Dogman: un ritorno alle origini in grande stile per Matteo Garrone 0 442

A tre anni di distanza dal pluripremiato (7 David di Donatello) “Il racconto dei racconti”, ambizioso adattamento dell’omonima raccolta di fiabe di Giambattista Basile, arriva nelle sale Dogman, l’atteso ritorno sul grande schermo di Matteo Garrone.

Presentato in concorso al festival di Cannes 2018, dove è stato accolto in maniera positiva da critica e pubblico (vincendo tra l’altro il premio per la migliore interpretazione maschile grazie alla performance del protagonista Marcello Fonte), il nuovo film del regista romano si pone, sotto diversi punti di vista, in netta contrapposizione rispetto al lavoro precedente. Dalle fantasiose trame favolistiche si passa ora a un iperrealismo asciutto e rigoroso, dal nutrito ensemble di stelle internazionali si vira su un ristretto cast di attori (in alcuni casi neanche professionisti), dai maestosi paesaggi e dai castelli medievali si torna a una provincia povera e isolata di “Gomorriana” memoria.

D’altronde, con Dogman, Garrone ha voluto rivisitare le stesse location nelle quali aveva ambientato alcuni dei suoi vecchi cult, quali “L’imbalsamatore” e – per l’appunto – “Gomorra”. I paesaggi desolati sono quelli di Pinetamare, frazione della provincia di Caserta, simbolo di abusivismo edilizio e degrado sociale. La storia, invece, è quella di Marcello (Marcello Fonte), un tenero e impacciato “toilettatore” per cani, vittima degli abusi di Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile violento e prevaricatore.

Per atmosfere e ambientazioni Garrone ritorna, dunque, al cinema delle sue origini e lo fa con una regia diretta ed essenziale. Una regia che, senza inutili svolazzi e ostentati tecnicismi, si mette perfettamente al servizio della storia e dei suoi protagonisti.

Infatti Dogman, la cui trama si ispira solo lontanamente ai truculenti fatti di cronaca di fine anni ’80 (il c.d. delitto del “canaro della Magliana”), ha il grande pregio di essere un film che vive e si alimenta dei suoi personaggi, così dettagliatamente caratterizzati e meticolosamente scavati nella loro psicologia da riuscire a provocare nello spettatore sentimenti tanto forti, quanto polarizzanti.

Da una parte troviamo Marcello, un uomo mite e cordiale, con uno sconfinato amore per i cani, dei quali si prende premurosamente cura con passione e dedizione, e per la figlioletta Alida, con la quale adora passare il tempo libero (spesso facendo immersioni subacquee). Dall’altra abbiamo invece Simoncino, un criminale brutale e prepotente, fonte continua di soprusi e disagi per l’intero quartiere.

Tuttavia la banale dicotomia buono/cattivo non è propria di questa storia.

A dimostrazione di quanto ognuno di noi sia portatore di profonde contraddizioni e vittima impotente di fronte all’imprevedibilità del corso degli eventi, Marcello ci viene presentato come un personaggio caratterizzato da una forte conflittualità interna. Egli è un sostanzialmente un buono, una persona dal cuore gentile. Ma essere buoni, all’interno di un contesto feroce e disumano come quello in cui si ritrova, equivale ad essere deboli. In un mondo del genere, dove i pitbull feroci azzannano i cani più docili, per sopravvivere è necessario sporcarsi le mani. Ed ecco che, in aggiunta alla sua piccola attività, Marcello si guadagna da vivere spacciando cocaina e aiutando l’”amico” Simoncino, uno dei suoi più affezionati clienti, in furti occasionali.

