Cinzella Festival: ritorna la mitica pecorella 0 313

L’Associazione Culturale AFO6 – Convertitori di idee in collaborazione con RADARConcerti e con il patrocinio di APULIA film Commission, annuncia i protagonisti del Cinzella Festival, il festival dedicato a musica e cinema che si terrà dal 17 al 20 agosto a Grottaglie (TA), nell’incantevole e unico scenario delle Cave di Fantiano, per la direzione artistica dell’attore Michele Riondino.

Cinzella è il festival dedicato alla musica e al cinema che lo scorso anno è diventato un autentico polo di attrazione artistica e culturale tra le splendide colline murgiane e i profondi lembi di mare della penisola jonico-salentina. Una scommessa vinta grazie a una line up di eccellenze musicali e alle rassegne cinematografiche d’autore legate a musica e arte. Questa nuova edizione avrà luogo alle Cave di Fantiano di Grottaglie, location dall’inestimabile valore paesaggistico, costellata di scenari mozzafiato: una ex cava di tufo ora divenuta un parco naturale dalle caratteristiche uniche, palcoscenico di eventi e manifestazioni culturali di rilievo nazionale. 

Cinzella Festival deve il suo nome a una figura molto nota alla cultura popolare tarantina. Cinzella, infatti, è stata una celebre “accompagnatrice” di uomini e di adolescenti, una donna così speciale da rimanere impressa nella memoria collettiva. Il logo del festival è la pecora, un tributo a un fatto di cronaca legato alla prima culla del festival, la Masseria Carmine di Taranto, divenuto simbolo dell’inquinamento dopo che, tra il 2008 e il 2010, sono stati abbattuti 600 ovini contaminati dalla diossina. Proprio lì, nel 2017, è nato il Cinzella Festival, in una splendida masseria persa in una valle di ulivi e diventata la speranza di una rinascita, di una “ventata” di cambiamento per la città e per l’intera provincia.

17 AGOSTO – BATTLES, I HATE MY VILLAGE, DIGITALISM dj set

BATTLES, ovvero la Networked Band: un progetto capace di combinare arte, sperimentazione e tecnologia nella musica, in un’unica esclusiva data italiana per presentare in anteprima il nuovo album in uscita in autunno per Warp Records. Nato nel 2002 dalle menti del batterista John Stanier (Helmet e Tomahawk), del chitarrista e tastierista Ian Williams (Don Caballero e Storm & Stress) e del chitarrista David Konopka (Lynx), il (super)gruppo unisce avanzi prog al rock più sperimentale, per sonorità segnate dall’era post industriale e computerizzata.

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Battles

Gli special guest della serata saranno gli I HATE MY VILLAGE. Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) presentano questo loro nuovo progetto che testimonia l’amore viscerale dei due per la musica africanaun amore nato sui palchi – accompagnando maestri quali Bombino e Rokia Traoré – e poi cresciuto in sala prove con la curiosità di chi ha costantemente voglia di contaminarsi e divertirsi nell’ampliare il proprio orizzonte. Alberto Ferrari (Verdena) si inserisce con la sua inconfondibile vocalità donando all’amalgama strumentale un ulteriore elemento capace di unire mondi – apparentemente lontani – che in I Hate My Village sembrano coesistere da sempre.

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I Hate My Village

Seguirà DIGITALISM dj set, i re del clubbing mondiale fin dalla fondazione nel 2004, in console per chiudere all’insegna delle danze la serata di inaugurazione del Cinzella Festival.

18 AGOSTO – WHITE LIES, MARLENE KUNTZ

White Lies presenteranno dal vivo il nuovo album Five, uscito il 1° febbraio per PIAS Recordings, che festeggia i dieci anni della band. Il disco vede un’energia rinnovata nella creatività del trio londinese, ancora una volta capace di allargare i suoi territori sonori dall’electro rock al synth pop. Il risultato è un album importante e ambizioso, che segna il capitolo più maturo della discografia dei White Lies, nei testi e nella sperimentazione musicale.

