Brad Pitt, Leo DiCaprio, Tom Cruise e Margot Robbie per il nuovo film di Tarantino 0 848

Già da qualche mese si parla del nuovo film di Quentin Tarantino. Al momento il film è ufficialmente in fase di lavorazione e le riprese inizieranno nel 2018. Le prime notizie parlavano di un film sulla famiglia e gli omicidi firmati Charles Manson, ma adesso è certo che questi temi faranno solo di contorno alla storia principale. Il film si svolgerà infatti nel 1969 a Los Angels, durante il ‘’periodo di attività’’ della famiglia Manson.

Vanity Fair ha pubblicato:
‘’Il prossimo film di Tarantino si concentra su un attore televisivo che ha avuto una serie di successo e che cerca di entrare nel mondo del cinema. La sua controparte – che è anche la sua controfigura – ha il suo steso obbiettivo. L’orribile omicidio di Sharon Tate e di quattro dei suoi amici del culto dei seguaci di Charles Manson fa da sfondo alla storia principale.’’

Margot Robbie dovrebbe interpretare Sharon Tate nel nuovo film di Tarantino


Con un budget di 100 milioni di dollari, Tarantino ha ingaggiato molti ‘’grandi nomi’’ per il suo film, da Margot Robbie nella parte di Sharon Tate, la moglie di Roman Polanski, a Leonardo Di Caprio, Brad Pitt e Tom Cruise.
A causa delle accuse di violenza sessuale nei confronti del collaboratore di lunga data di Tarantino, Harvey Weinstein, per la prima volta il regista non lavorerà con la Miramax. Tarantino in una recente dichiarazione ha affermato ‘’sapevo abbastanza per poter decidere di fare di più di quanto ho effettivamente fatto, sapevo che aveva fatto un paio di quelle cose e vorrei aver agito in maniera responsabile dopo aver sentito quelle cose, ma se lo avessi fatto avrei smesso di lavorare con lui.’’

Il film, al quale manca ancora un titolo, sarà il penultimo prima del ritiro del regista che ha recentemente annunciato di abbandonare la regia dopo il suo decimo film.
Le riprese sono programmate a Los Angeles per la prossima estate e l’uscita nelle sale è prevista per il 2019.

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Il Primo Re, Rovere dona speranza al cinema italiano 0 225

Il primo Re’ potrebbe, dalle premesse, non risultare un film per tutti. Sicuramente non è l’ennesimo Marvelone d’oltreoceano che ha riempito le sale italiane nei week-end, ma nemmeno la solita commedia all’italiana che ha forte richiamo nei cinema nostrani – e solo in quelli nostrani. Fin qui, però, ho detto cosa questo film ‘non è’, ormai parametro fondamentale per classificare e apprezzare la cinematografia. La verità è che in un mondo di Neri Parenti preferirò sempre un Matteo Rovere. Rovere, infatti, non è solo il regista dietro a questa pellicola, ne è anche produttore attraverso la sua personale casa di produzione Groenlandia srl. Ed è proprio grazie alla produzione se questo film non solo ha visto la luce ma è LIBERO da quelle che sono le regole e i topoi a cui la cinematografia italiana ci ha da sempre abituati. Rovere aveva già dimostrato di avere le palle ai tempi di “Smetto quando voglio”, anche quello film inusuale per il nostro Stivale – tralasciando la parabola indecente dei sequel-, mai però quanto ‘Il primo Re’. Ma andiamo a spiegare i motivi per cui questa premessa è stata doverosa: di cosa parla questo film? [SPOILER ALERT FINO A PARAGRAFO SUCCESSIVO]

Attraverso una prima sequenza degna di Hollywood, Rovere ci introduce al mondo di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi): una landa primordiale in cui molti degli uomini sembrano ancora animali, bestie rabbiose. I fratelli vengono catturati dagli uomini di Alba, città che su quelle terre ha l’egemonia indiscussa. I due però riescono a scappare in un qualche modo, sebbene Romolo rimanga ferito gravemente. Da questo punto in poi, per quasi metà film, la pellicola attraversa una fase alla ‘Revenant’ (Film di Alejandro González Iñárritu con Leonardo Di Caprio, 2016) in cui la vita di Romolo è messa a repentaglio sia dall’infezione che si è generata dalla ferita, sia dagli uomini fuggiti con i due fratelli che lo vorrebbero abbandonare, ritenendolo maledetto da Dio. Remo si guadagna il rispetto di questi e non solo li dissuade dall’abbandonare il fratello, ma li convince anche a seguirlo lontano da Alba, scappando dai soldati a cavallo, più numerosi e meglio armati, verso una “terra promessa”. Contro ogni opinione, Remo continuerà a sfidare il volere divino anche dopo che il fratello sembrerà ripresosi, non adempiendo a ciò che ha predetto l’oracolo: uno dei due fratelli fonderà una potente città e ne sarà il re, ma solo perché avrà preso la forza e la volontà per adempiere a tale compito macchiandosi di fratricidio, dando agli dèi ciò che vogliono. Sebbene Romolo si mostri favorevole a sacrificarsi (dopo essere appena guarito) per il fratello che ama, questi non riesce a seguire un così crudele destino e sceglie di ignorare il fato predetto. È questa la fine di Remo: continuerà a sfidare gli dèi, affermando che gli umani sono soli e che lui non vuole più farsi guidare dai riti propiziatori e dal caso; vuole divenire il suo destino, cosa che accadrà. La smania di ciò lo porterà infatti a compiere questo suo destino, morendo per mano del fratello che si stancherà ben presto delle sue blasfemie. Ucciso con tanto orrore dalla mano fraterna, però, darà anche il nome alla città che sarà fondata da Romolo, l’Urbe, dall’altra parte del fiume, una città libera sui cui Alba non potrà mai allungare le mani: Roma. [FINE SPOILER ALERT]

