Calcutta vi ha reso tutti deficienti 0 32854

Calcutta ha fatto da apripista a tutti quegli ‘artisti’ di fascia medio-bassa(-bassa-bassa) che adesso intasano le vostre playlist Spotify. Calcutta è quello che fa dire al venticinquenne di turno ‘adesso basta, mollo tutto e registro un EP’

Sarà forse la rabbia di chi, dopo il 2016, è rimasto un po’ deluso da quella frangia della musica italiana definibile “cantautorato”, che ci ha regalato davvero pochi sprazzi di qualità fino ad oggi (Brunori?); sarà, appunto, che dopo Acrobati di Silvestri e Una Somma di Piccole Cose di Fabi, c’è poco da fare, l’asticella qualitativa si è un po’ alzata; sarà che mi sono rotto le palle dei vostri post su Facebook sarà che a furia di vedere a quanti piace, forse per un intrinseco bisogno di andare controcorrente, il mio cervello si rifiuta di apprezzare tali contenuti, facendomi sentire un po’ come quello che, durante una festa, se ne sta in un angolo con un bicchiere mezzo vuoto in mano a osservare la fauna che lo circonda. Ma io a questa festa non ci voglio neanche partecipare: a me, Calcutta, fa proprio cagare.

C’è da dire che il successo lo capisco. Capisco che là fuori ci sia un esercito di persone, mediamente dai 25 ai 35 anni, che si sente colpito nel profondo dai suoi testi, fotografie perfette della vita media di ogni giovane-adulto italiano: la relazione che non decolla, il ping pong continuo tra un lavoro precario e un altro, il tutto costellato da strofe buone per prendere tanti retweet. E capisco anche il fascino che può creare nei ragazzi under 25 a cui, diciamolo, piace tanto sognare di avere dieci anni in più, fosse solo per immedesimarsi in quello che scrivono i loro artisti preferiti.

Quello che non viene facile capire è come, in una scena musicale in continua ascesa (ascesa cui, ad onor del vero, anche lui ha contribuito) con artisti di ben altro spessore musicale a riempirne i ranghi, si attribuisca proprio a Calcutta il titolo di “Voce dell’indie”. Facile rispondere, direte voi: Calcutta è stato quello che ha portato l’indie per come lo intendiamo oggi alla ribalta. Esatto, per come lo intendiamo oggi. Il mondo si ferma.

L’indie per come lo intendiamo oggi è una delle cose peggiori che possa esser capitata alla musica italiana. Non fraintendetemi adesso: sono contentissimo di come si dia più visibilità ad artisti validi che altrimenti, senza una major dietro, rimarrebbero nel limbo dei festival di provincia, raccontando di ‘quella volta che ho aperto ai Simple Minds’ vent’anni dopo il loro successo. Ma quello a cui siamo – costantemente – sottoposti non è praticamente mai il prodigio di provincia arrivato alla ribalta. La costante perdita di contenuti, dovuta un po’ all’astrusità della vecchia guardia (Afterhours, Marlene Kuntz…) e all’appiattimento della coscienza sociale nelle nuove generazioni, ha reso l’indie italiano qualcosa di più vicino al pop che al rock, spiritualmente – e non solo – parlando. Tanta melodia, poco contenuto. Canzoni da cameretta per gente un po’ vuota ma con uno spiccato senso artistico.

Calcutta ha fatto da apripista a tutti quegli ‘artisti’ di fascia medio-bassa(-bassa-bassa) che adesso intasano le vostre playlist Spotify. Calcutta è quello che fa dire al venticinquenne di turno ‘adesso basta, mollo tutto e registro un EP’ nella speranza che con 50 euro di sponsorizzazione, un profilo Instagram ben curato e una botta di culo un po’ di fortuna qualcuno si accorga della sua esistenza. Una schiera di normodotati armati di fucile a pompa e pallettoni di musica da cameretta.

