Intervista a Diego Mancino: “Una sfida da intraprendere rende gli artisti degni di tale nome. Oltre questo, c’è soltanto un’autocitazione” 0 1587

Diego Mancino nasce nel 1970. Ha attraversato decenni della musica italiana e internazionale militando in diversi gruppi punk e rock, fino alla sua entrata silenziosa, quasi in punta di piedi, nella scena cantautorale italiana con il suo album “Cose che cambiano tutto” nel 2005. È una delle poche barche in mezzo al mare in un contesto che, oggi più che mai, soffre la mancanza di solidi punti di riferimento. Capace di ricostruire un contatto che supera le scadenze del tempo con il suo pubblico, Diego Mancino ha anche scritto testi per importanti artisti come Francesco Renga, Noemi, Cristiano De André, Nina Zilli, nonché partecipato a collaborazioni con parolieri della caratura di Enrico Ruggeri e Daniele Silvestri. Nel 2017 partecipa alla colonna sonora di “Finché c’è prosecco, c’è speranza” di Antonio Padovan con il brano “Avere ragione”. La sua scelta stilistica e letteraria offre concrete lezioni di scrittura, mantiene a distanza quel “grigiore illuminato” spesso impiegato dalla musica moderna per distinguersi dalle classifiche, non per questo rendendosi anacronistico. La profondità con cui nelle sue canzoni vengono affrontate tematiche estranee alla realtà sensoriale, ma anche le più semplici, legate alla quotidianità e alla mondanità, non è misurabile con strumenti fisicamente tangibili: è in virtù di questa impossibilità che abbiamo affrontato una conversazione riguardo la sua carriera, il suo percorso, le sue tecniche di parto e di “ostetricia artistica”.

 “Il guaio del nostro tempo, è che il futuro non è più quello di una volta”. Vorrei cominciare la nostra intervista con Paul Valéry, perché è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho ascoltato il tuo ultimo brano, “il futuro anni fa”, pubblicato con la “INRI” il 22 marzo e prodotto dal gran maestro Dj Aladyn (Men In Skratch). Vorresti raccontarci di più della nascita di questo brano dal titolo quasi ossimorico? Secondo Diego Mancino, il futuro di oggi è diverso da quello di alcuni anni fa?
Per iniziare, il brano nasce perchè Aladyn ed io da anni abbiamo una collaborazione aperta e quando mixo un disco, mi capita sempre con piacere di lavorare con lui. Diciamo che l’idea di questa canzone è nata su sua richiesta, nel senso che voleva proprio parlare di questo. Io posso dirti che il concetto di futuro diverso da quello che ci aspettiamo è un concetto che ogni generazione abbia rispetto a ciò che ha nel suo passato e quello che vede nel proprio futuro. E credo che sia anche giusto così: noi ci aspettiamo sempre qualcosa di inevitabile o inconcepibile in maniera razionale, di plausibile dai nostri desideri, dall’immaginazione che abbiamo di quello che sarà il nostro percorso futuro. Ma ovviamente non è mai così, perché le generazioni che ci seguono prendono il posto e delle strade, delle decisioni, che, è augurabile, sono diverse e inaspettate rispetto alle nostre. Io credo che un musicista come me, quando si affaccia all’idea della musica del futuro, non possa far altro che obbligarsi a imparare quelli che sono i nuovi fondamenti musicali, i nuovi linguaggi che nascono da nuovi generi musicali. Come quello della trap, o dell’hip hop, che ovviamente spostano la misura della scrittura. Ed è anche giusto. Magari è un po’ più complesso e forse sbagliato inseguirlo a tutti i costi. Essere di moda è uno dei mali maggiori: elaborare il concetto di futuro è un dovere, sia dal punto musicale che testuale, ma ciò non deve significare plagiarsi o essere distanti dalla propria indole. La mia è quella di uno scrittore che viene dal punk rock, e non ne voglio fare a meno. È vero che quando ho scoperto il cantautorato anche per me l’elaborazione del testo non avveniva come nel musica punk (magari minimale), ma tendeva all’approfondimento di un tema; questo aspetto nel punk non c’è. Però è anche vero che il concetto di futuro che abbiamo ha anche a che fare con le nostre paure personali, il timore di essere “squalificati”.

