Blunote Radar X Ada Brodie 0 306

Evviva il rap, evviva la trap, evviva l’indie. Ma che fine hanno fatto i “ragazzi scimmia” di Paolo Conte che ballavano “sotto le stelle del jazz”? Guardando il mondo della musica dalle piattaforme di streaming, pare che il jazz sia un genere in via d’estinzione come una specie autoctona che ha perso la sua battaglia contro la selezione naturale su scala mondiale. E invece non è così: zoomando più vicino, ci si può accorgere che quella vena di spontaneità e talento naturale capace di estrarre conigli bianchi da magici cappelli di note è pulsante e brucia ancora, come un falò da campeggio isolato nella notte taciturna. È a quel gruppo di scout devoti alla vita e all’avventura che appartiene Ada Brodie, giovane musicista classe 1988, originaria di Amburgo. Il 22 febbraio ha rilasciato, sotto questo nome, il suo primo album The Grand Tale.

Ada Brodie The Grand Tale Cover album
Cover dell’album The Grand Tale di Ada Brodie.

Ada Brodie è il nome d’arte di Elena Bongartz. Inizia a suonare il pianoforte giovanissima e vince il primo premio nella categoria “duetti di pianoforte” a livello nazionale all’età di soli 15 anni. Sotto il nome di Elena pubblica nel 2016 il suo primo album omonimo, seguito da un mixtape indipendente nell’anno successivo, entrambi cantati in tedesco. In questo periodo, Elena tende ad uno stile jazz che contiene elementi moderni, come il parlato sulla base o la rima baciata classica della musica rap.

Ma il passaggio da Elena ad Ada Brodie non è solo una questione stilistica. Ada Brodie è un progetto concentrato sulla profondissima capacità di songwriting della Bongartz come nucleo espressivo, accompagnato per lo più dalla delicatezza di un pianoforte. La voce limpida dell’artista si presta con naturalezza alla lingua inglese, rendendo The Grand Tale un disco ispirato ai “grandi racconti” della tradizione americana. Tornare sul palco da “pianista” non significa fare un passo indietro rispetto al percorso fatto come Elena, bensì rappresenta il più difficile tentativo di “auto-riduzione”: spogliarsi di ogni effetto e artificio per restituire all’ascoltatore musica e parole senza intermediazione.

Ada Brodie è il filo rosso dei ricordi di Elena, a cui sono appesi come negativi in una camera oscura tutti i principi e le idee per lei importanti. Anzitutto, nome e cognome sono eredità di famiglia (Ada era il nome di sua nonna da parte del padre, mentre Brodie era il cognome di sua nonna da parte di madre), segno della sua tensione “nostalgica”. Nostalgia, però, che non si traduce a livello musicale: lo scopo di The Grand Tale, infatti, non è quello di offrire un prodotto retrò, che faccia da eco al soul anni ’60 o al jazz degli anni ’20, ma di andare in profondità e raccontare una storia (ad esempio, The Life in between o The shore).

In Ada Brodie è forte anche la consapevolezza dell’essere donna. The Grand Tale non è un album che parla di femminismo, ma canzoni come The One Mean Girl sono dedicate alle donne e di esse ne tracciano un quadro più esistenziale che sociale. Alternando ritmi lenti e uptempo, la canzone tratta il tema con frizzante ironia, suggerendo alle ascoltatrici che essere “cattive” o “sfacciate” a volte non è una cattiva idea, ma un modo per svestirsi della condizione subalterna impostagli. Sulla stessa lunghezza d’onda, The F racconta con esasperata rassegnazione la fine di una relazione che, a dire il vero, non ha il potenziale necessario per decollare, delineando anche in questo caso una donna padrona di sé e delle sue aspettative.

The Grand Tale è più che una superficie musicale in cui specchiarsi. In un’intervista a DIE ZEIT, Ada Brodie racconta che il processo di conoscenza di sé è avvenuto in terza persona: ha immaginato di essere la sorella maggiore di se stessa e di darsi consigli o pareri di cui avrebbe avuto bisogno se davvero avesse avuto una sorella maggiore. Un meccanismo di reazione naturale e necessario per un’artista che ha sempre dovuto sostenere il peso delle etichette dovute ai suoi legami di parentela: Elena Bongartz è infatti la sorella minore del violinista David Christian Bongartz, meglio conosciuto con il suo nome d’arte David Garrett. Ma Ada Brodie non è solo “la sorella di David Garrett”. Anche lei ha una voce e un’identità a prescindere dal sangue, come dichiara nell’intervista al giornale sopracitato:

“Un chiaro esempio di “effetto Clara Schumann” – un’eccellente musicista conosciuta solo per essere la moglie di un altro musicista. Onestamente mi ha stupito che la conversazione non fosse incentrata solo su questo. In generale, nelle interviste mio fratello salta fuori tra le prime due domande, il che è comprensibile per un nome che fa suonare le campane. Ma forse non è così facile da capire dall’esterno: che anche tra fratelli, ognuno ha il suo spazio per essere se stesso”.

Ada Brodie portrait

In The Grand Tale ci sono tutti gli ingredienti per creare dal nulla la donna del ventunesimo secolo: bellezza, libertà, consapevolezza, amore, dolcezza e nostalgia sintetizzati sui tasti di un pianoforte come fosse l’ultimo passaggio di un complesso procedimento alchemico. Il quadro che ne risulta è carismatico e abbastanza sopra la media per deliziare la critica di settore e chissà, in un futuro non troppo remoto anche i palcoscenici dei migliori festival europei, vista l’attitudine “indie” di Ada Brodie, nonché il suo linguaggio musicale moderno ed estremamente accessibile a tutti. Canzoni come The Life In Between o The Inside lasciano il segno per il talento vocale e l’incidenza dei testi su scale musicali di intensità via via più densa, controbilanciando gli esercizi di pianoforte meno sobri e facendo di The Grand Tale un disco equilibrato, dal suono allo stesso tempo classico e contemporaneo, che non guarda con invidia ai grandi maestri della composizione dei nostri giorni perché ha già trovato la sua unica identità.

Foto: Julia Steinigewege

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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