ESCLUSIVA – Dura Lex 2, Chicoria parla del suo nuovo libro 0 1379

Chicoria, al secolo Armando Sciotto, è senza dubbio un personaggio simbolo della Roma undergound degli inizi del 2000, nonché uno dei maggiori esponenti dell’Hip Hop italiano. Prima writer e poi rapper, l’artista ha deciso di intraprendere la strada editoriale nel 2014 pubblicando un’opera a metà tra un’autobiografia ed una serie di racconti tratti dalla sua vita: l’arresto, lo spaccio, una vita sicuramente al limite della quale vorremmo sapere ogni dettaglio.

Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere di farci una bellissima chiacchierata con Gast, noto rapper romano appartenente al Truceklan. Non contenti, abbiamo deciso di fare lo stesso col fratello di sangue di quest’ultimo, Chicoria, in procinto di pubblicare il seguito del suo primo libro “Dura Lex: la legge non è ugale per tutti”. Chicoria, al secolo Armando Sciotto, è senza dubbio un personaggio simbolo della Roma undergound degli inizi del 2000, nonché uno dei maggiori esponenti dell’Hip Hop italiano. Prima writer e poi rapper, l’artista ha deciso di intraprendere la strada editoriale nel 2014 pubblicando un’opera a metà tra un’autobiografia ed una serie di racconti tratti dalla sua vita: l’arresto, lo spaccio, una vita sicuramente al limite della quale vorremmo sapere ogni dettaglio. In questa corposa intervista il rapper ci parla del suo nuovo libro, “Dura Lex 2: ancora la legge non è uguale per tutti” in uscita il 6 novembre, dandoci l’opportunità di approfondire la conoscenza di un personaggio davvero singolare che ha fatto la storia del rap in Italia.

 

Ciao Armando, sciogliamo un po’ il ghiaccio parlando di te. Cos’hai combinato dall’uscita di S.E.R.T., e poi quindi anche del primo Dura Lex, ad oggi?

“Dall’uscita di S.E.R.T., che poi è il mio primo album da quando sono uscito dagli arresti, ci sono stati diversi split album, cioè con altri artisti (Die Hard con 1ZuckeroBlood Brothers con Gast). Principalmente ho cercato di fare sempre musica. Tra il 2013 ed il 2014 ho incontrato di nuovo il socio maggiore di Smuggler’s Bazaar, con cui abbiamo deciso di intraprendere il progetto della casa discografica. Dopodichè sono usciti Servizio FunebreLettere e, tra questi due, un mixtape chiamato Mondo di Mezzo con alcuni artisti della nostra etichetta.”

 

Colgo l’occasione, visto che l’hai nominato, per chiederti di pubblicare su Spotify Blood Brothers, così la smettiamo di piangere per i giga persi su Youtube.

“Sì, c’avevamo già pensato in verità. Non s’è fatto più nulla alla fine perché sia io che Manuel proseguiamo per i nostri progetti solisti. Comunque non è che non ci sia l’intenzione, anzi: al più presto faremo!”.

 

Entriamo subito nel vivo dell’intervista parlando di Dura Lex: da dove è nata l’idea di scrivere un libro?

“Precedentemente avevo già provato a scrivere un libro quando ancora ero in carcere. Il problema era il mio essere troppo prolisso, raccontavo tanti particolari tutti insieme e non riuscivo a seguire un filo logico. Quando ho incontrato Sandrino, il socio di Smuggler’s Bazaardi cui ti dicevo, fu lui a rimettermi ‘sta cosa in testa. Mi ha affiancato ad una persona che aveva un backrground editoriale ed aveva già scritto dei libri, quindi abbiamo semplicemente riscritto delle avventure tratte dalla mia vita: è questo Dura Lex. Non propriamente un’autobiografia, bensì racconti, cose che mi sono successe.”

