Blunote Radar X Petite 0 325

Petite è il nome che Giulia Pellegrino sceglie per impugnare il suo microfono. Giovanissima, classe ’99, viene al mondo a Cormano, in provincia di Milano, dall’unica donna che le resterà accanto per la vita, ovvero sua madre. Malgrado la mancanza di una famiglia completa, compensata dalla presenza di suo nonno, cresce senza rancori d’alcun tipo, con il carattere di chi nasce donna e sa che, per questo motivo, sarà destinata a combattere dal giorno uno. Milano dei sogni, Milano degli innamorati di Remigi; Milano delle luci abbaglianti, Milano dell’impossibile; Milano che non guarda in faccia nessuno, che a volte sa buttarti giù come una matrigna cattiva. Venire dalla provincia significa spesso non-appartenere, e scavalcare questa barriera significa il più delle volte sconfiggere i pregiudizi delle persone che ti vogliono inquadrato in un ruolo ben preciso. Petite sa bene tutto questo, lo ha imparato tra le file dei banchi e le compagnie evanescenti come barche in mezzo al mare, in preda alla tempesta dell’omologazione.

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Petite ama meno cose di quante ne odi. Tra queste, la storia, la musica e la scrittura. Studia pianoforte per sei anni e chitarra per tre, poi prosegue da autodidatta. Inizia a scrivere poesie a cinque anni, sulla neve che cade a Milano e la veste di bianco come una sposa a nozze. A causa delle complicazioni che attraversano la sua vita, riprenderà intorno ai sedici anni, quando le parole saranno partorite da sentimenti decisamente più disillusi, come in ogni adolescenza che si rispetti. Scappa di casa trovando rifugio in un quaderno e una matita; nelle cuffie, la musica di Mondo Marcio, da cui trae profondamente ispirazione sia dal punto stilistico che contenutistico. I testi scritti in questo particolare frangente saranno cruciali nella scelta di dedicarsi alla musica, ma restano ad oggi «esercizi di scrittura». Successivamente, l’ascesa di Salmo e la sua glorificazione sconvolgono l’idea generale di fare rap nella scena, e Giulia ne è travolta, fino all’incursione della trap dall’America nel mainstream, grazie alle piattaforme di streaming e broadcasting del settore.

Tra gli amici iniziano a rincorrersi soprannomi su quella ragazzina che intende fare della sua passione un sogno da realizzare, ma i tempi sono ancora acerbi. La prima esperienza in studio di Petite risale ad un ritornello registrato in featuring per un suo amico e artista, ma «adattare l’hip hop alle basi trap era ancora un esercizio difficile». La svolta arriva grazie alla partecipazione ad un contest, di cui Petite – allora ancora Julie – era l’unica partecipante donna. La giovane artista riesce a superare la prima selezione con quello che diventerà il suo primo singolo ufficiale, Chimera, pubblicato sotto il nome di Petite. La presa di coscienza delle sue potenzialità la guiderà dritto in studio di registrazione dove è al momento al lavoro con un team di professionisti, che la supporta nella produzione audio e video.

Petite misura un metro e cinquantaquattro – nessun nome è scelto a caso -, ma è in grado di essere all’altezza delle aspettative. Stile, attitudine e composizione sono caratteristiche che non le mancano e non sono sfuggite al team di DoubleM Studio, composto da musicisti, tecnici, grafici, fotografi e videomaker che seguono la giovane artista nelle produzioni audio e visual. Entrambe le tracce finora pubblicate sono state curate dal sopracitato studio, e sono la prova di un’intensa sinergia tra le parti in fase di lavorazione, nonché di una prospettabile versatilità attraverso influenze musicali differenziate.  

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Frame dal backstage del video di Etico.

Il primo brano rilasciato si intitola Etico, una promo di all’incirca un minuto, in cui Petite corre sulla base dimostrando dalla prima occasione una metrica quantitativamente ricca e strutturata. Malgrado la velocità dei versi ostacoli la piena comprensione del testo al primo ascolto, è chiara l’intenzione dell’artista di mettersi a nudo – e non per scena, ma di farlo davvero – sputando fuori tutto il suo malessere interiore. Panico e rabbia sono i sentimenti che le fanno da padrona, comuni a quella schiera di giovani oggi più che mai sottovalutati dal mondo adulto perché ritenuti vuoti, omologati, disinteressati alla realtà, esattamente come i loro nuovi idoli. Nel video, Petite è completamente nuda e ricoperta da vernice rossa che le gocciola lentamente addosso, in riferimento alle ferite riportate in questi anni per distinguersi dalla massa e provare ad esprimersi, nonostante i pregiudizi dilaganti.

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Cover del singolo Chimera.

Chimera è il primo brano ufficiale di Petite, costruito sul contrasto tra un beat leggero, dal ritmo raggaeton, e un testo dal contenuto più intimo e introspettivo. In tre strofe, la giovane artista mette nero su bianco la dura condizione di chi prova a realizzarsi, a partire da lei stessa, uscendo dalle logiche di una società che vive sul palcoscenico. Al contrario di chi insegue solo l’apparenza, Petite ricerca la solitudine, vuoto necessario da cui partire per ritrovarsi e migliorarsi, abbattere le proprie barriere e trasmettere fiducia a chiunque si senta protagonista di storie simili alla sua. Chimera era infatti un mostro della mitologia greca – nella canzone, il termine viene associato alla “strega” -, ma è anche sinonimo di utopia; nel video, Petite insegue questa figura, in realtà parte intrinseca di lei stessa, in uno scenario selvatico e desolato. Il brano sortisce assolutamente l’effetto desiderato dallo scontro tra ballabilità e riflessione, soprattutto grazie ad un ritornello che non fatica a fissarsi nella memoria.

Da anni ormai, il rap non è più cosa per soli uomini, e questo è un dato confermato dagli esempi femminili recentemente emersi, che sono riusciti a raggiungere una platea relativamente ampia. Petite è giovanissima ed è una bellissima sorpresa scoprire nuove leve determinate a cambiare gli schemi dominanti partendo da zero. La sfida è titanica, ma il suono fresco e la profondità dei versi non comune a colleghi coetanei – anche più affermati -, sono una promessa da mantenere, quindi aspettiamo di vedere cosa Petite ha in serbo per il futuro, fino all’uscita del suo primo lavoro completo.


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Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 124

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 159

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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