Il film si discosta totalmente dalla classica produzione italiana, presentandosi a tratti crudo, se non, addirittura, crudele; ma, soprattutto, mai gratuito. Intercorrono tra di loro scene di estrema violenza e azione alternate ad evocativi campi lunghi in cui i paesaggi diventano reali protagonisti. Certi momenti del film si compongono di lunghe attese, facendo intuire allo spettatore che qualcosa succederà, dando vita a una tensione palpabile e via via crescente, fino al raggiungimento di uno sgozzamento, un duello, una piccola battaglia o, a volte, solo uno scambio di battute. A rendere al meglio le scene di combattimento è l’abilità dei due attori protagonisti, Lapice e Borghi, i quali si sono allenati con la scherma nel periodo antecedente le riprese, riuscendo a riportare un sano realismo davanti la macchina da ripresa. Qualcosa che potrebbe far storcere il naso ai più attenti, invece, potrebbe essere la ricostruzione storica legata agli abiti, ai luoghi e alle armi che, almeno in parte, pare errata, nonostante il grande e prezioso contributi di alcuni archeologi e storici nella ricostruzione delle ambientazioni. Ma poco importa quando l’atmosfera che Rovere riesce a creare ci porta in viaggio tra quei boschi e quei colli dove i nostri antenati furono – e rivivono, grazie a questo film. Legarsi in toto alla fedeltà storica, o mitica che dir si voglia, poteva essere una scelta interessante, ma forse non avrebbe reso bene parte dell’opera che deve alle immagini d’impatto e alla regia la sua forza, non di certo alla sua correttezza storiografica. Storia che ogni spettatore conosce già da prima di vedere il film, che non sorprende più di tanto, che non offre grandi colpi di scena. La storia è solo una cornice, una scusa per offrire determinate immagini e scene portatrici di una potenza inaudita.

Tra tutti questi pregi un grande difetto, se vogliamo, è la povertà di concetti. L’unico portato in scena è il rapporto con il divino o con il destino cui l’uomo è legato. Il sottomettersi al proprio fato come fa Romolo, seguendo la via giusta (pietas romana, quella che incarnava l’eroe Enea), contrapposto al voler affrontare il destino, cercando di combatterlo con tutto sé stesso per poi fallire miseramente, come fa Remo (e come fanno tutti i personaggi ‘negativi’ della latinità).

Non deve essere stato facile girare questo film; ancora più difficile, invece, sarebbe stato portarlo al cinema e sperare in un riscontro positivo. Rovere però ci è riuscito, nelle sale italiane è stato finalmente proiettato un prodotto diverso, in grado di far riportare la mente ai gloriosi anni ’80, quando l’industria cinematografica italiana era molto rispettata e in diretta competizione con quella statunitense, prima che gettassimo la spugna e ci arrendessimo allo stra-potere nemico affacciato sul Pacifico. Ed è un po’ quello che fanno Romolo e Remo quando tutti si sono già arresi:mostrano i denti e combattono con tutto ciò che hanno, tenendo alto il loro valore contro la potentissima e più progredita Alba.

il primo re matteo rovere

Non sapendolo, non pensereste mai che, per questo film, non si è attinto a fondi pubblici, motivo per cui la mano di Rovere era guidata solo dal suo spirito. Soltanto la prima scena del film è costata un quarto del budget stimato di otto milioni – cifre che, per il nostro cinema, possono sembrare un’iperbole ma che, paragonati alla media di settanta milioni per un film della Marvel, paiono lenticchie.