Raccontando le vicende della tua vita immagino ti sia aperto a 360° prima con la scrittrice che ti ha aiutato e poi con il pubblico. Chiaro che lo avevi già fatto con la musica, ma quanto è stato difficile farlo attraverso un libro?

“Ovviamente è una cosa differente, a livello tecnico, dal fare musica: quando scrivi una canzone devi usare determinati termini, rimanere nei tempi. Quando scrivi un libro puoi aprirti molto di più. Questo comporta però che ci sia un filo logico a connettere tutti gli argomenti e trasportarli insieme, altrimenti sarebbe troppo distaccato. Aprirmi non è stato difficile: una volta fatto con la musica non cambia niente farlo con un libro.”

 

C’è stato subito feeling con la tua editrice? Vi conoscevate già?

“No, non la conoscevo, ci hanno presentati in quel frangente. Era una persona tranquilla, è stato abbastanza semplice. Mi sono trovato subito bene.”

Quanto bisogno c’era di un libro come Dura Lex, con i suoi racconti crudi di spaccati di vita definibili “estremi”, in un contesto come quello italiano?

“Ascolta, io non sono certamente il primo in Italia a parlare di deviazioni, droghe o carcere. Per esempio, Antonio Mancini, uno dei fondatori della Banda della Magliana, aveva già scritto un libro del genere, ispirato appunto alla sua vita che, insomma, è decisamente “più in là” della mia. Ritengo comunque sia un bene che il mio libro abbia interessato parecchie persone che masticano l’Hip Hop: quando qualcuno sente un mio testo, anche per via della differente tecnica di comunicazione, c’è il rischio che non capisca appieno ciò che dico e magari prende la vita illegale in maniera sbagliata. Non ci vuole il Chicoria per farti riconoscere che uno che vive nell’illegalità non vive bene. Prendi per esempio un mafioso di alto calibro: quello quando è libero, ricercato, si nasconde nei bunker sotto terra come i topi, per paura sia dei nemici che vogliono farlo fuori, che della polizia che vuole arrestarlo. Chiunque, anche un bambino, capisce che questa qua non è una vita semplice. Questo merito me lo riconosco: di aver aperto gli occhi ai ragazzi, spiegando che la vita illegale non è rose e fiori, anzi. È sangue e lacrime.”

 

Potremmo collocarti allora ad un piano simile a Saviano con Gomorra?

“No te prego, non farla ‘sta similitudine. Per carità, Saviano è un grande scrittore che parla delle sue realtà, ma c’è una bella differenza tra la realtà partenopea e quella romana.”

 

 

Parliamo di Dura Lex 2: come mai questo seguito? Cosa ti eri dimenticato di scrivere nel primo libro?

“Ma no, non mi ero dimenticato nulla (ride, n.d.r.). Dopo che ho finito di scrivere Dura Lex ho subito iniziato a lavorare sul seguito. Ho cercato di far sì che nel secondo libro ci fossero dei rifacimenti al primo, una sorta di focus su determinate vicende, permettendo al lettore di collegare mentalmente dei racconti. Ho improntato l’intero libro su questo. In Dura Lex 2 ho anche inserito alcuni estratti di mie canzoni, spiegando cosa ha determinato la scrittura di quelle rime, dando una maggiore profondità al prodotto.”

 

In questi anni sei stato particolarmente a contatto con la tua vita passata, dovendo rievocarla quasi giornalmente per scrivere il libro: nel rileggere, nel riparlare di tutte queste storie rifaresti le stesse scelte? Sei soddisfatto del Chicoria di oggi?

