“Citazioni ed Altri Delitti”, la DeLorean dei Malaparte è pronta a partire 0 424

Il 2 gennaio scorso è uscito il terzo lavoro dei Malaparte: Citazioni ed altri delitti. L’album, di chiara influenza alternative americana – anche se qualcosa di “nostrano” si nota -, si presenta al pubblico come un percorso autobiografico della band; pieno di riferimenti e nostalgico. Al suo interno è possibile riascoltare, attraverso una chiave più moderna, il pop, il metal e il rock degli anni ’80 e ’90. Si tratta di un vero e proprio pretesto in chiave musicale per far vivere agli “assenti” dell’epoca – e rivivere ai fortunati che l’hanno vissuta – un periodo storico che dal punto di vista musicale ha lasciato una grossa impronta. L’album viene pubblicato con una copertina che conferma quanto detto precedentemente: la nostalgia è un sentimento che ha influenzato molto la creazione del terzo lavoro della band; in questo caso è rappresentata attraverso un chiaro riferimento alla famosa DeLorean di “Ritorno al Futuro”, la macchina che permetteva di andare avanti e indietro nel tempo. E proprio come quella macchina, attraverso Citazioni ed altri delitti potremmo rivivere la stessa esperienza di Doc e Marty.

Del sound potremmo dire che si tratta di un Hard Rock pesante, old style; “pesante” in senso positivo. Di sicuro l’influenza dei Led Zeppelin c’è stata – ma direi…chi non si è fatto influenzare da Plant e Company? -. Accostato a questo Hard Rock anche un’impronta Grunge, confermata da quello che forse è il brano più “sentito” dell’album: Maschere; un omaggio ai Soundgarden, a Chris Cornell.

L’album è composto da dodici tracce energiche introdotte da uno strumentale dalla durata di poco più di un minuto: Sottosopra; una track cupa, distorta, con un crescendo che assume tre finalità; introdurre la seconda canzone, invogliare curiosità e far capire quale sarà il “mood” del lavoro. La seconda traccia, Presenze, si mostra all’ascoltatore con un riff deciso, duro, che riprende sempre di più l’influenza dei Led Zeppelin; soprattutto dal terzo minuto. È dalla terza traccia in poi che inizia a mostrarsi un prevalere della voce sugli strumenti; ed è anche il momento del disco, quel bel momento nei dischi, in cui ti accorgi di sentire un sound unico, differente, influenzato sì ma personalizzato e fatto proprio. La traccia in questione, Maschere, può essere considerata il brano più sentito emotivamente; come già detto si tratta di un tributo ai Soundgarden e al loro frontman: Chris Cornell. Essa “ruota” intorno a tanti seguiti, osanna il mal di vivere e con toni molto acidi e duri si chiede: “è più difficile farla finita o andare avanti?”. Tema che da un certo punto di vista trova un riscontro nella quarta traccia, in Le Cose Che Non Hai: un brano che parla di una condizione comune a tutti, quella che ci porta giornalmente a “perderci” tra, appunto, le cose che non abbiamo.

Una cosa affascinante di questo lavoro è che tutto appare come una botta e risposta. Da Maschere in poi ogni brano sembra rispondere a quello precedente, creando una sorta di filo comune, un continuum tra le tracce. La quinta traccia, L’Alba, parla di una storia delle attese, delle consapevolezze, del non saper accettare spesso le cose che accadono: “ti scrivo sai, io non riesco a farne a meno; dimenticando che il tuo spazio non è riservato a me. Aspetto un ipotetico riflesso, che mi regali tutto il modo naturale senza noi ed un finale”. E cosa fare in questi casi? Lasciar perdere, a mali estremi dimenticare potrebbe essere una soluzione. E Tu Dimentica, brano introdotto da un riff di basso, sembra dare proprio risposta alla situazione precedente; attraverso una voce che inizialmente tende a rimandare a Manuel Agnelli degli Afterhours. Non so come la band possa prendere la considerazione appena fatta.

La settima traccia, un secondo strumentale dal titolo Bhata, “spezza” il lavoro a metà. Esso crea un cambio di registro, un sound diverso dai precedenti sei brani; è un chiaro riferimento alla città pakistana, sia dal punto di vista del sound ritrovato, orientaleggiante, sia ovviamente dalla scelta del titolo. Un mood che viene ripreso nell’ottava traccia: Sorridere Sempre, lavoro che riprende il registro sonoro lasciato in sospeso dallo strumentale, ci dell’andare avanti nonostante le difficoltà, dei treni persi e dei sogni che svaniscono; ma nonostante tutto, “bisogna sorridere sempre di tutto e di niente”. Matrimoni ed Altri Delitti – il nono brano – riprende la situazione in mano per quanto riguarda il sound e ci riporta al punto d’inizio: attraverso un riff hard, la batteria, col suo groove, mette in secondo piano tutti gli altri musicisti rubandosi la scena. Il decimo brano invece sembra introdurre un’altra band per pochi secondi; nuovamente il sound cambia, una chitarra acustica fa da padrona e attraverso le sue corde accompagna un testo doloroso e pieno di forza; un momento per raccogliere le energie e andare avanti. “Anche se non è domani, anche se non esci fuori, anche se sei qui per caso…vivi”. E si torna a vivere con Essere o Apparire; la penultima traccia. Un energico brano pieno di groove, grazie ad un basso narcisista, alla solita magnifica batteria che si è notata fino ad ora e al tocco impeccabile del chitarrista.

Il terzo lavoro dei Malaparte si chiude con Parvenze di Noi; un sound alternative che rimanda ai Timoria, al vero Renga, ad una delle vere band alternative italiane. Quest’ultima analisi mostra e conferma nuovamente la coerenza musicale dei Malaparte: il loro saper dove andare a parare, un sound ben definito – soprattutto nella loro mente; delle idee chiare su cosa fare. Fondamentale per essere davvero chi si vuol essere.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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