Musica da cameretta. È proprio qui il fulcro di questo discorso. Quella di Calcutta è musica da cameretta, e lui è stato il primo a definirla così. Nessuna pretesa, nessun significato profondo, nessuno spessore, nessun sentimento. Arrangiamenti da terza giornata di sala prove da Franco (Molto più raffinata la versione coeziana di Cosa Mi Manchi a Fare); testi dallo stesso spessore dei dialoghi nei porno; musica per trentenni boccaloni e sedicenni folc. Io a questa festa non ci partecipo. Mi trovate sul tetto a cantare Ha Perso la Città.

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Magna Grecia Festival: Jacob Collier, conto alla rovescia 0 165

Jacob Collier, ospite del “Magna Grecia Festival” sabato 20 luglio alle 21.00 nell’Arena Villa Peripato. Conto alla rovescia, dunque, per il genio musicale assoluto del ragazzo-prodigio inglese e per il suo primo concerto italiano (unico in Puglia). Collier sarà uno dei momenti di maggior richiamo della rassegna estiva a cura dell’Orchestra della Magna Grecia e del Comune di Taranto. Enfant-prodige, l’artista inglese torna nel nostro Paese con un nuovo lavoro discografico al quale si ispira il titolo della sua tournée (Djesse World Tour). Fra le collaborazioni, Metropole Orkest, Laura Mvula e Take 6.

L’atteso concerto all’interno del “Magna Grecia Festival” è a cura dall’ICO Magna Grecia e Comune di Taranto. Partner degli eventi in cartellone: Regione Puglia, MiBAC, Fondazione Puglia, “Progetto “MaTa: un Ponte per la cultura con Total, Shell e Mitsui”. Un ringraziamento a Ubi Banca, Baux cucine, Programma Sviluppo, Fondazione Puglia e al media partner myCicero. Quello in programma all’Arena Villa Peripato sarà un viaggio nella mente, nel talento e nei suoni del polistrumentista londinese pupillo di Quincy Jones, Herbie Hancock, Chick Corea e Pat Metheny che lo hanno definito «talento assoluto» e «grande innovatore del jazz». 

Nonostante la sua giovanissima età, Jacob Collier è già riconosciuto come uno degli artisti più poliedrici e pieni di inventiva del mondo. La sua proposta combina elementi che vanno dal jazz al folk, passando per trip-hop, gospel, soul, improvisation e musica brasiliana. Nato a Londra, è diventato famosissimo sul web grazie ai video pubblicati su Youtube, che mostrano il suo innato talento mentre si cimenta cantando e suonando tutti gli strumenti e curando tutti i visuals su di un mosaico di schermi. Dal 2011 a oggi, ha totalizzato più di cinque milioni di visualizzazioni e al momento conta ottantamila subscribers da ogni parte del pianeta. Collier torna in tour con un nuovissimo show concepito, come tutta la sua musica, nella sua stanza ma che trova nei suoi sensazionali live l’essenza del suo essere.

In occasione del concerto esclusivo di Jacob Collier in programma all’Arena Villa Peripato sabato 20 luglio, previsti bus-navetta gratuiti per Taranto, da Matera, Bari e Marina di Pisticci/Castellaneta. Ingresso 20 euro (più 3 euro in prevendita). 

Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

Questi gli altri appuntamenti del Magna Grecia Festival: venerdì 19 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Mozart forever” (ingresso con invito); sabato 20 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, Jacob Collier (ingresso 20euro, più 3euro di prevendita; “under 18”, 15 euro, più 3euro di prevendita); mercoledì 24 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bohemian Rhapsody – La leggenda dei Queen” (ingresso gratuito); mercoledì 31 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Farlibe Duo feat. Daniele Sepe” (ingresso con invito); lunedì 5 agosto ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bob Marley – Il mito del reggae” (ingresso gratuito).

MAGNA GRECIA FESTIVAL 2019

A cura ICO Magna Grecia e del Comune di Taranto

Jacob Collier in concerto. Sabato 20 luglio alle 21.00, Arena Villa Peripato di Taranto. Ingresso 20euro (più 3euro di prevendita); “under 18”, 15euro (più 3euro di prevendita). Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 216

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

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