Blunote Radar X Silent Bob 0 241

Edoardo Fontana, in arte Silent Bob (dalla famosa coppia comica Jay e Silent Bob), è un rapper milanese classe ’99 trapiantato nella provincia di Pavia, precisamente a Dorno. Silent Bob si è fatto un nome nella scena milanese grazie ai parecchi singoli pubblicati, tra i quali spicca “Vele Nere”, in collaborazione con Neek the Shine, la quale ha fruttato mezzo milione di stream su Spotify. Lo stesso numero di stream che ha prodotto anche “Silent EP”, il primo vero progetto uscito l’anno scorso che ha sancito la collaborazione tra il rapper milanese ed il producer Sick Budd, oltre all’ingresso nell’etichetta Bullz Records. Da allora sono tantissimi i singoli pubblicati dal duo, tutti con ottimi risultati in termini di visualizzazioni. Silent Bob è in realtà un vero e proprio fenomeno: son pochi gli artisti della stessa età che possono vantare i suoi numeri e questo lo pone sicuramente fra gli emergenti di spicco della scena rap, motivo per il quale abbiamo deciso di intervistarlo all’interno di Blunote Radar, la nostra rubrica dedicata agli artisti emergenti.

Durante quest’intervista abbiamo parlato con Silent Bob dei suoi punti di riferimento musicali, del percorso artistico che lo vede crescere ogni giorno affiancato dal già citato Sick Budd, ma anche dei temi che tratta all’interno dei suoi testi, dove strada e malinconia si fondono in un discorso decisamente maturo per l’età dell’artista, e della difficoltà di emergere quando si viene dalla provincia.

Ciao Edoardo! Per iniziare, voglio presentarti prima ai lettori attraverso dei nomi conosciuti; ascoltandoti si percepiscono le varie sfumature dei tuoi possibili riferimenti musicali: mi son subito venuti in mente il primo Salmo, Mezzosangue, ma anche un modo di fare tipico di Rasty Kilo. Ci ho azzeccato?
Il primo disco di Salmo mi gasò un sacco già al primo ascolto – ed ero molto piccolo quando uscì: lo porto ancora dentro. Mezzosangue non l’ho mai ascoltato davvero ma credo che l’accostamento derivi molto dal timbro vocale, anche perché scriviamo molto diversamente. Per la scrittura mi sento infatti molto più vicino a Rasty Kilo.

Un anno fa hai rilasciato il tuo primo vero lavoro, Silent EP, che ha sancito anche la tua collaborazione con Sick Budd. Sei soddisfatto del lavoro?
Conta che per quell’EP non avevamo nessuna aspettativa, come puoi vedere sono sei singoli messi insieme. Potevano benissimo uscire uno ad uno, ma li avevamo già pronti e abbiamo pensato di farli uscire tutti insieme per iniziare con un primo progetto facendoci qualche data in giro per farci conoscere ed è stato tutto molto tranquillo. È giusto una raccolta di singoli, insomma…

Silent Bob intervista blunote radar blunote music
Silent Bob

Beh comunque ha avuto un buon successo con qualche centinaio di migliaia di ascolti: per qualcosa di nato senza pretese è un grande traguardo!
No, no, ma infatti lo è stato! Prima di Silent ho fatto bei numeri con dei singoli, però ti dico che quando non ti conosce nessuno ed entri in una scena come quella di Milano, abbastanza rinomata, con due pezzi che vanno bene, vuol dire poi dover tenere alta l’asticella e mantenere quella soglia. Con SIlent EP, un lavoro durato praticamente tre mesi, abbiamo fatto mezzo milione di ascolti quindi bella lì, è un bel risultato. Ne son contento. Sarà stata proprio questa genuinità a far sì che arrivasse, perché è arrivato.