Tirando le somme, è davvero difficile trovare dei difetti in quest’opera. L’unico ostacolo alla visione potrebbe sembrare essere la lingua utilizzata in questo film: la pellicola è, infatti, interamente recitata in un latino arcaico, lingua che riesce a donare una forte potenza d’impatto a molte scene. La sensazione rimane quella di una scelta azzeccatissima: un doppiaggio in qualsiasi altra lingua avrebbe davvero reso male se paragonato alla forma originale in cui oggi il film viene presentato: il protolatino si sposa perfettamente all’atmosfera che Rovere ci fa respirare, generando, a tratti, una sonorità piacevole all’orecchio – grazie anche all’ottima interpretazione del cast. Il Primo Re riesce, in sostanza, a donare speranza al cinema italiano, scalando un tratto importante in quello che è l’arduo percorso di risalita che la nostra industria cinematografica è obbligata a compiere, magari seguendo proprio i passi – e quindi l’originalità – di registi come Rovere.

Old-fashioned Cinema Club presents: I Cannibali 0 140

Palesemente ispirato all’Antigone di Sofocle, I cannibali conduce lo spettatore ad una realtà alternativa impossibile da collocare nello spazio e nel tempo, grazie alla regia sfocata di Liliana Cavani al suo terzo lungometraggio e ad una scrittura esile affidata alle interpretazioni di Britt Eklard, l’Antigone protagonista del dramma, Pierre Clementi nelle sembianze di Tiresia e il buon Tomas Milian nel ruolo secondario di Emone, figlio del primo ministro (un Creonte senza nome) e fidanzato di Antigone.

Film senza dubbio ambizioso, ma reggerà l’inevitabile confronto con il dramma sofocleo?


Non ho avuto un matrimonio, non ho avuto canti di nozze, mi sposerò laggiù con le acque della morte.
[Sofocle, Antigone vv. 814-816, trad. Davide Susanetti]

Milano tace rinchiusa nelle sue grigia mura, le sue strade vuote e grigie ad eccezione di quei corpi privi di vita, lasciati a marcire per divenire il monumento e il monito del potere costituito, di un nuovo ordine che trova nella morte, nell’annientamento dell’altrui il suo pilastro e manifesto. Tutto è normale ed inquietante: la gente legge il giornale, si siede nella metropolitana per andare a lavoro. I cadaveri sono ancora lì abbandonati alla loro decomposizione la quale, nell’indifferenza generale, li priva di ciò che resta nella loro umanità. Sono i corpi dei giovani che hanno osato sollevare gli occhi contro il potere e sfidarlo. È la morte per evitare altra morte, come spesso si sente ripetere per bocca dell’autorità.

Polinice è uno dei tanti, riverso con il volto sul marciapiede mentre la sua carne fredda si mescola alla polvere, buttato a casaccio di fronte ad un bar pieno di gente che bada alle proprie cure ed ansie quotidiane. La sorella Antigone, come nell’omonima tragedia sofoclea, non riesce a sopportare l’onta e il dolore; ciò che le resta da fare è dunque togliere quel cadavere de-umanizzato dalla strada e ricondurlo ad uno stato di natura, farlo ritornare uomo almeno nell’eterno riposo dandogli quegli onori funebri di cui era stato privato. Il compito è tutto fuorché facile: Antigone viene trattata alla stregua di un’appestata e il seme malato che diffonde è quello della ribellione e la ribellione conduce alla morte. Questa è difatti la legge ufficiale, crudelmente ostentata e propagandata alla televisione e nelle mura della città: ovunque il cittadino possa essere circuíto e, conseguentemente, ricondotto nel gregge di questa artefatta normalità.

I Cannibali

Uno strano Tiresia, che con il vecchio e cieco indovino del mito non ha nulla da spartire, è l’unico che si offre di aiutare Antigone nella sua battaglia contro il sistema. Un Tiresia giovane e bello che parla una lingua incomprensibile fatta di versi, che forse egli stesso non comprende, lontana dalle rielaborate retoriche di cui l’autorità si serve per giustificare sé stessa. Insieme portano il cadavere del fratello caduto sulle sponde di un fiume ignoto, lontano delle opprimenti arie di una città asettica e simmetrica, un ritorno alla natura e ad una sacralità scabra e muta.

La sepoltura di Polinice è la scena più bella dell’intero film e forse la più fedele al mito, non tanto nell’azione in sé quanto nello spirito: la coppia condivide un’ultima cena con il morto, Tiresia spezza il pane e lo condivide nel silenzio con i commensali insieme all’acqua e alla vite, simboli di energia vitale e, quindi, di una dignità riconquistata; Antigone bacia infine il cadavere sulle labbra ed è il bacio non solo di una sorella, ma anche di un’amante. Ella condannata ad una morte senza nozze, riconosce nel fratello il suo unico ed indicibile amore. Ella è pur sempre la figlia di Edipo, membro di una famiglia, i Labdacidi, maledetta da una parentela stravolta, da un peccato innominabile e ignominioso.

