Blunote Music meets: Roberta Di Laura. Dalle lezioni nella sua Taranto fino al meritato posto nel cielo delle più celebri étoile 0 804

Gifted with the passion for ballet, she has a natural ability to dance, she has very creative and expressive and she has a talent for choreography. Her dancing is like a gift as she seems to be in a relaxed tranquil state because she is in her most natural form“. La definisce così Rose Allen, direttrice del Culpeper Ballet Theatre (Virginia, USA), in una menzione speciale del “Danse Apache Award”, al quale Roberta partecipa nel 2013.

Roberta Di Laura nasce nel 1992 a Taranto con un talento spiccato per la danza che coltiva sin da giovane tra corsi e scuole del territorio. Germoglia nella terra rossa della sua città fino a toccare le vette più alte in Italia e in Europa: collabora con nomi celebri come Vladimir Malakhov, posa per famosi brand stranieri dedicati alla danza, viene nominata membro del Consiglio Internazionale di Danza di Parigi (riconosciuto dall’Unesco). Partecipa ad innumerevoli concorsi, a stage tenuti dai migliori maestri di danza, riceve premi e riconoscimenti in Europa e da oltreoceano. Roberta è nonostante la giovanissima età uno degli astri più luminosi provenienti dalla Puglia, motivo d’orgoglio per un territorio afflitto da molteplici problemi, ma soprattutto la prova vivente per chi ha un sogno da inseguire, in ambito artistico o meno, che non importa il luogo da dove si viene, ma quanto è grande la fede in ciò che si fa, che porta a volare alto.

Blunote Music intervista la ballerina e compaesana per conoscere alcuni dettagli del percorso professionale, ma soprattutto della personale storia di Roberta, impegnata al momento a danzare sulle rive del Danubio blu con il progetto “Tanzen auf der Donau” a Ulm (Germania). Per ulteriori informazioni riguardo la sua carriera e i suoi progetti, in corso e futuri, si rimanda al suo sito ufficiale: http://robertadilaura.weebly.com/

L’ ispirazione esiste, ma ci deve trovare già all’opera”, anche se spesso travisata, è una citazione attribuita a Pablo Picasso. Considerando la danza una forma d’espressione al pari dell’arte, della musica o della poesia, pensi che Roberta Di Laura nasca per diventare quello che è oggi, o ha scelto il suo destino ad ogni caduta (ammesso che ce ne siano state nella tua carriera) e scarpette che ha indossato?

“La danza ha sempre fatto parte di me. Sin dalla prima lezione di danza, avevo capito che quest’arte sarebbe stata per me fonte di ispirazione, una vera e propria passione. Ho sempre cercato un motivo che mi portasse a guardare avanti, nonostante le difficoltà e le varie cadute, perché quando si inizia a danzare non è mai semplice costruire il proprio percorso. Man mano si è consolidato sempre di più, ma sapevo dal primo momento che non avrei mai mollato. La danza mi ha sempre accompagnato, non è stato qualcosa di costruito in seguito, malgrado le prime incertezze sulla scelta della scuola giusta. Inoltre, quando si è bambine c’è sempre la scuola da dover conciliare, però quando si segue una passione si fanno tanti sacrifici che, per certo, vengono ripagati. Sono del parere che ballerini si nasca.”

A ventisei anni hai girato l’Europa e il tuo nome ha risuonato tra le mura di città importantissime, che in qualche modo hanno avuto un posto nella storia per il loro fiuto artistico (penso al tuo debutto a Colonia come il sublime “The Köln Concert” di Keith Jarret del ’75).
Si riavvolge il nastro della tua vita fino al cordone ombelicale e vieni al mondo in un altro angolo del pianeta: quanto pensi che la tua città, la formazione che hai acquisito da giovane e il semplice fatto di essere nata proprio a Taranto abbia influito sulla tua carriera? Se potessi, sceglieresti un’altra città non solo per la tua formazione artistica, ma anche personale?

“A Taranto ho iniziato con le prime lezioni, in alcune scuole della città e di provincia. Ovviamente, è stata sempre una formazione piuttosto limitata, che mi ha permesso di costruire le mie basi. Poi, proprio il fatto di essere una città che non offrisse grandi opportunità, mi ha spinta a cercare altri ambienti: essendomi avvicinata a Roma, mi sarei potuta trattenere lì. D’altro canto, le barriere che avevo incontrato a Taranto avevano dato vita alla necessità di inserirmi in altri contesti, iniziare a viaggiare ed entrare in contatto con maestri di scuole molto prestigiose. Il fatto di essere tarantina ha influito nella misura in cui mi ha portata alla ricerca di nuovi ambienti, che successivamente hanno contribuito a costruire una strada fortunata. Il legame con la propria città è inscindibile: trono sempre con piacere a Taranto e mi piace collaborare con le associazioni del territorio. Non cambierei le mie origini. Il consiglio, anche per i miei concittadini, è di cercare sempre nuove possibilità, senza dimenticare mai le proprie origini.”

