Dogman: un ritorno alle origini in grande stile per Matteo Garrone 0 518

A tre anni di distanza dal pluripremiato (7 David di Donatello) “Il racconto dei racconti”, ambizioso adattamento dell’omonima raccolta di fiabe di Giambattista Basile, arriva nelle sale Dogman, l’atteso ritorno sul grande schermo di Matteo Garrone.

Presentato in concorso al festival di Cannes 2018, dove è stato accolto in maniera positiva da critica e pubblico (vincendo tra l’altro il premio per la migliore interpretazione maschile grazie alla performance del protagonista Marcello Fonte), il nuovo film del regista romano si pone, sotto diversi punti di vista, in netta contrapposizione rispetto al lavoro precedente. Dalle fantasiose trame favolistiche si passa ora a un iperrealismo asciutto e rigoroso, dal nutrito ensemble di stelle internazionali si vira su un ristretto cast di attori (in alcuni casi neanche professionisti), dai maestosi paesaggi e dai castelli medievali si torna a una provincia povera e isolata di “Gomorriana” memoria.

D’altronde, con Dogman, Garrone ha voluto rivisitare le stesse location nelle quali aveva ambientato alcuni dei suoi vecchi cult, quali “L’imbalsamatore” e – per l’appunto – “Gomorra”. I paesaggi desolati sono quelli di Pinetamare, frazione della provincia di Caserta, simbolo di abusivismo edilizio e degrado sociale. La storia, invece, è quella di Marcello (Marcello Fonte), un tenero e impacciato “toilettatore” per cani, vittima degli abusi di Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile violento e prevaricatore.

Per atmosfere e ambientazioni Garrone ritorna, dunque, al cinema delle sue origini e lo fa con una regia diretta ed essenziale. Una regia che, senza inutili svolazzi e ostentati tecnicismi, si mette perfettamente al servizio della storia e dei suoi protagonisti.

Infatti Dogman, la cui trama si ispira solo lontanamente ai truculenti fatti di cronaca di fine anni ’80 (il c.d. delitto del “canaro della Magliana”), ha il grande pregio di essere un film che vive e si alimenta dei suoi personaggi, così dettagliatamente caratterizzati e meticolosamente scavati nella loro psicologia da riuscire a provocare nello spettatore sentimenti tanto forti, quanto polarizzanti.

Da una parte troviamo Marcello, un uomo mite e cordiale, con uno sconfinato amore per i cani, dei quali si prende premurosamente cura con passione e dedizione, e per la figlioletta Alida, con la quale adora passare il tempo libero (spesso facendo immersioni subacquee). Dall’altra abbiamo invece Simoncino, un criminale brutale e prepotente, fonte continua di soprusi e disagi per l’intero quartiere.

Tuttavia la banale dicotomia buono/cattivo non è propria di questa storia.

A dimostrazione di quanto ognuno di noi sia portatore di profonde contraddizioni e vittima impotente di fronte all’imprevedibilità del corso degli eventi, Marcello ci viene presentato come un personaggio caratterizzato da una forte conflittualità interna. Egli è un sostanzialmente un buono, una persona dal cuore gentile. Ma essere buoni, all’interno di un contesto feroce e disumano come quello in cui si ritrova, equivale ad essere deboli. In un mondo del genere, dove i pitbull feroci azzannano i cani più docili, per sopravvivere è necessario sporcarsi le mani. Ed ecco che, in aggiunta alla sua piccola attività, Marcello si guadagna da vivere spacciando cocaina e aiutando l’”amico” Simoncino, uno dei suoi più affezionati clienti, in furti occasionali.

A ben vedere, però, il vero protagonista del film risulta essere proprio lo squallido quartiere popolare che fa da spettrale cornice alla vicenda. Un luogo di frontiera, indefinito nello spazio e sospeso nel tempo, la cui brutalità selvaggia e il cui silenzioso isolamento si fanno essenza stessa della narrazione. Un luogo abbandonato e dimenticato da tutti, all’interno del quale si trascinano le stanche vite di una piccola comunità, perennemente confinata nei soliti quattro posti che Garrone torna puntualmente a mostrarci (il fatiscente negozio di Marcello, il Compro Oro adiacente, i campi di calcetto, la sala giochi, il ristorante). Un villaggio che richiama atmosfere western (con la sabbia del deserto sostituita da quella del litorale sul quale si affacciano le mostruose palazzine di cemento) e che, nella sua emarginazione, restituisce perfettamente allo spettatore una sensazione di totale disinteresse e impassibilità da parte del mondo esterno per le vite dei personaggi che agiscono in questo sperduto microcosmo.