Oggi abbiamo le stesse paure che avevano le persone che ci hanno preceduto, magari i nostri genitori? Le paure sono cambiate?
Secondo me le paure son sempre le stesse, questo vale per gli artisti, ma per chiunque conduca la vita in modo intelligente. Avere paura è un diritto e un dovere. La paura di non essere all’altezza, specialmente per un artista, e ciò che lo rende vivo, attento, e rende la propria creatività quasi come una medicina all’invecchiamento precoce. Io non invecchio, invecchia l’ esposizione (*ride*, ndr.).”

Penso che gli artisti, (ma forse chiunque) invecchiando tendano ad “ammorbidirsi”…
Non saprei. Personalmente, più invecchio e più tendo a diventare un “estremista”, ad essere sincero (*ride*, ndr.). Però resta il fatto che bisogna restare attenti. Attenti a non diventare degli oggetti vetusti. Essere moderno non significa rinunciare a dei valori artistici che appartengono al passato, ma riuscire a rendere contemporanea la spiegazione di quel valore.”

Parlando di anacronismi, vorrei fare ora un salto nel tuo tempo e nel tuo passato. “Piume” è il tuo primo album, ma il pubblico non l’ha mai conosciuto, perché è rimasto inedito. Che cosa conteneva questo cassetto chiuso a chiave, che Diego Mancino ha voluto tenere nascosto? Qualche volta ti capita di andarlo a riaprire?
“Piume” è stato il mio primo tentativo di fare al di fuori da una band qualcosa che assomigliasse a un mio percorso personale. Non è mai uscito per il semplice fatto che, a un certo punto, l’evoluzione di quella scrittura, quelle registrazioni, portò a “Cose che cambiano tutto”. In realtà non era un disco vero e proprio: c’erano sei o sette canzoni, che contenevano idee utili a sviluppare la mia estetica musicale (palesata nel disco successivo). Erano delle sessioni, piuttosto, fatte con bravi musicisti: c’era Rocco Tanica (pseudonimo di Sergio Conforti, tastierista di “Elio e le storie tese”, ndr.) al pianoforte, che mi fece il grande regalo di parteciparvi e l’opportunità di avere forse per la prima volta il pianoforte come centro del modello di arrangiamento. Ovviamente il piano di quest’uomo era incredibile, dava una profondità per me inaspettata alle canzoni. Alcune di queste non sono entrate in un disco, ma una sì: “Mush” chiudeva l’album “Cose che cambiano tutto”. La maggior parte dei brani aveva quel tipo di tenore, e fu per me una scoperta capire che la mia indole era quella del cantautorato. Io arrivavo da gruppi rock, suonavo la chitarra (avevo una Jaguar), mi piaceva tanto “fare rumore”. Levando il rumore dalle mie linee melodiche, improvvisamente si aprì un portone gigantesco sulla mia via, sulla profondità del suono e sull’importanza che avevano le parole scritte in un certo modo e cantate con un’espressione non più rabbiosa, ma più simbiotica, interna, intima. Quel cassetto non è mai stato veramente chiuso: è stato il tentativo di aprirmi e dare valore a un tipo di musica che fino ad allora non avevo immaginato così naturale per me.