A ben vedere, però, il vero protagonista del film risulta essere proprio lo squallido quartiere popolare che fa da spettrale cornice alla vicenda. Un luogo di frontiera, indefinito nello spazio e sospeso nel tempo, la cui brutalità selvaggia e il cui silenzioso isolamento si fanno essenza stessa della narrazione. Un luogo abbandonato e dimenticato da tutti, all’interno del quale si trascinano le stanche vite di una piccola comunità, perennemente confinata nei soliti quattro posti che Garrone torna puntualmente a mostrarci (il fatiscente negozio di Marcello, il Compro Oro adiacente, i campi di calcetto, la sala giochi, il ristorante). Un villaggio che richiama atmosfere western (con la sabbia del deserto sostituita da quella del litorale sul quale si affacciano le mostruose palazzine di cemento) e che, nella sua emarginazione, restituisce perfettamente allo spettatore una sensazione di totale disinteresse e impassibilità da parte del mondo esterno per le vite dei personaggi che agiscono in questo sperduto microcosmo.

A sorreggere la pellicola ci pensa l’ambiguo rapporto che lega Marcello a Simoncino. Il timido canaro, pur essendo totalmente succube delle vessazioni del prepotente, non sembra sottomettersi alla volontà di quest’ultimo solo per timore e sudditanza, ma anche per una sorta di fascinazione provata nei confronti della sua forza e della sua autorevolezza (che, in fondo, vorrebbe possedere). Inoltre Marcello, che si dimostra spasmodicamente desideroso di farsi voler bene da tutti nel quartiere (Simoncino incluso), sembra esser mosso da un labile, ma comunque percepibile, affetto nei confronti del suo spregiudicato perseguitore. Tanto da esser pronto a sacrificare la sua stessa libertà per lui.

Ma sarà proprio questo gesto di inusuale umanità, in maniera tragicamente ironica, a fargli perdere l’affetto dei suoi amici, facendolo così sprofondare in un abisso di isolamento e alienazione che toglierebbe ossigeno anche a un abituale sommozzatore come lui. Da qui il desiderio di farsi riaccettare. Da qui il desiderio di rivalsa, di reazione, di riappropriazione di una dignità perduta sotto il peso di soprusi non più tollerabili.

Una vendetta che però, in linea con il candore e la purezza dell’animo di Marcello, non vuole essere violenta. Sono, ancora una volta, gli eventi a trascinare il canaro alla deriva, come il mare in tempesta farebbe con uno spaesato sommozzatore. Sono gli stessi eventi ad azionare un inesorabile meccanismo di violenza nel quale Marcello, suo malgrado, finisce per trovarsi incastrato, pur essendone estraneo. Sono sempre questi eventi a condurre la vicenda verso un brutale epilogo, racchiuso in tutta la sua tragicità nello straziante primo piano finale.

Dogman è un film che parla, con impressionante lucidità e rigorosa semplicità, della lotta quotidiana per la sopravvivenza in luoghi violenti, della complessità nel gestire le relazioni umane, della salvaguardia della propria dignità in risposta alla sopraffazione e alle prepotenze altrui. Il tutto confezionato in una “fiaba realistica”, scura e contemporanea, dai contorni teneri e commoventi (le scene in cui ci viene mostrato il rapporto dolce e amorevole che Marcello ha con i cani e con sua figlia) e dai risvolti tragici e violenti. Un film che si dimostra un riuscito ritorno alle origini per uno degli autori più importanti del nostro cinema.

 

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“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 192

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

“Il sacrificio del cervo sacro”, il dramma disturbante che affonda le radici nella tragedia greca 0 473

A tre anni di distanza dall’acclamato The Lobster(2015), Yorgos Lanthimos torna in sala con il suo ultimo lavoro: “Il sacrificio del cervo sacro” (The Killing of a Sacred Deer”). E si tratta di un ritorno in grande stile per il mai banale cineasta ellenico che, con il tanto ambizioso quanto affascinante proposito di unire tragedia greca ed arthouse cinema, confeziona un film che tanto sta facendo parlare di sé.

Già vincitore della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2017, “Il sacrificio del cervo sacro” rappresenta infatti un riuscito connubio tra modernità e classicità. Euripide che incontra Buñuel, Kubrick e Haneke: una premessa folle ma allo stesso tempo assolutamente intrigante. Il tutto senza “sacrificare” i principali tratti stilistici del cinema del regista greco, che ritornano puntuali in quello che potremmo definire un perturbante dramma psicologico, che riprende alcuni dei più ricorrenti tòpoi letterari della tragedia greca per riproporli in chiave contemporanea.

