Blunote Radar X Petite 0 813

Petite è il nome che Giulia Pellegrino sceglie per impugnare il suo microfono. Giovanissima, classe ’99, viene al mondo a Cormano, in provincia di Milano, dall’unica donna che le resterà accanto per la vita, ovvero sua madre. Malgrado la mancanza di una famiglia completa, compensata dalla presenza di suo nonno, cresce senza rancori d’alcun tipo, con il carattere di chi nasce donna e sa che, per questo motivo, sarà destinata a combattere dal giorno uno. Milano dei sogni, Milano degli innamorati di Remigi; Milano delle luci abbaglianti, Milano dell’impossibile; Milano che non guarda in faccia nessuno, che a volte sa buttarti giù come una matrigna cattiva. Venire dalla provincia significa spesso non-appartenere, e scavalcare questa barriera significa il più delle volte sconfiggere i pregiudizi delle persone che ti vogliono inquadrato in un ruolo ben preciso. Petite sa bene tutto questo, lo ha imparato tra le file dei banchi e le compagnie evanescenti come barche in mezzo al mare, in preda alla tempesta dell’omologazione.

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Petite ama meno cose di quante ne odi. Tra queste, la storia, la musica e la scrittura. Studia pianoforte per sei anni e chitarra per tre, poi prosegue da autodidatta. Inizia a scrivere poesie a cinque anni, sulla neve che cade a Milano e la veste di bianco come una sposa a nozze. A causa delle complicazioni che attraversano la sua vita, riprenderà intorno ai sedici anni, quando le parole saranno partorite da sentimenti decisamente più disillusi, come in ogni adolescenza che si rispetti. Scappa di casa trovando rifugio in un quaderno e una matita; nelle cuffie, la musica di Mondo Marcio, da cui trae profondamente ispirazione sia dal punto stilistico che contenutistico. I testi scritti in questo particolare frangente saranno cruciali nella scelta di dedicarsi alla musica, ma restano ad oggi «esercizi di scrittura». Successivamente, l’ascesa di Salmo e la sua glorificazione sconvolgono l’idea generale di fare rap nella scena, e Giulia ne è travolta, fino all’incursione della trap dall’America nel mainstream, grazie alle piattaforme di streaming e broadcasting del settore.

Tra gli amici iniziano a rincorrersi soprannomi su quella ragazzina che intende fare della sua passione un sogno da realizzare, ma i tempi sono ancora acerbi. La prima esperienza in studio di Petite risale ad un ritornello registrato in featuring per un suo amico e artista, ma «adattare l’hip hop alle basi trap era ancora un esercizio difficile». La svolta arriva grazie alla partecipazione ad un contest, di cui Petite – allora ancora Julie – era l’unica partecipante donna. La giovane artista riesce a superare la prima selezione con quello che diventerà il suo primo singolo ufficiale, Chimera, pubblicato sotto il nome di Petite. La presa di coscienza delle sue potenzialità la guiderà dritto in studio di registrazione dove è al momento al lavoro con un team di professionisti, che la supporta nella produzione audio e video.

Petite misura un metro e cinquantaquattro – nessun nome è scelto a caso -, ma è in grado di essere all’altezza delle aspettative. Stile, attitudine e composizione sono caratteristiche che non le mancano e non sono sfuggite al team di DoubleM Studio, composto da musicisti, tecnici, grafici, fotografi e videomaker che seguono la giovane artista nelle produzioni audio e visual. Entrambe le tracce finora pubblicate sono state curate dal sopracitato studio, e sono la prova di un’intensa sinergia tra le parti in fase di lavorazione, nonché di una prospettabile versatilità attraverso influenze musicali differenziate.  

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Frame dal backstage del video di Etico.

Il primo brano rilasciato si intitola Etico, una promo di all’incirca un minuto, in cui Petite corre sulla base dimostrando dalla prima occasione una metrica quantitativamente ricca e strutturata. Malgrado la velocità dei versi ostacoli la piena comprensione del testo al primo ascolto, è chiara l’intenzione dell’artista di mettersi a nudo – e non per scena, ma di farlo davvero – sputando fuori tutto il suo malessere interiore. Panico e rabbia sono i sentimenti che le fanno da padrona, comuni a quella schiera di giovani oggi più che mai sottovalutati dal mondo adulto perché ritenuti vuoti, omologati, disinteressati alla realtà, esattamente come i loro nuovi idoli. Nel video, Petite è completamente nuda e ricoperta da vernice rossa che le gocciola lentamente addosso, in riferimento alle ferite riportate in questi anni per distinguersi dalla massa e provare ad esprimersi, nonostante i pregiudizi dilaganti.

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Cover del singolo Chimera.

Chimera è il primo brano ufficiale di Petite, costruito sul contrasto tra un beat leggero, dal ritmo raggaeton, e un testo dal contenuto più intimo e introspettivo. In tre strofe, la giovane artista mette nero su bianco la dura condizione di chi prova a realizzarsi, a partire da lei stessa, uscendo dalle logiche di una società che vive sul palcoscenico. Al contrario di chi insegue solo l’apparenza, Petite ricerca la solitudine, vuoto necessario da cui partire per ritrovarsi e migliorarsi, abbattere le proprie barriere e trasmettere fiducia a chiunque si senta protagonista di storie simili alla sua. Chimera era infatti un mostro della mitologia greca – nella canzone, il termine viene associato alla “strega” -, ma è anche sinonimo di utopia; nel video, Petite insegue questa figura, in realtà parte intrinseca di lei stessa, in uno scenario selvatico e desolato. Il brano sortisce assolutamente l’effetto desiderato dallo scontro tra ballabilità e riflessione, soprattutto grazie ad un ritornello che non fatica a fissarsi nella memoria.

Da anni ormai, il rap non è più cosa per soli uomini, e questo è un dato confermato dagli esempi femminili recentemente emersi, che sono riusciti a raggiungere una platea relativamente ampia. Petite è giovanissima ed è una bellissima sorpresa scoprire nuove leve determinate a cambiare gli schemi dominanti partendo da zero. La sfida è titanica, ma il suono fresco e la profondità dei versi non comune a colleghi coetanei – anche più affermati -, sono una promessa da mantenere, quindi aspettiamo di vedere cosa Petite ha in serbo per il futuro, fino all’uscita del suo primo lavoro completo.


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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 148

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 338

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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