Doctor Sleep: il sequel di Shining che omaggia Kubrick e accontenta King 0 94

Certi film hanno la capacità di trasformare luoghi in personaggi o, ancor di più, in veri e propri protagonisti. È sicuramente il caso di “Shining” e del suo immortale Overlook Hotel, i cui corridoi, sale da ballo, stanze, bar, cucine, bagni, siepi e tappeti, riuscivano – grazie alla monumentale regia di Stanley Kubrick – quasi a parlare allo spettatore. Proprio come i membri della famiglia Torrance.

Lo sa bene Mike Flanagan, che in questo suo “Doctor Sleep”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2013 di Stephen King, non perde occasione per rivisitare quei luoghi intrisi di memoria e terrore che tanto hanno influenzato questi ultimi quarant’anni di cinema horror. Il tutto senza scontentare lo scrittore di Portland che, come molti sanno, non gradì per nulla l’adattamento cinematografico di Kubrick.

Mike Flanagan

È interessante capire, allora, come Mike Flanagan (che già aveva avuto modo di misurarsi con l’opera di King adattando per Netflix “Il gioco di Gerald”), abbia cercato di mediare tra le due parti. Perché se da un lato, in Doctor Sleep, si ricerca una continuità con il capolavoro di Kubrick (grazie al rifacimento minuzioso d’intere sequenze, al riutilizzo della colonna sonora originale e alla riproposizione dei suoi iconici personaggi), dall’altro c’è la volontà di rimanere quanto più possibile fedeli al sequel di King (dando risalto a temi centrali quali alcolismo e conflitti familiari), restituendogli inoltre quel finale che Kubrick stravolse con la sua versione cinematografica.

In questa sua opera di mediazione, però, Flanagan non rinuncia a un’estetica personale che già aveva avuto modo di mostrare con i suoi precedenti – apprezzabili – lavori (“Oculus – Il riflesso del male”, “Somnia”, “L’incubo di Hill House”). Ad esempio, tornano i suoi immancabili occhi dalla pupilla bianca alla Lucio Fulci e una certa resa estetica dei personaggi (Rebecca Ferguson, che qui interpreta la malvagia antagonista Rosie, ricorda in qualche modo la signora Crain della serie Hill House).

Quello che ne viene fuori è uno strano mix che si dimostra a tratti interessante, a tratti poco convincente. Ogni qual volta in cui Flanagan cita Kubrick – soprattutto quando non rimette in scena sequenze di “Shining”, ma ne ripropone movimenti di macchina e effetti sonori (come il battito del cuore) in contesti diversi da quello dell’Overlook Hotel – suscita emozioni ed esaltazione nostalgica nello spettatore (esempio di miglior fan service possibile). Mentre quando ricostruisce pedissequamente scene del prequel, con attori per forza di cose diversi, l’effetto è straniante e il confronto con l’originale, inevitabilmente, non regge.

Ma il vero problema di questo film è che, esclusi i rimandi a “Shining” e il buon finale, offre pochi spunti d’interesse. Colpa anche di una trama – quella del romanzo di riferimento – abbastanza ordinaria e non paragonabile a quella del suo prequel (e, infatti, il romanzo di King non venne accolto positivamente).

Una trama che ruota intorno all’ormai adulto Danny Torrance (Ewan McGregor) e ai suoi demoni quotidiani. Alcolista, senza soldi e tormentato dagli orrori vissuti in gioventù, Danny si trasferisce in un’isolata cittadina del New Hampshire, nel tentativo di rimettere la sua vita sui giusti binari. Qui, grazie all’aiuto della gente del posto riesce a liberarsi dai suoi vizi e a trovare uno scopo nella vita. Diventa un infermiere che, grazie alla sua mai del tutto sopita Luccicanza, dona conforto agli anziani pazienti di un ospizio, aiutandoli ad “addormentarsi” in serenità. Da qui il soprannome di Doctor Sleep. La Luccicanza lo porta a mettersi in contatto con Abra Stone (Kyliegh Curran), una bambina dagli straordinari poteri che gli chiederà aiuto nella lotta alla minaccia rappresentata dai demoniaci membri del Vero Nodo (creature sovrannaturali che si cibano di Luccicanza per vivere in eterno).

