Blunote Radar X Silent Bob 0 451

Edoardo Fontana, in arte Silent Bob (dalla famosa coppia comica Jay e Silent Bob), è un rapper milanese classe ’99 trapiantato nella provincia di Pavia, precisamente a Dorno. Silent Bob si è fatto un nome nella scena milanese grazie ai parecchi singoli pubblicati, tra i quali spicca “Vele Nere”, in collaborazione con Neek the Shine, la quale ha fruttato mezzo milione di stream su Spotify. Lo stesso numero di stream che ha prodotto anche “Silent EP”, il primo vero progetto uscito l’anno scorso che ha sancito la collaborazione tra il rapper milanese ed il producer Sick Budd, oltre all’ingresso nell’etichetta Bullz Records. Da allora sono tantissimi i singoli pubblicati dal duo, tutti con ottimi risultati in termini di visualizzazioni. Silent Bob è in realtà un vero e proprio fenomeno: son pochi gli artisti della stessa età che possono vantare i suoi numeri e questo lo pone sicuramente fra gli emergenti di spicco della scena rap, motivo per il quale abbiamo deciso di intervistarlo all’interno di Blunote Radar, la nostra rubrica dedicata agli artisti emergenti.

Durante quest’intervista abbiamo parlato con Silent Bob dei suoi punti di riferimento musicali, del percorso artistico che lo vede crescere ogni giorno affiancato dal già citato Sick Budd, ma anche dei temi che tratta all’interno dei suoi testi, dove strada e malinconia si fondono in un discorso decisamente maturo per l’età dell’artista, e della difficoltà di emergere quando si viene dalla provincia.

Ciao Edoardo! Per iniziare, voglio presentarti prima ai lettori attraverso dei nomi conosciuti; ascoltandoti si percepiscono le varie sfumature dei tuoi possibili riferimenti musicali: mi son subito venuti in mente il primo Salmo, Mezzosangue, ma anche un modo di fare tipico di Rasty Kilo. Ci ho azzeccato?
Il primo disco di Salmo mi gasò un sacco già al primo ascolto – ed ero molto piccolo quando uscì: lo porto ancora dentro. Mezzosangue non l’ho mai ascoltato davvero ma credo che l’accostamento derivi molto dal timbro vocale, anche perché scriviamo molto diversamente. Per la scrittura mi sento infatti molto più vicino a Rasty Kilo.

Un anno fa hai rilasciato il tuo primo vero lavoro, Silent EP, che ha sancito anche la tua collaborazione con Sick Budd. Sei soddisfatto del lavoro?
Conta che per quell’EP non avevamo nessuna aspettativa, come puoi vedere sono sei singoli messi insieme. Potevano benissimo uscire uno ad uno, ma li avevamo già pronti e abbiamo pensato di farli uscire tutti insieme per iniziare con un primo progetto facendoci qualche data in giro per farci conoscere ed è stato tutto molto tranquillo. È giusto una raccolta di singoli, insomma…

Silent Bob intervista blunote radar blunote music
Silent Bob

Beh comunque ha avuto un buon successo con qualche centinaio di migliaia di ascolti: per qualcosa di nato senza pretese è un grande traguardo!
No, no, ma infatti lo è stato! Prima di Silent ho fatto bei numeri con dei singoli, però ti dico che quando non ti conosce nessuno ed entri in una scena come quella di Milano, abbastanza rinomata, con due pezzi che vanno bene, vuol dire poi dover tenere alta l’asticella e mantenere quella soglia. Con SIlent EP, un lavoro durato praticamente tre mesi, abbiamo fatto mezzo milione di ascolti quindi bella lì, è un bel risultato. Ne son contento. Sarà stata proprio questa genuinità a far sì che arrivasse, perché è arrivato.

Assolutamente, con mezzo milione di ascolti è arrivato sì. Come dicevamo, l’EP è stato l’inizio della tua collaborazione con Sick Budd, un produttore di Milano un po’ più grande di te – vi passate sette anni – e da quando avete rilasciato Silent EP ad oggi hai cambiato un po’ il sound, tastando un po’ sonorità trap. Dove andate a parare?
In realtà proprio con SIlent EP mi hanno accostato ad altri rapper, anche quelli che hai detto tu: Salmo, Kilo… questa cosa mi fa piacere, perché vuol dire che son riuscito a racchiudere tante cosa in una, ma volevo anche trovare una dimensione che fosse solo mia. Quindi posso dirti che con Sick Budd stiamo lavorando su questo: penso agli ultimi singoli ed altre cose che non sono ancora uscite; sono tantissime, ma tutte con un filo conduttore che mi riguarda. Stiamo lavorando molto sulla mia personalità, sulla nostra dimensione artistica. Voglio trovare qualcosa di mio e devo dire che ci stiamo riuscendo: sento che si sta iniziando a formare un vero e proprio stampo. Con Jacopo mi trovo benissimo nonostante, come dici, sia più grande; non è stato sempre così: all’inizio non ci capivamo molto, siamo persone molto diverse: io sono molto sanguigno, lui è il classico producer nerdissimo (Ride, n.d.r.). Però ci completiamo molto: arrivo in studio con un sacco di roba disordinata e lui riesce a riordinare il tutto e creare la cosa. Lui è tutta testa, io ci metto il cuore!

