Cinzella Festival, Letimotiv: “Cinzella testimonianza del cambiamento” 0 187

Anche i Leitmotiv sul palco del Cinzella Festival. Tarantini dalla nascita, hanno portato in tour il loro ultimo album uscito nel 2015, “I Vagabondi”, ed in questa intervista ci parleranno di Cinzella, del loro ultimo album e di un eventuale nuovo lavoro!

 

CINZELLA – “Il Cinzella Festival è la testimonianza concreta della voglia di cambiare di questa città. Parte di questa organizzazione è dovuta al primo maggio tarantino, che è un evento con una portata sociale maggiore – oltre a quella culturale e musicale. Il Cinzella è la speranza di andare oltre, di crescere, di parlare con la musica e con le note grazie a tantissimi artisti locali della zona. Un’esperienza bellissima essere qui nelle vesti dei Letimotiv e suonare nella nostra città.”

 

LETIMOTIV, I VAGABONDI E NUOVI LAVORI – “I Vagabondi è stato un disco sfornato solo dopo un anno dal precedente. Ha avuto una bellissima tournée, siamo un gruppo indipendente con un suo seguito piccolino ma ostinato, il che rende ogni data un po’ speciale. Poi ci siamo un po’ fermati, abbiamo avuto un cambio di line up che ha comportato una pausa fisiologica. Questo significa che ora siamo un po’ più carichi, il disco è in luce, ha una sua ideazione e ci stiamo lavorando. Dopo l’estate ci metteremo sotto, con l’intenzione di portare nuovi brani in giro!

 

TARANTO – “A me piacerebbe tantissimo che questa città si svegliasse. A Taranto la pecca più grande è l’indolenza, chi ci è nato sa che è una città dalle potenzialità straordinarie, ma siamo molli nell’approccio, disfattisti. Dobbiamo iniziare a crederci ognuno per uno, senza delegare a nessuno. Bisogna partecipare. Non esiste un tarantino che non speri nel cambiamento di questa città. Un esempio, senza fare personalismi, è quello di Michele Riondino, ormai attore di fama nazionale, lui torna nella sua città per sporcarsi le mani. C’è sempre. Questi sono gli esempi da seguire. Taranto può ripartire.”

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Intervista ai Tre Allegri Ragazzi Morti: “Con Sindacato dei Sogni vogliamo essere eleganti e nudi.” 0 237

Sono passati 25 anni da quando Davide Toffolo, Enrico Molteni e Luca Masseroni hanno dato vita ai Tre Allegri Ragazzi Morti. E in questi anni di cose ne sono successe al giovane felice trio deceduto di Pordenone: c’è stato il punk delle origini, c’è stato il reggae e c’è stata la cumbia. È passato Jovanotti, un’orchestra swing e un sacco di altra gente. È rimasta una florida etichetta indipendente (La Tempesta Dischi), sono rimaste le maschere e la voglia di fare qualcosa di nuovo.

Oggi torniamo a parlare di loro. Anzi, meglio: parleremo direttamente con loro, perché è da poco uscito il nuovo disco Sindacato dei sogni, in bilico fra le nude sonorità degli esordi e le eleganti influenze psichedeliche.

La copertina di ‘Sindacato dei Sogni’, il nuovo disco dei TARM

Partiamo dall’inizio: come descrivereste e di che cosa parla ‘Sindacato dei sogni’?
“Dieci canzoni di rock psichedelico californiano/pordenonese del 1982/2019. I temi trattati sono vari, non è un concept. Si parla della nostra città, ci sono molte figure femminili, c’è la natura, c’è la festa. Molti temi.“

Riguardo il titolo, avete spiegato che è un omaggio ai The Dream Syndicate, uno dei gruppi più importanti nella scena Paisley Underground, ma che il titolo di lavorazione è stato a lungo ‘Classic’. Sembrerebbe quindi che l’idea iniziale abbia preso una direzione un po’ diversa grazie all’influenza di questa vena rock e psichedelica. È esatto?
Sì direi di sì. ’Sindacato dei sogni’ è un titolo che offre più spunti di riflessione. A loro volta i Dream Syndicate l’avevano preso dal disco di Tony Conrad coi Faust, e a loro volta chissà. Rimane il fatto che se esistesse un vero Sindacato dei sogni sarebbe bello, sarebbe utile, in un certo senso l’intenzione è stata quella di fondarlo con questo album.”