Marlene Kuntz festeggeranno sia i trent’anni di attività che il ventennale del loro terzo disco Ho Ucciso ParanoiaUn viaggio a ritroso ricco di emozioni che per qualcuno potranno anche trasformarsi in nostalgia, ma densa di vitalità positiva e rigenerante: lo faranno con 10 concerti doppi (da cui 30-20-10MK al quadrato), un primo tutto acustico e un secondo elettrico, per un totale di quasi tre ore di spettacolo. 

“Abbiamo deciso di portare avanti l’esperimento fatto lo scorso ottobre a Milano, quando un pubblico attento ed emozionato ci seguì in queste due nostre dimensioni. Allora fu un esperimento, ora sarà una conferma, assecondando il desiderio di portare in giro per l’Italia la doppia anima che è insita nel nostro stesso nome.”

(Marlene Kuntz)
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19 AGOSTO – AFTERHOURS

A sorpresa, dopo poco più di un anno dalla memorabile e ormai storica data del 10 Aprile 2018 al Forum di Assago da cui, lo ricordiamo, è stato tratto un CD/DVD live dal titolo “NOI SIAMO AFTERHOURS” la band capitanata da MANUEL AGNELLI ha recentemente annunciato la partecipazione al Sonic Park Festival di Bologna, il 18 Luglio. Oggi, a distanza di qualche settimana, gli Afterhours ci sorprendono di nuovo dando notizia di una seconda, ultima ed esclusiva data per il 2019.
Saranno le sole due opportunità per vedere su un palco la band milanese che ha scelto, dopo il Forum, di prendersi un lungo periodo di lontananza dalle scene.
La location scelta è il Cinzella Festival di Grottaglie (TA) nell’incantevole scenario delle Cave di Fantiano, e la data è fissata per il 19 Agosto.

“Abbiamo scelto Taranto perchè negli ultimi anni ci siamo particolarmente legati a questa città. Taranto vive di grandi contraddizioni ma negli ultimi anni grazie anche al lavoro di molti artisti ed operatori culturali liberi si sta rilanciando alla grande e noi siamo felici di fare parte in qualche modo di questo rilancio”, dice la band. “Ci sembrava inoltre un gesto rispettoso e affettuoso nei confronti di tutti i fan del sud Italia che avranno così modo di vederci dal vivo dopo un lungo periodo di assenza”.

(Afterhours)
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20 AGOSTO – FRANZ FERDINAND

Pietra miliare dell’indie pop, Franz Ferdinand hanno pubblicato il 9 febbraio 2018 Always Ascending.
Prodotto da Philippe Zdar dei Cassius
, il disco rinnova ma non tradisce le radici indie pop/rock dei FF e fa innamorare di sé pubblico e critica.  “Always Ascending is, everywhere you look, a record driven by vim, vigour and ideas, and plenty of Kapranos’ idiosyncratic way with a lyric.” (NME) Always Ascending è solo l’ultimo tassello di una carriera iniziata con l’indimenticabile esordio discografico Franz Ferdinand (2004) che ha portato la band a essere considerata oggi un’istituzione della musica alternative e uno dei progetti più illuminanti del nuovo millennio musicale

Come ogni anno, il Cinzella avrà poi una sezione dedicata al cinema d’autore. Verranno presto annunciati nuovi nomi in cartellone musica. Per info e aggiornamenti vi rimandiamo alla pagina Facebook e Instagram dell’evento.

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Once Liam Gallagher, forever Liam Gallagher 0 157

I live for now, not for what happens after I die

Vivo per l’oggi, non per quello che succederà quando morirò”. Esordiva così davanti ai giornalisti, con una delle sue solite massime, l’Oasis nostalgico: Liam Gallagher. Un continuo susseguirsi di atteggiamenti “ribelli” per creare quel personaggio duro e rock ‘n’ roll che è rimasto impresso nell’immaginario di tutti noi. Ma Liam è davvero così?