Un film sicuramente destinato a dividere il pubblico: c’è chi amerà le sue atmosfere ansiogene, le sue immagini disturbanti, la sua straniante tendenza a costruire una tensione apparentemente non giustificata dall’effettivo sviluppo della trama (in questo Lanthimos si dimostra degno allievo di David Lynch). Così come c’è chi non apprezzerà i suoi ritmi estenuanti, non accetterà la dimensione surreale del racconto o più semplicemente non ne comprenderà i contenuti.

Quel che è certo è che “Il sacrificio del cervo sacro” è un film che sa scavare nei recessi più reconditi dell’animo umano, fino a scoprire le tenebre che vi albergano in profondità. Un film che mette in mostra un’umanità fredda, distaccata, anaffettiva, asettica tanto quanto le ambientazioni nelle quali si sviluppa la vicenda (la lussuosa casa della famiglia protagonista e l’ospedale in cui i genitori della stessa lavorano). Un film che gioca a decostruire i legami interpersonali di una famiglia borghese, devastandola dall’interno e privandola di quelle maschere di bonomia e rettitudine che, in realtà, celano una natura mostruosa e improntata all’istinto di sopravvivenza.

Alla luce di ciò, risulterebbe sin troppo facile dire che Lanthimos abbia recepito e assimilato alla perfezione la lezione impartita da maestri del calibro di Luis Buñuel e Micheal Haneke, che più di tutti si sono fatti promotori di queste tematiche con il loro cinema. Inoltre, se del primo Lanthimos condivide l’approccio surrealista, del secondo, in questo film, il regista greco sembra aver voluto addirittura citare un’importante sequenza del celebre “Funny Games”.

La famiglia borghese che verrà devastata da un’inesorabile “giustizia divina” è quella di Steven Murphy (Colin Farrell), uno stimato cardio chirurgo con un passato da alcolista. Steven conduce, insieme all’affascinante moglie Anna (Nicole Kidman) – anch’ella dottoressa – e ai due figli adolescenti Kim e Bob, una vita agiata e apparentemente tranquilla. Almeno fino a quando non decide di invitare a casa Martin (Barry Keoghan), un misterioso ragazzo con il quale da tempo intrattiene un rapporto dalla natura non specificata. Il ragazzo impiega poco tempo per entrare nelle grazie degli altri componenti della famiglia. Soprattutto in quelle di Kim, che finisce subito per innamorarsi di lui. Ben presto il comportamento di Martin, che si scopre essere il figlio di un paziente avuto in cura da Steven e morto sotto i ferri durante un’operazione da lui condotta, si farà sempre più inquietante ed invadente. Fino a quando un morbo inspiegabile si abbatterà su Bob prima e Kim poi. Un morbo che, stando a quanto un Martin sadicamente compiaciuto rivelerà a Steven, presto colpirà anche Anna. L’incurabile malattia ha un decorso rapido e inesorabilmente fatale. Steven verrà dunque messo di fronte a una scelta diabolica da Martin: l’unico modo per fermare il progredire della malattia sarà sacrificare uno dei tre famigliari, in modo da guarire definitivamente gli altri due e salvarli da morte certa.

Ed ecco che lo spettatore si ritrova invischiato in una vera e propria tragedia greca (con tanto di coro) camuffata da thriller. Lanthimos, omaggiando e recuperando la tradizione del suo Paese, riprende stilemi tragici classici quali il tema dell’espiazione delle colpe dei padri che ricadono sui loro figli, del sacrificio a soddisfacimento di un Dio crudele e sanguinario, dell’inesorabilità di un fato incontrollabile per gli uomini e di una giustizia primordiale concepita come retribuzione (occhio per occhio, dente per dente). Nello specifico, a essere citata a più riprese (in un’occasione addirittura in maniera testuale) è l’Ifigenia in Aulide di Euripide, nella quale la dea Artemide chiede ad Agamennone di sacrificare in suo onore la figlia Ifigenia, al fine di calmare una tempesta e permettere all’esercito Greco di raggiungere Troia.

