Intervista a Diego Mancino: “Una sfida da intraprendere rende gli artisti degni di tale nome. Oltre questo, c’è soltanto un’autocitazione” 0 1735

Diego Mancino nasce nel 1970. Ha attraversato decenni della musica italiana e internazionale militando in diversi gruppi punk e rock, fino alla sua entrata silenziosa, quasi in punta di piedi, nella scena cantautorale italiana con il suo album “Cose che cambiano tutto” nel 2005. È una delle poche barche in mezzo al mare in un contesto che, oggi più che mai, soffre la mancanza di solidi punti di riferimento. Capace di ricostruire un contatto che supera le scadenze del tempo con il suo pubblico, Diego Mancino ha anche scritto testi per importanti artisti come Francesco Renga, Noemi, Cristiano De André, Nina Zilli, nonché partecipato a collaborazioni con parolieri della caratura di Enrico Ruggeri e Daniele Silvestri. Nel 2017 partecipa alla colonna sonora di “Finché c’è prosecco, c’è speranza” di Antonio Padovan con il brano “Avere ragione”. La sua scelta stilistica e letteraria offre concrete lezioni di scrittura, mantiene a distanza quel “grigiore illuminato” spesso impiegato dalla musica moderna per distinguersi dalle classifiche, non per questo rendendosi anacronistico. La profondità con cui nelle sue canzoni vengono affrontate tematiche estranee alla realtà sensoriale, ma anche le più semplici, legate alla quotidianità e alla mondanità, non è misurabile con strumenti fisicamente tangibili: è in virtù di questa impossibilità che abbiamo affrontato una conversazione riguardo la sua carriera, il suo percorso, le sue tecniche di parto e di “ostetricia artistica”.

 “Il guaio del nostro tempo, è che il futuro non è più quello di una volta”. Vorrei cominciare la nostra intervista con Paul Valéry, perché è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho ascoltato il tuo ultimo brano, “il futuro anni fa”, pubblicato con la “INRI” il 22 marzo e prodotto dal gran maestro Dj Aladyn (Men In Skratch). Vorresti raccontarci di più della nascita di questo brano dal titolo quasi ossimorico? Secondo Diego Mancino, il futuro di oggi è diverso da quello di alcuni anni fa?
Per iniziare, il brano nasce perchè Aladyn ed io da anni abbiamo una collaborazione aperta e quando mixo un disco, mi capita sempre con piacere di lavorare con lui. Diciamo che l’idea di questa canzone è nata su sua richiesta, nel senso che voleva proprio parlare di questo. Io posso dirti che il concetto di futuro diverso da quello che ci aspettiamo è un concetto che ogni generazione abbia rispetto a ciò che ha nel suo passato e quello che vede nel proprio futuro. E credo che sia anche giusto così: noi ci aspettiamo sempre qualcosa di inevitabile o inconcepibile in maniera razionale, di plausibile dai nostri desideri, dall’immaginazione che abbiamo di quello che sarà il nostro percorso futuro. Ma ovviamente non è mai così, perché le generazioni che ci seguono prendono il posto e delle strade, delle decisioni, che, è augurabile, sono diverse e inaspettate rispetto alle nostre. Io credo che un musicista come me, quando si affaccia all’idea della musica del futuro, non possa far altro che obbligarsi a imparare quelli che sono i nuovi fondamenti musicali, i nuovi linguaggi che nascono da nuovi generi musicali. Come quello della trap, o dell’hip hop, che ovviamente spostano la misura della scrittura. Ed è anche giusto. Magari è un po’ più complesso e forse sbagliato inseguirlo a tutti i costi. Essere di moda è uno dei mali maggiori: elaborare il concetto di futuro è un dovere, sia dal punto musicale che testuale, ma ciò non deve significare plagiarsi o essere distanti dalla propria indole. La mia è quella di uno scrittore che viene dal punk rock, e non ne voglio fare a meno. È vero che quando ho scoperto il cantautorato anche per me l’elaborazione del testo non avveniva come nel musica punk (magari minimale), ma tendeva all’approfondimento di un tema; questo aspetto nel punk non c’è. Però è anche vero che il concetto di futuro che abbiamo ha anche a che fare con le nostre paure personali, il timore di essere “squalificati”.