Torniamo un attimo indietro al 2009. Quell’anno, per un fan sfegatato degli Oasis, è stato un colpo al cuore; come perdere un parente caro. Da quel momento in poi i fratelli Gallagher si divisero, ognuno andò per la sua strada accompagnato dal proprio ego e dal forte orgoglio che li contraddistingue. Un sentimento eccessivo che sembra appartenere sempre meno al fratello più piccolo, Liam. Dal 2009 sono successe molte cose nelle loro vite: entrambi, senza ripensamenti, hanno portato avanti la propria carriera musicale. Noel iniziò a esibirsi da solista e nel luglio del 2011 formò “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Nel caso di Liam sono stati tre gli avvenimenti degni di nota: per iniziare, i successi maggiori rispetto a quelli del fratello; un documentario con grande consenso e una figlia incontrata dopo vent’anni. Tre elementi che hanno mostrato un Liam Gallagher diverso da quello che ci mostrano continuamente i media e da quello che lo stesso ha mostrato – per questioni d’immagine, probabilmente – nel corso degli anni.

noel gallagher liam gallagher

Il suo ultimo lavoro, “Why me? Why not?”, è un album che mostra un uomo sensibile e soprattutto nostalgico di un passato che non ritornerà – e lo sa bene – ma che continua ad apparire come una costante nella sua vita, influenzandola sempre di pi, non solo professionalmente parlando. “Why me? Why Not?” è un disco pieno di amore e di odio e un esempio è la traccia “One of Us”: una canzone con un testo indirizzato a una persona che gli ha chiuso le porte in faccia. Piena di riferimenti alla famiglia, all’amicizia e al senso di appartenenza; non può che far pensare a Noel, il fratello che non vuole riunire gli Oasis; lo stesso che ha alimentato un lungo litigio mediatico per le tracce musicali degli Oasis nel documentario su Liam: As it Was. Per voi chi è il fratello arrogante e odioso?

Dal documentario si nota – ed è normale direi – un certo risentimento di Liam nei confronti di Noel e, allo stesso tempo, sommando quanto detto dallo stesso durante le interviste e attraverso i propri testi, ciò che emerge è un Liam diverso da quello che credevamo. Ogni brano del suo ultimo lavoro rafforza questa teoria ma uno su tutti risalta la tesi: Once. La traccia, presentata per la prima volta attraverso il documentario, mostra un aspetto caratteriale a tanti sconosciuto e da molti mal interpretato. Once è sentimentalità, romanticismo, fragilità e soprattutto riflessione; una delle canzoni migliori di Liam a detta dello stesso.

Il testo narra di un ritorno al passato, ai momenti che non si ripetono e che vorresti ri-concretizzare dopo anni, con l’illusione e la speranza che tutto possa ritornare come prima senza distorsioni dettate dai cambiamenti che il passare del tempo comporta. Un pezzo che abbandona l’arroganza riscontrabile in molti testi del cantautore inglese e, soprattutto, un brano che probabilmente l’allontanerà sempre di più. Un profondo e ulteriore sguardo al passato; all’adolescenza, agli amori, a quando i rapporti con Noel erano buoni. Una canzone con la C maiuscola che rimanda alle ovvie influenze Lennoniane, alle atmosfere di Wonderwall e, purtroppo per lui, a quel che stato è che mai più sarà…

It was easier to have fun back when we had nothing
Nothing much to manage
Back when we were damaged
Sometimes the freedom we wanted feels so uncool
Just clean the pool
And send the kids to school

Questa è Once e chi la canta è il vero Liam.

“L’ufficiale e la spia”: l’affresco storico di Polanski che guarda al presente 0 177

«Bisogna conoscere la storia per capire il presente e orientare il futuro».

È come se Roman Polanski con il suo ultimo, attesissimo lavoro, “L’ufficiale e la spia” (dall’originale – e più efficace – “J’accuse”), avesse voluto far propria questa massima di Tucidide. L’ufficiale è Georges Piquart (Jean Dujardin), capo della sezione di controspionaggio dell’esercito francese, la spia – o presunta tale – Alfred Dreyfus (Louis Garrel),  capitano ebreo-alsaziano che nel 1894 venne accusato di alto tradimento e condannato alla prigionia (da scontarsi in isolamento sulla disabitata isola del Diavolo).  