“Sono assolutamente soddisfatto di quello che sono oggi. Mi ritengo una persona che ha vissuto diverse vite. Non ho fatto solo rap nella mia esistenza, di conseguenza aver vissuto queste esperienze mi ha lasciato un bagaglio. A diciassette anni ero ad Amsterdam, lavoravo nei ristoranti. Se un domani non ho voglia di scrivere, di rappare, qualcos’altro lo so fare. Tutto il resto che mi è successo ieri mi rende un uomo migliore oggi. Se ti dovessi dire, alcune scelte ovviamente ci ripenserei a farle. Non è che nella vita mia avevo la ragione che viaggiava con me, non sono il figlio di Dio che ogni scelta la faccio giusta. Ovviamente ci sono delle cose di cui mi pento, la prima fra tutte è quella di non aver capito che il rap ci avrebbe potuto aprire tante porte sia al livello lavorativo che comunicativo. Di quello non mi è fregato niente, avevo delle idee sbagliate e correvo appresso a quelle.”

 

Dopo tre giorni dall’uscita di Dura Lex pubblicasti Servizio Funebre: dobbiamo aspettarci il rilascio di qualche progetto musicale ad accompagnare l’uscita del libro?

“No, niente del genere a ‘sto giro.”

 

E qualche progetto in cantina di cui ci vuoi parlare?

“CI sto lavorando, ma non ti dico nulla (ride, n.d.r.) “

 

Va bene Armando, ti ringrazio per essere stato con noi!

“Ma che scherzi Fracco, da paura!”

 

Per pre-ordinare la tua copia di Dura Lex 2 clicca a questi link: http://bit.ly/dura-lex-2-chicoria

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“Ricordati Chi Sei”, il nuovo singolo di ElleBlack 0 440

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

Blunote Radar X Silent Bob 0 952

Edoardo Fontana, in arte Silent Bob (dalla famosa coppia comica Jay e Silent Bob), è un rapper milanese classe ’99 trapiantato nella provincia di Pavia, precisamente a Dorno. Silent Bob si è fatto un nome nella scena milanese grazie ai parecchi singoli pubblicati, tra i quali spicca “Vele Nere”, in collaborazione con Neek the Shine, la quale ha fruttato mezzo milione di stream su Spotify. Lo stesso numero di stream che ha prodotto anche “Silent EP”, il primo vero progetto uscito l’anno scorso che ha sancito la collaborazione tra il rapper milanese ed il producer Sick Budd, oltre all’ingresso nell’etichetta Bullz Records. Da allora sono tantissimi i singoli pubblicati dal duo, tutti con ottimi risultati in termini di visualizzazioni. Silent Bob è in realtà un vero e proprio fenomeno: son pochi gli artisti della stessa età che possono vantare i suoi numeri e questo lo pone sicuramente fra gli emergenti di spicco della scena rap, motivo per il quale abbiamo deciso di intervistarlo all’interno di Blunote Radar, la nostra rubrica dedicata agli artisti emergenti.

Durante quest’intervista abbiamo parlato con Silent Bob dei suoi punti di riferimento musicali, del percorso artistico che lo vede crescere ogni giorno affiancato dal già citato Sick Budd, ma anche dei temi che tratta all’interno dei suoi testi, dove strada e malinconia si fondono in un discorso decisamente maturo per l’età dell’artista, e della difficoltà di emergere quando si viene dalla provincia.

Ciao Edoardo! Per iniziare, voglio presentarti prima ai lettori attraverso dei nomi conosciuti; ascoltandoti si percepiscono le varie sfumature dei tuoi possibili riferimenti musicali: mi son subito venuti in mente il primo Salmo, Mezzosangue, ma anche un modo di fare tipico di Rasty Kilo. Ci ho azzeccato?
Il primo disco di Salmo mi gasò un sacco già al primo ascolto – ed ero molto piccolo quando uscì: lo porto ancora dentro. Mezzosangue non l’ho mai ascoltato davvero ma credo che l’accostamento derivi molto dal timbro vocale, anche perché scriviamo molto diversamente. Per la scrittura mi sento infatti molto più vicino a Rasty Kilo.

