“Elysium – Artisti uniti”: un appassionante viaggio alla scoperta dell’underground italiano 0 784

Si sa, la musica – come d’altronde l’arte in generale – non svolge una funzione meramente ricreativa. Dall’alto delle sue capacità comunicative, aggregative, politiche, sociali, educative e addirittura terapeutiche, la musica può essere considerata come il più trasversale degli strumenti.

A dimostrazione di ciò, il Progetto Elysium, nato dalla collaborazione delle associazioni Avis, Le mani tese ONLUS, Elysium, Adonai con il Laboratorio culturale nuova civiltà e il presidio permanente T.I.S.I.A. (tecnologia, innovazione, scienza, insolito, arte) di Modugno, ha deciso di affidarsi alla pubblicazione di un CD contenente il meglio della scena musicale underground italiana come strumento di raccolta fondi per la realizzazione della propria, ammirevole, iniziativa. Un’iniziativa di carattere ludico-sportivo-ricreativo, volta a favorire la miglior permanenza possibile nei reparti di onco-ematologia pediatrica e neuropsichiatria infantile del Policlinico di Bari e ad aumentare l’efficacia delle terapie e delle cure fornite ai piccoli degenti, rendendo così più proficuo il lavoro dei medici nella prestazione delle cure. Un’iniziativa che si inserisce all’interno di un progetto dal disegno ancor più ampio e ambizioso, che nel prossimo futuro prevedrà la pubblicazione – a cadenza semestrale – di ulteriori raccolte, volte sempre a raccogliere fondi da destinare a campagne di diverso tipo.

Allo stesso tempo, però, il progetto musicale “Elysium – Artisti uniti” si pone l’obiettivo collaterale di promuovere e far conoscere la musica dei tredici diversi artisti che hanno preso parte alla realizzazione del disco. Il risultato è una raccolta di generi e stili musicali diversi e distanti tra loro; un vero e proprio caleidoscopio sonoro, capace di prendere per mano l’ascoltatore e accompagnarlo in un appassionante viaggio nei meandri dell’underground italiano.   

Si parte con le sonorità vintage di The Sinclair Project e la sua “La notte del giaguaro”: un mash-up di citazioni cinematografiche e televisive reminiscenti della cultura pop anni 70’ (si va dai campionamenti di dialoghi della serie TV cult “Attenti a quei due”, a quelli dei film di Bruce Lee e di 007) rimescolate e amalgamate tra di loro in salsa nu-lounge. Breve e incisivo brano strumentale che ben funziona come traccia d’apertura.

Siamo ancora in una fase interlocutoria di fisiologico adattamento, come quando ad una serata nessuno – o quasi – si lancia in pista per ballare le prime canzoni. Ad aiutarci a superare questa impasse ci pensa un altro pezzo strumentale dal titolo azzeccatissimo: “It’s Time to Wake Up” (tempo di svegliarsi, appunto). Ballabilissimo mix di sonorità soul, funk e drum n’bass, frutto della collaborazione cosmopolita tra il collettivo anglo-italiano degli Aural Phaze e il chitarrista italo-ispanico Fiordaligi, i cui assoli – verso il finale – si alternano con quelli di uno scatenato sax.

Ma è con il terzo brano che si inizia a entrare davvero nel vivo del disco. Merito del trip-hop dei Form Follows, giovane duo livornese affacciatosi sul panorama indie italiano lo scorso anno con la pubblicazione dell’album d’esordio “Morfosi”. La traccia in questione, dal titolo “N.O.E.”, vede la collaborazione in qualità di vocalist di Matteo d’Angelo e convince sin dal primo ascolto grazie al sound cavernoso e alle ritmiche ipnotiche – tratti stilistici peculiari di artisti del calibro di Massive Attack e U.N.K.L.E., i cui dischi saranno stati sicuramente consumati da questo interessantissimo duo toscano -. Indovinata anche la scelta di affidarsi alla voce di d’Angelo (già chitarrista dei Siberia), che con il suo timbro basso e profondo si adatta perfettamente alle atmosfere cupe e tese del brano.

Lasciata l’elettronica dei Form Follows si passa all’ alternative rock energetico dei trentini Usual e della loro “Dog”. Il brano, dai contorni vagamente progressive, sfocia in una coda funk psichedelica che lascerà soddisfatti i fan di Kasabian e Primal Scream. Mentre la voce, soprattutto nel ritornello, assume timbriche simili a quella del cantante del gruppo californiano degli Young the Giant. Come, non ve li ricordate? Come darvi torto.

Tuffo negli anni ’90 con “Louisiana” di Phoenix and the Oracle ft. OTYP (Oh Time Your Pyramids), cover del bellissimo brano dei Litfiba (contenuto nel terzo lavoro della band fiorentina, “Litfiba 3”) rielaborato in chiave big beat seguendo le orme di Prodigy, Chemical Brothers e Fatboy Slim. Il cantato, imbevuto in un bagno di riverbero e delay, riecheggia confuso e indefinito come una voce lontana trascinata dal vento sulle sponde selvagge del Mississipi.  Il ripetitivo arpeggio di chitarra, invece, conferisce un’aura di eterea misticità e rimanda alle sonorità dell’album d’esordio di un altro – ben più affermato – progetto elettro-rock italiano, quello dei Planet Funk.

Per produzione e arrangiamento, uno dei momenti più esaltanti del disco.

