festival alla seconda edizione: ospiti internazionali come Peter Murphy e Nothing But Thieves calcheranno infatti il palco principale dell’evento, nelle quattro date selezionate che andranno dal 16 al 19 Agosto. A raccontarci le novità di questa nuova edizione del Cinzella Festival sarà Gianni Raimondi, organizzatore assieme all’associazione AFO6 dell’evento.

Ciao Gianni! Partiamo dalle novità: per questa seconda edizione del Cinzella avete deciso di cambiare location: ci si sposta infatti dalla Masseria Carmine di Vincenzo Fornaro alle suggestive Cave di Fantiano a Grottaglie. Come mai?
Quest’anno purtroppo non è stato possibile replicare alla fantastica dimora di Vincenzo Fornaro, che ringrazio calorosamente per la disponibilità, per questioni tecniche: la capienza della masseria purtroppo era stata omologata dalla commissione per mille spettatori; quest’anno avevamo delle necessità logistiche che ci hanno imposto il cambio: oltre ad un’aspettativa di afflusso maggiore, c’è la parte del cinema che necessita di più spazio per essere allestita, così ci siamo guardati un po’ in giro e a Grottaglie abbiamo trovato questo posto bellissimo nel nostro territorio, assolutamente da valorizzare; una cornice fantastica per queste quattro serate!

L’anno scorso le serate su cui era spalmato il Cinzella erano tre, quest’anno siamo a quattro…
Sì, abbiamo aumentato a quattro serate, che poi in realtà saranno cinque: alle Cave di Fantiano ci saremo il 16,17, 18 e 19, ma poi, come l’anno scorso, faremo una serata in gemellaggio coi ragazzi di Vicoli Corti, il festival di Massafra, quidni la serata conclusiva del 20 sarà a Massafra.”

Passiamo al programma adesso: il 16 ci sarà Frah Quintale, il 17 Peter Murphy nell’unica data italiana e il 18 gli ultimi annunciati, i Nothing But Thieves, reduci da un global tour sold out che li ha visti protagonisti di festival importantissimi come il Lollapalooza: insomma, la band di Mason è sicuramente un colpaccio!
Vero, fino a qualche giorno fa Peter Murphy era la freccia nel nostro arco: ora le frecce sono due, i Nothing But Thieves fanno sold out ovunque e hanno calcato i palchi dei più importanti festival internazionali. Noi siamo felicissimi di averli qui al Cinzella!

Frah Quintale
Peter Murphy
Nothing But Thieves

Cosa dobbiamo aspettarci invece per l’ultimo giorno alle Cave, il 19?
Il 19 sarà una serata dedicata quasi esclusivamente al cinema: lo slogan del Cinzella è ‘suoni e immagini fra i due mari’. Le prime tre serate terremo queste due componenti separate, ci sarà infatti un’area musica e un’area cinema. Nella serata conclusiva, invece, le uniremo in un evento molto suggestivo: proietteremo ‘Suspiria’ di Dario Argento sonorizzata dal vivo dai Goblin, che suoneranno quindi in diretta la colonna sonora del film. Sarà un’occasione particolare e siamo ben felici di aver avuto quest’idea: i Goblin hanno sonorizzato qualche volta in live Profondo Rosso, ma mai Suspiria!

Si aggiungeranno altri artisti a quelli già annunciati per le tre date musicali?
Avremo dei dj set e degli artisti in chiusura, con cui stiamo ultimando i contatti in questi giorni e che annunceremo in conferenza stampa a giorni assieme ai prezzi dei biglietti e degli abbonamenti. Al momento i biglietti disponibili sono quelli di queste tre date, poi a brevissimo usciranno i biglietti per i goblin e molto probabilmente ci sarà a disposizione un abbonamento per tutte le serate. Avremo delle band di apertura che suoneranno in un’area apposita, non quindi sul main stage, che selezioneremo dai contest dei festival con cui siamo gemellati, l’Arezzo Wave e il KeepOn Live. Per quanto riguarda i Dj Set avremo degli ospiti internazionali molto interessanti, che suoneranno in chiusura.