Un anno fa hai rilasciato il tuo primo vero lavoro, Silent EP, che ha sancito anche la tua collaborazione con Sick Budd. Sei soddisfatto del lavoro?
Conta che per quell’EP non avevamo nessuna aspettativa, come puoi vedere sono sei singoli messi insieme. Potevano benissimo uscire uno ad uno, ma li avevamo già pronti e abbiamo pensato di farli uscire tutti insieme per iniziare con un primo progetto facendoci qualche data in giro per farci conoscere ed è stato tutto molto tranquillo. È giusto una raccolta di singoli, insomma…

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Silent Bob

Beh comunque ha avuto un buon successo con qualche centinaio di migliaia di ascolti: per qualcosa di nato senza pretese è un grande traguardo!
No, no, ma infatti lo è stato! Prima di Silent ho fatto bei numeri con dei singoli, però ti dico che quando non ti conosce nessuno ed entri in una scena come quella di Milano, abbastanza rinomata, con due pezzi che vanno bene, vuol dire poi dover tenere alta l’asticella e mantenere quella soglia. Con SIlent EP, un lavoro durato praticamente tre mesi, abbiamo fatto mezzo milione di ascolti quindi bella lì, è un bel risultato. Ne son contento. Sarà stata proprio questa genuinità a far sì che arrivasse, perché è arrivato.

Assolutamente, con mezzo milione di ascolti è arrivato sì. Come dicevamo, l’EP è stato l’inizio della tua collaborazione con Sick Budd, un produttore di Milano un po’ più grande di te – vi passate sette anni – e da quando avete rilasciato Silent EP ad oggi hai cambiato un po’ il sound, tastando un po’ sonorità trap. Dove andate a parare?
In realtà proprio con SIlent EP mi hanno accostato ad altri rapper, anche quelli che hai detto tu: Salmo, Kilo… questa cosa mi fa piacere, perché vuol dire che son riuscito a racchiudere tante cosa in una, ma volevo anche trovare una dimensione che fosse solo mia. Quindi posso dirti che con Sick Budd stiamo lavorando su questo: penso agli ultimi singoli ed altre cose che non sono ancora uscite; sono tantissime, ma tutte con un filo conduttore che mi riguarda. Stiamo lavorando molto sulla mia personalità, sulla nostra dimensione artistica. Voglio trovare qualcosa di mio e devo dire che ci stiamo riuscendo: sento che si sta iniziando a formare un vero e proprio stampo. Con Jacopo mi trovo benissimo nonostante, come dici, sia più grande; non è stato sempre così: all’inizio non ci capivamo molto, siamo persone molto diverse: io sono molto sanguigno, lui è il classico producer nerdissimo (Ride, n.d.r.). Però ci completiamo molto: arrivo in studio con un sacco di roba disordinata e lui riesce a riordinare il tutto e creare la cosa. Lui è tutta testa, io ci metto il cuore!

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Sick Budd

Discorso etichetta: sei ormai entrato da un po’ nella Bullz Records, dove nel roster figurate praticamente solo tu e Sick Budd. Come procede?
Sì, ormai son parte dell’etichetta tanto quanto loro; anche se due anni son pochi si è creato un grande rapporto: con Oscar White, il fondatore, c’è una grande amicizia ed è praticamente entrato in famiglia. Non è per nulla un discorso del tipo ‘prima etichetta’, che ti lancia e poi arrivederci, anzi: spero di fare il grande salto per portare su anche loro e viceversa, lavorando come un grande team, perché siamo tutti sulla stessa onda e la cosa è davvero figa.