Sick Budd intervista blunote radar blunote music
Sick Budd

Discorso etichetta: sei ormai entrato da un po’ nella Bullz Records, dove nel roster figurate praticamente solo tu e Sick Budd. Come procede?
Sì, ormai son parte dell’etichetta tanto quanto loro; anche se due anni son pochi si è creato un grande rapporto: con Oscar White, il fondatore, c’è una grande amicizia ed è praticamente entrato in famiglia. Non è per nulla un discorso del tipo ‘prima etichetta’, che ti lancia e poi arrivederci, anzi: spero di fare il grande salto per portare su anche loro e viceversa, lavorando come un grande team, perché siamo tutti sulla stessa onda e la cosa è davvero figa.

Torniamo a parlare di musica: da poco più di un mese è fuori il tuo ultimo singolo, Hooligans, che, come dicevi, è uno dei lavori nel quale ti stai orientando più verso il nuovo sound…
Guarda, Hooligans è venuta fuori molto casualmente: non doveva uscire una traccia del genere, così trap, ma alla fine è successo. È il concetto di Hooligans che mi gasa, dei tifosi ‘del gioco’, quelli che stanno fuori dal campo ma ne fanno parte, a volte senza neanche una vera fede calcistica, senza squadra, solo per il calcio. E pur non essendo i protagonisti, sono parte integrante e fondamentale di quello sport: ecco, io mi son sempre visto così nel rapporto con la scena. Noi facciamo bei numeri, ma qui a Garlasco, provincia di Pavia, siamo lontani da Milano, non la viviamo come si dovrebbe pur facendone parte, e la cosa rimane un po’ ‘fuori dal campo’. Magari è un complesso mio, ma sento molto questa cosa.

Silent Bob intervista blunote radar blunote music hooligans
Un fotogramma del video di “Hooligans”

Beh, tu più di tutti puoi però raccontarci la provincia e le sue difficoltà: com’è emergere da quel contesto?
Eh… Ti dico, io sento di essere partito da meno dieci – neanche da zero. Sono anni che mi cimento col rap, dai tempi delle cantine insieme a tre amici che son riuscito a trovare in zona a cui piaceva questa musica. Ci si fumava le canne, si rappava, senza pensare mai a qualcosa di davvero concreto. Però il rap mi è sempre venuto da dentro e quando mi son mosso in città ho notato tutto un altro movimento: in provincia è difficile anche trovare quelle tre persone di prima e parlare con loro di rap; in città il discorso è totalmente diverso: è come stare in paradiso. Ma è anche una questione di mentalità: qui giri e giri, ma vedi sempre le stesse tre cose, ragioni sempre nello stesso modo. Però è anche d’aiuto per focalizzarmi sono sulla musica, una cosa che da un po’ di tempo a questa parte avviene in modo quasi ‘religioso’: l’unica distrazione è il Campari al bar, il resto della mia giornata lo dedico alla produzione. Ma è uno dei pochi vantaggi.

Però esistono esempi di gente che è riuscita ad emergere da questi contesti provinciali anche con successo: penso a Madman che è delle mie parti, ad esempio…
Massì, anche Fibra è della provincia. In realtà è gente che merita tanta stima, perché quelli che vengono dalla provincia si son fatti il doppio del culo per arrivare lì e quando ce la fanno si sente, si percepisce… Nulla da togliere a chi viene, per dire, dal centro di Milano, per carità. Ma nessuno di noi è inserito nella scena, non c’è un posto dove il sabato sera vai a fare freestyle… il sabato esci con chi c’è e fai quello che si fa normalmente fuori da quel contesto. Penalizzante, ma la soddisfazione di arrivare dove conta è tanta.