Oggi abbiamo le stesse paure che avevano le persone che ci hanno preceduto, magari i nostri genitori? Le paure sono cambiate?
Secondo me le paure son sempre le stesse, questo vale per gli artisti, ma per chiunque conduca la vita in modo intelligente. Avere paura è un diritto e un dovere. La paura di non essere all’altezza, specialmente per un artista, e ciò che lo rende vivo, attento, e rende la propria creatività quasi come una medicina all’invecchiamento precoce. Io non invecchio, invecchia l’ esposizione (*ride*, ndr.).”

Penso che gli artisti, (ma forse chiunque) invecchiando tendano ad “ammorbidirsi”…
Non saprei. Personalmente, più invecchio e più tendo a diventare un “estremista”, ad essere sincero (*ride*, ndr.). Però resta il fatto che bisogna restare attenti. Attenti a non diventare degli oggetti vetusti. Essere moderno non significa rinunciare a dei valori artistici che appartengono al passato, ma riuscire a rendere contemporanea la spiegazione di quel valore.”

Parlando di anacronismi, vorrei fare ora un salto nel tuo tempo e nel tuo passato. “Piume” è il tuo primo album, ma il pubblico non l’ha mai conosciuto, perché è rimasto inedito. Che cosa conteneva questo cassetto chiuso a chiave, che Diego Mancino ha voluto tenere nascosto? Qualche volta ti capita di andarlo a riaprire?
“Piume” è stato il mio primo tentativo di fare al di fuori da una band qualcosa che assomigliasse a un mio percorso personale. Non è mai uscito per il semplice fatto che, a un certo punto, l’evoluzione di quella scrittura, quelle registrazioni, portò a “Cose che cambiano tutto”. In realtà non era un disco vero e proprio: c’erano sei o sette canzoni, che contenevano idee utili a sviluppare la mia estetica musicale (palesata nel disco successivo). Erano delle sessioni, piuttosto, fatte con bravi musicisti: c’era Rocco Tanica (pseudonimo di Sergio Conforti, tastierista di “Elio e le storie tese”, ndr.) al pianoforte, che mi fece il grande regalo di parteciparvi e l’opportunità di avere forse per la prima volta il pianoforte come centro del modello di arrangiamento. Ovviamente il piano di quest’uomo era incredibile, dava una profondità per me inaspettata alle canzoni. Alcune di queste non sono entrate in un disco, ma una sì: “Mush” chiudeva l’album “Cose che cambiano tutto”. La maggior parte dei brani aveva quel tipo di tenore, e fu per me una scoperta capire che la mia indole era quella del cantautorato. Io arrivavo da gruppi rock, suonavo la chitarra (avevo una Jaguar), mi piaceva tanto “fare rumore”. Levando il rumore dalle mie linee melodiche, improvvisamente si aprì un portone gigantesco sulla mia via, sulla profondità del suono e sull’importanza che avevano le parole scritte in un certo modo e cantate con un’espressione non più rabbiosa, ma più simbiotica, interna, intima. Quel cassetto non è mai stato veramente chiuso: è stato il tentativo di aprirmi e dare valore a un tipo di musica che fino ad allora non avevo immaginato così naturale per me.