Torniamo a parlare di musica: da poco più di un mese è fuori il tuo ultimo singolo, Hooligans, che, come dicevi, è uno dei lavori nel quale ti stai orientando più verso il nuovo sound…
Guarda, Hooligans è venuta fuori molto casualmente: non doveva uscire una traccia del genere, così trap, ma alla fine è successo. È il concetto di Hooligans che mi gasa, dei tifosi ‘del gioco’, quelli che stanno fuori dal campo ma ne fanno parte, a volte senza neanche una vera fede calcistica, senza squadra, solo per il calcio. E pur non essendo i protagonisti, sono parte integrante e fondamentale di quello sport: ecco, io mi son sempre visto così nel rapporto con la scena. Noi facciamo bei numeri, ma qui a Garlasco, provincia di Pavia, siamo lontani da Milano, non la viviamo come si dovrebbe pur facendone parte, e la cosa rimane un po’ ‘fuori dal campo’. Magari è un complesso mio, ma sento molto questa cosa.

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Un fotogramma del video di “Hooligans”

Beh, tu più di tutti puoi però raccontarci la provincia e le sue difficoltà: com’è emergere da quel contesto?
Eh… Ti dico, io sento di essere partito da meno dieci – neanche da zero. Sono anni che mi cimento col rap, dai tempi delle cantine insieme a tre amici che son riuscito a trovare in zona a cui piaceva questa musica. Ci si fumava le canne, si rappava, senza pensare mai a qualcosa di davvero concreto. Però il rap mi è sempre venuto da dentro e quando mi son mosso in città ho notato tutto un altro movimento: in provincia è difficile anche trovare quelle tre persone di prima e parlare con loro di rap; in città il discorso è totalmente diverso: è come stare in paradiso. Ma è anche una questione di mentalità: qui giri e giri, ma vedi sempre le stesse tre cose, ragioni sempre nello stesso modo. Però è anche d’aiuto per focalizzarmi sono sulla musica, una cosa che da un po’ di tempo a questa parte avviene in modo quasi ‘religioso’: l’unica distrazione è il Campari al bar, il resto della mia giornata lo dedico alla produzione. Ma è uno dei pochi vantaggi.

Però esistono esempi di gente che è riuscita ad emergere da questi contesti provinciali anche con successo: penso a Madman che è delle mie parti, ad esempio…
Massì, anche Fibra è della provincia. In realtà è gente che merita tanta stima, perché quelli che vengono dalla provincia si son fatti il doppio del culo per arrivare lì e quando ce la fanno si sente, si percepisce… Nulla da togliere a chi viene, per dire, dal centro di Milano, per carità. Ma nessuno di noi è inserito nella scena, non c’è un posto dove il sabato sera vai a fare freestyle… il sabato esci con chi c’è e fai quello che si fa normalmente fuori da quel contesto. Penalizzante, ma la soddisfazione di arrivare dove conta è tanta.

Torniamo a parlare di musica adesso: nei tuoi testi sono tantissimi i riferimenti alla criminalità; in più, leggevo su una tua vecchia intervista che ti imponi di scrivere solo cose vere. Allo stesso tempo, proprio in Hooligans dici testualmente ‘macchine in panne, vizi, condanne, speri mi salvi la musica’. La musica può essere davvero una via d’uscita a questi contesti sociali?
Sì. Sempre rimanendo nella provincia è strafacile che succedano cose del genere, rimanendo anche nell’ombra: proprio adesso ho un amico che vedevo sempre che deve farsi un botto di mesi ai domiciliari. Io ho fatto un sacco di cazzate ma son riuscito a capire e a dire basta, ma per il resto ho un sacco di persone vicine e alcune mi chiedono anche di parlarne per sentirsi parte della cosa. Non se la passano bene e voglio dare una mano anche a loro, a questi amici che si trovano in situazioni per niente facili. Qui poi c’è anche una questione economica critica: se non conosci il cugino o lo zio col bar è difficilissimo trovare lavoro. Io qualcosina l’ho trovata grazie alla mia famiglia – e faccio il dog sitter, non so se mi spiego. (Ride, n.d.r.) Ma come fai a trovare lavoro senza agganci in un paese di cinquemila persone? E così finisci per fare qualche cazzata… e va a finire che ne parli perché son situazioni che hai fatto e che i tuoi amici ancora fanno. Allo stesso tempo trovo davvero impossibile, per come son fatto, scrivere qualcosa che non mi appartiene: non tirerei mai su qualcosa di cui, per esempio, parla Rasty Kilo, perché sono situazioni diverse. Mi è capitato di buttare giù qualcosa che fosse ‘troppo’, e alla fine la tiro via perché non parla di me, non dice il vero. Chi cazzo sono, un gangster? Non voglio neanche che passi quell’immagine perché non è così.