Nel 2013 partecipi al concorso artistico letterario nazionale “Premio Giacinto Leone” vincendo con una poesia sull’arte e sulla danza. Dove nasce e qual è, secondo Roberta Di Laura, il legame esistente tra poesia e danza?

“Attraverso la danza si può cercare di interpretare ciò una poesia trasmette. Questo è un esperimento che da qualche tempo mi appassiona e mi impegna, grazie alla collaborazione con la poetessa Anca Mihaela Bruma. Mi è capitato diverse volte, in vari eventi, di danzare proprio su poesie unite ad una base musicale. È stata un’esperienza molto significativa, perché in un certo senso si cerca di tradurre con il proprio corpo e i propri movimenti le parole che vengono recitate.”

Nonostante la giovane età, hai riempito il tuo bagaglio di esperienze fondamentali, che sono state il presupposto di ogni singolo viaggio che ti ha aspettato in seguito. Fermo restando che ogni tuo passo è stato propedeutico a compiere quello successivo nella personalissima scenografia che hai scelto per il tuo avvenire, e per questo motivo imprescindibile, qual è stato il momento in cui hai pensato che stava avvenendo una svolta radicale nella tua vita?

“Uno dei momenti più importanti è stato il conferimento del “Premio Internazionale Crisalide” – Città di Valentino. Avevo già ricevuto un premio a Statte, la cittadina dove abito, però il “Crisalide” è stato il primo importante premio che ho ricevuto, che negli anni precedenti avevo sempre visto in televisione. È stato un momento particolarmente emozionante, perché proprio dalla partecipazione alla “Crisalide” sono emerse tantissime possibilità che mi hanno portata a costruire il mio percorso. A questo si lega anche la mia prima esperienza all’estero, in Germania,che mi sta ospitando e dove attualmente sono impegnata.”

La pedagogia Waldorf, applicata nelle scuole di Steiner, è un metodo educativo che non contempla la politica del voto, ma al contrario stimola il bambino alla creatività e al principio di mutuo apprendimento all’interno di gruppi sociali. Se penso alla danza classica e come si riflette nell’immaginario collettivo, viene quasi naturale pensare a un insegnamento rigido, basato su regole ferree e movimenti che richiedono estrema precisione. Da ballerina e insegnante, credi che sia importante lasciare un ballerino libero di esprimersi al limite della propria autodeterminazione artistica o ti senti più legata alla tradizione della danza e alle sue pratiche come manifestazione estetica di una forma artistica?

“Alla base deve esserci sempre lo studio e il rispetto delle regole fondamentali del balletto, che danno forma a quello che è il ballerino vero e proprio. Credo che sia importante dare spazio alla propria creatività e poter esprimere liberamente le proprie emozioni attraverso altri stili: la danza classica è quindi la base di ogni stile da cui è necessario partire, con la sua dura tecnica accademica; poi, avvicinandosi alla danza contemporanea o neoclassica, si possono cercare altre vie per esprimersi. Molte volte si presentano come  esperienze importanti, estremamente creative, che danno spazio all’espressività e alla contaminazione tra stili, ma il territorio della danza classica nello specifico lascia poco terreno alla libertà creativa. Le variazioni di repertorio, ad esempio, devono essere seguite con rigore; nonostante ciò, ci possono essere esperimenti o coreografie su brani di repertorio che possono essere più libere e personali. Per quanto mi riguarda, amo la danza classica “pura”, ma anche spaziare con delle mie coreografie, come faccio di solito.”

Nel 2016 consegui la laurea triennale presso “La Sapienza” di Roma presentando una tesi dal titolo “Ida Rubinštejn: rivoluzione tra teatro e danza”. La Rubinštejn potrebbe essere definita, utilizzando una parola presa in prestito dal vocabolario mediatico contemporaneo, “influencer” dei circoli artistici della Belle Époque, apportando a mezzo del suo stile di vita trasgressivo e fuori dal comune non solo novità a livello performativo nella danza, nel teatro e nell’arte, ma veri e propri modelli comportamentali inediti. Penso che un simile fenomeno sociale si stia verificando nel mondo della musica odierna, sfruttando i social media come cassa di risonanza, i quali tramite uno smartphone impongono (soprattutto ai più giovani) il desiderio di emulare la vita e le abitudini delle loro star preferite. Credi che la stessa cosa possa avvenire anche con la danza, o resta ancora una forma artistica dedicata a un pubblico di intenditori? Rispetto a questa riflessione, secondo te, è innovatrice la posizione di un personaggio come Roberto Bolle, ad esempio, visto da dietro uno schermo?

