Dogman: un ritorno alle origini in grande stile per Matteo Garrone 0 599

A tre anni di distanza dal pluripremiato (7 David di Donatello) “Il racconto dei racconti”, ambizioso adattamento dell’omonima raccolta di fiabe di Giambattista Basile, arriva nelle sale Dogman, l’atteso ritorno sul grande schermo di Matteo Garrone.

Presentato in concorso al festival di Cannes 2018, dove è stato accolto in maniera positiva da critica e pubblico (vincendo tra l’altro il premio per la migliore interpretazione maschile grazie alla performance del protagonista Marcello Fonte), il nuovo film del regista romano si pone, sotto diversi punti di vista, in netta contrapposizione rispetto al lavoro precedente. Dalle fantasiose trame favolistiche si passa ora a un iperrealismo asciutto e rigoroso, dal nutrito ensemble di stelle internazionali si vira su un ristretto cast di attori (in alcuni casi neanche professionisti), dai maestosi paesaggi e dai castelli medievali si torna a una provincia povera e isolata di “Gomorriana” memoria.

D’altronde, con Dogman, Garrone ha voluto rivisitare le stesse location nelle quali aveva ambientato alcuni dei suoi vecchi cult, quali “L’imbalsamatore” e – per l’appunto – “Gomorra”. I paesaggi desolati sono quelli di Pinetamare, frazione della provincia di Caserta, simbolo di abusivismo edilizio e degrado sociale. La storia, invece, è quella di Marcello (Marcello Fonte), un tenero e impacciato “toilettatore” per cani, vittima degli abusi di Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile violento e prevaricatore.

Per atmosfere e ambientazioni Garrone ritorna, dunque, al cinema delle sue origini e lo fa con una regia diretta ed essenziale. Una regia che, senza inutili svolazzi e ostentati tecnicismi, si mette perfettamente al servizio della storia e dei suoi protagonisti.

Infatti Dogman, la cui trama si ispira solo lontanamente ai truculenti fatti di cronaca di fine anni ’80 (il c.d. delitto del “canaro della Magliana”), ha il grande pregio di essere un film che vive e si alimenta dei suoi personaggi, così dettagliatamente caratterizzati e meticolosamente scavati nella loro psicologia da riuscire a provocare nello spettatore sentimenti tanto forti, quanto polarizzanti.

Da una parte troviamo Marcello, un uomo mite e cordiale, con uno sconfinato amore per i cani, dei quali si prende premurosamente cura con passione e dedizione, e per la figlioletta Alida, con la quale adora passare il tempo libero (spesso facendo immersioni subacquee). Dall’altra abbiamo invece Simoncino, un criminale brutale e prepotente, fonte continua di soprusi e disagi per l’intero quartiere.

Tuttavia la banale dicotomia buono/cattivo non è propria di questa storia.

A dimostrazione di quanto ognuno di noi sia portatore di profonde contraddizioni e vittima impotente di fronte all’imprevedibilità del corso degli eventi, Marcello ci viene presentato come un personaggio caratterizzato da una forte conflittualità interna. Egli è un sostanzialmente un buono, una persona dal cuore gentile. Ma essere buoni, all’interno di un contesto feroce e disumano come quello in cui si ritrova, equivale ad essere deboli. In un mondo del genere, dove i pitbull feroci azzannano i cani più docili, per sopravvivere è necessario sporcarsi le mani. Ed ecco che, in aggiunta alla sua piccola attività, Marcello si guadagna da vivere spacciando cocaina e aiutando l’”amico” Simoncino, uno dei suoi più affezionati clienti, in furti occasionali.

A ben vedere, però, il vero protagonista del film risulta essere proprio lo squallido quartiere popolare che fa da spettrale cornice alla vicenda. Un luogo di frontiera, indefinito nello spazio e sospeso nel tempo, la cui brutalità selvaggia e il cui silenzioso isolamento si fanno essenza stessa della narrazione. Un luogo abbandonato e dimenticato da tutti, all’interno del quale si trascinano le stanche vite di una piccola comunità, perennemente confinata nei soliti quattro posti che Garrone torna puntualmente a mostrarci (il fatiscente negozio di Marcello, il Compro Oro adiacente, i campi di calcetto, la sala giochi, il ristorante). Un villaggio che richiama atmosfere western (con la sabbia del deserto sostituita da quella del litorale sul quale si affacciano le mostruose palazzine di cemento) e che, nella sua emarginazione, restituisce perfettamente allo spettatore una sensazione di totale disinteresse e impassibilità da parte del mondo esterno per le vite dei personaggi che agiscono in questo sperduto microcosmo.

A sorreggere la pellicola ci pensa l’ambiguo rapporto che lega Marcello a Simoncino. Il timido canaro, pur essendo totalmente succube delle vessazioni del prepotente, non sembra sottomettersi alla volontà di quest’ultimo solo per timore e sudditanza, ma anche per una sorta di fascinazione provata nei confronti della sua forza e della sua autorevolezza (che, in fondo, vorrebbe possedere). Inoltre Marcello, che si dimostra spasmodicamente desideroso di farsi voler bene da tutti nel quartiere (Simoncino incluso), sembra esser mosso da un labile, ma comunque percepibile, affetto nei confronti del suo spregiudicato perseguitore. Tanto da esser pronto a sacrificare la sua stessa libertà per lui.

Ma sarà proprio questo gesto di inusuale umanità, in maniera tragicamente ironica, a fargli perdere l’affetto dei suoi amici, facendolo così sprofondare in un abisso di isolamento e alienazione che toglierebbe ossigeno anche a un abituale sommozzatore come lui. Da qui il desiderio di farsi riaccettare. Da qui il desiderio di rivalsa, di reazione, di riappropriazione di una dignità perduta sotto il peso di soprusi non più tollerabili.

Una vendetta che però, in linea con il candore e la purezza dell’animo di Marcello, non vuole essere violenta. Sono, ancora una volta, gli eventi a trascinare il canaro alla deriva, come il mare in tempesta farebbe con uno spaesato sommozzatore. Sono gli stessi eventi ad azionare un inesorabile meccanismo di violenza nel quale Marcello, suo malgrado, finisce per trovarsi incastrato, pur essendone estraneo. Sono sempre questi eventi a condurre la vicenda verso un brutale epilogo, racchiuso in tutta la sua tragicità nello straziante primo piano finale.

Dogman è un film che parla, con impressionante lucidità e rigorosa semplicità, della lotta quotidiana per la sopravvivenza in luoghi violenti, della complessità nel gestire le relazioni umane, della salvaguardia della propria dignità in risposta alla sopraffazione e alle prepotenze altrui. Il tutto confezionato in una “fiaba realistica”, scura e contemporanea, dai contorni teneri e commoventi (le scene in cui ci viene mostrato il rapporto dolce e amorevole che Marcello ha con i cani e con sua figlia) e dai risvolti tragici e violenti. Un film che si dimostra un riuscito ritorno alle origini per uno degli autori più importanti del nostro cinema.

 

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 268

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 264

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: