Da Bari allo Sziget, l’indietronica di Makai 0 541

La settimana scorsa siamo stati in uno studio di registazione a Bari, dove abbiamo incontrato una delle sorprese più frizzanti del panorama musicale italiano. Stiamo parlando di Dario Tatoli, in arte Makai, reduce da un lungo tour dopo il rilascio del suo primo EP. In questa corposa intervista, l’artista si è aperto con noi a 360°, dandoci l’opportunità di capire e approfondire meglio tutte le sfumature della sua musica e lasciandoci tante aspettative per il suo sicuramente roseo futuro.

Ciao Dario, benvenuto. Per iniziare, parlaci un po’ di te: cosa fai nella vita oltre la musica, cos’è Makai e come nasce?
Nella vita mi occupo da tanto tempo di suoni: il mio mestiere è il sound designer, lavoro come producer in studio e faccio anche l’insegnante di musica elettronica. Makai è un progetto nato non troppo tempo fa; avevo dei brani, una quantità abbastanza ampia, ma ce n’erano cinque in particolare che racchiudevano un periodo che avevo voglia di mettere nero su bianco. Da lì è nato “Hands”, l’EP. Definirmi in un genere musicale? Non sono un grandissimo amante delle autodefinizioni, preferisco che la mia musica venga definita da altri. Penso sia evidente che abbia un background legato alla musica elettronica, ma anche al cantautorato di un certo tipo, quello brasiliano, sud americano. La verità è che è stato un potpourri e non saprei dire se è “quello” il mio genere; senza dubbio in quell’EP sono presenti sensazioni ricorrenti.

Approfondiamo un po’ di più “Hands”: come hai detto sono cinque tracce, da cui hai estratto anche un singolo, la titletrack “Hands”. Come ti leghi a questo EP?
Avevo quest’immagine fissa nei suoni, un paesaggio molto crepuscolare, con scarsa visibilità. Un mare con un nebbione, una vista tetra. La descrizione di una sorta di naufragio. Avevo questa immagine e volevo descriverla: dei suoni distanti, molto ampi. Era un periodo della mia vita abbastanza incerto, sottotono rispetto a quello che vorrei fosse il mio futuro. I brani a cui sono più legato sono “Hands” e “Missed”. Il primo perché ha delle ritmiche molto interessanti, mi piacciono molto le percussioni. Missed perché mi ricorda delle atmosfere più veloci, più dance floor.

Col tour di Hands hai girato un po’ tutta l’Italia e anche oltre: sei stato a Milano, a Budapest, calcando palchi importanti. Quali sono le tue sensazioni al riguardo?
Ero già stato in tour in passato, ma con una band e ovviamente l’esperienza è stata ben diversa portando in giro la mia musica. Credo che quelle che hai nominato siano state le date più belle. Ho notato con piacere il fatto che ci potesse essere attenzione in Italia anche per musica “altra”. Io preferisco lo studio al live, forse perché sono un animale da studio (ride, n.d.r.). Ma è stato comunque un tour fantastico, davvero.

Ti faccio una domanda un po’ sciocca ma molto significativa: nella tua playlist c’è Hands?
No, no (ride, n.d.r.). Ovviamente non mi ci riconosco quasi più, per quanto ci sono dei brani che vorrei ritrattare. Ma in realtà è raro che ascolti la mia musica, se non nell’ambito della produzione.

Quanto è difficile fare musica e avere successo in Italia?
L’osservazione è da farsi alla base: qual è il significato di successo? Se inteso in termini economici, non è semplicissimo qui farlo con questa musica. Quelli che si chiamano “soldi veri” sono legati ad un altro tipo di mercato e un altro tipo di utenza. Vivere di musica è possibile, farci i soldi è già più complicato. Già il solo fatto di cantare in inglese ti colloca in un ambiente più di nicchia.

E tu perché hai deciso di cantare in inglese?
Ho un rapporto con la mia voce abbastanza particolare, in alcuni casi l’avrei anche esclusa. I miei suoni in italiano sento quasi non mi appartengano. Apprezzo delle cose della musica italiana, ma non convivono con me. È stata una questione del tutto naturale, ho cominciato a farlo in inglese e credo farò sempre così.

Parliamo del prossimo disco. A che punto sei e cosa dobbiamo aspettarci di diverso da Hands?
La scrittura l’ho terminata. È stato molto difficile, come ti dicevo non mi piace autocommentare la mia musica. Per ora lo sto registrando, è la parte migliore perché viene tutto a fuoco. Uscirà presto, in realtà so la data ma non voglio sbilanciarmi.
Ho provinato quattordici brani, ma quasi sicuramente gli darò una scrematura. Vorrei anche rivedere due tracce di Hands, ma sto ancora valutando l’idea. Credo si noterà maggiormente il mio background elettronico. L’elettronica sarà un elemento più importante, con un lavoro di produzione differente. La realtà è che non mi sono messo lì dicendo “bene, ora scrivo un disco nuovo”. Io faccio una serie di brani ed in base al periodo della mia vita li rimpasto. Il nuovo disco si chiamerà “The Comfort Zone”, sarà un invito ad uscire dalla propria comfort zone. Quasi un urlo d’odio verso di essa, ma anche un modo per descriverla.

Cos’è per te la Comfort Zone?
Il primo posto da cui fuggire per cercare sé stessi, per capirsi ed esplorarsi. È la causa di tante insoddisfazioni nell’uomo.

Grazie Dario per essere stato con noi.
Grazie a te!

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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