Lógos contro érgon: la parola del potere e l’atto della ribellione

Compiuto l’irreparabile, i due si lanciano in una corsa disperata e folle, senza vestiti addosso: due veri e propri selvaggi inseguiti dalla polizia senza sosta finché il loro erratico viaggio si arresta tra le braccia dell’autorità da cui stanno fuggendo. Per Antigone inizia così un calvario ben noto di abusi da parte del potere, torture ed umiliazioni, mentre Tiresia viene relegato in mezzo ai pazzi. Il potere rifiuta di riconoscerlo come umano: egli non parla una lingua comune, è un capellone smilzo e barbuto, l’aspetto e la gestualità ricordano più un enfant sauvage che una persona civile e difatti egli viene ribattezzato Mowgli, il ragazzo della giungla che non sa stare all’interno del perimetro delle norme sociali.

Non vi è dialogo tra le parti, né può esservi: i due ribelli lo rifiutano annullando quello che è l’unico mezzo che l’autorità offre loro, la parola. Antigone e Tiresia riconoscono solo l’azione e il film è un continuo happening di cose ed eventi come la stessa regista lo ha definito. I due nemmeno parlano tra di loro, comunicano tra un gesto e l’altro, nell’incrocio delle loro vivide iridi. Non vi è necessità linguistica, la loro è una forma pura e perfetta di dialogo, come gli angeli del De Civitate Dei di Agostino la cui comunicazione avviene telepaticamente. Il passaggio alla parola si costituisce così come una forma di corruzione del linguaggio, imperfetta e distorta, così come lo è la retorica di cui il potere abusa in continuazione. Il rifiuto della parola è quindi anch’esso stesso atto, un incisivo atto di ribellione ed accusa pienamente consapevoli.

Nell’atto e nella retorica si materializza il tragico epilogo di Antigone e Tiresia, fucilati in pubblica piazza mentre il potere pontifica: l’ordine è stato ristabilito.

Attuale inattuale

I cannibali è un film pensato come atemporale: la Milano che osserviamo potrebbe essere una qualsiasi metropoli di qualsiasi decade, gli outfit e le scenografie sono anonime e prive di una definita dimensione perché possano vivere diacronicamente. Le scelte registiche, perfettamente azzeccate dalla Cavani, rispondono a questa esigenza. Ciò risulta particolarmente evidente soprattutto nell’uso di un grosso teleobiettivo da 750 con il quale è girato l’intero film e, in virtù del quale, la realtà catturata è confusa, i dettagli sulla scena si confondono l’uno con l’altro rendendo il tutto di difficile identificazione: una realtà sfocata e impressionista. I dialoghi pressoché inesistenti, laddove presenti, non concedono nessuna storicizzazione perché I cannibali, nella sua assenza di presente, dev’essere sempre presente.

Una sola nota dolente per quanto riguarda l’aspetto tecnico: ad esclusione di Pierre Clementi (Tiresia), che è perfetto nel ruolo di straniero e selvaggio, la recitazione è mediocre e grigia come la Milano rappresentata. Antigone stessa, interpretata dalla bella Britt Ekland, risulta lontana dallo spessore della sua versione sofoclea: nella tragedia greca ella è fuoco, arde d’amore per il fratello e per lui affronta la morte senza celarsi, nel film ritroviamo soltanto la sua pallida ombra. Fredda, come quei corpi distesi, e pressoché inespressiva. Cosa, quest’ultima, che risulta particolarmente fastidiosa giacché la gestualità e il silenzio sono i luoghi attraverso i quali la coppia di ribelli si parla.

Neppure la colonna sonora risulta riuscita e si ha come l’impressione che essa non aderisca bene alle immagini, a tratti rendendole finanche ridicole, soprattutto le scene prettamente più tragiche e movimentate, accompagnate spesso da allegretti bislacchi: una musica straripante, come l’ha definita Merenghetti. Ma al maestro Morricone possiamo perdonare questo e ben altro.

Il film risulta più efficace in quello che è, non tanto un confronto con il mito, quanto un dialogo con esso e una necessaria ri-traduzione dopo oltre duemila anni dalla prima mise-en-scène (442 a.C. circa) in istanze e problemi nuovi, che in realtà sono i problemi dell’epoca in cui la pellicola viene concepito. Ed è in quest’ambito che il film fallisce, disattendendo quella pretesa di atemporalità verso la quale la Cavani aveva puntato e che rimane soltanto nelle sue intenzioni e negli aspetti più formali. I cannibali resta un film troppo legato al turbolento contesto sessantottino e alle incandescenti questioni ad esso intrecciate.

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