“Sicuramente fino a qualche anno fa la danza era una disciplina élitaria e relegata ad un pubblico di intenditori. Soprattutto in passato era dedicata alle ragazze di buona famiglia, si poteva avere un contatto con essa solo in teatro, e per molto tempo ha mantenuto il marchio di questo retaggio. Negli ultimi anni ha avuto una diffusione molto più capillare, anche dovuta ai diversi programmi televisivi e reality show, penetrando la società attraverso nuovi canali, che non sono solo il teatro e lo spettacolo in sé. Ciò che è avvenuto negli ultimi anni attraverso gli spettacoli di Bolle, è la prova che la danza abbia trovato il suo spazio nei media, perché in passato non se ne vedevano quasi mai, se non nei reality show, che sono altro dallo “spettacolo di danza”. Bolle è il tentativo di avvicinare il pubblico a quella che è la danza vera, perché molta gente se non lo vede in televisione, semplicemente non lo vede. Il suo ruolo è, o è stato, fondamentale ed estremamente positivo, perché permette di conoscere un’arte, che si può apprezzare o meno, e riflettere su quelli che sono i sacrifici, il duro lavoro, la disciplina, i valori che spesso oggi vengono meno, e che la danza invece insegna. Si instaura in questo modo anche un confronto tra gli esperti e i semplici amatori, dando la possibilità di iniziare a riflettere e formulare le proprie idee riguardo un mondo che, altrimenti, sarebbe inesistente agli occhi di molti. Credo che questo non sminuisca in alcun modo il percorso e la passione che c’è alle spalle di un ballerino.”

La danza come linguaggio. Molti studiosi ritengono che con l’avanzare della globalizzazione, alcune lingue si estingueranno a favore di altre, e che probabilmente si giungerà a parlare una lingua internazionale ovunque. Ai più, è noto il tentativo di Ludwik Lejzer Zamenhof di creare addirittura artificiosamente una nuova lingua, l’ “Esperanto”, che come suggerisce il nome, nasce dal desiderio di unire culture differenti sotto un tetto linguistico uguale per tutti, generando pace e comprensione tra le etnie.
Hai avuto modo di entrare in contatto con maestri famosi e provenienti da scuole di tutto il mondo. C’è anche nella danza, secondo te, una tendenza alla “globalizzazione comunicativa”, o sono ancora molto forti le radici culturali, soprattutto nell’ insegnamento della disciplina? Roberta Di Laura si auspica un tipo di comunicazione universalista, che possa avere effetti benefici anche sulla qualità della vita e delle interazioni tra le persone, o è una strenua paladina dei particolarismi come affermazione identitaria e delle singolari qualità di una cultura?

“La danza ha un proprio linguaggio universale, che è la lingua francese. Questo permette a qualsiasi ballerino, in qualunque posto, di poter comunicare facilmente con il personale coinvolto all’interno dall’ambito della danza. Alla base, quindi, esiste già una sorta di unione a livello comunicativo. L’effetto armonizzante e conciliante tra le persone è intrinseco nella danza, e questo è testimoniato dagli ensamble. Il corpo di ballo è un insieme di persone unite dalla stessa passione che condividono la stessa coreografia. La speranza è, ovviamente, che la danza possa fare sempre di più da collante, anche tra culture e paesi diversi, mettendo da parte i particolarismi. Le differenze, soprattutto nell’insegnamento, esistono: lo stile russo (il metodo Vaganova), quello francese e italiano differiscono molto. È anche vero che il primo sia una sorta di sintesi tra gli altri due, ma esiste anche il contemporaneo, o lo stile di Balanchine, che sono molto diversi da quelli della danza tradizionale, ma sempre caratterizzati dalle stesse basi e da un linguaggio universale. La stessa cosa dovrebbe avvenire anche tra persone.”

Per chiudere l’intervista, un dipinto, un libro e un film che sono significativi per Roberta Di Laura.

“L’Étoile” di Degas, sicuramente. Mi piacciono tutti, ma dal momento che ballo quasi sempre da solista, questo è il dipinto in cui mi rivedo maggiormente (anche “La classe di danza” è molto bello). Per quanto riguarda il libro, “Arabesque” di Nora Roberts, che mi ha colpito sin dalle prime pagine: ovviamente parla di danza, ma non solo, e aiuta a riflettere su molte cose. “Il ritmo del successo” di Hytner è il film, anch’esso incentrato sulla danza, che mi è piaciuto particolarmente per le sue coreografie spettacolari.”

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Intervista a Carmelo Pipitone: “Cornucopia come un contenitore; il mondo? Una merda…” 0 136

“Cornucopia è un contenitore all’interno del quale confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme”.

Questa è la definizione che Carmelo Pipitone dà al suo primo lavoro da solista: Cornucopia (2018). Tutto nasce da una sorta di prova di coraggio, amalgamata a testi che già da tempo stavano nel cassetto dell’artista di origini siciliane; una voglia di vedere che aria tirasse fuori dalle solite mura, senza dover dar conto a nessuno se non a sé stesso.

