Calcutta vi ha reso tutti deficienti 0 33378

Calcutta ha fatto da apripista a tutti quegli ‘artisti’ di fascia medio-bassa(-bassa-bassa) che adesso intasano le vostre playlist Spotify. Calcutta è quello che fa dire al venticinquenne di turno ‘adesso basta, mollo tutto e registro un EP’

Sarà forse la rabbia di chi, dopo il 2016, è rimasto un po’ deluso da quella frangia della musica italiana definibile “cantautorato”, che ci ha regalato davvero pochi sprazzi di qualità fino ad oggi (Brunori?); sarà, appunto, che dopo Acrobati di Silvestri e Una Somma di Piccole Cose di Fabi, c’è poco da fare, l’asticella qualitativa si è un po’ alzata; sarà che mi sono rotto le palle dei vostri post su Facebook sarà che a furia di vedere a quanti piace, forse per un intrinseco bisogno di andare controcorrente, il mio cervello si rifiuta di apprezzare tali contenuti, facendomi sentire un po’ come quello che, durante una festa, se ne sta in un angolo con un bicchiere mezzo vuoto in mano a osservare la fauna che lo circonda. Ma io a questa festa non ci voglio neanche partecipare: a me, Calcutta, fa proprio cagare.

C’è da dire che il successo lo capisco. Capisco che là fuori ci sia un esercito di persone, mediamente dai 25 ai 35 anni, che si sente colpito nel profondo dai suoi testi, fotografie perfette della vita media di ogni giovane-adulto italiano: la relazione che non decolla, il ping pong continuo tra un lavoro precario e un altro, il tutto costellato da strofe buone per prendere tanti retweet. E capisco anche il fascino che può creare nei ragazzi under 25 a cui, diciamolo, piace tanto sognare di avere dieci anni in più, fosse solo per immedesimarsi in quello che scrivono i loro artisti preferiti.

Quello che non viene facile capire è come, in una scena musicale in continua ascesa (ascesa cui, ad onor del vero, anche lui ha contribuito) con artisti di ben altro spessore musicale a riempirne i ranghi, si attribuisca proprio a Calcutta il titolo di “Voce dell’indie”. Facile rispondere, direte voi: Calcutta è stato quello che ha portato l’indie per come lo intendiamo oggi alla ribalta. Esatto, per come lo intendiamo oggi. Il mondo si ferma.

L’indie per come lo intendiamo oggi è una delle cose peggiori che possa esser capitata alla musica italiana. Non fraintendetemi adesso: sono contentissimo di come si dia più visibilità ad artisti validi che altrimenti, senza una major dietro, rimarrebbero nel limbo dei festival di provincia, raccontando di ‘quella volta che ho aperto ai Simple Minds’ vent’anni dopo il loro successo. Ma quello a cui siamo – costantemente – sottoposti non è praticamente mai il prodigio di provincia arrivato alla ribalta. La costante perdita di contenuti, dovuta un po’ all’astrusità della vecchia guardia (Afterhours, Marlene Kuntz…) e all’appiattimento della coscienza sociale nelle nuove generazioni, ha reso l’indie italiano qualcosa di più vicino al pop che al rock, spiritualmente – e non solo – parlando. Tanta melodia, poco contenuto. Canzoni da cameretta per gente un po’ vuota ma con uno spiccato senso artistico.

Calcutta ha fatto da apripista a tutti quegli ‘artisti’ di fascia medio-bassa(-bassa-bassa) che adesso intasano le vostre playlist Spotify. Calcutta è quello che fa dire al venticinquenne di turno ‘adesso basta, mollo tutto e registro un EP’ nella speranza che con 50 euro di sponsorizzazione, un profilo Instagram ben curato e una botta di culo un po’ di fortuna qualcuno si accorga della sua esistenza. Una schiera di normodotati armati di fucile a pompa e pallettoni di musica da cameretta.

Musica da cameretta. È proprio qui il fulcro di questo discorso. Quella di Calcutta è musica da cameretta, e lui è stato il primo a definirla così. Nessuna pretesa, nessun significato profondo, nessuno spessore, nessun sentimento. Arrangiamenti da terza giornata di sala prove da Franco (Molto più raffinata la versione coeziana di Cosa Mi Manchi a Fare); testi dallo stesso spessore dei dialoghi nei porno; musica per trentenni boccaloni e sedicenni folc. Io a questa festa non ci partecipo. Mi trovate sul tetto a cantare Ha Perso la Città.