È un tentativo che poi hai rielaborato nel corso della tua carriera. Di primo acchito, avvicinandomi a “Un invito a te” (2016), dopo aver ascoltato “Cose che cambiano tutto” (2005), ho pensato che fosse un album quasi “sanremese”, ma in realtà è ben altro. Giudicare la scrittura “semplice” potrebbe suonare peggiorativo; da intendersi è la trasparenza, la tua messa a nudo, nonché la capacità di mettere a fuoco dimensioni dell’animo umano sapendole raccontare con un tono pulito. Questo non è assolutamente un difetto, se si pensa ai testi che si scrivono oggi, che spesso puntano sull’utilizzo di giri di parole, termini ricercati usati in modo improprio, e sulla tensione a ostentare un significato profondo, che poi si perde.
A casa mia, quella cosa si chiama “supercazzola” (*ride* ndr.). La semplicità a volte è devastante: la specificità dei miei dischi sta nel fatto che la parola ha un rilievo forse maggiore del suono, che la rivela. Il “vestito” dei miei testi è cucito dall’animo con cui vengono cantati, che è un animo molto scoperto, è vero quello che dici. Mettersi a nudo crea anche un obbligo di creare una corrispondenza con chi ascolta: questo ne fa la forza dei brani, ma anche la debolezza, perché non essere di moda, li rende efficaci, ma sul lungo termine. I musicisti come me, d’altro canto, non hanno mai gareggiato per il campionato. Non faccio dischi per essere accondiscendente con il pubblico, e i miei ascoltatori sono abituati a un costante cambio di traiettorie musicali. Sono alla ricerca di finestre chiuse, di porte chiuse da aprire. Questo vale anche per la mia ricerca personale come uomo, ma soprattutto per la musica che ritengo utile. Perché esiste anche la musica inutile. Man mano che passa il tempo, la canzone assume sempre più densità e rilevanza nella vita delle persone.

È stato un lungo percorso il tuo, cominciato con il rock e il punk duro, che ti ha portato a calcare diversi palchi in Italia, ma anche a inserirti nella scena inglese degli anni novanta. Poi la predilezione per testi concentrati, un suono più addolcito, malgrado avesse in sé ancora strascichi di quel passato grezzo e brillante. Cosa è successo quando hai deciso di voltare pagina e dedicarti al cantautorato?
Sono due i momenti ben precisi. Uno è stato quando mio padre stava buttando il suo pianoforte elettrico. Me lo ritrovai in casa, stavo passando attraverso un periodo di profonda crisi nella mia vita privata e musicalmente sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa che potessi sentire “mio” al di fuori di una band o un collettivo. Trovandomi da solo con il pianoforte, la prima canzone che scrissi con quel preciso strumento fu proprio “Cose che cambiano tutto”: era un addio che stavo dando a una persona, e mi trovavo a esprimerlo in una maniera per me inconsueta ai tempi. Probabilmente quello che accadde fu, per via di una energia misterica, come spesso accade nell’arte, una rinascita da me stesso. Trovai una mia espressione vocale e letteraria aiutato anche dalle mie incertezze, da una dimensione di insicurezza totale di quello che mi stava intorno. Dovevo prendere il coraggio a due mani e intraprendere una via nuova, che era quella di produrre qualcosa di inesistente per me e forse, nel 2004, anche inesistente sul mercato. Quando chiusi quel disco, ancora non c’era in Italia quella nuova scena cantautorale. Era considerato come qualcosa di alieno…

Erano gli anni in cui Daniele Silvestri, ad esempio, faceva capolino sul grande pubblico.
Daniele per me era già un gran maestro. Quando mi è capitata la fortuna di diventare suo amico e lavorarci, ho applicato un tipo di linguaggio che avevo sempre desiderato dimostrargli, quasi a voler dire “guarda, esiste anche questo”. Ed è stato bellissimo sapere che Daniele aveva conosciuto “Cose che cambiano tutto” nello stesso modo in cui sta succedendo da sempre nella mia vita, cioè grazie alla sua donna (*ride*, ndr.). I miei dischi sono generalmente più apprezzati dal pubblico femminile, probabilmente perché hanno una sensibilità poco “machista”, però molto profonda e carica di un erotismo lineare, non solo in superficie.
Il secondo momento chiave è leggermente bizzarro: mi ricordo precisamente una sera in cui un musicista mi disse che non ero ancora pronto per un disco, e questo mi rivoltò l’anima. Così pensai: “se la pensi così, allora lo faccio”. “Dimostrare” a volte è una cosa banale, ma è anche vero che il desiderio di esistere per un artista nasce sempre da una sfida, e anche nel mio caso, porta sempre a conclusioni ottime. Avere una sfida da intraprendere, rende gli artisti degni di tale denominazione. Al di fuori di questo, probabilmente, c’è soltanto un’autocitazione.

