“Citazioni ed Altri Delitti”, la DeLorean dei Malaparte è pronta a partire 0 686

Il 2 gennaio scorso è uscito il terzo lavoro dei Malaparte: Citazioni ed altri delitti. L’album, di chiara influenza alternative americana – anche se qualcosa di “nostrano” si nota -, si presenta al pubblico come un percorso autobiografico della band; pieno di riferimenti e nostalgico. Al suo interno è possibile riascoltare, attraverso una chiave più moderna, il pop, il metal e il rock degli anni ’80 e ’90. Si tratta di un vero e proprio pretesto in chiave musicale per far vivere agli “assenti” dell’epoca – e rivivere ai fortunati che l’hanno vissuta – un periodo storico che dal punto di vista musicale ha lasciato una grossa impronta. L’album viene pubblicato con una copertina che conferma quanto detto precedentemente: la nostalgia è un sentimento che ha influenzato molto la creazione del terzo lavoro della band; in questo caso è rappresentata attraverso un chiaro riferimento alla famosa DeLorean di “Ritorno al Futuro”, la macchina che permetteva di andare avanti e indietro nel tempo. E proprio come quella macchina, attraverso Citazioni ed altri delitti potremmo rivivere la stessa esperienza di Doc e Marty.

Del sound potremmo dire che si tratta di un Hard Rock pesante, old style; “pesante” in senso positivo. Di sicuro l’influenza dei Led Zeppelin c’è stata – ma direi…chi non si è fatto influenzare da Plant e Company? -. Accostato a questo Hard Rock anche un’impronta Grunge, confermata da quello che forse è il brano più “sentito” dell’album: Maschere; un omaggio ai Soundgarden, a Chris Cornell.

L’album è composto da dodici tracce energiche introdotte da uno strumentale dalla durata di poco più di un minuto: Sottosopra; una track cupa, distorta, con un crescendo che assume tre finalità; introdurre la seconda canzone, invogliare curiosità e far capire quale sarà il “mood” del lavoro. La seconda traccia, Presenze, si mostra all’ascoltatore con un riff deciso, duro, che riprende sempre di più l’influenza dei Led Zeppelin; soprattutto dal terzo minuto. È dalla terza traccia in poi che inizia a mostrarsi un prevalere della voce sugli strumenti; ed è anche il momento del disco, quel bel momento nei dischi, in cui ti accorgi di sentire un sound unico, differente, influenzato sì ma personalizzato e fatto proprio. La traccia in questione, Maschere, può essere considerata il brano più sentito emotivamente; come già detto si tratta di un tributo ai Soundgarden e al loro frontman: Chris Cornell. Essa “ruota” intorno a tanti seguiti, osanna il mal di vivere e con toni molto acidi e duri si chiede: “è più difficile farla finita o andare avanti?”. Tema che da un certo punto di vista trova un riscontro nella quarta traccia, in Le Cose Che Non Hai: un brano che parla di una condizione comune a tutti, quella che ci porta giornalmente a “perderci” tra, appunto, le cose che non abbiamo.

Una cosa affascinante di questo lavoro è che tutto appare come una botta e risposta. Da Maschere in poi ogni brano sembra rispondere a quello precedente, creando una sorta di filo comune, un continuum tra le tracce. La quinta traccia, L’Alba, parla di una storia delle attese, delle consapevolezze, del non saper accettare spesso le cose che accadono: “ti scrivo sai, io non riesco a farne a meno; dimenticando che il tuo spazio non è riservato a me. Aspetto un ipotetico riflesso, che mi regali tutto il modo naturale senza noi ed un finale”. E cosa fare in questi casi? Lasciar perdere, a mali estremi dimenticare potrebbe essere una soluzione. E Tu Dimentica, brano introdotto da un riff di basso, sembra dare proprio risposta alla situazione precedente; attraverso una voce che inizialmente tende a rimandare a Manuel Agnelli degli Afterhours. Non so come la band possa prendere la considerazione appena fatta.

La settima traccia, un secondo strumentale dal titolo Bhata, “spezza” il lavoro a metà. Esso crea un cambio di registro, un sound diverso dai precedenti sei brani; è un chiaro riferimento alla città pakistana, sia dal punto di vista del sound ritrovato, orientaleggiante, sia ovviamente dalla scelta del titolo. Un mood che viene ripreso nell’ottava traccia: Sorridere Sempre, lavoro che riprende il registro sonoro lasciato in sospeso dallo strumentale, ci dell’andare avanti nonostante le difficoltà, dei treni persi e dei sogni che svaniscono; ma nonostante tutto, “bisogna sorridere sempre di tutto e di niente”. Matrimoni ed Altri Delitti – il nono brano – riprende la situazione in mano per quanto riguarda il sound e ci riporta al punto d’inizio: attraverso un riff hard, la batteria, col suo groove, mette in secondo piano tutti gli altri musicisti rubandosi la scena. Il decimo brano invece sembra introdurre un’altra band per pochi secondi; nuovamente il sound cambia, una chitarra acustica fa da padrona e attraverso le sue corde accompagna un testo doloroso e pieno di forza; un momento per raccogliere le energie e andare avanti. “Anche se non è domani, anche se non esci fuori, anche se sei qui per caso…vivi”. E si torna a vivere con Essere o Apparire; la penultima traccia. Un energico brano pieno di groove, grazie ad un basso narcisista, alla solita magnifica batteria che si è notata fino ad ora e al tocco impeccabile del chitarrista.

Il terzo lavoro dei Malaparte si chiude con Parvenze di Noi; un sound alternative che rimanda ai Timoria, al vero Renga, ad una delle vere band alternative italiane. Quest’ultima analisi mostra e conferma nuovamente la coerenza musicale dei Malaparte: il loro saper dove andare a parare, un sound ben definito – soprattutto nella loro mente; delle idee chiare su cosa fare. Fondamentale per essere davvero chi si vuol essere.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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