Blunote Radar X Ada Brodie 0 915

Evviva il rap, evviva la trap, evviva l’indie. Ma che fine hanno fatto i “ragazzi scimmia” di Paolo Conte che ballavano “sotto le stelle del jazz”? Guardando il mondo della musica dalle piattaforme di streaming, pare che il jazz sia un genere in via d’estinzione come una specie autoctona che ha perso la sua battaglia contro la selezione naturale su scala mondiale. E invece non è così: zoomando più vicino, ci si può accorgere che quella vena di spontaneità e talento naturale capace di estrarre conigli bianchi da magici cappelli di note è pulsante e brucia ancora, come un falò da campeggio isolato nella notte taciturna. È a quel gruppo di scout devoti alla vita e all’avventura che appartiene Ada Brodie, giovane musicista classe 1988, originaria di Amburgo. Il 22 febbraio ha rilasciato, sotto questo nome, il suo primo album The Grand Tale.

Ada Brodie The Grand Tale Cover album
Cover dell’album The Grand Tale di Ada Brodie.

Ada Brodie è il nome d’arte di Elena Bongartz. Inizia a suonare il pianoforte giovanissima e vince il primo premio nella categoria “duetti di pianoforte” a livello nazionale all’età di soli 15 anni. Sotto il nome di Elena pubblica nel 2016 il suo primo album omonimo, seguito da un mixtape indipendente nell’anno successivo, entrambi cantati in tedesco. In questo periodo, Elena tende ad uno stile jazz che contiene elementi moderni, come il parlato sulla base o la rima baciata classica della musica rap.

Ma il passaggio da Elena ad Ada Brodie non è solo una questione stilistica. Ada Brodie è un progetto concentrato sulla profondissima capacità di songwriting della Bongartz come nucleo espressivo, accompagnato per lo più dalla delicatezza di un pianoforte. La voce limpida dell’artista si presta con naturalezza alla lingua inglese, rendendo The Grand Tale un disco ispirato ai “grandi racconti” della tradizione americana. Tornare sul palco da “pianista” non significa fare un passo indietro rispetto al percorso fatto come Elena, bensì rappresenta il più difficile tentativo di “auto-riduzione”: spogliarsi di ogni effetto e artificio per restituire all’ascoltatore musica e parole senza intermediazione.

Ada Brodie è il filo rosso dei ricordi di Elena, a cui sono appesi come negativi in una camera oscura tutti i principi e le idee per lei importanti. Anzitutto, nome e cognome sono eredità di famiglia (Ada era il nome di sua nonna da parte del padre, mentre Brodie era il cognome di sua nonna da parte di madre), segno della sua tensione “nostalgica”. Nostalgia, però, che non si traduce a livello musicale: lo scopo di The Grand Tale, infatti, non è quello di offrire un prodotto retrò, che faccia da eco al soul anni ’60 o al jazz degli anni ’20, ma di andare in profondità e raccontare una storia (ad esempio, The Life in between o The shore).

In Ada Brodie è forte anche la consapevolezza dell’essere donna. The Grand Tale non è un album che parla di femminismo, ma canzoni come The One Mean Girl sono dedicate alle donne e di esse ne tracciano un quadro più esistenziale che sociale. Alternando ritmi lenti e uptempo, la canzone tratta il tema con frizzante ironia, suggerendo alle ascoltatrici che essere “cattive” o “sfacciate” a volte non è una cattiva idea, ma un modo per svestirsi della condizione subalterna impostagli. Sulla stessa lunghezza d’onda, The F racconta con esasperata rassegnazione la fine di una relazione che, a dire il vero, non ha il potenziale necessario per decollare, delineando anche in questo caso una donna padrona di sé e delle sue aspettative.

The Grand Tale è più che una superficie musicale in cui specchiarsi. In un’intervista a DIE ZEIT, Ada Brodie racconta che il processo di conoscenza di sé è avvenuto in terza persona: ha immaginato di essere la sorella maggiore di se stessa e di darsi consigli o pareri di cui avrebbe avuto bisogno se davvero avesse avuto una sorella maggiore. Un meccanismo di reazione naturale e necessario per un’artista che ha sempre dovuto sostenere il peso delle etichette dovute ai suoi legami di parentela: Elena Bongartz è infatti la sorella minore del violinista David Christian Bongartz, meglio conosciuto con il suo nome d’arte David Garrett. Ma Ada Brodie non è solo “la sorella di David Garrett”. Anche lei ha una voce e un’identità a prescindere dal sangue, come dichiara nell’intervista al giornale sopracitato:

“Un chiaro esempio di “effetto Clara Schumann” – un’eccellente musicista conosciuta solo per essere la moglie di un altro musicista. Onestamente mi ha stupito che la conversazione non fosse incentrata solo su questo. In generale, nelle interviste mio fratello salta fuori tra le prime due domande, il che è comprensibile per un nome che fa suonare le campane. Ma forse non è così facile da capire dall’esterno: che anche tra fratelli, ognuno ha il suo spazio per essere se stesso”.

Ada Brodie portrait

In The Grand Tale ci sono tutti gli ingredienti per creare dal nulla la donna del ventunesimo secolo: bellezza, libertà, consapevolezza, amore, dolcezza e nostalgia sintetizzati sui tasti di un pianoforte come fosse l’ultimo passaggio di un complesso procedimento alchemico. Il quadro che ne risulta è carismatico e abbastanza sopra la media per deliziare la critica di settore e chissà, in un futuro non troppo remoto anche i palcoscenici dei migliori festival europei, vista l’attitudine “indie” di Ada Brodie, nonché il suo linguaggio musicale moderno ed estremamente accessibile a tutti. Canzoni come The Life In Between o The Inside lasciano il segno per il talento vocale e l’incidenza dei testi su scale musicali di intensità via via più densa, controbilanciando gli esercizi di pianoforte meno sobri e facendo di The Grand Tale un disco equilibrato, dal suono allo stesso tempo classico e contemporaneo, che non guarda con invidia ai grandi maestri della composizione dei nostri giorni perché ha già trovato la sua unica identità.

Foto: Julia Steinigewege

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 148

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 338

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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