Avete anche detto che al primo ascolto questo disco ‘sembra’ un ritorno alle origini. Effettivamente lo spirito dei primi lavori è abbastanza evidente. Ad esempio il titolo della nona traccia ‘Non Ci Provare’ mi ha fatto tornare subito alla mente il “non ci provare ad entrare nelle nostre vite” di ‘Mai Come Voi’. Già dal secondo ascolto, però, direi che si inizia a notare qualcosa di differente, anche solo a livello di arrangiamento. Un’originalità diversa, in conflitto rispetto a quel ‘ritorno alle origini’. Insomma, dietro a quel ‘sembra’ c’è un mondo. Musicalmente parlando, come sono cambiati i TARM rispetto a 25 anni fa e cosa, invece, è rimasto uguale?
“Cerchiamo ogni volta di darci un obiettivo diverso, un abito nuovo. In questo caso volevamo essere eleganti nudi. E nudi oggi non possiamo che essere simili a nudi anni fa. Con l’avvento delle nuove tecnologie registrare un disco è diventato sempre più impersonale. Si taglia, si copia, si incolla, si spedisce. Qui siamo noi che suoniamo per ore gli stessi giri alla ricerca di una sensazione che è quella catturata nel disco. Però viviamo nel presente, non siamo un gruppo nostalgico. Quindi, vecchia tecnica, nuova testa.”

La terza traccia si intitola ‘C’era un Ragazzo che Come Me Non Assomigliava a Nessuno’, quindi ve lo devo assolutamente chiedere: come si concilia Gianni Morandi con i TARM? E ancora, c’è qualche influenza italiana in questo disco?
“Chiaramente prendere spunto da una canzone così nota come quella di Morandi e rovesciarla, negarne il senso, contraddirla, è di per sé un atto violento. È il grido d’orgoglio della nostra diversità. Noi non assomigliamo a nessuno. Abbiamo ascoltato molta musica mentre registravamo ma tutte cose straniere e vecchie, dai Grateful Dead ai Can, dai Television ai Jefferson Airplane, non volevamo essere influenzati da quello che sta succedendo in questi anni in Italia e che speriamo anche muti velocemente. Lo dico nel senso che ci affascinano da sempre le cose catalogabili come oddities & curiosities, oggi in giro c’è tanta normalità. La normalità dopo un po’ diventa noiosa.”

In un’intervista del 2016 per rockit.it esprimevate il desiderio che la musica italiana e anche il vostro pubblico si mescolassero sempre di più con elementi esteri. Tre anni e qualche cambiamento politico dopo, pensate che questo mix sia ancora possibile? O pensate che la paura per il negro (sic, n.d.r.), lo zingaro e il povero di cui parlate in “Non Ci Provare” abbia ostacolato il processo?
“Viviamo tempi così assurdi che fatico a capire cosa sta succedendo. Recentemente ho letto da qualche parte la celebre frase di Warhol stravolta: “Nel futuro tutti avranno quindici minuti di anonimato”. È bellissimo, è tutto al contrario. Rimane il fatto che sarebbe giusto mescolarsi di più. Noi come band la pensiamo così.“

Nel video di ‘Bengala’, fra tante cose, mi ha colpito il ruolo della tecnologia. Gli smartphone, ad esempio, hanno cambiato drasticamente le nostre vite e comportano dei rischi non indifferenti. Però oltre alla sacrosanta necessità di “lanciare il telefono sul prato”, mi sembra di coglierci uno sguardo consapevole sul fatto che si possa trovare un po’ di poesia anche in questi mezzi. Che è un po’ quello che volevate dire con “Persi nel Telefono”. Siete d’accordo?
“Sì, la tua è una bella interpretazione. Perché lanci il telefono sul prato, ma poi con ogni probabilità te lo vai anche a riprendere.”

Parliamo di ‘Una Ceramica Italiana Persa in California’, riassunta visivamente nella copertina stessa. Avete scritto che è “la vera chiave” per leggere il disco, oltre ad essere la preferita di Davide. Possiamo azzardare che contiene pure un po’ tutti i temi centrali della vostra carriera? Ci sono riferimenti al mondo animale e naturale, c’è la libertà, c’è l’amore, c’è la determinata affermazione della propria personalità.
“Sì, quel brano è particolarmente rappresentativo di quello che volevamo fare. Non ha logiche commerciali, è un viaggio vero e proprio col basso in tre e la batteria in quattro – roba da spaccare la testa -, ha un testo breve ma molto poetico; un cantico. Qualcuno ci ha detto che dovevamo metterla come prima del disco. Chissà, forse aveva ragione. E presto uscirà il video, roba da Oscar.”