Torniamo a parlare di musica adesso: nei tuoi testi sono tantissimi i riferimenti alla criminalità; in più, leggevo su una tua vecchia intervista che ti imponi di scrivere solo cose vere. Allo stesso tempo, proprio in Hooligans dici testualmente ‘macchine in panne, vizi, condanne, speri mi salvi la musica’. La musica può essere davvero una via d’uscita a questi contesti sociali?
Sì. Sempre rimanendo nella provincia è strafacile che succedano cose del genere, rimanendo anche nell’ombra: proprio adesso ho un amico che vedevo sempre che deve farsi un botto di mesi ai domiciliari. Io ho fatto un sacco di cazzate ma son riuscito a capire e a dire basta, ma per il resto ho un sacco di persone vicine e alcune mi chiedono anche di parlarne per sentirsi parte della cosa. Non se la passano bene e voglio dare una mano anche a loro, a questi amici che si trovano in situazioni per niente facili. Qui poi c’è anche una questione economica critica: se non conosci il cugino o lo zio col bar è difficilissimo trovare lavoro. Io qualcosina l’ho trovata grazie alla mia famiglia – e faccio il dog sitter, non so se mi spiego. (Ride, n.d.r.) Ma come fai a trovare lavoro senza agganci in un paese di cinquemila persone? E così finisci per fare qualche cazzata… e va a finire che ne parli perché son situazioni che hai fatto e che i tuoi amici ancora fanno. Allo stesso tempo trovo davvero impossibile, per come son fatto, scrivere qualcosa che non mi appartiene: non tirerei mai su qualcosa di cui, per esempio, parla Rasty Kilo, perché sono situazioni diverse. Mi è capitato di buttare giù qualcosa che fosse ‘troppo’, e alla fine la tiro via perché non parla di me, non dice il vero. Chi cazzo sono, un gangster? Non voglio neanche che passi quell’immagine perché non è così.

Nella tua musica c’è quindi tanta strada, tanta rabbia, eppure ci ho trovato anche molta malinconia ed anche un fondo dedicato alla depressione, che coi primi due argomenti possono sembrare separati eppure nella realtà di tutti i giorni sono molto vicini. Non lo scopro io che i contesti ‘criminali’ sono comunque contesti difficili, tristi: come si amalgamano questi sentimenti in Silent Bob?
Beh, in realtà la criminalità è solo la parte visiva, quello che vedi e quello che trascrivo nelle mie canzoni. Ma poi, scavando a fondo, emerge tutta l’emotività. Sono una persona molto emotiva, non lo nascondo: faccio problemi enormi anche per cose piccole. Prendo ad esempio il mio amico di prima: son stato malissimo per lui. Il carcere, i domiciliari, non sono per niente cose belle e sento lo hanno cambiato. E se cambia lui cambio anch’io, perché lo sento vicino a me. Ed è proprio qui che si unisce quello che vedo e quello che provo, un’unione che poi metto in musica. Mischiare questi due mondi mi ha sempre affascinato.

Abbiamo affrontato la strada, abbiamo affrontare la malinconia… manca sicuramente l’amore, di cui parli in “Ma come abbiamo fatto”. Non sembri il tipo, ma vedremo altri pezzi del genere?
Effettivamente è così, anzi fino ad allora non concepivo neanche il semplice trattare l’argomento all’interno del rap. Ho rivalutato totalmente la situazione, come il più classico dei cliché, quando ho chiuso una relazione. Come sempre quando si tratta di queste cose, è stata una roba uscita molto di getto, per esigenza: quel testo è stato scritto il giorno prima di arrivare in studio; il beat l’abbiamo fatto in niente e abbiamo registrato lo stesso giorno. È stata una cosa velocissima e subito metabolizzata. Parla di una situazione con una ragazza che c’è stata ed è stata importante. Per farti capire il livello d’esigenza, se l’ascolti attentamente noti che è il più classico dei pezzi rap: non ci abbiamo montato su effetti, robe fighe… è un testo buttato di rabbia su una base. Necessità d’espressione, nessuna struttura melodica particolare a reggere il tutto – come può essere stato per Hooligans. Nessun obbiettivo artistico, per intenderci. Per quanto riguarda quello che verrà non sono sicuro della risposta: stiamo lavorando tanto e sicuramente lo spazio per il love c’è. (Ride, n.d.r.)”

Siamo quasi in chiusura: hai fatto uscire una caterva di singoli, a quando un disco di Silent Bob?
Non posso dirti quando, ma posso dirti che stiamo lavorando ad un progetto grossissimo. Abbiamo anche delle collaborazioni molto fighe con artisti molto ma molto più conosciuti di me. Non posso dirti neanche di chi stiamo parlando perché è davvero gente grossa, mi ucciderebbero (ride, n.d.r.). Se vuoi lo dico solo a te, ma è top secret (e quindi: non contattare l’autore di quest’intervista per avere ulteriori informazioni, n.d.r.). Comunque sia, c’è sicuramente il bisogno di un progetto serio e arriverà.

Dove ti vedremo live quest’estate?
Quest’estate ancora non ci hanno chiamato da nessuna parte, non so, ci odiano… (Ride, n.d.r.). Forse un grosso festival ma davvero non so dirti perché non se n’è ancora parlato seriamente. Comunque terrò aggiornati.

Segui Silent Bob su Facebook e Instagram.

Segui Sick Budd su Instagram.

Leggi il Blunote Radar precedente.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: