Intervista a Dj Myke, “Hocus Pocus è ancora attuale, andava riproposto. Rancore&DjMyke? Non esistono…” 0 6999

Quel disco l’ho fatto per una questione artistica, di sangue. Adesso sentivo il bisogno di farlo riuscire, perché ci sono dei pezzi che continuano ad essere ascoltati, riscritti, quindi mi sono detto: rifamo Hocus Pocus e inseriamoci due inediti.

Dopo un susseguirsi di news, finalmente arriva il regalo di Natale per tanti cultori dell’Hip Hop: oggi 22 dicembre uscirà su tutte le piattaforme digitali la riedizione dello storico album di Dj Myke, Hocus Pocus, in versione Black Edition. L’album, che sancì il debutto solista del dj quattro volte vincitore del DMC Italy Championship, è una vera pietra miliare del rap italiano, e vede la partecipazione di nomi importanti della nuova e vecchia scuola Hip Hop come Rancore, Fabri Fibra, Noyz Narcos, Turi, Danno, Bassi Maestro, Tormento e tanti altri, quasi tutti presenti nella riedizione del 2017.
La novità di questa Black Edition sarà il formato in vinile (tiratura limitata in 300 copie) ordinabile sul sito di Kappa Distribution. Ma non solo: nella riedizione saranno infatti compresi due inediti, con la partecipazione di Viro, Claver Gold e Davide Shorty.
Noi sentivamo il bisogno di una chiacchierata sui motivi che hanno spinto Dj Myke a ripubblicare questo disco, così lo abbiamo contattato per un’intervista esclusiva davvero interessante che vi proponiamo qui di seguito. All’interno, tante curiosità sulla Black Edition, sugli inediti presenti e sulle collaborazioni future di quello che, a nostro parere, è il miglior producer e dj italiano.

Ciao Myke! Per iniziare, sappiamo che a breve uscirà la riedizione di Hocus Pocus, la Black Edition. Come mai hai voluto rimettere in circolo questo lavoro a distanza di sette anni dall’uscita, e quindi non aspettando i canonici dieci anni di anniversario?

Guarda, in realtà io ho aspettato dieci anni, visto che quando ho iniziato a lavorare su Hocus Pocus era il 2007 e ci ho messo tre anni per completarlo. Quindi la realtà è che sono i “miei” dieci anni, non quelli dall’uscita. La verità è che ho fatto questa riedizione perchè, in primis, quel disco sarebbe dovuto uscire in quel formato, visto il mio particolare attaccamento verso i vinili. E poi, con tutta la nuova ondata del rap “nuovo”, la gente che si è avvicinata negli ultimi anni a questo genere se l’è perso, quindi ho voluto riproporlo. Alcune cose di quel disco sono contemporanee, al di là delle etichette che può appiopparci la gente.”

Per altro, quando parliamo di Hocus Pocus, parliamo di una pietra miliare dell’Hip Hop, che vede la partecipazione di tantissimi artisti della vecchia e nuova scuola. Effettivamente è un peccato che molti se lo siano perso.

Guarda, ti ringrazio. Non me lo dico da solo perché non avrebbe senso. Quel disco l’ho fatto per una questione artistica, di sangue. Adesso sentivo il bisogno di farlo riuscire, perché ci sono dei pezzi che continuano ad essere ascoltati, riscritti, quindi mi sono detto: rifamo st’edizione e inseriamoci due inediti.

Ma infatti, c’è quel pezzo di Max Zanotti che se fosse uscito l’altro giorno avrebbe fatto il botto…

Mi hai tolto le parole di bocca. Ti stavo proprio per citare quel pezzo lì che, alla fine, per quanto si discosti per il cantato da tutto il resto dell’album – come anche quello di Diego Mancino, molto particolare – ha una magia difficilmente ripetibile. È un pezzo che se fosse uscito dieci anni fa, oggi o fra altri dieci anni, sarebbe stato indifferente.”

Parliamo un po’ dei due inediti che sono presenti nell’album. Uno dei due, “Presto”, con Viro, è stato estratto come anticipazione di questa Black Edition. Parlaci un po’ di questo brano.

Praticamente, la storia è abbastanza breve: Viro non lo conoscevo bene: è un artista emergente di vent’anni. Ha scaricato delle mie basi da SoundCloud, ci ha rappato sopra e me le ha mandate. Io sono rimasto colpito, ha avuto subito un forte impatto su di me. Pe’ essere un novizio è davvero talentuoso. Scrive molto bene, mi piacciono le sue visioni, la metrica… Ovviamente è migliorabile, come tutti e anche il sottoscritto. Avevo questa base, gli ho detto di provare a fare un pezzo. L’abbiamo riarrangiato un paio di volte, alla fine mi piaceva un sacco e ho detto “Beh, mettiamolo in Hocus Pocus”. Secondo me è una traccia che racchiude molto in sé l’ambiente e il sound dell’album.

Immagino anche l’emozione da parte di Viro che, da artista emergente, si trova un proprio pezzo in mezzo a nomi di ben altra caratura.

Sì, assolutamente. A mio parere ha iniziato molto bene, e ci saranno delle sorprese in futuro. Abbiamo in cantiere un altro paio di pezzi interessanti. Lui è in decollo, ha voglia di scrivere, di mettersi in gioco. Spigne forte! Poi, se inizia così, con questa mentalità e questo modo di scrivere, farà sicuramente bene in futuro. È difficile che un ventenne si discosti in questo modo dall’ondata che c’è stata. Lui, se posso usare un francesismo, se ne sbatte un po’ il cazzo del resto.”

Mentre per quanto riguarda l’altro inedito, è un pezzo con Claver Gold e Davide Shorty intitolato “Avvoltoi”…

Quella è stata una roba abbastanza inedita per tutti. Avevo questo beat che ha fatto un po’ il giro di parecchi artisti, ma non è mai uscito. Pensando a chi potesse valorizzarlo, ho contattato Claver e gli è piaciuto subito. Ha scritto ‘na figata che ho apprezzato molto. Il ritornello abbiamo deciso insieme che andava “scappato”, così insieme a Stefano Marvel Mex, che è la persona che mi ha aiutato a dare vita ad Hocus Pocus curando la parte grafica e burocratica, tra una cosa e l’altra abbiamo contattato Shorty, che ci ha messo tanto del suo, producendo ‘na roba molto interessante. A mio parere è proprio una bella traccia. Per ora stiamo lavorando su un video tutto d’animazione, un lavoraccio della madonna. Quando uscirà sarà una bella sorpresa: è una favola scura, col mio immaginario un po’ Tim Burtoniano, ma è uno spaccato di realtà: Claver scrive cose molto vere.”

Che Claver scrivesse cose vere ce lo ha dimostrato col suo ultimo album, Requiem. Pensi di portare live questa riedizione di Hocus Pocus?

Per il momento sto facendo qualche dj set in giro. Live del disco onestamente non lo so, per ora sto lavorando con Viro, poi si vedrà. Portare live Hocus Pocus, con tutta quella gente, diventa un po’ complicato…

Te lo chiedo apposta perché se avessi portato live Hocus Pocus avresti portato in giro una banda-

-‘Na banda de pirati! (Rdie, n.d.r.). L’ho fatto con la prima edizione, uscirono due date davvero belle. In generale si può pensare di fare qualche evento, ma un tour ha dei costi allucinanti e logisticamente è davvero impossibile. Poi, molte persone che stanno su quel disco adesso hanno fatto il botto grosso, quindi è ancora più complicato.

Per quanto riguarda progetti futuri, oltre Hocus Pocus, hai qualcosa in cantiere da volerci anticipare?

Guarda, io continuo a portare avanti il mio discorso sulla parte dello scratch. Per ora sono usciti i vinili 7’’, tools da dj con sample sopra, break e cazzi vari per lo scratch. Usciranno sicuramente altri battle break, adesso è uscito XMasCat in 7’’ vinile rosso e ne uscirà presto un altro. Per le produzioni rap, non ho grandi novità – o al momento non le voglio dì. Le uniche cose che posso dire è che sto lavorando su alcuni pezzi con Viro, come ho già detto, e il prossimo che uscirà è davvero molto particolare, ‘na stecca in faccia allucinante: la nostra discesa verso il buio.

Per chiudere, ti faccio una domanda che molti vorrebbero porti: ‘sta storia d’amore con Rancore è finita?

In realtà una storia d’amore non c’è mai stata, fondamentalmente sono etero e fidanzato. (Ride, n.d.r.) Comunque, avemo fatto tante cose belle con Rancore. Più che dire che ognuno ha preso la propria strada, la realtà è che noi eravamo Rancore & Dj Myke, non certo i – chessò – Colle der Fomento, che si separano e uno dice “moh, avete smesso!”. Noi non abbiamo smesso, io continuo a fare le mie cose, lui le sue. Eravamo Rancore & Dj Myke, ora siamo Rancore e Dj Myke. Se collaboreremo di nuovo non lo so. Quello che so è che i pezzi con Rancore mi vengono bene, e credo lo sappia anche lui. Punto. L’ultimo disco che è uscito, S.U.N.S.H.I.N.E., credo la gente debba ancora ascoltarselo bene, anche se sono solo cinque tracce. Rimane comunque una cosa attuale.”

Per altro, S.U.N.S.H.I.N.E. fu nominato dal Fatto Quotidiano come il migiior pezzo rap mai scritto in Italia… Va bene Myke, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!

Grazie mille a te fratè, ciao!

Qui di seguito la Tracklist di Hocus Pocus – Black Edition

Side A
1. BANGERZ / Micionero
2. TI UCCIDERÒ ALL’ALBA / Max Zanotti
3. LO SPAZZACAMINO / Rancore
4. NO PAURA / Primo Brown
Side B
5. PRESTO! / Viro
6. HOCUS POCUS / Fabri Fibra
7. TESTA D’ARIETE / Noyz Narcos
8. IL MALE È BANALE / Diego Mancini
Side C
9. AVVOLTOI / Claver Gold, Davide Shorty
10. FULL TIME / Danno (Colle der Fomento)
11. J’TE PARLE PAS DE RAP / Rival (CNN)
12. UN GIORNO DIVERSO / Tormento
Side D
13. TUTTO GIRA COME DEVE / Turi
14. THE GRIMEY SHOW / Bassi Maestro, Rido, Supa (Sano Business) 
15. NO JOKE / Dre Love
16. EMMECOMEMOSTRI / Medda

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“Slurp.”, l’esordio dei RadioLondra è un disco da “sciroppare” tutto d’un sorso 0 648

A volte abusato, spesso utilizzato fuori contesto, non c’è dubbio che il termine “indie” sia diventato di grande tendenza ultimamente.Per chi non lo sapesse tale definizione (contrazione di independent) sta ad indicare il lavoro auto prodotto, o comunque supportato da etichette discografiche minori, di artisti che – a prescindere dal sotto-genere musicale di appartenenza – si pongono in alternativa, per tematiche e approccio, al circuito mainstream.

Tutte caratteristiche che, a ben vedere, continuano a caratterizzare tale scena musicale. Ad esser venuta meno, semmai, è quella linea di demarcazione che permetteva di distinguere ciò che era ascrivibile al sottobosco dell’“underground” da ciò che, invece, finiva per confluire all’interno dell’universo pop. Se prima, infatti, ciò che veniva prodotto in ambito indie tendeva generalmente a rimanere di nicchia, adesso trova grande risonanza mediatica, anche grazie alla spinta di canali decisamente trasversali come radio e TV nazionali. Complice la recente affermazione commerciale di artisti di provenienza indipendente (quali i TheGiornalisti, Calcutta, Cosmo, Brunori SAS ecc…), si può tranquillamente affermare che tale filone sia diventato vera e propria espressione di un nuovo genere di pop, con tanto di stilemi e tratti caratteristici che ne definiscono l’identità (dalla puntuale riproposizione di temi ricorrenti quali ansia e disagio post-adolescenziale, senso di inadeguatezza, nostalgia verso un passato idealizzato e difficoltà inter-relazionali, all’utilizzo di testi volutamente sconclusionati e talvolta al limite del nonsense, alla riproposizione di suoni retrò e per lo più anni 80).