Le presentazioni sono doverose, anche se nel suo caso potrebbero apparire superflue per molti. Carmelo Pipitone nasce a Marsala, fin da piccolo sviluppa la passione per la chitarra e la rende da subito un “prolungamento delle sue braccia”. Insomma, un altro modo per dire: “che bello sapere che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Nel 2001 si sposta a Bologna e fonda i Marta sui Tubi; e con la band pubblica sei lavori in studio, in un percorso artistico durato 15 anni. Partecipa al festival di Sanremo nel 2013 e nel 2014 contribuisce a formare gli O.R.K, una superband con Lorenzo Esposito Fornasari (Bersèk), Colin Edwin (Porcupine Tree) e Pat Mastelotto (King Crimson). Non si limita e nell’estate del 2017 inizia a suonare con i Dunk, band composta da Ettore e Marco Giuradei e Luca Ferrari dei Verdena.

Nel 2018, come anticipato all’inizio, intraprende il suo primo progetto solista. Cornucopia è attualità, è critica, è consapevolezza del mondo in cui ci troviamo. E possiamo dirlo: un mondo di merda.
All’interno vi sono temi sociali, politici e religiosi, tutti insieme: il bene e il male in unico vaso, la Cornucopia. È il racconto di un condannato a morte, che vaga tra otto brani legati tra di loro attraverso un filo comune; insomma, una sorta di concept album. Un personaggio bipolare, che salta da un testo all’altro e che per ognuno cambia umore restando sempre negativo. A testimonianza della realtà che troviamo ogni giorno e che dobbiamo affrontare.
Una critica al potere, a chi strumentalizza l’immigrazione per fini propri e una singolare visione della religione: “la continua ricerca di qualcosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste”.

Questi sono soltanto alcuni dei temi trattati durante l’intervista che segue. Argomenti ripresi da molti, più volte, che devono essere ripetuti perché “bisogna ricordale sempre certe cose, anche in modo ossessivo, perché ci stiamo ritrovando in un mondo in cui tutto è possibile…”

Ciao Carmelo! Come stai?
Bene compà, tu? È finito il primo giro di concerti e sono un pochino scosso. Ho una serie di tic che prima non avevo [ride, n.d.r].”

La prima parte è finita il 26, giusto? Come è andata?
Si, giorno 26! È stata l’ultima data ed è stata impegnativa, perché ci hanno fatto suonare tardino, intorno a mezzanotte e un quarto. Eh niente… siccome ci abbiamo dato anche dentro alcolicamente parlando per tutto il pomeriggio [ridiamo, n.d.r], la cosa è stata dura…”

“Cornucopia” è il tuo primo lavoro da solista. Come è nato il progetto?
Allora, questo progetto sostanzialmente nasce dalla voglia di vedere che aria tira fuori: siccome ho sempre lavorato con altre persone, gruppi, ho voluto vedere appunto che tipo di aria si potesse respirare fuori senza nessuno alle spalle, senza trovare compromessi con nessuno se non con me stesso. Ad agevolarmi il lavoro c’è stato un mio amico, LEF, Lorenzo Esposito Fornasari, che è anche il produttore di questo disco. Mi ha spinto a registrarlo il prima possibile, io avevo un paio di mesetti di tranquillità tra un progetto e l’altro, e lui mi ha detto di buttare giù delle idee; che in realtà erano idee già avanzate, insomma, erano messe soltanto lì ad aspettare di prendere una forma in termini di registrazione. Ho chiuso il cerchio anche grazie a lui.”

Quindi era un progetto che avevi da tempo nel cassetto…
Si sì. Sono delle canzoni che avevo scritto e sapevo che non potessero interessare ai Marta, ai Dunk o agli O.R.K. Era una roba mia e volevo che rimanesse lì. Solo mia.”

Da parte del pubblico hai trovato un buon riscontro?
Assolutamente sì. Guarda non me l’aspettavo, perché pensavo… pensavo che il disco fosse difficile, abbastanza cupo, avevo paura che la gente potesse annoiarsi. Poi io ho il terrore d’annoiare la gente, quindi faccio ‘sto tipo di ragionamento. A me non frega un cazzo di scrivere ritornello, strofa, assolo, ritornello… quelle robe lì. Non mi interessa farlo. Voglio soltanto che quella traccia lì comunichi qualcosa, prima a me e poi alla gente. E vedo che la gente, cazzo, ha apprezzato! Quindi boh, fino ad adesso tutto positivo, è finito il primo giro, parto per un paio di mesi con gli O.R.K. in giro per l’Europa, poi ritorno e in aprile parto con il secondo round di Cornucopia.”