Atmosfere gotiche e decadenti per la successiva “One More Time Ghosts” del misteriosissimo progetto (gruppo?) dark wave dal nome [dK]. Accordi di pianoforte elettrico, distorsioni di chitarra noise e colpi di drum machine accompagnano un cantato alla Dave Gahan lungo i quasi cinque minuti di un’intensa ballata crepuscolare che farà contenti i fan di Depeche Mode, Bauhaus e Gary Numan. Resta da capire chi si celi dietro il misterioso pseudonimo “[dK]”…che si tratti forse di Liberato?

Immaginate di percorrere con la vostra macchina un’interminabile strada deserta e isolata. È notte fonda, intorno a voi il freddo e il silenzio; le luci al neon dei lampioni illuminano l’asfalto, facendo breccia nella nebbia che si alza davanti a voi. Sarebbe lo scenario perfetto al quale accompagnare l’ascolto dell’evocativa “Foglights” dei Golden Rain: un viaggio spettrale nelle sinuosità di un synthpop che rimanda alle atmosfere notturne dei Chromatics e dei Röyksopp (soprattutto in occasione delle collaborazioni con vocalist femminili quali Fever Ray e Robyn). Le ipnogene sequenze dei sintetizzatori scandiscono il ritmo del brano e sorreggono il cantato magnetico – quasi fosse una sorte di rituale stregonesco – di Zaionair (Almamegretta, The Sleeper Cell) e Mario Grimaldi (The Sleeper Cell, Valderrama5).

A tirarci fuori dall’incantesimo lanciatoci dai Golden Rain, ponendo così fine alla parentesi “elettronica” del disco, ci pensa il promettente gruppo verbanese dei Nine Eight Central con “Just a Smile”. L’iniziale riff di basso carico di overdrive ci accompagna verso un bridge vigoroso ed enfatico, accumulando una carica energetica che però finisce per essere disinnescata da un ritornello dalle atmosfere opache ed eteree (complice anche il tappeto sonoro steso in sottofondo dall’organo).

Procedendo sulla scia del rock, virando verso direzioni più punk, ci imbattiamo nell’”universo nascosto” di quattro ragazzi baresi, gli Hidden Universe, e nel sound viscerale della loro “Scars”. Un martellante beat di batteria in levare accompagna i graffianti riff di chitarre e sorregge un ruvido cantato che ci parla dell’effetto fortificante di cicatrici inferte dalla vita.

Rimaniamo in Puglia e dalla Bari degli Hidden Universe ci spostiamo verso Cassano delle Murge, dove troviamo i Broken Frames, che ci propongono il primo e unico inedito in lingua italiana del disco: “Lo splendido nulla”. Sonorità anni ’70 per questo brano pop rock dalle venature blues, nel quale i vorticosi virtuosismi delle tastiere si mescolano al suono caldo e morbido degli assoli di una chitarra a dir pocoGilmouriana”.

Se – come detto – questo CD raccoglie il meglio della scena underground italiana, presentandoci uno spaccato delle tendenze che attualmente la caratterizzano, non si può non ravvisare un certo slancio nostalgico nei confronti di un decennio che, probabilmente, è prossimo ad una più ampia rivalutazione: quello degli anni ’90. Infatti, dopo il trip-hop dei Form Follows e la big beat di Phoenix and the Oracle, tocca al Britpop più scanzonato e spensierato (quello dei Blur di “Parklife”, per intenderci) essere rispolverato. A farlo ci pensano i Road Flowers con “You and Me”: brano allegro e solare, caratterizzato dall’utilizzo di un irriverente kazoo doppiato dalle note di una chitarra posseduta dallo spirito di Graham Coxon.

Come unire sonorità e ritmiche vicine all’ indie rock degli Strokes e dei Kings of Leon degli esordi all’impeto e alle melodie pop punk dei Green Day? Chiedere ai milanesi The Feralines, che con la loro “Tonight” dimostrano di conoscere sapientemente la formula alchemica necessaria. Pezzo orecchiabilissimo dalle atmosfere agrodolci e dal sapore malinconico, che convince anche grazie alla compattezza e all’omogeneità sonora d’insieme.

Chiusura lisergica affidata al garage rock psichedelico dei palermitani Rubber Eggs, che con il sound acido della loro “Illusions” ci fanno viaggiare nello spazio e nel tempo, catapultandoci sotto il sole di una spiaggia Californiana nel bel mezzo dei “favolosi anni ’60”. Il suono corposo di un basso distorto e quello massiccio di una batteria ultra-compressa preparano il terreno su cui poggiano le incursioni di un inconfondibile organo Farfisa, al quale è affidato il compito di colmare il vuoto lasciato dall’assenza delle chitarre. Brano ruvido e cattivo quanto basta, capace di rielaborare efficacemente sonorità del passato e di riproporle in veste moderna e attuale.

Con il catartico falsetto finale di Illusions si conclude un cammino lungo tredici tracce. Un viaggio suggestivo, carico di sensazioni ed emozioni tanto eterogenee quanto vivide; un percorso esplorativo alla scoperta della periferia musicale italiana, delle sue realtà meno conosciute e delle novità più interessanti. Un disco che è dimostrazione, ancora una volta, di quanto la diversità e la varietà di generi siano la vera ricchezza della musica e di come, talent musicali e playlist di Spotify a parte, in Italia ci sia ancora chi si impegna nel fare musica in maniera autentica. Tutto sta nel volerlo scoprire.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 148

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 338

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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