Non può esistere un album dei TARM che non parli di adolescenza, ma da qualche tempo si è insinuato anche il tema della maturità e dell’essere adulti. Com’è la vita da vecchio allegro ragazzo morto?
“Come sai, incarniamo l’adolescente assoluto. È vero però che esistono anche degli adolescenti già vecchi. Comunque quando mettiamo la maschera non esistono le età e gli acciacchi smettono magicamente di dare noia.”

Le collaborazioni sono tantissime. Dai soliti noti alle nuovissime entrate, la famiglia dei ragazzi morti è sempre più numerosa. Come riuscite a gestire tante voci diverse? E quanto è stato importante il loro contribuito nello sviluppo del disco?
“Sicuramente di grande importanza è stato l’intervento musicale del produttore del disco Matt Bordin. In ogni brano è riuscito, che fosse con una chitarra o con un sintetizzatore, a mettere lo zampino spostando l’asse della nostra idea in una direzione più esotica. Certe scale le conoscono solo lui e Jerry Garcia. Ma poi sicuramente sono stati importanti i contributi di tutti: Andrea Maglia, Bologna Violenta, Francesco Bearzatti, Ruben Gardella, Adriano Viterbini e Davide Rossi.”

Il tour parte da Milano, che è stata protagonista dell’album precedente: che rapporto avete ora con questa città?
“Io, Enrico, ci vivo da una decina di anni. La amo sempre di più.”

Sempre parlando di città, non si può tacere sul grande ritorno di Pordenone, descritta in “Calamita”. Di nuovo, che rapporto c’è con la vostra ‘patria’ ora? E com’è cambiato in questi 25 anni?
“In questo momento solo Luca vive ancora in zona, a Malnisio, ma non è un grande fan del posto. Vorrebbe il sole ed il mare, mentre lì effettivamente piove e c’è la montagna. Davide vive a Roma. In ogni caso Pordenone batte sempre nei nostri cuori. È un’idea che rimarrà per sempre. Calamita, se ci fai caso, è il secondo tempo di “Prova a star con me un altro inverno a Pordenone”. In quella canzone, nel 2001, si cantava di andare via. In questa, nel 2019, dopo essere andati via, si dice che forse tornare sarebbe bello, che lì si sta bene, nonostante la gente che c’è in giro la notte nei bar.“

Ultima domanda sui live: qualche novità di cui potete parlarci? Dalle foto si intravede anche un nuovo costume…
“La prossima settimana faremo una sorta di ritiro in Carnia e decideremo tutto, i costumi sono già progettati. Ci vediamo presto ai concerti!”

Intervista a Daniele Di Maglie: “‘La Mia Parte Peggiore’ il nuovo disco, ne sono orgoglioso. Progetti futuri? Mi godo il momento” 0 358

Sono passati quattro anni da ‘Il Mio Garage’, il secondo disco di Daniele Di Maglie, cantautore e scrittore tarantino. Definito da Rock-itStrambo e con una cifra pop anomala […] moderno cantautore romantico”, Daniele ha dato alle stampe a settembre il suo terzo album, ‘La Mia Parte Peggiore’, uscito anch’esso, come il precedente, sotto l’etichetta pugliese Digressione. Entusiasmati dall’ascolto, abbiamo deciso di farci una chiacchierata con il cantautore, chiedendogli cosa comunica questo nuovo lavoro, le sue impressioni sul tour in corso e cosa riserva per lui il futuro.

Ciao Daniele! Per iniziare questa intervista vorrei che ci raccontassi un po’ di te, dalla tua prima pubblicazione all’ultimo disco uscito, “La Mia Parte Peggiore”!
Come musicista ho tre dischi all’attivo: il primo, ‘Non so più che cosa scrivo’ è uscito nel 2001 con un’etichetta barese che si chiamava ‘Cavallo giallo’ – una sorta di consorzio di amici musicisti che si misero assieme per tirar su alcuni lavori discografici di particolare interesse, per loro. Lo stesso disco fu ristampato e pubblicato nel 2003 da ‘Storie di Note’, un’etichetta romana che ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni dischi del compianto Claudio Lolli. Poi c’è stato un lungo periodo di concerti, senza uscite discografiche, se non alcune compilation. Nel 2014 è uscito ‘Il mio garage’ e a settembre 2018 ‘La mia parte peggiore’, il mio terzo disco. Nel mentre ho continuato a scrivere, come sempre, pubblicando il romanzo ‘La ballata dei raminghi adirati’, la raccolta intitolata ‘L’Altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto” in cui affronto il tema complesso del rapporto ambivalente che da sempre lega la città di Taranto all’impianto siderurgico, ed altre cose sparse, tra cui un racconto uscito sul Corriere della Sera nel 2003, ‘Malaestate’Nel 2016, una serie di ‘versi non cantati’ sono anche stati raccolti in un’antologia poetica dal titolo Le Gazze Disattente per ‘Secop Edizioni’.”