È un tentativo che poi hai rielaborato nel corso della tua carriera. Di primo acchito, avvicinandomi a “Un invito a te” (2016), dopo aver ascoltato “Cose che cambiano tutto” (2005), ho pensato che fosse un album quasi “sanremese”, ma in realtà è ben altro. Giudicare la scrittura “semplice” potrebbe suonare peggiorativo; da intendersi è la trasparenza, la tua messa a nudo, nonché la capacità di mettere a fuoco dimensioni dell’animo umano sapendole raccontare con un tono pulito. Questo non è assolutamente un difetto, se si pensa ai testi che si scrivono oggi, che spesso puntano sull’utilizzo di giri di parole, termini ricercati usati in modo improprio, e sulla tensione a ostentare un significato profondo, che poi si perde.
A casa mia, quella cosa si chiama “supercazzola” (*ride* ndr.). La semplicità a volte è devastante: la specificità dei miei dischi sta nel fatto che la parola ha un rilievo forse maggiore del suono, che la rivela. Il “vestito” dei miei testi è cucito dall’animo con cui vengono cantati, che è un animo molto scoperto, è vero quello che dici. Mettersi a nudo crea anche un obbligo di creare una corrispondenza con chi ascolta: questo ne fa la forza dei brani, ma anche la debolezza, perché non essere di moda, li rende efficaci, ma sul lungo termine. I musicisti come me, d’altro canto, non hanno mai gareggiato per il campionato. Non faccio dischi per essere accondiscendente con il pubblico, e i miei ascoltatori sono abituati a un costante cambio di traiettorie musicali. Sono alla ricerca di finestre chiuse, di porte chiuse da aprire. Questo vale anche per la mia ricerca personale come uomo, ma soprattutto per la musica che ritengo utile. Perché esiste anche la musica inutile. Man mano che passa il tempo, la canzone assume sempre più densità e rilevanza nella vita delle persone.

È stato un lungo percorso il tuo, cominciato con il rock e il punk duro, che ti ha portato a calcare diversi palchi in Italia, ma anche a inserirti nella scena inglese degli anni novanta. Poi la predilezione per testi concentrati, un suono più addolcito, malgrado avesse in sé ancora strascichi di quel passato grezzo e brillante. Cosa è successo quando hai deciso di voltare pagina e dedicarti al cantautorato?
Sono due i momenti ben precisi. Uno è stato quando mio padre stava buttando il suo pianoforte elettrico. Me lo ritrovai in casa, stavo passando attraverso un periodo di profonda crisi nella mia vita privata e musicalmente sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa che potessi sentire “mio” al di fuori di una band o un collettivo. Trovandomi da solo con il pianoforte, la prima canzone che scrissi con quel preciso strumento fu proprio “Cose che cambiano tutto”: era un addio che stavo dando a una persona, e mi trovavo a esprimerlo in una maniera per me inconsueta ai tempi. Probabilmente quello che accadde fu, per via di una energia misterica, come spesso accade nell’arte, una rinascita da me stesso. Trovai una mia espressione vocale e letteraria aiutato anche dalle mie incertezze, da una dimensione di insicurezza totale di quello che mi stava intorno. Dovevo prendere il coraggio a due mani e intraprendere una via nuova, che era quella di produrre qualcosa di inesistente per me e forse, nel 2004, anche inesistente sul mercato. Quando chiusi quel disco, ancora non c’era in Italia quella nuova scena cantautorale. Era considerato come qualcosa di alieno…

Erano gli anni in cui Daniele Silvestri, ad esempio, faceva capolino sul grande pubblico.
Daniele per me era già un gran maestro. Quando mi è capitata la fortuna di diventare suo amico e lavorarci, ho applicato un tipo di linguaggio che avevo sempre desiderato dimostrargli, quasi a voler dire “guarda, esiste anche questo”. Ed è stato bellissimo sapere che Daniele aveva conosciuto “Cose che cambiano tutto” nello stesso modo in cui sta succedendo da sempre nella mia vita, cioè grazie alla sua donna (*ride*, ndr.). I miei dischi sono generalmente più apprezzati dal pubblico femminile, probabilmente perché hanno una sensibilità poco “machista”, però molto profonda e carica di un erotismo lineare, non solo in superficie.
Il secondo momento chiave è leggermente bizzarro: mi ricordo precisamente una sera in cui un musicista mi disse che non ero ancora pronto per un disco, e questo mi rivoltò l’anima. Così pensai: “se la pensi così, allora lo faccio”. “Dimostrare” a volte è una cosa banale, ma è anche vero che il desiderio di esistere per un artista nasce sempre da una sfida, e anche nel mio caso, porta sempre a conclusioni ottime. Avere una sfida da intraprendere, rende gli artisti degni di tale denominazione. Al di fuori di questo, probabilmente, c’è soltanto un’autocitazione.