Cose che cambiano tutto” (2005) aveva tantissimo da dire già dopo la sua pubblicazione, ma non ebbe la risonanza che gli era dovuta, malgrado l’ottima accoglienza della critica. Poi la scoperta e il rilancio da parte del mondo del rap: “Idee stupide” con Fabri Fibra (“Tradimento“, 2006), “Il male è banale” per Dj Myke (contenuto nel leggendario “Hocus Pocus“, 2010), “Io, te e la strada” per Dj Aladyn (contenuto in “Fili invisibili“, 2012) e il remix di “È necessario” ad opera dei Men In Skratch con una strofa di Rancore. Com’è scattata la scintilla con questo genere, atipico fino ad allora nel tuo stile? Quanto hai ricevuto da questo legame, e quanto pensi di aver contribuito, invece, al suo sviluppo?
La domanda ha più risposte. Anzitutto, tutti i miei dischi non ottengono la risonanza che si meritano, ma la cosa non mi sconvolge affatto. Proprio per il tipo di artista quale sono, non ho mai frequentato la stessa strada degli altri; anzi, ho sempre spostato i miei interessi, cercando con questo di evolvere il mio tipo di scrittura. Non mi meraviglia che i miei dischi non abbiano raggiunto il successo se penso che i miei grandi maestri della musica italiana hanno tutti avuto un percorso simile. L’idea di essere famoso mi ha sempre corteggiato, ma non mi ha mai sedotto: per me la musica è qualcosa che ha a che vedere con la mia vita, non con la vita degli altri. Un po’ egoista, forse, ma ho iniziato a fare dischi che avevo quasi diciannove anni, ne ho quasi cinquanta e sono ancora qui che ne faccio. Tutto sommato se misuro il mio “successo” sulla lunghezza del mio percorso musicale, devo ammettere che va tutto bene. Ho avuto la possibilità di avere una vera vita artistica, e non qualcosa di effimero. A un certo punto, è vero, è arrivato l’hip hop. Questa nasceva intorno al ’77, quando più o meno è nato tutto. Io negli anni ’80 ascoltavo tanta musica, dai Joy Division al punk, o il post punk, e anche l’hip hop, che arrivava attraverso i dischi di quelli più grandi di me. Quel linguaggio mi è sempre piaciuto, ma era difficile affrontarlo da solo, perché non era qualcosa che mi apparteneva propriamente, ma solo di riflesso. L’opportunità di fare “Idee stupide” mi venne data dalla Universal e da Fabri Fibra in prima persona, che aveva ascoltato “Cose che cambiano tutto” e gli era piaciuto molto. Per me fu un onore, perché ero e sono un fan di Fabri, che conoscevo grazie ai suoi lavori precedenti: quest’esperienza mi diede l’opportunità di misurarmi con tipo di espressione più stretta, più asciutta, e diventava più facile (come è successo in “È necessario”) scrivere testi che trattassero di rivendicazioni sociali o politiche, che non appartenevano più al mio mondo, ma a quello degli altri. Il mondo degli altri, mi era difficile da raccontare in album come “Cose che cambiano tutto” o “L’evidenza”, perché raccontano me, la mia estetica, la mia poetica, il mio senso di smarrimento. “È necessario” mi dava la possibilità di parlare di quello che accadeva fuori di me, e lo potevo fare solo mettendo in gioco dei linguaggi nuovi, imparando dagli altri. Imparare dagli altri è una forma di evoluzione fondamentale, e per chi fa musica, è anche una forma di ribellione verso se stessi,  alla comodità di essere sicuro di ciò che si è. Per quanto mi riguarda, essere sicuri di sé è sempre stato chiarificante, e l’hip hop mi ha fatto il regalo di non essere più sicuro di niente.