Come mai è passato così tanto tempo dal tuo primo disco al secondo?
Le ragioni possono essere tante. Innanzitutto una marea di concerti, perché dopo ‘Non so più che cosa scrivo’ ho iniziato ad andare su e giù lungo la penisola, dalla Sicilia al Trentino, per intenderci, tanti concerti. Nel frattempo cominciai anche a lavorare con una certa continuità, un lavoro ‘ordinario’, intendo, che chiaramente mi costringeva a presentarmi ogni mattina a lavoro e… capisci bene che tutto questo limita un po’ la vita artistica, fatta di chilometri, notti brave. Aggiungici anche un po’ di scapocchioneria [Dial. tarantino per ‘fannulloneria’, n.d.r.] (Ride, n.d.r.).”

A quali artisti ti ispiri per la composizione della tua musica?
Nasco ascoltando canzone d’autore italiana, quella di un certo tipo: De Andrè, Claudio Lolli, Guccini, De Gregori, passando per Dylan, Cohen, Tom Waits, Nick Cave e tanti altri, non tralasciando gruppi rock, soprattutto nella tarda adolescenza, come i Deep Purple, i King Crimson o Le Orme. Ma anche, più in là, crescendo, ascoltando dischi di Capossela e La Crus. Insomma, ‘nasco’ nel filone della canzone d’autore e a quello mi piace riferirmi: fin da quando ho iniziato a mettere le dita sulla chitarra, infatti, ho sempre e solo voluto raccontare storie. Non volevo suonare e basta. In quel tipo di canzoni non vedevo molta differenza fra musica e letteratura. E questo mi piaceva, mi affascinava, mi emozionava. I nomi che ho fatto prima, sono i nomi che hanno costellato la mia formazione, che hanno in qualche modo ‘forgiato’ il mio’“gusto’ – in un processo dialettico, ovviamente – ma quando scrivo le mie cose credo di non ispirarmi a nessuno: sono piuttosto egocentrico in questo.”

Parliamo un po’ del tuo ultimo disco, “La Mia Parte Peggiore”, uscito a settembre: come è nato questo lavoro?
“Questo disco è nato da una forte esigenza espressiva, ovvero quella di raccontare un percorso di crescita attraverso le stagioni più controverse degli ultimi decenni. Un percorso esistenziale, come in un romanzo di formazione. Le canzoni sono suddivise in tre aree tematiche che alludono alle fasi della giovinezza, della maturità e delle sintesi che ciascuno di noi ricava dalle vicissitudini della propria esistenza. C’è, all’interno del disco, un brano che considero cruciale, che fa da spartiacque tra la giovinezza e la maturità: ’Aprite il Fuoco’. È quel momento in cui le istanze individuali fanno i conti con le istanze sociali, e da questo incontro-scontro esce fuori ciascuno di noi con le proprie sintesi, la propria visione del mondo. Il disco, musicalmente parlando, è nato dalla collaborazione più che decennale con Cristò Chiapparino, scrittore e musicista – anzi: prima scrittore poi musicista, ipse dixit – il pianista che mi accompagna da sempre, e che in quest’occasione ha curato tutta la veste sonora del disco a partire dalle nude canzoni…”

Possiamo quindi definirlo anche un disco “politico”?
“Certo. Come scrivevo in una scheda di presentazione, è un disco eminentemente politico e al tempo stesso irrimediabilmente personale: personale perché scritto e vissuto con le viscere; politico perché inserito nel contesto politico-sociale nebuloso degli ultimi anni. Dalla strage di Bologna al Bataclan, per intenderci. Quindi sì, è anche politico.”

Politica che nella tua carriera artistica non hai mai tralasciato: leggevo addirittura un’intervista del Manifesto, che, insomma, dice già qualcosa.
Sì, mi definivano ‘cantautore socialmente scomodo’ (Ride, n.d.r.). Ma credo sia anche per il lavoro che faccio, in qualche modo. Mi occupo, da ormai vent’anni, di disagio sociale, prima coi tossicodipendenti e senza fissa dimora, poi con disabili e affetti da malattie mentali. Esperienze che direttamente ed indirettamente ho riportato e trasfigurato in certe mie canzoni”.