Cose che cambiano tutto” (2005) aveva tantissimo da dire già dopo la sua pubblicazione, ma non ebbe la risonanza che gli era dovuta, malgrado l’ottima accoglienza della critica. Poi la scoperta e il rilancio da parte del mondo del rap: “Idee stupide” con Fabri Fibra (“Tradimento“, 2006), “Il male è banale” per Dj Myke (contenuto nel leggendario “Hocus Pocus“, 2010), “Io, te e la strada” per Dj Aladyn (contenuto in “Fili invisibili“, 2012) e il remix di “È necessario” ad opera dei Men In Skratch con una strofa di Rancore. Com’è scattata la scintilla con questo genere, atipico fino ad allora nel tuo stile? Quanto hai ricevuto da questo legame, e quanto pensi di aver contribuito, invece, al suo sviluppo?
La domanda ha più risposte. Anzitutto, tutti i miei dischi non ottengono la risonanza che si meritano, ma la cosa non mi sconvolge affatto. Proprio per il tipo di artista quale sono, non ho mai frequentato la stessa strada degli altri; anzi, ho sempre spostato i miei interessi, cercando con questo di evolvere il mio tipo di scrittura. Non mi meraviglia che i miei dischi non abbiano raggiunto il successo se penso che i miei grandi maestri della musica italiana hanno tutti avuto un percorso simile. L’idea di essere famoso mi ha sempre corteggiato, ma non mi ha mai sedotto: per me la musica è qualcosa che ha a che vedere con la mia vita, non con la vita degli altri. Un po’ egoista, forse, ma ho iniziato a fare dischi che avevo quasi diciannove anni, ne ho quasi cinquanta e sono ancora qui che ne faccio. Tutto sommato se misuro il mio “successo” sulla lunghezza del mio percorso musicale, devo ammettere che va tutto bene. Ho avuto la possibilità di avere una vera vita artistica, e non qualcosa di effimero. A un certo punto, è vero, è arrivato l’hip hop. Questa nasceva intorno al ’77, quando più o meno è nato tutto. Io negli anni ’80 ascoltavo tanta musica, dai Joy Division al punk, o il post punk, e anche l’hip hop, che arrivava attraverso i dischi di quelli più grandi di me. Quel linguaggio mi è sempre piaciuto, ma era difficile affrontarlo da solo, perché non era qualcosa che mi apparteneva propriamente, ma solo di riflesso. L’opportunità di fare “Idee stupide” mi venne data dalla Universal e da Fabri Fibra in prima persona, che aveva ascoltato “Cose che cambiano tutto” e gli era piaciuto molto. Per me fu un onore, perché ero e sono un fan di Fabri, che conoscevo grazie ai suoi lavori precedenti: quest’esperienza mi diede l’opportunità di misurarmi con tipo di espressione più stretta, più asciutta, e diventava più facile (come è successo in “È necessario”) scrivere testi che trattassero di rivendicazioni sociali o politiche, che non appartenevano più al mio mondo, ma a quello degli altri. Il mondo degli altri, mi era difficile da raccontare in album come “Cose che cambiano tutto” o “L’evidenza”, perché raccontano me, la mia estetica, la mia poetica, il mio senso di smarrimento. “È necessario” mi dava la possibilità di parlare di quello che accadeva fuori di me, e lo potevo fare solo mettendo in gioco dei linguaggi nuovi, imparando dagli altri. Imparare dagli altri è una forma di evoluzione fondamentale, e per chi fa musica, è anche una forma di ribellione verso se stessi,  alla comodità di essere sicuro di ciò che si è. Per quanto mi riguarda, essere sicuri di sé è sempre stato chiarificante, e l’hip hop mi ha fatto il regalo di non essere più sicuro di niente.