Cosmo
Brunori
Thegiornalisti

Ne sono ben consapevoli i RadioLondra, gruppo bolognese composto da Francesco Picciano (voce, chitarra e tastiere), Carlo Rinaldini (chitarre, tastiere, programmazioni) e Filippo Zoffoli (basso e voce), che con il loro disco d’esordio, “Slurp.”, sembrano voler cavalcare in pieno il trend di cui sopra. D’altronde, sono gli stessi ragazzi emiliani a definire il loro lavoro come un disco indie pop, dove «l’essere indie sta nel fatto di non avere più direttori artistici di una Major che ti dicono come cambiare il testo o l’arrangiamento per essere più generalista e radiofonico. Finalmente fai quello che ti piace, e se piace anche agli altri, molto bene». Ed ecco il punto. Per quanto la scelta stilistica di allinearsi al trend del momento possa sembrare furba o addirittura opportunistica, non si può negare il fatto che, già ad un primo ascolto, “Slurp.” dia l’impressione di essere un disco sincero e onesto in ogni suo brano. Una risposta naturale ad un’urgenza comunicativa che, inevitabilmente, finisce per toccare quei temi che non possono non interessare qualsiasi trentenne di questa incerta generazione. E poco importa se il connubio synthpop anni ’80/cantautorato all’italiana sia stato ormai abbondantemente sviscerato negli ultimi anni. “Slurp.” è un disco che fa del proprio nome e del suo accattivante artwork (il disegno di un cono gelato che viene “sciroppato” da una mosca) una programmatica manifestazione d’intenti: essere una raccolta di canzoni pop, dirette ed immediate, da divorare e gustare fino in fondo. Proprio come fa la mosca con il suo gelato.

La copertina di “Slurp”, il disco d’esordio dei RadioLondra

Obiettivo che i RadioLondra centrano in pieno, dando vita a un disco di facile ascolto e con il quale ci si riesce tranquillamente ad immedesimare. Per melodie ed arrangiamenti, viene abbastanza naturale tracciare parallelismi con i vari TheGiornalisti (nei confronti dei quali però, per fortuna, i RadioLondra si distinguono per delle ben più apprezzabili doti di scrittura dei testi) e  – soprattutto –  Canova. Ma è impossibile pensare che i vari Battisti, Battiato, nonché i corregionali Samuele Bersani, Luca Carboni e Stadio, non abbiano influenzato il lavoro della band bolognese.

Ad aprire le danze è “Come una volta”, un vero e proprio inno nostalgico  per quel tempo, ormai lontano, in cui le responsabilità dell’«al di qua» e i piccoli e banali impegni quotidiani non toglievano il respiro. Ma c’è ancora tempo per fermarsi, prendersi una pausa, fissare lo spettacolo del cielo stellato e ritrovarsi.

“Puttane” parla invece di un amore in crisi, sull’orlo del fallimento. Un amore schiacciato dal peso degli «attacchi di paura» e di quel maledetto (e in questo disco ricorrente) senso d’inadeguatezza provato da chi sa di non poter soddisfare «i progetti e le avventure» della propria amata.

Si passa poi alla bellissima “Siamo in onda”, che con il suo ritornello autoreferenziale traccia un parallelismo tra la storica radio (che durante la Resistenza riportava notizie dal fronte) e l’omonima band (che racconta storie ordinarie di gente comune, impegnata nelle guerre quotidiane della propria esistenza).

Sonorità più spiccatamente vintage per la successiva “Ognuno cammina” che, tra arpeggi di synth e un cantato vagamente “alla Battiato”, ci ricorda come ciascuno di noi sia la somma dei propri «casini», delle proprie «cicatrici», del proprio «passato» (che non passa mai del tutto), delle proprie «conquiste». Ognuno cammina con addosso il proprio vissuto, nella speranza di trovare la strada giusta per ripartire.

Si ritorna a parlare d’amore e di superficialità in “Quando sei abbronzata”, brano agrodolce che procede tra i riff melliflui delle chitarre e l’incedere di un cantato/parlato a tratti volutamente inespressivo.

“Camilla”, invece, racconta di una relazione stancamente avviata verso il punto di non ritorno. Un amore ormai sorretto solo dai ricordi estivi delle notti di passione e minato dal solito senso d’inadeguatezza provato da chi sa di non avere più molto da offrire, al di fuori delle proprie «tasche vuote».

