Quell’incontro vincente tra Red Hot Chili Peppers e Massive Attack 0 999

Dal luglio del 2001 al luglio del 2002 nel mondo della musica accadono due cose molto significative: Tricky pubblica Blowback (2001) e i Red Hot Chili Peppers By The Way (2002). Due mondi totalmente contrapposti: il primo è quello del Trip-Hop – anche se l’album in questione è quello che si allontana di più da esso – mentre il secondo è il mondo del funk rock, del rock alternativo, del sound sporco di Frusciante e Co.

Da un punto di vista professionale le annate che vanno dal 1999 al 2002 (anche dopo in realtà, ma fermiamoci a By The Way per adesso) sono state molto proficue e soprattutto “positive” per i peperoncini e per ogni singolo membro della band. John Frusciante uscì dal suo periodo buio, ritornò nella band per Californication – che intanto aveva pubblicato One Hot Minute con Navarro,  album poi accantonato e riscoperto solo di recente dalla band stessa – e, con tutto il suo splendore, si dedicò completamente al mondo della musica; avvenimento che portò la band californiana nuovamente all’apice delle classifiche mondiali. Durante quel periodo Frusciante lavorò molto in studio, contribuì tanto con i Red Hot e si applicò allo stesso tempo al suo repertorio solista, pubblicando Going Inside (2000); To Record Only Water for Ten Days (2001) e From the Sounds Inside (2002).

E Tricky?

Intanto iniziamo con le presentazioni per chi non lo conoscesse: Tricky è un musicista inglese di Bristol, la città che ha dato le origini al Trip Hop grazie ai Massive Attack, band attualmente in tour per i vent’anni di Mezzanine, il capolavoro della loro carriera musicale. Come loro – e grazie a loro – anche Tricky è uno dei precursori del genere; attraverso il suo sound “cupo e stratificato”, il canto in stile sprechgesang sussurrato – noto nel Trip Hop – e la fusione di diversi generi, dal Rock all’Hip-Hop.
Il suo primo album, Maxinquaye, è stato prodotto dai Massive Attack e grazie a loro ottenne fama internazionale. La collaborazione dura tutt’oggi e si riscontra in diversi lavori degli artisti, da Protection – il secondo album del collettivo britannico – a Ritual Spirit, il loro EP. Tricky contribuì alla creazione di diversi brani del secondo album dei Massive, ma tuttavia non riuscì a completare in tempo i testi e decise di dare alla band alcuni lavori scritti per Maxinquaye, che appaiono sia nella sua discografia che in quella dei Massive Attack.

E questo cosa c’entra con i Red Hot Chili Peppers?

L’album con cui Tricky si allontana maggiormente dal suo sound è proprio Blowback, il lavoro introdotto precedentemente. Si tratta di un album sperimentale, elettronico, pieno di collaborazioni e costituito da 15 tracce. Un progetto unico della sua carriera che vede al suo fianco artisti del calibro di Cyndi Lauper e…John Frusciante insieme ad Anthony Kiedis e Flea; tre quarti dei peperoncini, insomma. Il cantante e il chitarrista della band – o il cantante-chitarrista della band insieme ad Anthony Kiedis e al bassista pazzo.
Gli artisti si sono ritrovati a collaborare per due tracce di Blowback: “Girls” e “#1 Da Woman”. La prima vede sia Anthony che John, mentre nella seconda appare quest’ultimo in compagnia di Flea.

Girls appare inizialmente come una traccia dei Red Hot Chili Peppers, una sorta di B-side di qualche loro lavoro; e se non lo sapete, ai Red Hot piace creare molte B-side di spessore per poi conservarle e pubblicare al loro posto cose strane come The Adventure of Rain Dance Maggie. In Girls, comunque, si sente la carica del Funky, quello vero e riscontrabile nei primi lavori della band; ed è impreziosita e soprattutto intensificata dalla “battaglia rap” tra Anthony e Tricky. Una chitarra distorta e cupa che rimanda alla Killing in The Name dei RATM introduce un Tricky convinto e deciso ad affrontare il frontman dei Red Hot Chili Peppers nell’imminente “battle”. E ovviamente…

I’m not the son of your family affair

In “#1 Da Woman” appare Flea insieme a John Frusciante e lo si nota subito; nonostante la voce di Tricky e il funky di Frusciante, quel cazzo di basso potentissimo che va a mille (eccomi raggiungere il punto più alto della mia carriera da critico musicale) si identifica immediatamente. Anche questo potrebbe essere benissimo un pezzo dei Red Hot Chili Peppers, ma credo che si possa dire la stessa cosa per ogni altra eventuale collaborazione tra i due artisti. Se fondi due mondi del genere, che ai loro estremi non sono altro che Funk e Hip Hop, non puoi non ottenere un brano dei Red Hot Chili Peppers. Inoltre, qui è individuabile soprattutto l’impronta di John Frusciante: il ritornello non fa altro che rimandare allo stile del suo repertorio solista – tranne per quanto concerne il lavoro del 1997, Smile from the Streets You Hold: quello era soltanto un insieme di urla messe tra di loro – pubblicato non certo per nobili fini. Eppure, trovo comunque del fascino anche in quella pubblicazione apparentemente inutile.

You show me everything
You feel me everywhere
You pretend that you care
Do you care?

Ma adesso Tricky e i Red Hot Chili Peppers che stanno facendo?

Il primo ha pubblicato l’ultimo lavoro in studio nel 2017 (Ununiform, False Idols), i secondi stanno registrando l’ennesimo album, il post The Gateway, e nell’ultimo periodo sono apparsi insieme a Post Malone ai Grammys, suonando Dark Necessities e permettendo a Josh, il “probabile” creatore dell’arrangiamento, di storpiare il suo stesso assolo. Ma questa non è colpa sua; qui entra in gioco il poco spazio lasciato a ‘sto povero cristo, il narcisismo di Anthony e il mondo della musica attuale che non accetta più quattro minuti di assolo su tre di canzone. Fine.

John? 

Beh, Frusciante appare ogni tanto in qualche foto della sua amica Linda Ramone e nel dicembre 2018 ha collaborato con l’artista indonesiano Dewa Budjana; contribuendo alla creazione di due brani: Zone e Crowded. Per il resto, sarà sicuramente nel suo studio, tra la sua chitarra e la sua misantropia.

 

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 226

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 418

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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