Poi c’è anche questo fatto dell’anonimato, del poter sentirsi in mezzo alla folla ad osservare tutti scomparendoci dentro, quasi sentendosi invisibili“. Riprendo qui Calvino, invece, che ha fatto la comparsa nel mio immaginario come un genuine link quando ascoltavo la tua “Milano e l’impossibile” (“L’evidenza“, 2008). Mi piacerebbe costruire una proporzione per la quale “Diego Mancino : Milano = Marco Polo : Venezia” (ndr. Marco Polo è il protagonista de “Le città invisibili” di Calvino), ma preferirei avere una tua opinione a riguardo. Come vivi, inoltre, il tuo percorso artistico in un’epoca e in particolare in una città dove il narcisismo esacerbato e l’eccesso di protagonismo è, per paradosso, causa del suo esatto contrario, ovvero l’annullamento dell’identità individuale?
Nell’età moderna, l’anonimato è il più grande lusso che esista. Scomparire è la vera ricchezza dei nostri giorni, e per quanto riguarda quella canzone, l’invisibilità di cui parlo è una sensazione violentissima, che provai su me stesso. È stata scritta in taxi, che presi da Piazza Duomo per andare in un quartiere di periferia che si chiama “Baggio”, sul sedile posteriore, in un momento di profondo sconforto (anche il video di “Milano e l’impossibile” è girato in un taxi in movimento, con un’inquadratura frontale sul sedile posteriore, ndr.): trovavo l’invisibilità rispetto al mio lavoro qualcosa di sconvolgente, e questo non perché mi mancasse il successo, ma perché non riuscivo a capire quale fosse il mio posto nel mondo. Milano è una città molto particolare, apparentemente fredda, è stracolma di segreti, ma è anche molto disponibile a svelarteli.  Quando – parlando proprio di Calvino – ho pensato alla mia condizione rispetto a questa città “invisibile” e abitata da “invisibili”, mi son detto che poi la città non è fatta delle mura che ne fanno le case. Quelle sono solo i materiali della città in cui vivo. La città vera, forse lo dice proprio in quel libro, è fatta di risposte alle tue domande («Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.», ndr.). Io non avevo Kublai Khan con cui parlare, e mio malgrado nemmeno il tassista (*ride*, ndr.), o forse era lui il mio Kublai Khan, senza saperlo. Però ecco, la conclusione è che io ero la città. Io ero la città in cui mi aggiravo, non Milano. “Impossibile” era la parola che mi veniva più normale, e non apparteneva alla musica, ma alla condizione che gli altri mi imponevano. Era tutto sempre impossibile. Il tentativo di sopravvivere al concetto di “impossibile” è ciò che fa sviluppare l’anticorpo fondamentale di qualsiasi uomo e artista. Essere davanti ad una montagna gigantesca e insormontabile, rende quella montagna il posto dove voglio andare. Un po’ sono Marco Polo se prendiamo in considerazione il fatto che il mio viaggio nella musica mi porta alla scoperta di posti che non esistono, o immaginari, e al dovere di descrivere quei posti e raccontarli agli altri. Descrivere della scomparsa in una massa di gente che vive di apparenza, in realtà, rende tutto questo molto fragile: l’apparenza forse non è vero che inganna, perché esiste, fa parte della realtà. Io sono un po’ nel mezzo, trovo utile sia apparire che scomparire. È un esercizio di magia, come i discorsi di Kublai Khan e Marco Polo, anche nella musica. Trovare un invenzione con la quale poi gli altri si eserciteranno. Pensa a chi ha inventato lo skateboard: chi l’ha inventato ha detto “saranno gli altri a capire come usarlo”. Così puoi essere imperatore di un grande regno, ma hai bisogno di un viaggiatore che ti spieghi cos’è e cosa ha di speciale. È anche un tentativo di sconfiggere i propri mostri. Pavese diceva che “i mostri muoiono quando muore la paura che ti fanno”: è la stessa cosa. È come cercare la soluzione a qualcosa di impossibile. È quello che fanno gli scrittori.