Questo riscontro positivo arriva anche dai temi attuali non credi? Vedi “Il Potere” o “Come tutti”.
“Assolutamente. Anche se in realtà è una cosa più intima, quel tipo di intimità che è universale. Quei temi che hai sempre affrontato perché stanno lì da sempre, e ogni tanto bisogna ricordarle certe cose. Bisogna ricordare che c’è qualcuno che riesce a stuprare una bambina perché ha il potere di farlo, e resterà impunito, diventando magari presidente del consiglio. Capisci? Tutto è possibile, è un mondo di merda. Come d’altronde, poi, a un certo punto, diventa importante parlare degli sbarchi perché è diventato motivo politico. Gli sbarchi ci sono sempre stati, io sono un siciliano, cazzo, e ricordo che arrivavano di continuo. C’è sempre stato ma non è stato strumentalizzato, è andato tutto sempre come doveva andare: la gente scappa dalla guerra e arriva in Italia perché strategicamente è messa “bene”. Ma arrivano per andarsene, non per rimanerci. Bisogna ricordarle certe cose.”

“Cornucopia”. Come interpretiamo questo corno dell’abbondanza?
“Mah, io lo interpreto in maniera negativa. È una specie di contenitore, un involucro dove confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme. Come vedere, che ne so, la pasta con il ragù, e dentro ci butti pezzi di pizza, acciughe e altre cose che magari da sole sono buone! È un po’ tutto quello che puoi trovare nell’intestino: forse si doveva chiamare ‘intestino’ [ridiamo, n.d.r.]. Però è così, sono tutte cose buone, alcune un po’ meno, ma vedendole tutte assieme magari ti spaventi un po’. Poi che cazzo ne sai se aggiungendo le acciughe nella pasta con la pizza non viene fuori qualcosa di positivo?”

Della copertina invece cosa mi dici?
“La copertina voleva rappresentare una sorta di rinascita artistica e, siccome sono anche un cialtrone, ho voluto far vedere questa parte stupida del mio essere musicista. Non mi sono mai pigliato seriamente – anche perché non c’è motivo di farlo – e al tempo stesso questa rinascita artistica ha fatto sì che io mi denudassi di fronte a tutti senza trucchi e inganno.”

Hai qualche aneddoto a riguardo?
Mah, ce ne sono di robe strane. Sono stato contattato da diverse persone strane e in questo momento non so come chiamarli. Conosci quelle persone che si incontrano e si mettono tutti il pannolone? Non so come chiamarli… I nichilisti della situazione, diciamo, i feticisti di qualcosa, che si incontrano tutti con il pannalone… Insomma, qualcuno ha interpretato questa cosa pensando fossi uno di loro, ma a me non frega un cazzo, non mi metto il pannolone per farmi coccolare da te. Esiste anche questo però. Se mi fossi messo…che cazzo ne so, i jeans? Mi avrebbero contatto quelli della Levis dicendo ‘sei uno di noi’. Tutto è strumentalizzabile, appunto.”

Hai definito il tuo lavoro come un “concept album”, con brani legati da un filo logico.
Benomale si. Io vedo un filo tra un brano e l’altro, nel senso che sono tutti temi che in qualche maniera vengono ripresi e ripetuti in maniera quasi ossessiva. Anche se in alcuni casi sono nascosti. In ‘Potere’ per esempio, o ne ‘L’acqua che Hai Ingoiato’, sembra che non ci sia un filo conduttore ma in realtà c’è. Per esempio nel secondo brano il filo conduttore è il quarantenne che a un certo punto ha una specie di visione strana. Nota una specie di apocalisse. Insomma, ha un attacco di panico. E lo interpreta come la fine della sua giovinezza, da lì inizia a vedere il mondo per quello che è veramente. Non è più tutto rose e fiori, non è più un pensare ‘sono un dio e nessuno può uccidermi’. Inizia a essere fragile, a vedere veramente le cose che vedeva il giorno prima per quello che sono, e facendo la stessa strada di sempre nota che le stesse cose che vedeva non sono così gradevoli come pensava, ma grottesche. E quindi il filo conduttore è questo personaggio che passa dai diversi stati d’umore tra un pezzo e l’altro.”

Personaggio che hai descritto appunto come un “condannato a morte”.
“Esattamente. È un condannato a morte dalla vita, perché si rende conto che non è colpa sua se è nato, e in alcuni casi ha pensato anche ‘cazzo che sfiga che ho avuto a nascere’ perché, appunto, è una cosa che non si può decidere. Tu mi stai mettendo al mondo per farmi soffrire, ed è una cosa che veramente fa rabbrividire dal mio punto di vista. Cioè mi hai voluto bene ma mi intanto mi hai condannato a morte.”

Che mondo di merda. Ma andiamo avanti: nell’album si nota una forte attenzione ai testi, ma la chitarra come sempre è abbastanza presente.
Beh la chitarra c’è sempre stata, è una specie di prolungamento del mio corpo. Non ho mai suonato un altro strumento, mi sono sempre visto appoggiato a una cassa della chitarra e avevo la spalla già deformata tanto tempo fa per la postura sbagliata. Siamo un tutt’uno, non riuscirei a scrivere con un altro strumento, mi dovrei applicare, ma sono un pigro di merda quindi figurati se mi metto a studiare pianoforte, ad esempio. Non ho tempo, quindi continuerò con la chitarra. Una cosa che penso e che mi piacerebbe fare è un disco futuro da far suonare ad altre persone, con altri strumenti che non siano soltanto chitarra e la mia voce ovviamente. Ed è una cosa a cui sto pensando attualmente.”