A sorreggere la pellicola ci pensa l’ambiguo rapporto che lega Marcello a Simoncino. Il timido canaro, pur essendo totalmente succube delle vessazioni del prepotente, non sembra sottomettersi alla volontà di quest’ultimo solo per timore e sudditanza, ma anche per una sorta di fascinazione provata nei confronti della sua forza e della sua autorevolezza (che, in fondo, vorrebbe possedere). Inoltre Marcello, che si dimostra spasmodicamente desideroso di farsi voler bene da tutti nel quartiere (Simoncino incluso), sembra esser mosso da un labile, ma comunque percepibile, affetto nei confronti del suo spregiudicato perseguitore. Tanto da esser pronto a sacrificare la sua stessa libertà per lui.

Ma sarà proprio questo gesto di inusuale umanità, in maniera tragicamente ironica, a fargli perdere l’affetto dei suoi amici, facendolo così sprofondare in un abisso di isolamento e alienazione che toglierebbe ossigeno anche a un abituale sommozzatore come lui. Da qui il desiderio di farsi riaccettare. Da qui il desiderio di rivalsa, di reazione, di riappropriazione di una dignità perduta sotto il peso di soprusi non più tollerabili.

Una vendetta che però, in linea con il candore e la purezza dell’animo di Marcello, non vuole essere violenta. Sono, ancora una volta, gli eventi a trascinare il canaro alla deriva, come il mare in tempesta farebbe con uno spaesato sommozzatore. Sono gli stessi eventi ad azionare un inesorabile meccanismo di violenza nel quale Marcello, suo malgrado, finisce per trovarsi incastrato, pur essendone estraneo. Sono sempre questi eventi a condurre la vicenda verso un brutale epilogo, racchiuso in tutta la sua tragicità nello straziante primo piano finale.

Dogman è un film che parla, con impressionante lucidità e rigorosa semplicità, della lotta quotidiana per la sopravvivenza in luoghi violenti, della complessità nel gestire le relazioni umane, della salvaguardia della propria dignità in risposta alla sopraffazione e alle prepotenze altrui. Il tutto confezionato in una “fiaba realistica”, scura e contemporanea, dai contorni teneri e commoventi (le scene in cui ci viene mostrato il rapporto dolce e amorevole che Marcello ha con i cani e con sua figlia) e dai risvolti tragici e violenti. Un film che si dimostra un riuscito ritorno alle origini per uno degli autori più importanti del nostro cinema.

 

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“Cornucopia”, l’intensità e l’originalità di Carmelo Pipitone nel suo primo disco solista 0 133

Il primo album da solista di Carmelo Pipitone – il chitarrista quello matto dei Marta sui Tubi, tanto per capirci – si chiama Cornucopia. E come in ogni cornucopia che si rispetti, ci sono molte cose diverse: c’è una chitarra acustica che fa il lavoro di 3 strumenti messi insieme, un’abbondanza di ritmi, un misto di leggerezza e inquietudine, un po’ di folk e un po’ di prog, arrangiamenti minimali e una voce grezza. Il tutto è condensato in otto brevi canzoni, che durano poco più di un paio di minuti.

Durante l’inattività dei Marta sui Tubi, non si può dire che Pipitone sia rimasto troppo fermo: nel 2017 ha pubblicato il secondo album con gli O. R. k, nel 2018 ha esordito con i Dunk insieme a Luca Ferrari dei Verdena e ai fratelli Giuradei, infine la sua attività live ha continuato senza troppe soste.

L’album si apre delicatamente con Talè, dove una voce sussurrata e la chitarra acustica duettano alternando strofe cantate tutte di un fiato e arpeggi ariosi. La sicilianità di Pipitone salta fuori dirompente già da subito con quel “talè”, voce del verbo “taliare” che significa “guarda!”.

Con Vertigini a occhi aperti l’atmosfera cambia repentinamente e si entra in un mondo dove a farla da padrone sono i suoni distorti sia della chitarra che della voce e un ritmo dispari molto interessante. Tutto ciò si abbina alla perfezione al racconto di una strada sporca – reale? Metaforica? Chi lo sa? – tra “rifiuti”, “merda” e “serpenti”. Non mancano i giochi di parole, tanto cari ai Marta sui Tubi.

Il potere continua sulla stessa linea della canzone precedente: un giro di chitarra insistente fa da sfondo a un elenco di cose brutte che possono succedere a chi ha il potere che “miete tutt’ora vittime, sottile filo spinato, dolce supplizio”. Insomma se avete bisogno di un po’ di ansia che fa riflettere, Pipitone ha tutto quello che serve.

In Come tutti il paragone con le sonorità de Il Pan del Diavolo, altra band siciliana, viene facile, forse proprio per la vicinanza geografica. Il testo, opera dello scrittore Alex Boschetti, gioca un ruolo principale. È meno criptico rispetto agli altri, ma ugualmente evocativo e toccante. Anche qui la chitarra sostiene perfettamente il mood della canzone, virando violentemente da suoni martellanti e distorti a sonorità più eteree.