Allo stesso modo Steven, colpevole della morte del padre di Martin per via dei problemi di alcolismo che lo portarono ad operarlo in stato di ebbrezza, dovrà scegliere quale dei suoi famigliari sacrificare per salvare la vita degli altri due.

E qui Lanthimos si diverte a frantumare il microcosmo famigliare, lanciando i suoi membri in una deviata competizione che offre in premio la sopravvivenza. Dimenticando qualsiasi affetto e legame parentale Anna e i suoi due figli proveranno a ingraziarsi Steven, per far sì che la scelta finale di quest’ultimo non ricada su di loro. Da qui verrà fuori tutta la disumanità, il cinismo, l’egoismo, l’istinto di autoconservazione di personaggi con i quali, in fin dei conti, riesce difficile empatizzare e condividere il tormento per il dramma che stanno vivendo. Sicuramente non per un padre che non ammette le sue colpe e non accetta il peso delle sue responsabilità (neanche una volta chiede a Martin di uccidere lui – unico vero responsabile dell’ira vendicativa del ragazzo ­– e lasciare in pace moglie e figli, del tutto estranei alla vicenda). Neanche per una madre che arriverà addirittura a suggerire al marito di risparmiarla poiché, in quanto donna ancora fertile, potrà sempre “rimediare” alla perdita di uno dei due figli.

A fornirci uno spaccato ancor più evidente di questo mondo freddo e anaffettivo (dove persino i rapporti sessuali assumono dei connotati perversamente vicini alla necrofilia) ci pensa la recitazione distaccata e talvolta quasi inespressiva dei bravissimi attori coinvolti. Colin Farrell (che già aveva lavorato con Lanthimos in “The Lobster”) riesce a rendere alla perfezione l’inadeguatezza di un uomo incapace di venire a patti con se stesso e con le sue colpe, finendo per rimediare in modo goffo e inefficace alle conseguenze da queste scaturenti (la maniera in cui tenta di occuparsi di Martin nella prima parte del film o quella con la quale affronta la malattia dei figli nella seconda). Strepitosi anche la Kidman, come sempre a suo agio in ruoli di donne orgogliosamente altezzose e cinicamente algide, e il giovane Barry Keoghan, estremamente convincente nella parte del problematico Martin.

A corollario di quanto detto, come non soffermarsi sulla chirurgica regia di Lanthimos che, anche grazie al sapiente utilizzo di una colonna sonora da brividi, riesce a tenere alto l’interesse dello spettatore, mantenendolo in bilico in una condizione di costante ansia e attesa? La simmetria geometrica delle inquadrature e l’utilizzo sapiente di grandangoli, carrelli e zoom-in non può non riportare alla mente lo stile registico di Kubrick (tra l’altro, a conferma del potere visivo del Cinema dell’artista inglese, ogni volta che la Kidman si aggira in déshabillé di fronte a uno specchio risulta impossibile non ripensare alla celeberrima scena di “Eyes Wide Shut”). Ovviamente Lanthimos ci mette anche del suo, con disturbanti close-up di toraci spalancati e vertiginose inquadrature a strapiombo dall’alto, che procurano un voluto senso di vertigine e smarrimento in uno spettatore lasciato in balia dell’impatto scombussolante delle immagini che gli vengono presentate.

Un cinema viscerale quello di Lanthimos, che in questo suo ultimo lavoro arriva anche ad allinearsi a una maggiore fruibilità, grazie anche ai toni da thriller e all’utilizzo di un cast di stelle di Hollywood. In definitiva “Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film più interessanti di questa stagione cinematografica, nonché una gradita conferma per uno degli autori più intriganti e talentuosi attualmente in circolazione.

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