Tralasciamo un attimo l’aspetto tecnico del festival e concentriamoci su ciò che c’è dietro: Il Cinzella, diversamente dall’Uno Maggio Taranto, non nasce da un vero movimento di protesta, ma sicuramente tende a schierarsi politicamente dalla parte di chi combatte contro l’Ilva – e ciò che ne deriva – ogni giorno: un esempio lampante era la stessa location dell’anno scorso, alla Masseria Carmine, dove l’Ilva stessa faceva da sfondo alle spalle del palco, senza poi contare le vicende legate alla persona di Vincenzo Fornaro. Con la nuova location forse viene un po’ a mancare questa componente?
È un’ottima riflessione; ad esempio, il discorso legato alla location con l’Ilva alle spalle è stato colto da molti degli spettatori, anche da chi veniva da fuori Taranto: questo segnale di lasciarsi un attimino l’Ilva e il passato alle spalle, guardando avanti. Tutto quello che facciamo è politica, e la politica che cerchiamo di portare avanti con questa associazione (AFO 6, n.d.r.) è quella della valorizzazione del territorio: il forte segnale lanciato dalla masseria di Vincenzo adesso si sta riconvertendo, costruendo un futuro differente. Il messaggio politico dell’anno scorso era quello della riconversione, del guardare avanti. Quest’anno invece puntiamo decisamente sulla valorizzazione delle nostre risorse, partendo dalla più importante: il nostro territorio, con le nostre risorse naturali e architettoniche. Cerchiamo, col nostro lavoro, come associazione, di portare avanti questo messaggio: quest’anno, in inverno, abbiamo organizzato e contribuito a tanti altri eventi, ultimo fra tutti il Medimex, tutto per promuovere le nostre risorse: il pre-Medimex era tutto incentrato a Taranto Vecchia; abbiamo valorizzato le masserie in occasione di altri eventi; a questo giro puntiamo a concentrarci sulla provincia, dove abbiamo stretto questo forte rapporto di collaborazione anche e soprattutto con le associazioni presenti come i già citati ragazzi di Vicoli Corti, o Pelagonia che si occupa di musica. Valorizzare anche la provincia per noi è un aspetto importante: Taranto ha un territorio immenso, pieno di peculiarità da scoprire e da cui trarre beneficio.

Va bene Gianni, ti ringrazio tantissimo per la disponibilità!
Grazie a te!

Intervista a Rita Zingariello: “Volare si può, bisogna ambire al cielo” 0 547

Rita Zingariello, classe ’81, è una cantautrice pugliese originaria di Altamura. Il 6 aprile scorso è uscito il suo ultimo disco, “Il Canto dell’Ape”, terza fatica della musicista la cui carriera è iniziata ufficialmente dieci anni fa, nel lontano 2009, con un’esibizione a Sanremo. Da allora le cose sono cambiate molto, Rita è cresciuta e con lei anche la sua musica e la sua visione di quest’ultima. Se infatti il titolo del disco precedente, “Possibili Percorsi”, indicava una carriera in via di sviluppo, con quest’ultimo disco la cantautrice ha definito la propria strada; ci siamo così fatti raccontare da lei qualche curiosità su questa nuova uscita.

Ciao Rita: per iniziare, direi di partire subito dal tuo secondo, ultimo disco: Il Canto dell’Ape. Sappiamo che ci sono diversi retroscena, tra cui una tacita dedica ad una tua amica e il soprannome di “ape regina” che ti danno le persone a te vicine. Raccontaci di più.
In realtà è la stessa amica che mi ha denominata ‘ape regina’ perché pare che io sia una persona che ama circondarsi di persone che le ripongono tutte le attenzioni, e quindi di lì le ho poi dedicato una canzone in un momento in cui sembrava incupita, nella sua stanza. Una canzone di incoraggiamento ad uscire, a respirare la primavera. Devo dire che mi ha preso alla lettera, adesso non la ferma più nessuno: è volata! (ride, n.d.r.)”

Questo disco è la vera evoluzione di Rita Zingariello: dopo il precedente lavoro intitolato “Possibili Percorsi”, possiamo dire che hai scelto il tuo: di che percorso si tratta?
Sì, l’album precedente, ‘Possibili Percorsi’, è stato un disco di ricerca, di curiosità, in cui cercavo di scoprire quale fosse la mia strada. Fondamentalmente è stato l’obbiettivo raggiunto in questo nuovo lavoro, che a me piace indicare come il ‘disco della scelta’, dove fondamentalmente ho scelto un percorso e, in queste dodici tracce – che poi sono tracce che viaggiano tra diversi temi e diverse sonorità – ho capito che non c’è un percorso che possa davvero compiere: sono una persona curiosa, e questa curiosità provo a portarla all’interno delle mie canzoni.

La copertina de “Il Canto dell’Ape”

Ti cito un discorso di Togliatti che dice, riprendendo anche Virgilio: “Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api dell’amaro verso col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: voi fate il miele, o api, ma sono altri che lo godono.”. Cambiandone completamente l’accezione datagli da Togliatti, credi che la “solarità” dell’ape regina – e non si parla solo di Rita Zingariello – possa essere minacciata dalle richieste delle persone che la circondano? Può una persona esaurire la propria linfa vitale, il proprio “miele”, solo per regalarne alle persone vicine che non sono in grado di produrne per sè?
Bisogna stare molto attenti, il limite è davvero molto sottile: è vero, l’ape produce il miele e non lo fa per sé; noi produciamo canzoni, ma non lo facciamo solo per noi stessi: è un’esigenza personale, ma quando decidi di fare un disco l’obbiettivo è che ne possano usufruire molte persone. È un po’ la stessa cosa del miele, e bisogna stare attenti che gli altri non risucchino la nostra energia, non ne abusino.