Beat elettronici e irregolari alla Notwist incontrano morbide melodie di un ensemble di archi nella “Bersaniana” “Sulla Luna”, che invita a sollevare lo sguardo verso il cielo per contemplare l’infinitezza dell’Universo e per allentare la morsa delle miserie terrene che ci imbrigliano al suolo.

Chiusura affidata ai fraseggi di chitarra in pieno stile U2 della malinconica “Certe volte (Rework)”, che affronta le fragilità e le incertezze di chi è «eccezionale a teorizzare il dubbio» ma poi, quando si tratta di scegliere, se ne ritrova schiavo.

Si chiude così la tracklist di un disco che scorre velocemente, grazie alle sue melodie gradevoli e incisive e al suo mix di sonorità vintage e moderne. Un disco che in parte strizza l’occhio alle mode del momento, senza però mai perdere la sua chiara identità. Senza ridursi a essere una mera copia carbone di quanto ascoltato altrove, bilanciando in maniera equilibrata la leggerezza tipica del pop indipendente e la riflessività di un cantautorato maturo e mai superficiale. I RadioLondra sono in onda, sintonizzatevi.

“Live Concert Commedia”: Albert Camus goes to MezzoSangue 0 744

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel primo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di MezzoSangue in compagnia di Albert Camus, filosofo dell’esistenzialismo

Albert Camus goes to MezzoSangue

Abbiamo inventato i calendari, dato dei nomi alle stagioni per poter mettere l’essere umano al centro di un ordine relativo del mondo, che gira e basta, senza dar conto davvero alle nostre aspettative. Così si sforza il sole di asciugare i marciapiedi nel pomeriggio di una giornata di mezza estate, dopo che la pioggia incessante di giugno li ha lavati e il pubblico è già lì in attesa che arrivi il suo momento, quando quel palcoscenico non sarà più una banale forma geometrica costruita tra le balaustre del porto. Nella rossa foschia orizzontale sta in piedi Albert Camus, alla foce del ponte, con lo sguardo perso su uno sfondo cianotico. Si volta al mio arrivo e risponde al mio cenno piuttosto reverenziale, poi incede verso me con andatura inconsistente.
«Le attese fanno parte della nostra vita tanto quanto le nostre azioni» mi dice, stringendomi la mano. «Non ci sono tempi morti; è anzi l’attesa la misura intrinseca di ciò che accade: scandisce i tempi, dà un senso a ciò che non abbiamo ancora realizzato». Per quanto le prime parole che pronunciasse non smentissero per nulla il personaggio, dargli torto era praticamente impossibile guardando quella folla che si gremiva minuto per minuto: ragazzi e ragazze, giovani e pieni di vita, sono tutti lì per lo stesso scopo. Qualcuno si conosce, molti ignorano l’identità di chi gli sta accanto; qualcuno sta da solo e fuma una sigaretta, altri si confrontano su quanto conoscano l’artista o fanno freestyle; alcuni sono vestiti di nero, altri sono coloratissimi; tutti, però, sono consapevoli nel profondo che c’è un filo che li tiene assieme.

Per il tour di “Tree – Roots & Crown”(2018), MezzoSangue conferma la formazione già in parte testata durante “Soul of a Superdrum”, in cui si è definito il sodalizio con l’ormai immancabile Luca “Thor” Martelli alla batteria (già batterista per i Litfiba). Dall’attimo in cui i tecnici lasciano spazio ai musicisti sul quadrato, il tempo scorre velocemente in timelapse sui cori del pubblico che chiama «Mezzo-Sangue!» e grida «fuck them fuck rap» in un gioco alternato di botta e risposta. Il buio si impadronisce progressivamente dell’aria, mentre le prove tecniche delle luci delineano i contorni dei palazzi e delle cupole dei teatri nel centro della città. Quando si abbassano, finalmente il mare si impadronisce della scena e il suo fondale diventa quello del palcoscenico. Il presentatore appare così piccolo, che forse a stento sopravvive all’energia che c’è nell’aria. Un momento dopo la sua uscita, un suggestivo “Nessun dorma” intonato da Pavarotti cavalca il suono delle maree e si disperde nel vento.
Poi un’incitazione, la città risponde come fosse il mondo intero: Thor scatena la grancassa ed esplodono le luci sul quel passamontagna per nascondere meglio ciò che c’è sotto, mentre MezzoSangue entra in scena sulla base di Sangue.