Tre artisti che ti hanno influenzato?
“Beh, ce ne sono un po’. Cazzo ne so, i Nirvana o i Soundgarden. Io ho vissuto negli anni ’90 sostanzialmente, e comunque ecco, l’insieme di queste band è un po’ una cornucopia d’abbondanza intesa come tale. Non è come l’esempio della pizza, della pasta, e di tutte quelle cose messe insieme; ma è tutta una serie di cose positive che mettendole dentro, in qualche maniera, ti influenzeranno, appunto, positivamente. Cioè, non puoi sbagliare se citi nomi come quelli che ti ho detto. Poi vabbè, io sono anche un metallaro di merda, quindi per quanto riguarda ti direi i Pantera. Ma quel tipo di metallaro, non da Metallica ma da Pantera. C’è un delirio di musica figa anche adesso, sto ascoltando per esempio i Neutral Milk Hotel. Basta avere del tempo e trovarli.”

Megadeth o Metallica?
“Megadeth tutta la vita. Rust in Peace è uno dei dischi più fighi della storia del metal, di quel tipo di metal.”

Tornando all’album. Vedendo i temi sociali, politici e l’attuale situazione italiana, c’è qualcuno che lo potrebbe criticare?
Guarda, la musica è fatta anche per far pensare le persone. I testi servono a quello e devi anche immaginare che c’è un punto di vista di una persona che magari ha studiato leggermente più di te, e quindi ne sa parlare più di te di questo cazzo d’argomento. Quindi magari la cosa di avere la pazienza d’ascoltare chi è più “grande” di te bisogna averla. Io l’ho imparata dopo in realtà, perché quando sei piccolo spesso non lo capisci. Poi se la cosa ti dà fastidio ascolta la trap, fa quello che cazzo vuoi. Metti due pezzi inutili che parlano di niente, che non ti danno fastidio, che non ti fanno innervosire: forse vivrai meglio.”

Dio, che presenza ha nella tua vita? Ascoltando “Attentato a Dio” non posso far altro che domandartelo e, ovviamente, nemmeno te lo chiedo se credi in qualcosa…
“Guarda per me è la ricerca di una cosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste. E ti fai aiutare da questa specie di alter ego che chiameremo santo, che in realtà ti piglia per il culo. Ti organizza un attentato, ti rende partecipe di questa cosa e poi ti dice che da adesso dovrai soltanto aspettare, quando si farà vivo se avrai il coraggio lo ucciderai. In realtà è un’attesa che non porta a niente, nel mio mondo. Non c’è un dio nel mio mondo, è un modo allegorico per combattere questa cosa stupida che è la religione.”

Ultima domanda. C’è un brano a cui tieni di più tra questi otto?
Si, forse proprio Attentato a Dio. Perché ha quel tipo di impostazione che mi piace proprio, sia in termini strumentali che di testo. È imprevedibile, allegra, triste e graffiante al tempo stesso. Tutto in un pezzo di due minuti.”

Intervista a Daniele Di Maglie: “‘La Mia Parte Peggiore’ il nuovo disco, ne sono orgoglioso. Progetti futuri? Mi godo il momento” 0 355

Sono passati quattro anni da ‘Il Mio Garage’, il secondo disco di Daniele Di Maglie, cantautore e scrittore tarantino. Definito da Rock-itStrambo e con una cifra pop anomala […] moderno cantautore romantico”, Daniele ha dato alle stampe a settembre il suo terzo album, ‘La Mia Parte Peggiore’, uscito anch’esso, come il precedente, sotto l’etichetta pugliese Digressione. Entusiasmati dall’ascolto, abbiamo deciso di farci una chiacchierata con il cantautore, chiedendogli cosa comunica questo nuovo lavoro, le sue impressioni sul tour in corso e cosa riserva per lui il futuro.

Ciao Daniele! Per iniziare questa intervista vorrei che ci raccontassi un po’ di te, dalla tua prima pubblicazione all’ultimo disco uscito, “La Mia Parte Peggiore”!
Come musicista ho tre dischi all’attivo: il primo, ‘Non so più che cosa scrivo’ è uscito nel 2001 con un’etichetta barese che si chiamava ‘Cavallo giallo’ – una sorta di consorzio di amici musicisti che si misero assieme per tirar su alcuni lavori discografici di particolare interesse, per loro. Lo stesso disco fu ristampato e pubblicato nel 2003 da ‘Storie di Note’, un’etichetta romana che ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni dischi del compianto Claudio Lolli. Poi c’è stato un lungo periodo di concerti, senza uscite discografiche, se non alcune compilation. Nel 2014 è uscito ‘Il mio garage’ e a settembre 2018 ‘La mia parte peggiore’, il mio terzo disco. Nel mentre ho continuato a scrivere, come sempre, pubblicando il romanzo ‘La ballata dei raminghi adirati’, la raccolta intitolata ‘L’Altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto” in cui affronto il tema complesso del rapporto ambivalente che da sempre lega la città di Taranto all’impianto siderurgico, ed altre cose sparse, tra cui un racconto uscito sul Corriere della Sera nel 2003, ‘Malaestate’Nel 2016, una serie di ‘versi non cantati’ sono anche stati raccolti in un’antologia poetica dal titolo Le Gazze Disattente per ‘Secop Edizioni’.”