Il tuo disco si apre con una frase a mio parere importantissima: “Cadere è uno stato orizzontale”, poi ripresa nel continuo della canzone con “Volare è uno stato verticale”. Fisicamente è vero, cadere è uno stato orizzontale: se pensiamo a una persona che inciampa e cade, sappiamo che cade orizzontalmente e immaginiamo un corpo parallelo al terreno. Ma l’uomo non ha ancora imparato a volare: cosa intendi con questa verticalizzazione?
Fondamentalmente dobbiamo sforzarci di capire con quale modalità possiamo rialzarci: se vogliamo rimanere realisti è chiaro che non abbiamo imparato a volare, ma sappiamo come sorvolare le nuvole: volare si può. Certo, bisogna essere in grado di tenere un piede per terra e volare con l’altro. Cadere è uno stato che sicuramente tocca la vita di ognuno di noi, e dobbiamo sperare e sognare di volare per rialzarci. Restare a terra è molto più facile, certo, ma bisogna ambire al cielo anche senza le ali: quelle possiamo sognarle, e può aiutarci.

“Simili e contrari” riprende la storia del rapporto di un qualsiasi figlio con un qualsiasi genitore: il bisogno impellente di proteggere ed essere protetti; la voglia di vedere il proprio figlio avere successo senza mai staccarsene davvero; la necessità di riscatto che si pone nelle mani dei figli, i quali vorremmo che realizzassero i nostri sogni mai realizzati. In un Paese come il nostro, nel quale i figli hanno difficoltà ad andarsene di casa e vivere autonomamente per varie ragioni culturali ed economiche, qual è la visione di Rita Zingariello? Perché i coetanei degli altri Paesi raggiungono l’autonomia già giovanissimi, intorno ai venticinque anni?
Perché sicuramente c’è una cultura, quella italiana, in cui c’è un forte senso di legame famigliare che rende complicato il distacco, e sicuramente la cosa qui al Sud, da dove vengo io, è più marcata rispetto alle regioni del Nord. È un retaggio culturale nel quale il figlio può scegliere di staccarsi se lo vuole realmente – ma è chiaro che fa comodo restare ingabbiati in un nido protetto. Bisognerebbe invece provare ad uscire dalla gabbia e quantomeno provare a realizzare quelli che sono i propri sogni senza che vadano ad interferire con quelli che sono i sogni dei propri genitori, che qualche volta potrebbero non coincidere.

In “Risalire” ci parli della difficoltà a fidarsi di sé stessi, del proprio istinto e soprattutto del proprio cuore, che troviamo a dover imbavagliare e zittire, colpevole di averci fatto soffrire. Parli anche di dimenticarsi i brutti ricordi. Ma non è forse vero che le brutte esperienze sono forse le più formative, e disegnano le persone che siamo oggi?
Sicuramente sì, il brano non si chiamerebbe ‘Risalire’ altrimenti. È un po’ lo stesso concetto della caduta: il cuore inteso in senso lato, come questa forza irrazionale che ci guida verso delle scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate, rischia di farci soffrire per mille motivazioni. Questo non toglie che la forza di risalire può portarci a ripartire, riaprendo nuovamente il cuore ad altre situazioni. È un po’ come il discorso de ‘Il Canto dell’Ape’, che fondamentalmente parla di desideri incompiuti che però non devono bloccarci: tutto ciò che ci ferma, ci blocca, deve diventare il motivo per trovare un desiderio diverso, migliore di quello che ci ha fatto fallire la prima volta. Nella mia vita è accaduto diverse volte, bisogna essere forti e ‘Risalire’ parla di questo.

Dopo due dischi e un EP, Rita Zingariello si conferma come artista nel panorama musicale italiano. Cosa consiglieresti, dopo la tua esperienza, ad un emergente? Quali sono, ricollegandoci alla domanda di prima, gli errori che hanno segnato il tuo percorso e che consiglieresti di non fare?
Ti dirò, quando ho iniziato a fare musica l’ho fatto in una maniera molto spontanea e naturale: avessi avuto un’altra vita e le stesse esigenza, avrei scelto di iniziare prima, magari appena diciottenne, provando ad allargare il mio pubblico su palchi più prestigiosi sin da subito. Ho avuto comunque la fortuna di farlo quando avevo già una certa maturità personale e artistica. Quello che posso consigliare a chi inizia è questo: di iniziare a farlo quanto prima e di non avere paura, perché se si fa quello che si è, se si fa musica vera e si scrive quello che la propria testa e il proprio cuore ti stanno comunicando, da qualche parte qualcuno avrà voglia e soprattutto modo di conoscere la tua musica, il tuo percorso. CI vuole tanta passione e tanta pazienza.

Rita, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo: per chiudere, quand’è che proponi una collaborazione a Brunori? Sappiamo che è l’autore italiano che stimi di più a livello lirico.
“(Ride, n.d.r.) Guarda, io sono una persona molto riservata e molto timida, non so se ci riuscirò mai… Magari un giorno lo farò!

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