Vorrei sottoporti un passo de “Le città e gli occhi”, la prima della serie, per la precisione. Valdrada sorge su uno specchio d’acqua che riflette tutto ciò che accade nella città, dando vita praticamente a un’altra città parallela. Esistono due Valdrade: una sulla terra ferma e una che vive nello specchio del lago.
Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quello che sembra valere sopra lo specchio, resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono, dallo specchio, un viso o un gesto inverso punto per punto.
Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano”.
Bisogna capire quale, tra la vita vissuta e quella raccontata, è reale. Soprattutto se ce n’è una da scegliere, perché poi sul concetto di realtà nella vita si potrebbe conversare per ore. La realtà è veramente opinabile: vita immaginaria e reale non sono poi così separate; siamo entrambe le cose. Spesso tendo in prima persona a fare una differenza tra l’artista e la persona, ma poi più passa il tempo e più non è vero che le cose sono divise. Io sono entrambe le cose e vivo in maniera molto seria anche la parte simbolica che compare nella mia vita e diventa sempre più concreta e appartenente alla mia quotidianità. Tutto ciò che appare è importante quanto ciò che vedi e puoi toccare.”

Diego Mancino e la filosofia. In molte delle tue canzoni, si percepisce un peso esistenziale che spesso si riversa su un piano universalistico. “Siccome io sono pietra/e tu sei una montagna/nient’altro posso fare/che rotolare/continuare a rotolare” è l’ultima strofa di “Tutte le distanze” (“L’evidenza”, 2008): ricorda la condizione umana rappresentata da Sisifo nel celebre mito raccontato da Albert Camus, metafora dell’esasperato desiderio dell’uomo di tendere a qualcosa di superiore, trascendentale, sebbene sia persuaso della sua finitezza e dell’assurdità intrinseca alla vita. Ma sulla base di questa consapevolezza, Sisifo è anche sinonimo di fedeltà suprema; nella fattispecie concreta della canzone, fedeltà riposta nel sentimento indirizzato al tuo interlocutore lirico. Si può leggere in questa chiave la formula per la rivoluzione che annunci durante il brano e alla fine dello stesso, e che ognuno di noi può compiere? Diego Mancino è un “Sisifo felice”?
La fedeltà è una delle azioni più rivoluzionarie che un uomo possa compiere. Amo molto quella canzone, che è una canzone d’amore. Se parliamo di Sisifo e di questa sua impresa eroica, non posso far altro che pensare a Herzog e al suo libro “La conquista dell’inutile” (2007). Questo “inutile” altro non è che la trascendenza, la ricerca del sacro. Ora, “Tutte le distanze” è il brano in cui per la prima volta ho provato a sviluppare il mio senso di ricerca del sacro, cosa che in seguito è successa molto spesso. Ad esempio, “Il cielo è vuoto”, che ho scritto per Cristiano De André, è stato ispirato da un libro di Galimberti, “La religione dal cielo vuoto” (2012), dove fondamentalmente l’autore racconta di una società che si vieta la ricerca del sacro, di qualcosa che sia più alto di noi stessi. Da un certo punto di vista è quello che gli innamorati fanno: cercare di ottenere dai propri sentimenti, una dimensione più elevata. La “fedeltà superiore” che ci insegna Sisifo è proprio quella. Ma non sono un “Sisifo felice”, perché la felicità non può appartenere a una persona che si confronta con il mondo reale. La felicità è qualcosa che mi auguro. Ho scritto una canzone che si chiama “La felicità” ( scritto per Nina Zilli e contenuto in “L’amore è femmina”, 2012), in cui dico che “è il mio stipendio”, che probabilmente è anche piccolo rispetto alle fatiche che nella vita si compiono, però non ho mai nascosto la mia indole cupa. Sono cresciuto leggendo Baudelaire e ascoltando i Joy Division: come faccio a essere felice? Immaginare di essere felici, certo, è importante. Viviamo oggi, tornando a Sisifo, in un universo che non ha più un padrone, un riferimento. Il nostro fardello, che spingiamo sulla montagna, quella è la nostra felicità: avere una pietra da spingere sul punto più alto possibile, che attiri l’invidia degli dei.