Assolutamente, con mezzo milione di ascolti è arrivato sì. Come dicevamo, l’EP è stato l’inizio della tua collaborazione con Sick Budd, un produttore di Milano un po’ più grande di te – vi passate sette anni – e da quando avete rilasciato Silent EP ad oggi hai cambiato un po’ il sound, tastando un po’ sonorità trap. Dove andate a parare?
In realtà proprio con SIlent EP mi hanno accostato ad altri rapper, anche quelli che hai detto tu: Salmo, Kilo… questa cosa mi fa piacere, perché vuol dire che son riuscito a racchiudere tante cosa in una, ma volevo anche trovare una dimensione che fosse solo mia. Quindi posso dirti che con Sick Budd stiamo lavorando su questo: penso agli ultimi singoli ed altre cose che non sono ancora uscite; sono tantissime, ma tutte con un filo conduttore che mi riguarda. Stiamo lavorando molto sulla mia personalità, sulla nostra dimensione artistica. Voglio trovare qualcosa di mio e devo dire che ci stiamo riuscendo: sento che si sta iniziando a formare un vero e proprio stampo. Con Jacopo mi trovo benissimo nonostante, come dici, sia più grande; non è stato sempre così: all’inizio non ci capivamo molto, siamo persone molto diverse: io sono molto sanguigno, lui è il classico producer nerdissimo (Ride, n.d.r.). Però ci completiamo molto: arrivo in studio con un sacco di roba disordinata e lui riesce a riordinare il tutto e creare la cosa. Lui è tutta testa, io ci metto il cuore!

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Sick Budd

Discorso etichetta: sei ormai entrato da un po’ nella Bullz Records, dove nel roster figurate praticamente solo tu e Sick Budd. Come procede?
Sì, ormai son parte dell’etichetta tanto quanto loro; anche se due anni son pochi si è creato un grande rapporto: con Oscar White, il fondatore, c’è una grande amicizia ed è praticamente entrato in famiglia. Non è per nulla un discorso del tipo ‘prima etichetta’, che ti lancia e poi arrivederci, anzi: spero di fare il grande salto per portare su anche loro e viceversa, lavorando come un grande team, perché siamo tutti sulla stessa onda e la cosa è davvero figa.

Torniamo a parlare di musica: da poco più di un mese è fuori il tuo ultimo singolo, Hooligans, che, come dicevi, è uno dei lavori nel quale ti stai orientando più verso il nuovo sound…
Guarda, Hooligans è venuta fuori molto casualmente: non doveva uscire una traccia del genere, così trap, ma alla fine è successo. È il concetto di Hooligans che mi gasa, dei tifosi ‘del gioco’, quelli che stanno fuori dal campo ma ne fanno parte, a volte senza neanche una vera fede calcistica, senza squadra, solo per il calcio. E pur non essendo i protagonisti, sono parte integrante e fondamentale di quello sport: ecco, io mi son sempre visto così nel rapporto con la scena. Noi facciamo bei numeri, ma qui a Garlasco, provincia di Pavia, siamo lontani da Milano, non la viviamo come si dovrebbe pur facendone parte, e la cosa rimane un po’ ‘fuori dal campo’. Magari è un complesso mio, ma sento molto questa cosa.

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Un fotogramma del video di “Hooligans”

Beh, tu più di tutti puoi però raccontarci la provincia e le sue difficoltà: com’è emergere da quel contesto?
Eh… Ti dico, io sento di essere partito da meno dieci – neanche da zero. Sono anni che mi cimento col rap, dai tempi delle cantine insieme a tre amici che son riuscito a trovare in zona a cui piaceva questa musica. Ci si fumava le canne, si rappava, senza pensare mai a qualcosa di davvero concreto. Però il rap mi è sempre venuto da dentro e quando mi son mosso in città ho notato tutto un altro movimento: in provincia è difficile anche trovare quelle tre persone di prima e parlare con loro di rap; in città il discorso è totalmente diverso: è come stare in paradiso. Ma è anche una questione di mentalità: qui giri e giri, ma vedi sempre le stesse tre cose, ragioni sempre nello stesso modo. Però è anche d’aiuto per focalizzarmi sono sulla musica, una cosa che da un po’ di tempo a questa parte avviene in modo quasi ‘religioso’: l’unica distrazione è il Campari al bar, il resto della mia giornata lo dedico alla produzione. Ma è uno dei pochi vantaggi.