Come mai è passato così tanto tempo dal tuo primo disco al secondo?
Le ragioni possono essere tante. Innanzitutto una marea di concerti, perché dopo ‘Non so più che cosa scrivo’ ho iniziato ad andare su e giù lungo la penisola, dalla Sicilia al Trentino, per intenderci, tanti concerti. Nel frattempo cominciai anche a lavorare con una certa continuità, un lavoro ‘ordinario’, intendo, che chiaramente mi costringeva a presentarmi ogni mattina a lavoro e… capisci bene che tutto questo limita un po’ la vita artistica, fatta di chilometri, notti brave. Aggiungici anche un po’ di scapocchioneria [Dial. tarantino per ‘fannulloneria’, n.d.r.] (Ride, n.d.r.).”

A quali artisti ti ispiri per la composizione della tua musica?
Nasco ascoltando canzone d’autore italiana, quella di un certo tipo: De Andrè, Claudio Lolli, Guccini, De Gregori, passando per Dylan, Cohen, Tom Waits, Nick Cave e tanti altri, non tralasciando gruppi rock, soprattutto nella tarda adolescenza, come i Deep Purple, i King Crimson o Le Orme. Ma anche, più in là, crescendo, ascoltando dischi di Capossela e La Crus. Insomma, ‘nasco’ nel filone della canzone d’autore e a quello mi piace riferirmi: fin da quando ho iniziato a mettere le dita sulla chitarra, infatti, ho sempre e solo voluto raccontare storie. Non volevo suonare e basta. In quel tipo di canzoni non vedevo molta differenza fra musica e letteratura. E questo mi piaceva, mi affascinava, mi emozionava. I nomi che ho fatto prima, sono i nomi che hanno costellato la mia formazione, che hanno in qualche modo ‘forgiato’ il mio’“gusto’ – in un processo dialettico, ovviamente – ma quando scrivo le mie cose credo di non ispirarmi a nessuno: sono piuttosto egocentrico in questo.”

Parliamo un po’ del tuo ultimo disco, “La Mia Parte Peggiore”, uscito a settembre: come è nato questo lavoro?
“Questo disco è nato da una forte esigenza espressiva, ovvero quella di raccontare un percorso di crescita attraverso le stagioni più controverse degli ultimi decenni. Un percorso esistenziale, come in un romanzo di formazione. Le canzoni sono suddivise in tre aree tematiche che alludono alle fasi della giovinezza, della maturità e delle sintesi che ciascuno di noi ricava dalle vicissitudini della propria esistenza. C’è, all’interno del disco, un brano che considero cruciale, che fa da spartiacque tra la giovinezza e la maturità: ’Aprite il Fuoco’. È quel momento in cui le istanze individuali fanno i conti con le istanze sociali, e da questo incontro-scontro esce fuori ciascuno di noi con le proprie sintesi, la propria visione del mondo. Il disco, musicalmente parlando, è nato dalla collaborazione più che decennale con Cristò Chiapparino, scrittore e musicista – anzi: prima scrittore poi musicista, ipse dixit – il pianista che mi accompagna da sempre, e che in quest’occasione ha curato tutta la veste sonora del disco a partire dalle nude canzoni…”

Possiamo quindi definirlo anche un disco “politico”?
“Certo. Come scrivevo in una scheda di presentazione, è un disco eminentemente politico e al tempo stesso irrimediabilmente personale: personale perché scritto e vissuto con le viscere; politico perché inserito nel contesto politico-sociale nebuloso degli ultimi anni. Dalla strage di Bologna al Bataclan, per intenderci. Quindi sì, è anche politico.”

Politica che nella tua carriera artistica non hai mai tralasciato: leggevo addirittura un’intervista del Manifesto, che, insomma, dice già qualcosa.
Sì, mi definivano ‘cantautore socialmente scomodo’ (Ride, n.d.r.). Ma credo sia anche per il lavoro che faccio, in qualche modo. Mi occupo, da ormai vent’anni, di disagio sociale, prima coi tossicodipendenti e senza fissa dimora, poi con disabili e affetti da malattie mentali. Esperienze che direttamente ed indirettamente ho riportato e trasfigurato in certe mie canzoni”.