Per tutta la sua prima parte il (lungo) film di Flanagan soffre di una storia dispersiva e, soprattutto, di una scrittura fin troppo didascalica. I personaggi sembrano quasi voler spiegare a tutti costi allo spettatore costa sta succedendo e in che modo gli eventi di questa storia si ricollegano ai fatti narrati in “Shining”. Le riuscite interpretazioni di Ewan McGregor e Rebecca Ferguson tengono vivo l’interesse nello spettatore, in attesa che finalmente – solo verso il finale – si torni a far visita all’albergo maledetto situato sulle montagne innevate del Colorado.

Qui Flanagan è davvero bravo nel giocare con l’eredità culturale che il film di Kubrick ha lasciato nella nostra memoria, guidando lo spettatore in una sorta di giro turistico in quel parco dei divertimenti dell’orrore che l’Overlook Hotel rappresenta. Un’operazione non tanto diversa da quella che l’amico di Kubrick Steven Spielberg aveva compiuto in una sequenza del suo Ready Player One. Ed ecco che tra studio accurato e riproposizione intelligente della grammatica filmica kubrickiana, Flanagan trova il modo di tornare a parlare di quello su cui i suoi lavori si sono sempre concentrati: traumi rimossi e ricordi dolorosi all’interno di un ambiente domestico e di un contesto famigliare.

Danny avrà modo di confrontarsi, un’ultima volta, con un passato che per troppo tempo ha cercato di rifuggire. Per far sì che anche il Doctor Sleep possa trovare la maniera di “addormentarsi” con quella stessa serenità che ha saputo donare ai suoi pazienti, mettendo fine una volta per tutte ai suoi incubi e al luogo che li custodiva. Ma forse quegli stessi incubi non possono essere sconfitti definitivamente. Forse continueranno a esistere per qualcun altro. Forse verranno lasciati in eredità, così come le immortali sequenze del film di Kubrick. E allora l’unica cosa che resta da fare sarà conviverci, tenendoli a bada rinchiusi in una scatola nascosta nel labirinto della propria mente.

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L’atto d’amore definitivo di Tarantino nei confronti del cinema 0 153

«Ma nelle pagine della storia, di tanto in tanto, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano…cosa diranno i libri di storia?»

Sta tutto qui, in questa battuta pronunciata dallo spietato colonnello delle SS Hans Landa, il senso di “Bastardi senza gloria”. Il cult del 2009 con il quale Quentin Tarantino riscrisse la Seconda Guerra Mondiale, raccontando la caduta del regime nazista per mano di un gruppo di mercenari e di una ragazza desiderosa di vendetta. Una storia nella Storia, dunque, capace di alterare il corso degli eventi, restituendo allo spettatore una versione alternativa rispetto a quella originale. Spettacolare e soddisfacente. Una riscrittura resa possibile grazie all’utilizzo di un mezzo dallo straordinario potere: il cinema (non è un caso che l’alto comando del III Reich trovasse la propria fine all’interno di una sala cinematografica). Cinema che Tarantino ama più di ogni altra cosa al mondo, come i suoi film da sempre testimoniano.

Non fa certamente eccezione “C’era una volta a…Hollywood”, nono lungometraggio del cineasta statunitense, che riprende la formula “storia nella Storia” di Bastardi Senza Gloria. Lo fa riportandoci indietro di cinquant’anni, nell’assolata Los Angeles del 1969, dove, nella notte dell’8 agosto, si consumò l’efferato e tristemente noto “omicidio Tate”. Ma il film di Tarantino vuole essere tutt’altro che una ricostruzione, per quanto fantasiosa, dell’eccidio di Cielo Drive, i quali fatti s’incastrano solo collateralmente all’interno della trama principale.