Poi c’è anche questo fatto dell’anonimato, del poter sentirsi in mezzo alla folla ad osservare tutti scomparendoci dentro, quasi sentendosi invisibili“. Riprendo qui Calvino, invece, che ha fatto la comparsa nel mio immaginario come un genuine link quando ascoltavo la tua “Milano e l’impossibile” (“L’evidenza“, 2008). Mi piacerebbe costruire una proporzione per la quale “Diego Mancino : Milano = Marco Polo : Venezia” (ndr. Marco Polo è il protagonista de “Le città invisibili” di Calvino), ma preferirei avere una tua opinione a riguardo. Come vivi, inoltre, il tuo percorso artistico in un’epoca e in particolare in una città dove il narcisismo esacerbato e l’eccesso di protagonismo è, per paradosso, causa del suo esatto contrario, ovvero l’annullamento dell’identità individuale?
Nell’età moderna, l’anonimato è il più grande lusso che esista. Scomparire è la vera ricchezza dei nostri giorni, e per quanto riguarda quella canzone, l’invisibilità di cui parlo è una sensazione violentissima, che provai su me stesso. È stata scritta in taxi, che presi da Piazza Duomo per andare in un quartiere di periferia che si chiama “Baggio”, sul sedile posteriore, in un momento di profondo sconforto (anche il video di “Milano e l’impossibile” è girato in un taxi in movimento, con un’inquadratura frontale sul sedile posteriore, ndr.): trovavo l’invisibilità rispetto al mio lavoro qualcosa di sconvolgente, e questo non perché mi mancasse il successo, ma perché non riuscivo a capire quale fosse il mio posto nel mondo. Milano è una città molto particolare, apparentemente fredda, è stracolma di segreti, ma è anche molto disponibile a svelarteli.  Quando – parlando proprio di Calvino – ho pensato alla mia condizione rispetto a questa città “invisibile” e abitata da “invisibili”, mi son detto che poi la città non è fatta delle mura che ne fanno le case. Quelle sono solo i materiali della città in cui vivo. La città vera, forse lo dice proprio in quel libro, è fatta di risposte alle tue domande («Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.», ndr.). Io non avevo Kublai Khan con cui parlare, e mio malgrado nemmeno il tassista (*ride*, ndr.), o forse era lui il mio Kublai Khan, senza saperlo. Però ecco, la conclusione è che io ero la città. Io ero la città in cui mi aggiravo, non Milano. “Impossibile” era la parola che mi veniva più normale, e non apparteneva alla musica, ma alla condizione che gli altri mi imponevano. Era tutto sempre impossibile. Il tentativo di sopravvivere al concetto di “impossibile” è ciò che fa sviluppare l’anticorpo fondamentale di qualsiasi uomo e artista. Essere davanti ad una montagna gigantesca e insormontabile, rende quella montagna il posto dove voglio andare. Un po’ sono Marco Polo se prendiamo in considerazione il fatto che il mio viaggio nella musica mi porta alla scoperta di posti che non esistono, o immaginari, e al dovere di descrivere quei posti e raccontarli agli altri. Descrivere della scomparsa in una massa di gente che vive di apparenza, in realtà, rende tutto questo molto fragile: l’apparenza forse non è vero che inganna, perché esiste, fa parte della realtà. Io sono un po’ nel mezzo, trovo utile sia apparire che scomparire. È un esercizio di magia, come i discorsi di Kublai Khan e Marco Polo, anche nella musica. Trovare un invenzione con la quale poi gli altri si eserciteranno. Pensa a chi ha inventato lo skateboard: chi l’ha inventato ha detto “saranno gli altri a capire come usarlo”. Così puoi essere imperatore di un grande regno, ma hai bisogno di un viaggiatore che ti spieghi cos’è e cosa ha di speciale. È anche un tentativo di sconfiggere i propri mostri. Pavese diceva che “i mostri muoiono quando muore la paura che ti fanno”: è la stessa cosa. È come cercare la soluzione a qualcosa di impossibile. È quello che fanno gli scrittori.