Però esistono esempi di gente che è riuscita ad emergere da questi contesti provinciali anche con successo: penso a Madman che è delle mie parti, ad esempio…
Massì, anche Fibra è della provincia. In realtà è gente che merita tanta stima, perché quelli che vengono dalla provincia si son fatti il doppio del culo per arrivare lì e quando ce la fanno si sente, si percepisce… Nulla da togliere a chi viene, per dire, dal centro di Milano, per carità. Ma nessuno di noi è inserito nella scena, non c’è un posto dove il sabato sera vai a fare freestyle… il sabato esci con chi c’è e fai quello che si fa normalmente fuori da quel contesto. Penalizzante, ma la soddisfazione di arrivare dove conta è tanta.

Torniamo a parlare di musica adesso: nei tuoi testi sono tantissimi i riferimenti alla criminalità; in più, leggevo su una tua vecchia intervista che ti imponi di scrivere solo cose vere. Allo stesso tempo, proprio in Hooligans dici testualmente ‘macchine in panne, vizi, condanne, speri mi salvi la musica’. La musica può essere davvero una via d’uscita a questi contesti sociali?
Sì. Sempre rimanendo nella provincia è strafacile che succedano cose del genere, rimanendo anche nell’ombra: proprio adesso ho un amico che vedevo sempre che deve farsi un botto di mesi ai domiciliari. Io ho fatto un sacco di cazzate ma son riuscito a capire e a dire basta, ma per il resto ho un sacco di persone vicine e alcune mi chiedono anche di parlarne per sentirsi parte della cosa. Non se la passano bene e voglio dare una mano anche a loro, a questi amici che si trovano in situazioni per niente facili. Qui poi c’è anche una questione economica critica: se non conosci il cugino o lo zio col bar è difficilissimo trovare lavoro. Io qualcosina l’ho trovata grazie alla mia famiglia – e faccio il dog sitter, non so se mi spiego. (Ride, n.d.r.) Ma come fai a trovare lavoro senza agganci in un paese di cinquemila persone? E così finisci per fare qualche cazzata… e va a finire che ne parli perché son situazioni che hai fatto e che i tuoi amici ancora fanno. Allo stesso tempo trovo davvero impossibile, per come son fatto, scrivere qualcosa che non mi appartiene: non tirerei mai su qualcosa di cui, per esempio, parla Rasty Kilo, perché sono situazioni diverse. Mi è capitato di buttare giù qualcosa che fosse ‘troppo’, e alla fine la tiro via perché non parla di me, non dice il vero. Chi cazzo sono, un gangster? Non voglio neanche che passi quell’immagine perché non è così.

Nella tua musica c’è quindi tanta strada, tanta rabbia, eppure ci ho trovato anche molta malinconia ed anche un fondo dedicato alla depressione, che coi primi due argomenti possono sembrare separati eppure nella realtà di tutti i giorni sono molto vicini. Non lo scopro io che i contesti ‘criminali’ sono comunque contesti difficili, tristi: come si amalgamano questi sentimenti in Silent Bob?
Beh, in realtà la criminalità è solo la parte visiva, quello che vedi e quello che trascrivo nelle mie canzoni. Ma poi, scavando a fondo, emerge tutta l’emotività. Sono una persona molto emotiva, non lo nascondo: faccio problemi enormi anche per cose piccole. Prendo ad esempio il mio amico di prima: son stato malissimo per lui. Il carcere, i domiciliari, non sono per niente cose belle e sento lo hanno cambiato. E se cambia lui cambio anch’io, perché lo sento vicino a me. Ed è proprio qui che si unisce quello che vedo e quello che provo, un’unione che poi metto in musica. Mischiare questi due mondi mi ha sempre affascinato.