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Once Liam Gallagher, forever Liam Gallagher 0 146

I live for now, not for what happens after I die

Vivo per l’oggi, non per quello che succederà quando morirò”. Esordiva così davanti ai giornalisti, con una delle sue solite massime, l’Oasis nostalgico: Liam Gallagher. Un continuo susseguirsi di atteggiamenti “ribelli” per creare quel personaggio duro e rock ‘n’ roll che è rimasto impresso nell’immaginario di tutti noi. Ma Liam è davvero così?

Torniamo un attimo indietro al 2009. Quell’anno, per un fan sfegatato degli Oasis, è stato un colpo al cuore; come perdere un parente caro. Da quel momento in poi i fratelli Gallagher si divisero, ognuno andò per la sua strada accompagnato dal proprio ego e dal forte orgoglio che li contraddistingue. Un sentimento eccessivo che sembra appartenere sempre meno al fratello più piccolo, Liam. Dal 2009 sono successe molte cose nelle loro vite: entrambi, senza ripensamenti, hanno portato avanti la propria carriera musicale. Noel iniziò a esibirsi da solista e nel luglio del 2011 formò “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Nel caso di Liam sono stati tre gli avvenimenti degni di nota: per iniziare, i successi maggiori rispetto a quelli del fratello; un documentario con grande consenso e una figlia incontrata dopo vent’anni. Tre elementi che hanno mostrato un Liam Gallagher diverso da quello che ci mostrano continuamente i media e da quello che lo stesso ha mostrato – per questioni d’immagine, probabilmente – nel corso degli anni.

noel gallagher liam gallagher

Il suo ultimo lavoro, “Why me? Why not?”, è un album che mostra un uomo sensibile e soprattutto nostalgico di un passato che non ritornerà – e lo sa bene – ma che continua ad apparire come una costante nella sua vita, influenzandola sempre di pi, non solo professionalmente parlando. “Why me? Why Not?” è un disco pieno di amore e di odio e un esempio è la traccia “One of Us”: una canzone con un testo indirizzato a una persona che gli ha chiuso le porte in faccia. Piena di riferimenti alla famiglia, all’amicizia e al senso di appartenenza; non può che far pensare a Noel, il fratello che non vuole riunire gli Oasis; lo stesso che ha alimentato un lungo litigio mediatico per le tracce musicali degli Oasis nel documentario su Liam: As it Was. Per voi chi è il fratello arrogante e odioso?

Dal documentario si nota – ed è normale direi – un certo risentimento di Liam nei confronti di Noel e, allo stesso tempo, sommando quanto detto dallo stesso durante le interviste e attraverso i propri testi, ciò che emerge è un Liam diverso da quello che credevamo. Ogni brano del suo ultimo lavoro rafforza questa teoria ma uno su tutti risalta la tesi: Once. La traccia, presentata per la prima volta attraverso il documentario, mostra un aspetto caratteriale a tanti sconosciuto e da molti mal interpretato. Once è sentimentalità, romanticismo, fragilità e soprattutto riflessione; una delle canzoni migliori di Liam a detta dello stesso.

Il testo narra di un ritorno al passato, ai momenti che non si ripetono e che vorresti ri-concretizzare dopo anni, con l’illusione e la speranza che tutto possa ritornare come prima senza distorsioni dettate dai cambiamenti che il passare del tempo comporta. Un pezzo che abbandona l’arroganza riscontrabile in molti testi del cantautore inglese e, soprattutto, un brano che probabilmente l’allontanerà sempre di più. Un profondo e ulteriore sguardo al passato; all’adolescenza, agli amori, a quando i rapporti con Noel erano buoni. Una canzone con la C maiuscola che rimanda alle ovvie influenze Lennoniane, alle atmosfere di Wonderwall e, purtroppo per lui, a quel che stato è che mai più sarà…

It was easier to have fun back when we had nothing
Nothing much to manage
Back when we were damaged
Sometimes the freedom we wanted feels so uncool
Just clean the pool
And send the kids to school

Questa è Once e chi la canta è il vero Liam.