C’è, dunque, il celeberrimo “affaire Dreyfus”, passato alla storia come uno dei più clamorosi e controversi casi politico-giudiziari, alla base del racconto di Roman Polanski (che di processi penali dal forte risalto mediatico ne sa pur qualcosa).  E, infatti, non poche polemiche hanno accompagnato la partecipazione del film alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia (alimentate anche dalle dichiarazione del presidente di giuria Lucrecia Martel). Polemiche che, però, non hanno impedito a “L’ufficiale e la spia” di portare a casa un prestigioso Leone d’Argento. Premio più che meritato, a ben vedere. Perché dopo un paio di prove sottotono (su tutte il non troppo ispirato thriller psicologico “Tutto quello che non so di lei”) Polanski torna a regalarci un grandissimo film: granitico, elegante, impeccabile. Un film degno di un cineasta del suo livello.

La narrazione scorre lungo i suoi 126 minuti di durata senza mai gravare lo spettatore, per poi sfociare, verso il finale, in un trascinante crescendo.  La sceneggiatura è inattaccabile, la messa in scena semplicemente fantastica. Dagli sfarzosi – eppure sempre algidi – palazzi del potere, ai polverosi e decadenti interni (gran parte del film si consuma in uffici, appartamenti, aule di tribunali), fino ad arrivare ai bellissimi costumi. Tutto è riprodotto con la più grande dovizia di particolari e il più meticoloso rigore storico. C’è quasi un piacere tattile, poi, nell’osservare i personaggi maneggiare documenti, faldoni, telegrammi e scartoffie varie (presenti in quasi ogni scena del film). Grande esempio di sinestesia cinematografica.

Un’opera di ampio respiro, dunque, che si pone in netta discontinuità con i recenti lavori, più “chiusi” e d’impronta quasi teatrale, “Carnage” e “Venere in pelliccia”. E a sorprendere è che un film del genere arrivi da un regista ormai pluri-ottantenne.  

Polanski si serve di uno dei più famosi errori giudiziari della storia, adattando l’omonimo romanzo di Robert Harris (con il quale aveva già collaborato ne “L’uomo nell’ombra”), per concentrarsi su temi di assoluta attualità come la manipolazione delle notizie, la violazione delle libertà personali da parte dei governi, i nazionalismi, l’odio razziale. In tempi di fake news e di sorveglianza di massa, di rinnovato apprezzamento per le destre e di sovranismi, ecco che il racconto di un caso di fine ‘800 si presta come strumento ideale per «capire il presente e orientare il futuro». Perché l’affare Dreyfus, che si concluse con la (seppur lenta) riabilitazione dell’innocente capitano, ci insegna a perseguire ideali di verità e di giustizia, anche andando contro i poteri precostituiti. A obbedire alla legge interiore che fa capo alla nostra morale e non a quella terrena imposta dall’autoritarismo dei nostri governi.

È quello che farà l’ufficiale Piquart che, come Polanski evidenzia in più di un’occasione, conosceva a malapena Dreyfus. Di certo non vi era legato da simpatia o amicizia, tutt’altro. Seppur pervaso da quel sentimento radicalmente diffuso di antisemitismo (sotto questo aspetto la Francia di fine ‘800 ci viene presentata come un’incubatrice di odio razziale, una polveriera pronta a esplodere nell’orrore che una trentina di anni più tardi sboccerà in Germania) il capo dei servizi segretifrancese metterà a repentaglio la propria carriera, la propria immagine e addirittura la propria vita. Perché così dev’essere. Perché questo si richiede a un uomo giusto, che persegue il vero, che ama il suo Paese a tal punto da andare contro coloro che lo guidano nella maniera più abietta e ignobile .

Nell’affrontare temi sociali così urgenti Polanski riesce comunque a realizzare un film estremamente intimo e personale. Perché quell’odio antisemita verso il quale si grida «J’accuse!» lui l’ha vissuto sulla propria pelle (e poi raccontato meravigliosamente con “Il pianista”). Così come ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze destabilizzanti di certe vicende penali, seppur non viziate da errori giudiziari. E anche in questo si ritrova la grandezza di un film dal sapore classico, che è espressione di grande cinema. Così come lo è stata tutta la carriera di uno dei più grandi maestri di quell’arte che proprio negli stessi anni e nella stessa Francia di Dreyfus nasceva.

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