L’acqua che hai ingoiato ricorda qualcosa di De Andrè, a cui si aggiunge quella vena prog che non ne vuole proprio sapere di annoiarti con un solo tempo dritto, ma ti lascia vagare da una strofa all’altra, tra un’atmosfera sognante e un ritmo ben scandito.

In Attentato a Dio salta subito all’orecchio il contrasto tra la voce cavernosa e aggressiva e una chitarra acustica per una volta più tranquilla. Allo stesso modo, da metà canzone il piano si fonde con una seconda voce molto distorta, accrescendo la tensione iniziale.

Meglio andare vede la voce di Lorenzo Esposito Fornasari, produttore del disco e cantante degli O.R.k., dare un po’ di quella varietà nelle linee vocali che forse manca nel resto delle canzoni. Le brevi incursioni del piano rendono l’ambiente cupo, quasi spaventoso.

Ma a risollevare i cuori ci pensa Sospeso, una traccia strumentale che sembra farti dimenticare, o almeno processare, tutta l’inquietudine precedente. Le chitarre con armonici e riverberi fanno rilassare e fluttuare chi ascolta, come il titolo stesso vuole suggerire.

Come per ogni album da solista, viene spontaneo chiedersi: “Ce n’era proprio bisogno?”. La risposta è sì, perché Pipitone è riuscito a trovare uno stile personale e convincente, mantenendo gli aspetti che lo avevano fatto apprezzare nei Marta sui Tubi e negli altri suoi progetti, su tutti l’abilità e la creatività chitarristiche. In sintesi, un disco strano, originale, intenso.

“L’Amore Mio Non More”, Il Muro del Canto tra Roma, resistenza e risveglio sociale 0 92

Quasi tutti influenziamo le nostre giornate con quel tono nostalgico, dicendo a noi stessi “quanto vorrei ritornare a quel periodo”, chiudendo gli occhi e immaginando per qualche istante cose che sono passate, con la consapevolezza che non ritorneranno più e con il sorriso di un’illusione che svanirà al prossimo battito di ciglia. “L’amore mio non more”, l’ultimo disco de Il Muro del Canto, è questo. Nostalgia, resistenza, volontà di un risveglio sociale e tempo. Quello che passa e porta con sé ogni cosa, dagli affetti alla nostra tanto amata giovinezza. Un album caldo, come la voce di Daniele Coccia, nostalgico con lo sguardo al Novecento e pieno di speranze.

La copertina del disco

Dal titolo dell’album si sarà intuito ma a me piace ripetere le cose cento volte, sbattere la testa mille volte e rompere i coglioni: dietro questo lavoro c’è soprattutto Roma, l’amore per la città, per la sua storia, per il cantautorato e poi per tutto il resto. Bisogna tenere sempre un pensiero alle proprie radici e allo stesso tempo uno sguardo a tutto il circondario. Un suono ruvido che fa pensare subito alla città eterna– non mi chiedete perché – accompagnato da sound vari, dal folk americano all’Irish, dalle sonorità western al reggae, allo SKA e ovviamente al popolare.

L’album, composto da 12 tracce, è stato anticipato da due singoli: “La vita è una” e “Reggime er Gioco”, e io sono ancora gasato, perché quando mi hanno assegnato questo lavoro non lo sapevo – anche se già avevo ascoltato le tracce – ma due dei miei attori preferiti hanno contribuito alla produzione e promozione dei due singoli. Marco Giallini e Vinicio Marchioni. (NEL VIDEO, non cantano).

Il primo singolo, La Vita è Una, racchiude l’essenza dell’album. La memoria, il tempo che passa, la ricerca di quella forza per affrontare il quotidiano, le scelte sbagliate e le scelte giuste che ci hanno portato a dover affrontare determinate cose. “Torneremo ancora bambini, saremo liberi e leggeri, saremo ancora tutti insieme, sempre più in alto sulle altalene…” Il secondo invece – Reggime Er Gioco –  che in ordine rappresenta la prima traccia dell’album, parla di Roma. E non poteva essere altrimenti, dato che gli elementi principali, quelli che hanno contribuito alla creazione del lavoro sono questi: la memoria, il tempo e soprattutto le radici.