«Voilà l’étranger», disse, con un tono che mi fece dubitare di aver colto ciò che in realtà volesse dire.
«Ti riferisci al fatto che nessuno conosce il suo vero volto?»
«Sì, ma c’è di più. MezzoSangue è riuscito a rendersi straniero anche a se stesso. Noi non sappiamo chi c’è sotto la maschera, e teoricamente potrebbe esserci anche una persona completamente diversa da quella che ci immaginiamo».
«Su questo non ci piove, ma MezzoSangue è necessariamente legato alla persona che c’è sotto: è nato nella sua mente».
«Io invece non sono d’accordo su questo punto. MezzoSangue ha superato e annullato la sua dimensione fisica, e può benissimo farne a meno per continuare ad esistere».
«E se un giorno il suo corpo morisse?»
«Diventerà i suoi sogni e parleranno le sue idee».
È poi venuto il momento di Ned Kelly, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: il quarto muro tra il pubblico e il palco inizia a franare. Con orgoglio racconto la sua breve storia ad Albert, che ne ignorava l’identità.
«Insomma, un “fuorilegge”», ho concluso.
«Vuoi dire un eroe», risponde.
«Hanno anche prodotto un film con Mick Jagger nella sua parte».
«Non credo di conoscere quest’attore», dice ridendo. «Ma questo signore australiano mi ricorda un tale capitano John Brown».
Ho bypassato lo spunto del mio interlocutore per concentrarmi sull’adrenalina dei pezzi successivi. Quando MezzoSangue introduce Ologramma, il pubblico si eleva al quadrato: tutte le mani sono per aria, come se stessero cercando insieme il modo di sostenere un mondo che crolla lentamente su di loro. Alla citazione sul fisico Bohm, Albert reagisce con fare concorde, annotando solo che anche il dolore è una dimensione universale, perché se tutto è uno, allora il dolore del singolo è il dolore di tutti in un mondo ideale. Meno seria è la reazione al seguente Nichilismo.
«Forse saresti stato più a tuo agio se avesse scelto Esistenzialismo», gli dico provocandolo.
«Non mi appartiene», risponde risoluto, ma con un sorriso a mezza bocca.
Winter genera invece una situazione surreale che in alcun modo mi sarei aspettato. Durante l’intro del brano le luci sono basse e il silenzio generale. Solo il rumore di un fiammifero mi distrae. Albert accende il suo mezzo sigaro e ha una strana luce negli occhi.
«Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate»(*) sussurra al termine. Sorrido e capisco che, in fondo, non siamo poi così diversi.
MezzoSangue riesce a tenere costante il tenore del concerto e, anzi, sa bene in che modo alimentare la fiamma e aumentare la temperatura. Diventa quello che sei è serve proprio a questo: l’artista scende dal palco a salutare la sua famiglia e ormai, più che cantare, sta parlando ad ognuno di loro. D’un tratto mi è più chiaro cosa intendeva Albert quando è iniziato il concerto.
Non manca il momento introspettivo del live. Parlami è cantata sul solo arpeggio di chitarra in una maniera così intima che pare provenga da una bolla di sapone. Ma breve quanto il tempo necessario a riprendere fiato, subito la calma apparente viene spazzata via dal trittico System Error, Touché, e Fuck Them Fuck Rap. MezzoSangue non si fa mancare davvero nulla: durante il secondo di questi sostituisce la voce registrata della versione studio citando l’intera terza strofa di Idee Stupide, mentre al terzo inscena anche la fuga in bagno, come da copione.
«C’est la révolte!» esclama Albert, contemplando con stupore e profonda stima ciò che il pubblico era diventato: un solo unico animale-massa, per dirla con Canetti.
«È questa la rivolta dell’arte, la vittoria dell’uomo e di tutti i suoi “no” sull’esistenza: il singolo, la massa e l’artista uniti in un unica entità. La missione dell’arte è compiuta se questa gente sarà consapevole, alla fine del concerto, che il messaggio di MezzoSangue ha superato l’incertezza delle possibilità; che può realizzarsi una realtà in cui gli esseri umani vivono in equilibrio nello stesso tempo per lo stesso scopo; che sta a loro soltanto la scelta di abbattere l’indifferenza di questo mondo. E di tutto questo ne saranno testimoni».
Si apre il Circus e con esso nuove faglie tra le nuvole provocate dai fulmini in lontananza. La natura offre la sua scenografia migliore al momento più alto del concerto: Armonia & Caos è il brano che in assoluto il pubblico sente più vicino a sé. «Questo mondo è diviso tra l’armonia e il caos. Ognuno è diviso tra armonia e caos», dice MezzoSangue sulla base alla fine della seconda strofa. Nel frattempo, il pubblico inizia a dividersi straordinariamente in due. «Da un parte c’è l’armonia, dall’altra il caos. Chi non se la sente, non è obbligato a partecipare. Tuttavia, arriverà il giorno in cui queste due forze si scontreranno, e diventeranno una cosa sola. Siete pronti?». All’attacco della base, Thor lancia i suoi martelli su cassa e rullante, accelerando i battiti: un incredibile wall of death dà inizio al pogo più intenso del live. La strada è in subbuglio e gli addetti alla sicurezza sono tutt’altro che quieti: qualche transenna si sfonda, qualcuno viene tirato fuori. Subito dopo, Soul of a Supertramp si mischia al vento e al cielo intermittente all’orizzonte. Conscio di essere quasi giunto alla fine, il pubblico chiama «Ne-ver-mind! Ne-ver-mind!». MezzoSangue sfida anche le previsioni avverse pur di completare il suo capolavoro, rispondendo che «arriverà il momento di fare luce».