Abbiamo affrontato la strada, abbiamo affrontare la malinconia… manca sicuramente l’amore, di cui parli in “Ma come abbiamo fatto”. Non sembri il tipo, ma vedremo altri pezzi del genere?
Effettivamente è così, anzi fino ad allora non concepivo neanche il semplice trattare l’argomento all’interno del rap. Ho rivalutato totalmente la situazione, come il più classico dei cliché, quando ho chiuso una relazione. Come sempre quando si tratta di queste cose, è stata una roba uscita molto di getto, per esigenza: quel testo è stato scritto il giorno prima di arrivare in studio; il beat l’abbiamo fatto in niente e abbiamo registrato lo stesso giorno. È stata una cosa velocissima e subito metabolizzata. Parla di una situazione con una ragazza che c’è stata ed è stata importante. Per farti capire il livello d’esigenza, se l’ascolti attentamente noti che è il più classico dei pezzi rap: non ci abbiamo montato su effetti, robe fighe… è un testo buttato di rabbia su una base. Necessità d’espressione, nessuna struttura melodica particolare a reggere il tutto – come può essere stato per Hooligans. Nessun obbiettivo artistico, per intenderci. Per quanto riguarda quello che verrà non sono sicuro della risposta: stiamo lavorando tanto e sicuramente lo spazio per il love c’è. (Ride, n.d.r.)”

Siamo quasi in chiusura: hai fatto uscire una caterva di singoli, a quando un disco di Silent Bob?
Non posso dirti quando, ma posso dirti che stiamo lavorando ad un progetto grossissimo. Abbiamo anche delle collaborazioni molto fighe con artisti molto ma molto più conosciuti di me. Non posso dirti neanche di chi stiamo parlando perché è davvero gente grossa, mi ucciderebbero (ride, n.d.r.). Se vuoi lo dico solo a te, ma è top secret (e quindi: non contattare l’autore di quest’intervista per avere ulteriori informazioni, n.d.r.). Comunque sia, c’è sicuramente il bisogno di un progetto serio e arriverà.

Dove ti vedremo live quest’estate?
Quest’estate ancora non ci hanno chiamato da nessuna parte, non so, ci odiano… (Ride, n.d.r.). Forse un grosso festival ma davvero non so dirti perché non se n’è ancora parlato seriamente. Comunque terrò aggiornati.

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Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

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Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

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Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

“Alone, Vol. 2”: Maroccolo ci porta nell’Abisso 0 402

“Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, ce la farai, in fin dei conti hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere, trattienilo, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita, piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, non tentare di respirare! NO! E il mare, nero e spumante denso catrame, spalanca le fauci: ingoia, spezza e ghermisce il respiro, accartocciandolo nel sibilo atroce della resa alla morte”

(Mirco Salvadori)

Il 17 giugno scorso Gianni Maroccolo ha “sfornato” il capitolo due del suo lungo e intenso percorso: Alone, Vol 2ABISSO. Il lavoro fa parte di un tragitto molto lungo iniziato sei mesi fa, il 17 dicembre 2018; ed è definito dallo stesso autore come un “disco perpetuo”. Un lungo, infinito e sperimentale cammino che si “fermerà” – per modo di dire – due volte l’anno: il 17 dicembre e il 17 giugno. Questo secondo progetto, arricchito come sempre dalle illustrazioni di Marco Cazzato, dalla “penna” di Mirco Salvadori e dalla supervisione di Alessandro Nannucci (aka. Il Tozzo), si impronta sul tema dell’acqua; sull’abisso, quel misterioso luogo che suscita allo stesso tempo paura, mistero e fascino.

Se dovessi riassumere Abisso in cinque termini – e probabilmente cinque lo sminuirebbero – non potrei fare a meno di definirlo come affascinante, tenebroso, visionario, riflessivo e sperimentale. Il fascino del passato che riecheggia nel presente, attraverso la scelta di intitolare i brani in latino; brani che, nel loro insieme, ruotano attorno a Imus, che in latino significa sia “andiamo” che “profondo”. Verso l’abisso, verso le tenebre, verso un luogo buio che non è altro che l’altra faccia di questa medaglia che definiamo “terra”; perché dovrebbe farci paura se in fondo le tenebre e i misteri ci sono anche “dall’altra parte”?