Poco meno di un mese fa (l’intervista è del 21 dicembre, n.d.r.) è uscito il primo estratto del disco, ‘Violini di Chagall’. Parlaci di questa canzone, accompagnata anche da un video.
’Violini di Chagall’ è la seconda traccia del disco e parla dell’infanzia: come ti dicevo, il disco parla di una crescita, e l’albero, si sa, viene dal seme. A differenza di molti miei ‘colleghi’ ho avuto un’infanzia felice. E mi piace raccontarla. La canzone ha un ritornello che sembra avulso dal cantato: ‘Se potessi tornare indietro ti sposerei’. È come se nel cortocircuito delle immagini vivide e care dell’infanzia, il narratore si rammaricasse di averle perdute o di non aver ‘fermato’ nulla, da cui il mood malinconico di tutto il brano. Riferendosi magari alle fanciulle ‘fiorite’ incontrate alle giostre o nei pressi di una cassarmonica – ‘c’era la festa del paese, il cartomante con le rose’…”

Nel pubblicare i prossimi singoli seguirai la divisione in tre parti del disco, pubblicandone uno per parte, o ti affiderai alla miglior ‘radiofonia’ delle canzoni?
No, guarda, non ho mai seguito il criterio della radiofonia, essendo criteri, adesso, alquanto misteriosi (Ride, n.d.r.). Mi lascerò guidare dalle sensazioni del momento; mi piacerebbe girare il video di ‘Aprite il fuoco’, che è il brano meno radiofonico che si possa pensare, una canzone che dura sei minuti e sappiamo benissimo che i brani radiofonici hanno ben altro minutaggio.”

È anche vero che i brani e i videoclip migliori escono sempre da tracce dalla lunga durata.
Verissimo, tant’è che un tempo i Pink Floyd si permettevano tracce e video di dieci minuti che poi passavano anche in radio… (Ride, n.d.r.)”

 Questo disco è uscito sotto l’etichetta pugliese Digressione Music. Come ti stai trovando?
Digressione nasce come etichetta di musica classica: ha un catalogo decisamente prezioso per quanto riguarda il genere, distribuendo praticamente in tutta Europa. Da qualche anno a questa parte si sta concentrando anche sulla canzone d’autore e devo dire con ottimi risultati. È raro trovare oggi etichette che ‘lavorano’ come Digressione, investendo con passione su progetti nei quali si crede fermamente, a dispetto della crisi conclamata del mercato discografico: certe realtà andrebbero realmente supportate acquistando i loro prodotti, perché sono in via di estinzione. Quest’anno abbiamo anche vinto il bando di Puglia Sounds, un bando regionale che finanzia progetti discografici in uscita stanziando dei budget, per cui abbiamo fatto un tour notevole: sono stato a Roma, a Milano due volte, a Ferrara, a Bari, Lecce, Taranto, Foggia, il calendario è in continuo aggiornamento: ho delle date a Bergamo e Novara e la cosa non può che farmi piacere.”

Com’è andato questo tour?
Bene. Molto bene. Queste date hanno aiutato a risvegliare un certo interesse in giro; quando uscì ‘Non so più che cosa scrivo’, nei primi anni Zero, feci una gran quantità di concerti – eravamo ancora in epoca pre-social e pre-youtube – conquistandomi un certo seguito col passaparola, i live, i chilometri, i cd masterizzati. Pensandoci bene, c’era un bel movimento in quegli anni, si suonava tanto. Poi però non è più uscito un disco con nuove canzoni per un sacco di tempo e la gente, sai, ha memoria corta (Ride, n.d.r.); adesso sto cercando di ‘riacciuffarli’ tutti!”

Ci sono progetti futuri? Passeranno gli stessi anni che son passati dal primo al secondo disco per ascoltare un altro album?
No, no, e poi devo dire di essere migliorato tra il secondo e il terzo (Ride, n.d.r.). Per adesso voglio sicuramente godermi questo disco, di cui sono piuttosto orgoglioso e a cui tengo particolarmente… Sta anche ricevendo ottimi consensi da parte degli ‘addetti ai lavori’, diverse recensioni lusinghiere – Fabrizio Versienti, certamente tra i più autorevoli critici nostrani, parlando del disco, ha scritto parole forti di stima, dicendo che ‘non ha eguali nella storia recente della canzone d’autore italiana’, ad esempio -. Voglio continuare a suonare dal vivo – che è una dimensione che amo particolarmente, e chi mi conosce lo sa – e godermi questo momento, ma ho già in cantiere qualcosa. Ho sempre qualcosa in cantiere!

Perfetto Daniele, ti ringrazio per essere stato con noi!
Grazie a te!”

Ricordiamo ai lettori che ‘La mia parte peggiore’ la si può acquistare direttamente sul sito di Digressione oppure su Amazon, IBS, ecc. È inoltre presente sulle principali piattaforme digitali: Spotify, iTunes, Apple Music, Deezer, YouTube.

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