Poco meno di un mese fa (l’intervista è del 21 dicembre, n.d.r.) è uscito il primo estratto del disco, ‘Violini di Chagall’. Parlaci di questa canzone, accompagnata anche da un video.
’Violini di Chagall’ è la seconda traccia del disco e parla dell’infanzia: come ti dicevo, il disco parla di una crescita, e l’albero, si sa, viene dal seme. A differenza di molti miei ‘colleghi’ ho avuto un’infanzia felice. E mi piace raccontarla. La canzone ha un ritornello che sembra avulso dal cantato: ‘Se potessi tornare indietro ti sposerei’. È come se nel cortocircuito delle immagini vivide e care dell’infanzia, il narratore si rammaricasse di averle perdute o di non aver ‘fermato’ nulla, da cui il mood malinconico di tutto il brano. Riferendosi magari alle fanciulle ‘fiorite’ incontrate alle giostre o nei pressi di una cassarmonica – ‘c’era la festa del paese, il cartomante con le rose’…”

Nel pubblicare i prossimi singoli seguirai la divisione in tre parti del disco, pubblicandone uno per parte, o ti affiderai alla miglior ‘radiofonia’ delle canzoni?
No, guarda, non ho mai seguito il criterio della radiofonia, essendo criteri, adesso, alquanto misteriosi (Ride, n.d.r.). Mi lascerò guidare dalle sensazioni del momento; mi piacerebbe girare il video di ‘Aprite il fuoco’, che è il brano meno radiofonico che si possa pensare, una canzone che dura sei minuti e sappiamo benissimo che i brani radiofonici hanno ben altro minutaggio.”

È anche vero che i brani e i videoclip migliori escono sempre da tracce dalla lunga durata.
Verissimo, tant’è che un tempo i Pink Floyd si permettevano tracce e video di dieci minuti che poi passavano anche in radio… (Ride, n.d.r.)”

 Questo disco è uscito sotto l’etichetta pugliese Digressione Music. Come ti stai trovando?
Digressione nasce come etichetta di musica classica: ha un catalogo decisamente prezioso per quanto riguarda il genere, distribuendo praticamente in tutta Europa. Da qualche anno a questa parte si sta concentrando anche sulla canzone d’autore e devo dire con ottimi risultati. È raro trovare oggi etichette che ‘lavorano’ come Digressione, investendo con passione su progetti nei quali si crede fermamente, a dispetto della crisi conclamata del mercato discografico: certe realtà andrebbero realmente supportate acquistando i loro prodotti, perché sono in via di estinzione. Quest’anno abbiamo anche vinto il bando di Puglia Sounds, un bando regionale che finanzia progetti discografici in uscita stanziando dei budget, per cui abbiamo fatto un tour notevole: sono stato a Roma, a Milano due volte, a Ferrara, a Bari, Lecce, Taranto, Foggia, il calendario è in continuo aggiornamento: ho delle date a Bergamo e Novara e la cosa non può che farmi piacere.”

Com’è andato questo tour?
Bene. Molto bene. Queste date hanno aiutato a risvegliare un certo interesse in giro; quando uscì ‘Non so più che cosa scrivo’, nei primi anni Zero, feci una gran quantità di concerti – eravamo ancora in epoca pre-social e pre-youtube – conquistandomi un certo seguito col passaparola, i live, i chilometri, i cd masterizzati. Pensandoci bene, c’era un bel movimento in quegli anni, si suonava tanto. Poi però non è più uscito un disco con nuove canzoni per un sacco di tempo e la gente, sai, ha memoria corta (Ride, n.d.r.); adesso sto cercando di ‘riacciuffarli’ tutti!”

Ci sono progetti futuri? Passeranno gli stessi anni che son passati dal primo al secondo disco per ascoltare un altro album?
No, no, e poi devo dire di essere migliorato tra il secondo e il terzo (Ride, n.d.r.). Per adesso voglio sicuramente godermi questo disco, di cui sono piuttosto orgoglioso e a cui tengo particolarmente… Sta anche ricevendo ottimi consensi da parte degli ‘addetti ai lavori’, diverse recensioni lusinghiere – Fabrizio Versienti, certamente tra i più autorevoli critici nostrani, parlando del disco, ha scritto parole forti di stima, dicendo che ‘non ha eguali nella storia recente della canzone d’autore italiana’, ad esempio -. Voglio continuare a suonare dal vivo – che è una dimensione che amo particolarmente, e chi mi conosce lo sa – e godermi questo momento, ma ho già in cantiere qualcosa. Ho sempre qualcosa in cantiere!

Perfetto Daniele, ti ringrazio per essere stato con noi!
Grazie a te!”

Ricordiamo ai lettori che ‘La mia parte peggiore’ la si può acquistare direttamente sul sito di Digressione oppure su Amazon, IBS, ecc. È inoltre presente sulle principali piattaforme digitali: Spotify, iTunes, Apple Music, Deezer, YouTube.

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