Vorrei sottoporti un passo de “Le città e gli occhi”, la prima della serie, per la precisione. Valdrada sorge su uno specchio d’acqua che riflette tutto ciò che accade nella città, dando vita praticamente a un’altra città parallela. Esistono due Valdrade: una sulla terra ferma e una che vive nello specchio del lago.
Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quello che sembra valere sopra lo specchio, resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono, dallo specchio, un viso o un gesto inverso punto per punto.
Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano”.
Bisogna capire quale, tra la vita vissuta e quella raccontata, è reale. Soprattutto se ce n’è una da scegliere, perché poi sul concetto di realtà nella vita si potrebbe conversare per ore. La realtà è veramente opinabile: vita immaginaria e reale non sono poi così separate; siamo entrambe le cose. Spesso tendo in prima persona a fare una differenza tra l’artista e la persona, ma poi più passa il tempo e più non è vero che le cose sono divise. Io sono entrambe le cose e vivo in maniera molto seria anche la parte simbolica che compare nella mia vita e diventa sempre più concreta e appartenente alla mia quotidianità. Tutto ciò che appare è importante quanto ciò che vedi e puoi toccare.”

Diego Mancino e la filosofia. In molte delle tue canzoni, si percepisce un peso esistenziale che spesso si riversa su un piano universalistico. “Siccome io sono pietra/e tu sei una montagna/nient’altro posso fare/che rotolare/continuare a rotolare” è l’ultima strofa di “Tutte le distanze” (“L’evidenza”, 2008): ricorda la condizione umana rappresentata da Sisifo nel celebre mito raccontato da Albert Camus, metafora dell’esasperato desiderio dell’uomo di tendere a qualcosa di superiore, trascendentale, sebbene sia persuaso della sua finitezza e dell’assurdità intrinseca alla vita. Ma sulla base di questa consapevolezza, Sisifo è anche sinonimo di fedeltà suprema; nella fattispecie concreta della canzone, fedeltà riposta nel sentimento indirizzato al tuo interlocutore lirico. Si può leggere in questa chiave la formula per la rivoluzione che annunci durante il brano e alla fine dello stesso, e che ognuno di noi può compiere? Diego Mancino è un “Sisifo felice”?
La fedeltà è una delle azioni più rivoluzionarie che un uomo possa compiere. Amo molto quella canzone, che è una canzone d’amore. Se parliamo di Sisifo e di questa sua impresa eroica, non posso far altro che pensare a Herzog e al suo libro “La conquista dell’inutile” (2007). Questo “inutile” altro non è che la trascendenza, la ricerca del sacro. Ora, “Tutte le distanze” è il brano in cui per la prima volta ho provato a sviluppare il mio senso di ricerca del sacro, cosa che in seguito è successa molto spesso. Ad esempio, “Il cielo è vuoto”, che ho scritto per Cristiano De André, è stato ispirato da un libro di Galimberti, “La religione dal cielo vuoto” (2012), dove fondamentalmente l’autore racconta di una società che si vieta la ricerca del sacro, di qualcosa che sia più alto di noi stessi. Da un certo punto di vista è quello che gli innamorati fanno: cercare di ottenere dai propri sentimenti, una dimensione più elevata. La “fedeltà superiore” che ci insegna Sisifo è proprio quella. Ma non sono un “Sisifo felice”, perché la felicità non può appartenere a una persona che si confronta con il mondo reale. La felicità è qualcosa che mi auguro. Ho scritto una canzone che si chiama “La felicità” ( scritto per Nina Zilli e contenuto in “L’amore è femmina”, 2012), in cui dico che “è il mio stipendio”, che probabilmente è anche piccolo rispetto alle fatiche che nella vita si compiono, però non ho mai nascosto la mia indole cupa. Sono cresciuto leggendo Baudelaire e ascoltando i Joy Division: come faccio a essere felice? Immaginare di essere felici, certo, è importante. Viviamo oggi, tornando a Sisifo, in un universo che non ha più un padrone, un riferimento. Il nostro fardello, che spingiamo sulla montagna, quella è la nostra felicità: avere una pietra da spingere sul punto più alto possibile, che attiri l’invidia degli dei.