Elementi che si ripetono per tutto il resto dell’album, come nella terza traccia, ne L’Amore Mio Non More, un brano che parla di una relazione finita e del male prodotto dalla perdita che viene ridotto al minimo, lasciando parte del vuoto al bene fatto e ricevuto, che non si esaurirà mai e resterà per sempre vivo. La stessa cosa accade nel brano Al Tempo Del Sole, nel racconto di una sfida tra amore e dolore, con parole accompagnate da un sound di folk che non smettono di dire: con il tempo tutto passa, pure sto gran dolore che pare così vivo ma lentamente more […] figurati sto amore che c’ha spezzato er core. Questo carattere nostalgico, malinconico e pieno di consapevolezza si riconferma in diverse tracce, attraverso “modi di comunicare” alternativi, come il valzer di Senza ‘na Stella, in Ponte Mollo – brano scritto da Lando Fiorini, rappresenta la canzone romana per eccellenza, la rappresentanza, il sentirsi parte di qualcosa – la canzone Novecento che riporta in vita le borgate romane e i tempi passati, o l’acustico Domani, un testo lento, diretto e pieno di consapevolezze, che mostra un mondo pieno di dolore e allo stesso tempo di speranza. Un inno alla libertà, dalla parte degli sfruttati, per un avvenire radioso e con dignità. Come la dignità persa dello sfruttato di Cella 33, il settimo brano del disco, una ferita viva, più che attuale e spesso ignorata dalla società civile.

Ogni società è macchiata da fatti, eventi di cronache, ingiustizie e ferite aperti a distanza di anni. Nel sesto brano, in Roma maledetta, un arpeggio accompagna il primo dei due monologhi di Alessandro Pieravanti. Vengono introdotti tutti questi fatti di cronaca nera che hanno accompagnato la storia di Roma, dall’ostilità tra Romolo e Remo al delitto Pasolini, passando per il dolore creato dalla Magliana e dalla vendetta lenta e dolorosa del Canaro. Un perseguitato che diventa persecutore. L’altro monologo, contenuto ne Il Tempo Perso, parla del quotidiano, con un’enfasi alla pari del discorso principale di The Big Kahuna, un film del 1999 diretto da John Swanbeck.

Siamo uomini medi che passano in media 26 anni a letto, eppure abbiamo sempre sonno, praticamente un terzo della nostra vita stesi, gli altri due in piedi o seduti, migliaia di anni evoluzione e non abbiamo trovato un’altra posizione. Passiamo 3840 ore a litigare, sono 160 giorni di rabbia l’un contro l’altro. Un anno intero a fare la spesa, persi tra scaffali mentre le stagioni passano, e i cassieri invecchiano. Ci laviamo per due anni interi consumando milioni di litri di acqua. Passiamo cinque anni al telefono tranne quando troviamo occupato, ma tanto poi richiamiamo sempre noi. Mangiamo per 2372 giorni consecutivi, ma abbiamo sempre fame, eppure per 6 anni e mezzo la mandibola non si ferma e ingurgitiamo talmente tanto cibo in una vita che servirebbe un piatto con la circonferenza del Grande Raccordo Anulare per contenerlo tutto. Passiamo 5 mesi interi a lamentarci ma ne conosco di gente che lo fa per molto più tempo. In media ridiamo per 115 giorni, io sicuramente molto meno. Lo studio dice che passiamo 20 settimane aspettando, ma poi aspettando che? e tutto questo tempo chi ce lo ridà? L’uomo in tutta la sua vita da solo o in compagnia ha un orgasmo che dura 9 ore e 18 secondi, la donna solo 1 ora e 24 minuti di piacere. Stiamo 11 anni davanti alla televisione, che sono 95.000 ore di tubo catodico, o cristalli liquidi, o plasma ma la sostanza non cambia, la maggior parte è sempre e comunque pubblicità o programmi scadenti. Altri 11 anni li passiamo a lavorare, 5 e mezzo chi fa part-time, ma li spezzettiamo con pause caffè, bagno, sigaretta, caffè, bagno, sigaretta a proposito passiamo 160 giorni a fumare. In tutto stiamo 6 mesi in fila, con le gambe che ci fanno male e il tempo che non passa mai o meglio che passa e non torna come i treni che se li perdi sono andati ma se li aspetti vuol dire che sono in ritardo, un ritardo accumulato di 653 ore, che dopo averlo aspettato così tanto mi passa la voglia di andare. E resto li alla stazione a leggere uno stupido studio di settore sulle abitudini dell’uomo in relazione al tempo, ho impiegato quasi tre minuti a raccontarvelo e ripenso a tutto quello che vi ho detto, il tempo ci sfugge, come un cappello che ci vola via dalla testa in una giornata di vento e lo rincorriamo cercando di afferrarlo restando ogni volta a mani vuote con l’illusione che al prossimo balzo sarà nostro.

E adesso mettete in play stoica, l’unico brano dell’album interamente in italiano, una ballad atmosferica, accompagnata dalla profonda voce del frontman, carica di speranza nonostante la sua malinconia.
Il cielo resta blu sopra le nuvole.

Illudetevi che tutto possa cambiare, perché tutto può cambiare.

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