“Ceppeccàt”, la Sossio Banda racconta l’uomo in un disco perfetto 0 263

Superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia e avarizia; un vizio capitale per brano, con il fine di analizzare l’uomo moderno attraverso i suoi peccati, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le conseguenze dietro le scelte pilotate dai vizi stessi. Fin dai tempi di Aristotele i vizi e le virtù hanno permesso di tracciare i confini all’interno delle società, di individuare di volta in volta chi è l’essere umano e di identificare la “naturale” contrapposizione che andava crearsi e ad intensificarsi: quella dell’uomo alla volontà di Dio.
Il titolo scelto dalla Sossio Banda per il loro ultimo lavoro è Ceppeccàt, un titolo emblematico che in dialetto barese significa “che peccato” e che, soprattutto, ha un doppio significato: “che peccato” per l’uomo, “c’è peccato” dell’uomo. La band, composta da 6 musicisti e nata a Gravina (BA) nel 2008, ha un repertorio molto particolare, incentrato sulla propria tradizione regionale e su un sound originale e innovativo; Ceppeccàt, molto probabilmente, ha le sembianze del loro picco artistico.

Un album variegato, frizzante, con sonorità balcaniche contrapposte a sound malinconici dettati da ritmi incalzanti e dai suoni e crudi del contrabbasso. Sette tracce che prendono le fattezze di un’osservazione di secondo ordine; abbandonando i termini tecnici: un’analisi che si rispecchia nel personaggio di Palomar di Italo Calvino (esempio tra i tanti). Uomini moderni che osservano e analizzano altri uomini moderni, l’osservatore che viene osservato, con i sette vizi capitali come punti di riferimento. La Superbia nei confronti dell’ambiente e del mondo animale, che sta portando lentamente all’autodistruzione; l’Invidia che serpeggia e mortifica qualsiasi iniziativa distruggendo i rapporti umani; l’Accidia che ha a che fare direttamente con lo scorrere inesorabile del tempo il quale, stanco di vedersi trascorrere inutilmente, diventa egli stesso accidioso; l’Ira che tante vittime ha provocato nella storia dell’umanità ma che allo stesso tempo ha dato la forza a milioni di individui di emanciparsi e conquistare valori universali come la libertà, la democrazia e la dignità personale; la Lussuria che sistematicamente si presenta e primeggia in un mondo guidato e governato da essa; l’Avarizia che regala una vita misera fondata sul terrore del futuro, in cambio di una morte da ricchi; e infine la Gola, fame di potere e denaro, ingordigia di pochi individui che si arricchiscono e speculano a discapito della maggioranza. Insomma, un contenuto ispirato dal libro “I vizi capitali e i nuovi vizi”, scritto dal professore Umberto Galimberti.

Dietro lo spirito creativo della band vi è la tradizione, “illustrata” attraverso strumenti tipici delle bande pugliesi che riproducono melodie “mediterranee” – contesto di scambio e di confronto per la banda pugliese – e soprattutto l’utilizzo del dialetto; il cosiddetto “vernacolo”, una lingua parlata di un luogo o di una regione che, in molti casi, si identifica con il dialetto. Quest’ultimo sta al centro del loro repertorio ma, all’interno del lavoro, ad alcune tracce è lasciato l’italiano, quella che viene definita dalla banda come “la lingua ufficiale, lo scheletro su cui si sorregge la nostra identità come nazione” e che lascia al vernacolo il compito di divenire e accentuare l’espressione dell’anima, della bellezza e della diversità delle tante comunità italiane.

Sette tracce che danno inizio alle danze attraverso un sound balcanico, fatto di trombe e atmosfere danzanti aventi lo scopo di introdurre la splendida voce di Loredana Savino, da sempre Lead Voice del gruppo. Ritmi che non fanno altro che ripetersi, attraverso diverse ed originali forme nei successivi sei brani. Ceppeccàt è un lavoro profondo, con un significato non di poco conto che – come la musica anempatica nel cinema – va a creare una sorta di paradosso con il contenuto presente nel testo. Frasi pesanti che descrivono l’uomo moderno non certo nella migliore delle sue condizioni e che, allo stesso tempo, non riescono a farti smettere di ballare attraverso melodie tranquillamente definibili “alienanti”; di quelle che nelle sere d’estate ti fanno danzare spensierato sotto il palco, con gli occhi al cielo e i pensieri, per un attimo che sembra infinito, nel dimenticatoio.

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