Sono pienamente convinto del fatto che, più che non averlo raggiunto, il successo meritato non sia stato riconosciuto alla tua musica. Questo è dovuto probabilmente alla tua scrittura ricercata, alla lirica “maudie”, alla costante riflessione su te stesso: caratteristiche che, in qualche modo, mi portano a sentire nelle tue canzoni il genio di Piero Ciampi – ci ho pensato quando ho ascoltato per la prima volta “Maledetta Volontà” (“Un invito a te”, 2016), di cui sono ormai perdutamente innamorato – e che, palesemente, non piacciono al mercato, malgrado ti sia aperto ad ogni tipo di influenza dal punto di vista strumentale. Non è un caso, infatti, che il sopracitato artista sia stato celebrato solo dopo la sua tragica morte, come purtroppo spesso accade. Evitando conclusioni escatologiche, che idea ti sei riuscito a fare della musica, delle direzioni in cui si muove fluida attraverso il pubblico e dell’industria musicale nella tua lunga carriera?
I miei dischi non sono mai stati primi in classifica, ma sicuramente posso dire di essere riuscito a far breccia in molti contesti artistici differenziati. Molte delle canzoni che ho scritto per altri artisti ci sono riuscite però. “La tua bellezza” di Renga, o molti di quelli che ho scritto per Emma Marrone, sono esempi di testi che potresti trovare anche in un mio lavoro. Non sono cambiati per il semplice fatto che questi artisti hanno trovato una corrispondenza, e probabilmente il mio ruolo nella vita è quello. Sicuramente è diverso dall’aspettativa che qualcuno, o magari io stesso, potevo avere a vent’anni, quando sarei potuto diventare un rockstar; poi ho scoperto che io sono un’altra cosa. A me è sempre piaciuto essere uno scrittore e un pensatore libero, e avere così tanti anni di lavoro e di credibilità alle spalle, collaborare con artisti incredibili, è già un successo in cui io nemmeno speravo. E sono ancora qui a fare questo lavoro e a cercare di migliorarmi. La musica mi ha dato la possibilità di non essere famoso, ma una continuità abbastanza impressionante: ho superato quasi un decennio, e dopo così tanti anni, posso dirti che la solidità è qualcosa di veramente raro. La musica c’è, tutta la musica che vuoi: bisogna imparare a farla conoscere agli altri, a farla crescere, interiorizzare. Non è importante quando la musica esce, ma quando tu la capisci.

Ti ringrazio per la tua pazienza, Diego. Siamo giunti all’ultima domanda di rito: quali sono i tuoi piani per il futuro? Mi piacerebbe, inoltre, sapere il nome di un album che è stato particolarmente significativo per te, e il nome di un artista (nazionale o internazionale) con cui ti piacerebbe collaborare.
Sono passato alla Sugar dopo dieci anni in Universal, con cui ho intrapreso un percorso di scrittura, principalmente per altri artisti; sto facendo le musiche per uno spettacolo di teatro, e sto continuando a scrivere canzoni. Io, come credo tu sappia, faccio un disco almeno ogni quattro anni (*ride*, ndr.). Non mi sta particolarmente interessando, in questo momento, produrre un album, ma è ciclica questa cosa. Io appartengo alla musica, e non il contrario, quindi quando sarà il momento, lei mi chiederà di fare cose specifiche. I progetti che ho sono gli stessi da quando ho diciassette anni, ovvero scrivere canzoni il più oneste possibili con me stesso, e il più empatiche possibili. Un album che mi ha cambiato – malgrado sia una richiesta impossibile – posso dire che sia “Seventeen secondons” dei The Cure (1980), perché quando l’ho ascoltato la prima volta in cameretta, percepivo che qualcosa di magico stava accadendo. Non so se ha cambiato la mia vita, perché sono davvero troppi gli album che hanno cambiato la mia vita. D’altronde, succede quasi ogni mese, e se così non fosse dovrei cambiare lavoro. Ricordo anche quando ho ascoltato i Led Zeppelin per la prima volta, e il suono di quelle chitarre mi faceva quasi paura. Pareva che evocassero dei fantasmi.
Tra gli artisti, se mi chiedi di citare l’impossibile, mi piacerebbe sedermi a un tavolo come in “Coffe and cigarettes” (Jim Jarmusch, 2003) assieme ad Elvis Costello: amo molto confrontarmi con quelli più bravi di me. Molti dei miei eroi sono anziani, o addirittura deceduti, ma ovviamente ci sono molti artisti moderni che apprezzo tantissimo. Lavorare con persone che stimo, come Daniele o Fabri, è stato un bel sogno.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 153

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: