Blunote Radar X Petite 0 181

Petite è il nome che Giulia Pellegrino sceglie per impugnare il suo microfono. Giovanissima, classe ’99, viene al mondo a Cormano, in provincia di Milano, dall’unica donna che le resterà accanto per la vita, ovvero sua madre. Malgrado la mancanza di una famiglia completa, compensata dalla presenza di suo nonno, cresce senza rancori d’alcun tipo, con il carattere di chi nasce donna e sa che, per questo motivo, sarà destinata a combattere dal giorno uno. Milano dei sogni, Milano degli innamorati di Remigi; Milano delle luci abbaglianti, Milano dell’impossibile; Milano che non guarda in faccia nessuno, che a volte sa buttarti giù come una matrigna cattiva. Venire dalla provincia significa spesso non-appartenere, e scavalcare questa barriera significa il più delle volte sconfiggere i pregiudizi delle persone che ti vogliono inquadrato in un ruolo ben preciso. Petite sa bene tutto questo, lo ha imparato tra le file dei banchi e le compagnie evanescenti come barche in mezzo al mare, in preda alla tempesta dell’omologazione.

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Petite ama meno cose di quante ne odi. Tra queste, la storia, la musica e la scrittura. Studia pianoforte per sei anni e chitarra per tre, poi prosegue da autodidatta. Inizia a scrivere poesie a cinque anni, sulla neve che cade a Milano e la veste di bianco come una sposa a nozze. A causa delle complicazioni che attraversano la sua vita, riprenderà intorno ai sedici anni, quando le parole saranno partorite da sentimenti decisamente più disillusi, come in ogni adolescenza che si rispetti. Scappa di casa trovando rifugio in un quaderno e una matita; nelle cuffie, la musica di Mondo Marcio, da cui trae profondamente ispirazione sia dal punto stilistico che contenutistico. I testi scritti in questo particolare frangente saranno cruciali nella scelta di dedicarsi alla musica, ma restano ad oggi «esercizi di scrittura». Successivamente, l’ascesa di Salmo e la sua glorificazione sconvolgono l’idea generale di fare rap nella scena, e Giulia ne è travolta, fino all’incursione della trap dall’America nel mainstream, grazie alle piattaforme di streaming e broadcasting del settore.

Tra gli amici iniziano a rincorrersi soprannomi su quella ragazzina che intende fare della sua passione un sogno da realizzare, ma i tempi sono ancora acerbi. La prima esperienza in studio di Petite risale ad un ritornello registrato in featuring per un suo amico e artista, ma «adattare l’hip hop alle basi trap era ancora un esercizio difficile». La svolta arriva grazie alla partecipazione ad un contest, di cui Petite – allora ancora Julie – era l’unica partecipante donna. La giovane artista riesce a superare la prima selezione con quello che diventerà il suo primo singolo ufficiale, Chimera, pubblicato sotto il nome di Petite. La presa di coscienza delle sue potenzialità la guiderà dritto in studio di registrazione dove è al momento al lavoro con un team di professionisti, che la supporta nella produzione audio e video.

Petite misura un metro e cinquantaquattro – nessun nome è scelto a caso -, ma è in grado di essere all’altezza delle aspettative. Stile, attitudine e composizione sono caratteristiche che non le mancano e non sono sfuggite al team di DoubleM Studio, composto da musicisti, tecnici, grafici, fotografi e videomaker che seguono la giovane artista nelle produzioni audio e visual. Entrambe le tracce finora pubblicate sono state curate dal sopracitato studio, e sono la prova di un’intensa sinergia tra le parti in fase di lavorazione, nonché di una prospettabile versatilità attraverso influenze musicali differenziate.  

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Frame dal backstage del video di Etico.

Il primo brano rilasciato si intitola Etico, una promo di all’incirca un minuto, in cui Petite corre sulla base dimostrando dalla prima occasione una metrica quantitativamente ricca e strutturata. Malgrado la velocità dei versi ostacoli la piena comprensione del testo al primo ascolto, è chiara l’intenzione dell’artista di mettersi a nudo – e non per scena, ma di farlo davvero – sputando fuori tutto il suo malessere interiore. Panico e rabbia sono i sentimenti che le fanno da padrona, comuni a quella schiera di giovani oggi più che mai sottovalutati dal mondo adulto perché ritenuti vuoti, omologati, disinteressati alla realtà, esattamente come i loro nuovi idoli. Nel video, Petite è completamente nuda e ricoperta da vernice rossa che le gocciola lentamente addosso, in riferimento alle ferite riportate in questi anni per distinguersi dalla massa e provare ad esprimersi, nonostante i pregiudizi dilaganti.

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Cover del singolo Chimera.

Chimera è il primo brano ufficiale di Petite, costruito sul contrasto tra un beat leggero, dal ritmo raggaeton, e un testo dal contenuto più intimo e introspettivo. In tre strofe, la giovane artista mette nero su bianco la dura condizione di chi prova a realizzarsi, a partire da lei stessa, uscendo dalle logiche di una società che vive sul palcoscenico. Al contrario di chi insegue solo l’apparenza, Petite ricerca la solitudine, vuoto necessario da cui partire per ritrovarsi e migliorarsi, abbattere le proprie barriere e trasmettere fiducia a chiunque si senta protagonista di storie simili alla sua. Chimera era infatti un mostro della mitologia greca – nella canzone, il termine viene associato alla “strega” -, ma è anche sinonimo di utopia; nel video, Petite insegue questa figura, in realtà parte intrinseca di lei stessa, in uno scenario selvatico e desolato. Il brano sortisce assolutamente l’effetto desiderato dallo scontro tra ballabilità e riflessione, soprattutto grazie ad un ritornello che non fatica a fissarsi nella memoria.

Da anni ormai, il rap non è più cosa per soli uomini, e questo è un dato confermato dagli esempi femminili recentemente emersi, che sono riusciti a raggiungere una platea relativamente ampia. Petite è giovanissima ed è una bellissima sorpresa scoprire nuove leve determinate a cambiare gli schemi dominanti partendo da zero. La sfida è titanica, ma il suono fresco e la profondità dei versi non comune a colleghi coetanei – anche più affermati -, sono una promessa da mantenere, quindi aspettiamo di vedere cosa Petite ha in serbo per il futuro, fino all’uscita del suo primo lavoro completo.


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Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 69

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 170

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

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