Nella tua musica c’è quindi tanta strada, tanta rabbia, eppure ci ho trovato anche molta malinconia ed anche un fondo dedicato alla depressione, che coi primi due argomenti possono sembrare separati eppure nella realtà di tutti i giorni sono molto vicini. Non lo scopro io che i contesti ‘criminali’ sono comunque contesti difficili, tristi: come si amalgamano questi sentimenti in Silent Bob?
Beh, in realtà la criminalità è solo la parte visiva, quello che vedi e quello che trascrivo nelle mie canzoni. Ma poi, scavando a fondo, emerge tutta l’emotività. Sono una persona molto emotiva, non lo nascondo: faccio problemi enormi anche per cose piccole. Prendo ad esempio il mio amico di prima: son stato malissimo per lui. Il carcere, i domiciliari, non sono per niente cose belle e sento lo hanno cambiato. E se cambia lui cambio anch’io, perché lo sento vicino a me. Ed è proprio qui che si unisce quello che vedo e quello che provo, un’unione che poi metto in musica. Mischiare questi due mondi mi ha sempre affascinato.

Abbiamo affrontato la strada, abbiamo affrontare la malinconia… manca sicuramente l’amore, di cui parli in “Ma come abbiamo fatto”. Non sembri il tipo, ma vedremo altri pezzi del genere?
Effettivamente è così, anzi fino ad allora non concepivo neanche il semplice trattare l’argomento all’interno del rap. Ho rivalutato totalmente la situazione, come il più classico dei cliché, quando ho chiuso una relazione. Come sempre quando si tratta di queste cose, è stata una roba uscita molto di getto, per esigenza: quel testo è stato scritto il giorno prima di arrivare in studio; il beat l’abbiamo fatto in niente e abbiamo registrato lo stesso giorno. È stata una cosa velocissima e subito metabolizzata. Parla di una situazione con una ragazza che c’è stata ed è stata importante. Per farti capire il livello d’esigenza, se l’ascolti attentamente noti che è il più classico dei pezzi rap: non ci abbiamo montato su effetti, robe fighe… è un testo buttato di rabbia su una base. Necessità d’espressione, nessuna struttura melodica particolare a reggere il tutto – come può essere stato per Hooligans. Nessun obbiettivo artistico, per intenderci. Per quanto riguarda quello che verrà non sono sicuro della risposta: stiamo lavorando tanto e sicuramente lo spazio per il love c’è. (Ride, n.d.r.)”

Siamo quasi in chiusura: hai fatto uscire una caterva di singoli, a quando un disco di Silent Bob?
Non posso dirti quando, ma posso dirti che stiamo lavorando ad un progetto grossissimo. Abbiamo anche delle collaborazioni molto fighe con artisti molto ma molto più conosciuti di me. Non posso dirti neanche di chi stiamo parlando perché è davvero gente grossa, mi ucciderebbero (ride, n.d.r.). Se vuoi lo dico solo a te, ma è top secret (e quindi: non contattare l’autore di quest’intervista per avere ulteriori informazioni, n.d.r.). Comunque sia, c’è sicuramente il bisogno di un progetto serio e arriverà.

Dove ti vedremo live quest’estate?
Quest’estate ancora non ci hanno chiamato da nessuna parte, non so, ci odiano… (Ride, n.d.r.). Forse un grosso festival ma davvero non so dirti perché non se n’è ancora parlato seriamente. Comunque terrò aggiornati.

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