Questo strumentale e sperimentale percorso parte dal naufragio della F174avvenuto la notte di natale del 1996 al largo di Porto Palo di Capo Passero – in cui morirono 283 persone. Un evento che ha dato l’ispirazione per creare un’odissea sonora in chiave musicale; un riflessivo insieme di “schiaffi” tramutati in onde sonore che restituiscono a chi ascolta i vari momenti di disperazione vissuti dai migranti; dall’annegamento al momento in cui si va oltre.

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La copertina di “Alone, Vol. 2 – Abisso”

L’intero progetto musicale è diviso in due parti: Lato A e Lato B. Aditus è lo strumentale che dà inizio alle danze, un intro in forma di bolerino cadenzato che funge da filo conduttore con il finale del volume 1; e come per il primo, lo stesso Imus dà, attraverso il suo visionario e impeccabile sound, le giuste note e temi per rendere coerente l’inizio del b-side. Quest’ultima parte “virtuale” del progetto vede la presenza di prestigiosi musicisti al fianco di Marok; collaboratori che con le loro sfumature musicali hanno fornito i tasselli necessari per ripercorrere in senso inverso la discesa verso l’abisso del lato A.

Il b-side, composto da sette tracce, è il risultato di un insieme di variegate influenze musicali che hanno saputo cogliere il tema principale in maniera impeccabile. Discessio apre le danze attraverso la batteria di Marina Rei, si riallaccia all’ultima traccia del lato A e, attraverso un ritmo e un mood punk, introduce l’unico brano con un titolo non in latino – nonché l’unica cover dell’album -: “The Abyss” (Chelsea Wolf), interpretato dalla profonda voce di Angela Baraldi. Il terzo brano, Submersio, è un affascinante interpretazione sonora del tema centrale dell’album; concretizzato grazie al piano solo di Alessandra Celletti, attraverso un’esegesi intensa e sofferente del lungo percorso che Abisso vuole narrare. Naufragium vede la chitarra di Adriano Viterbini (BSBE) affiancata dai corti dei Life in the Woods e Aetatis Progressu funge da “sound spezza-mood” attraverso il groove e le basi sonore di Howie B e ai versi di Francesca Bono. Il penultimo brano (Cursus) è un dialogo con il mare, con le voci disperate dei naufraghi, con le loro storie e il passato che vorrebbero lasciare alle spalle; un racconto che solo un contrabbasso, con la sua profondità, può concretizzare; come quello di Andrea Cavalieri.

Cavalieri introduce l’ultima traccia, quella che chiude questo secondo capitolo: “Exitus”. Un lavoro che rivede la batteria di Marina Rei e che è introdotto dagli archi di Beppe Brotto. Il brano parla del momento della riemersione, del nastro che si riavvolge, del ritorno alla vita. “Una vera e propria supplica affinché il viaggio verso l’abisso della F174 sia d’ora in avanti un viaggio verso la vita garantito ad ogni essere umano”.

Ed è proprio questa seconda parte, il b-side, che fa risaltare davvero il visionario che vive all’intero di Gianni Maroccolo. Un musicista con un lungo trascorso musicale che ha saputo evitare la fossilizzazione di chi ha vissuto un determinato periodo storico (musicalmente parlando); che ha colto anno dopo anno l’ispirazione necessaria per dare qualcosa di nuovo, senza cadere nella banalità o nel ripetitivo. Attraverso questo “disco perpetuo” ha quasi dimostrato di saper prevedere il futuro; oggi più che mai, a quasi un mese dalla sua pubblicazione, è necessario che tutti capiscano il messaggio che Marok vuole comunicare.

“Narro la morte perché amo la vita e tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta”

Gianni Maroccolo

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