Sono pienamente convinto del fatto che, più che non averlo raggiunto, il successo meritato non sia stato riconosciuto alla tua musica. Questo è dovuto probabilmente alla tua scrittura ricercata, alla lirica “maudie”, alla costante riflessione su te stesso: caratteristiche che, in qualche modo, mi portano a sentire nelle tue canzoni il genio di Piero Ciampi – ci ho pensato quando ho ascoltato per la prima volta “Maledetta Volontà” (“Un invito a te”, 2016), di cui sono ormai perdutamente innamorato – e che, palesemente, non piacciono al mercato, malgrado ti sia aperto ad ogni tipo di influenza dal punto di vista strumentale. Non è un caso, infatti, che il sopracitato artista sia stato celebrato solo dopo la sua tragica morte, come purtroppo spesso accade. Evitando conclusioni escatologiche, che idea ti sei riuscito a fare della musica, delle direzioni in cui si muove fluida attraverso il pubblico e dell’industria musicale nella tua lunga carriera?
I miei dischi non sono mai stati primi in classifica, ma sicuramente posso dire di essere riuscito a far breccia in molti contesti artistici differenziati. Molte delle canzoni che ho scritto per altri artisti ci sono riuscite però. “La tua bellezza” di Renga, o molti di quelli che ho scritto per Emma Marrone, sono esempi di testi che potresti trovare anche in un mio lavoro. Non sono cambiati per il semplice fatto che questi artisti hanno trovato una corrispondenza, e probabilmente il mio ruolo nella vita è quello. Sicuramente è diverso dall’aspettativa che qualcuno, o magari io stesso, potevo avere a vent’anni, quando sarei potuto diventare un rockstar; poi ho scoperto che io sono un’altra cosa. A me è sempre piaciuto essere uno scrittore e un pensatore libero, e avere così tanti anni di lavoro e di credibilità alle spalle, collaborare con artisti incredibili, è già un successo in cui io nemmeno speravo. E sono ancora qui a fare questo lavoro e a cercare di migliorarmi. La musica mi ha dato la possibilità di non essere famoso, ma una continuità abbastanza impressionante: ho superato quasi un decennio, e dopo così tanti anni, posso dirti che la solidità è qualcosa di veramente raro. La musica c’è, tutta la musica che vuoi: bisogna imparare a farla conoscere agli altri, a farla crescere, interiorizzare. Non è importante quando la musica esce, ma quando tu la capisci.

Ti ringrazio per la tua pazienza, Diego. Siamo giunti all’ultima domanda di rito: quali sono i tuoi piani per il futuro? Mi piacerebbe, inoltre, sapere il nome di un album che è stato particolarmente significativo per te, e il nome di un artista (nazionale o internazionale) con cui ti piacerebbe collaborare.
Sono passato alla Sugar dopo dieci anni in Universal, con cui ho intrapreso un percorso di scrittura, principalmente per altri artisti; sto facendo le musiche per uno spettacolo di teatro, e sto continuando a scrivere canzoni. Io, come credo tu sappia, faccio un disco almeno ogni quattro anni (*ride*, ndr.). Non mi sta particolarmente interessando, in questo momento, produrre un album, ma è ciclica questa cosa. Io appartengo alla musica, e non il contrario, quindi quando sarà il momento, lei mi chiederà di fare cose specifiche. I progetti che ho sono gli stessi da quando ho diciassette anni, ovvero scrivere canzoni il più oneste possibili con me stesso, e il più empatiche possibili. Un album che mi ha cambiato – malgrado sia una richiesta impossibile – posso dire che sia “Seventeen secondons” dei The Cure (1980), perché quando l’ho ascoltato la prima volta in cameretta, percepivo che qualcosa di magico stava accadendo. Non so se ha cambiato la mia vita, perché sono davvero troppi gli album che hanno cambiato la mia vita. D’altronde, succede quasi ogni mese, e se così non fosse dovrei cambiare lavoro. Ricordo anche quando ho ascoltato i Led Zeppelin per la prima volta, e il suono di quelle chitarre mi faceva quasi paura. Pareva che evocassero dei fantasmi.
Tra gli artisti, se mi chiedi di citare l’impossibile, mi piacerebbe sedermi a un tavolo come in “Coffe and cigarettes” (Jim Jarmusch, 2003) assieme ad Elvis Costello: amo molto confrontarmi con quelli più bravi di me. Molti dei miei eroi sono anziani, o addirittura deceduti, ma ovviamente ci sono molti artisti moderni che apprezzo tantissimo. Lavorare con persone che stimo, come Daniele o Fabri, è stato un bel sogno.

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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