Una trama che vede protagonisti Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente la star di telefilm western anni ‘50 e la sua storica controfigura. Due personaggi in difficoltà, che con affanno cercano di rimanere al passo con i cambiamenti che in quegli anni stavano stravolgendo Hollywood (e, in generale, l’America intera). Rick, attore in declino e dedito ai vizi, non riesce a compiere il tanto agognato “salto” che dalla televisione lo farebbe approdare al cinema. Complice anche l’incapacità di comprendere l’evoluzione dei suoi tempi (disprezza gli “spaghetti western” e il movimento hippie), Rick è incastrato in ruoli marginali e ripetitivi, che lo portano a temere per il proseguo di una carriera ormai in crisi. Come lo è anche quella di Cliff che, allontanato dai set per via di una (esilarante) rissa con Bruce Lee e sospettato di uxoricidio, ha dovuto riciclarsi nei panni di autista/tuttofare del suo amico Rick. Due falliti, simbolo di un’America retrograda e reazionaria – arroccata nelle sue tradizioni e minacciata dai fermenti e dalle novità del momento – che si riscopriranno eroi sui generis in questa che, come già il titolo vuole suggerire, si presenta come una vera e propria fiaba moderna.

E come in ogni fiaba che si rispetti ci sarà una fanciulla da salvare. Non una principessa, ma una vicina di casa, bellissima e famosa. L’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), della quale Tarantino sembra volerci trasmettere tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’incanto di una giovane donna trapiantata in un posto da sogno. Che rischierà, però, di diventare un incubo.

Così come in “The Hateful Eight”, Tarantino limita l’azione e la violenza (sempre volutamente posticcia e poco realistica) all’atto conclusivo. Non prima di aver restituito allo spettatore una lunga, dettagliata, didascalica diapositiva del cinema del periodo – nello specifico, quello di serie B –. Un cinema che Tarantino ama e nei confronti del quale si produce in una serie infinita di citazioni e omaggi. Nulla di nuovo, per un regista che si è sempre distinto per una certa autoreferenzialità. Ma l’impressione è che mai come in questo caso Tarantino abbia voluto fare un film prima di tutto per se. Anche perché, più che in passato, si diverte a disseminare rimandi e riferimenti interni all’universo filmico creato da lui stesso con le sue opere passate (tra l’altro, chiamando a raccolta molti dei suoi attori feticcio).

Ed è forse questo il difetto maggiore di un ottimo film che, però, non riesce a essere grandioso. Almeno non quanto capolavori del calibro di Pulp Fiction, Le Iene o Jackie Brown. Già, perché se cinefili incalliti e tarantiniani doc, presumibilmente, finiranno per amare “C’era una volta a…Hollywood”, i non appartenenti a queste prime due categorie potrebbero, invece, trovarlo lento e poco comprensibile. Complice anche la mancanza di un intreccio vero e proprio e l’assenza di dialoghi memorabili (da sempre dimostrazione massima della grandezza di Tarantino).

D’altro canto l’autore, pur rinunciando alla solita verbosità, riesce ancora una volta a presentarci dei personaggi riuscitissimi. Dei personaggi che vuole farci amare tanto quanto lui ama loro e che decide di seguire in qualsiasi momento, anche il più superfluo, delle loro giornate. Ed ecco che osserveremo Rick ripassare delle battute a bordo piscina nella sua lussuosa abitazione, Cliff preparare la cena al proprio cane, Sharon entrare in un cinema per vedere un film con lei protagonista, spiando le reazioni del pubblico in sala. Tutto è rilevante ai fini del racconto del quotidiano che Tarantino mette in scena. Un racconto che passa al setaccio il mondo dell’industria cinematografica (un po’ come fatto dai fratelli Coen qualche anno fa nel loro “Ave, Cesare!”), tenendo conto non solo di attori e registi, ma anche di produttori e stuntman (figura per la quale Tarantino già in passato aveva dimostrato grande interesse).

“C’era una volta a…Hollywood” è, a tutti gli effetti, un atto d’amore spassionato di un regista nei confronti del suo lavoro. Del suo mondo. Della storia di questo  mondo. Ed è, soprattutto, una sorta di summa tarantiniana che sintetizza e condensa in 160 minuti quasi trent’anni di carriera. Si è vociferato che questo potesse essere l’ultimo film di Quentin Tarantino. Pare, invece, che il regista di Knoxville voglia arricchire la sua filmografia con un decimo titolo. Se anche così non fosse “C’era una volta a…Hollywood” rappresenterebbe la coerente conclusione di una carriera interamente dedicata alla celebrazione e alla venerazione di un’unica grande musa: il cinema.

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 278

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

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