Le luci sono spente, e in sottofondo sale progressivamente un ticchettio, poi dei colpi di rullante. Albert non si ripara dal vento, che anzi gli passa attraverso. Ora ha le mani nel suo inseparabile trench color sabbia e la testa alta, perché sa che è arrivato il momento di Destro, Sinistro, Montante. Avrei voluto dirgli qualcosa di intelligente prima che potesse anticiparmi. Nulla l’aveva mosso dentro più di quella personificazione, più del grande boxeur, che «ogni volta che ha messo le nocche sul mondo, ogni sfida che ha vinto, era contro la vita».
«Sisifo non aveva guantoni, tanto meno un nemico con cui lottare, è vero. Ma è possibile che il pugile non combatta tanto per sconfiggere il suo avversario: non deve saper tirare il colpo più forte, ma saper resistere a se stesso, alla voce in testa che gli suggerisce di cedere. Siamo il nostro più grande macigno e la nostra lotta da affrontare più dura. L’unica maniera che abbiamo per tornare alla vita, è accettare la nostra condizione. Io voglio averne piena coscienza, e forse grazie a questo, un giorno mi spingerò un po’ più in là».
Mi sorride e mi mette una mano sulla spalla; poi il suo sguardo mi supera, e si volge verso il mare. Fosco, si dirige verso il faro nel buio della notte tra i violini e il pianoforte della canzone in uscita. Non è forse anche Albert Camus un “mezzosangue”? Un figlio delle colonie francesi? Sicuramente, ma un uomo che aveva scelto cosa diventare. Anche se nel profondo, entrambi sappiamo che nella malinconia dei suoi discorsi muti verso il mare c’era qualcosa di più, una terra, un ricordo lontano.

«Siamo giunti al termine ragazzi. È arrivato il momento di fare luce», annuncia MezzoSangue. «E siate sempre padroni delle scelte che farete: perché solo così potrete avere bei ricordi, che sono la vera luce della vostra vita»
Never Mind è l’ultima canzone della scaletta. Sono solo, ma so nel profondo di non esserlo davvero. La musica sa insegnare, e parla anche alle orecchie di chi non vuol sentire. Assisto all’ultimo frammento di quello che, di fatto, è diventato un coro unisono. Le gocce di pioggia iniziano a scendere inarrestabili sulle nostre teste, il sottopalco è un via vai di tecnici che cercano di mettere in salvo la strumentazione. Quando il pezzo finisce la tempesta si abbatte impetuosa sul porto. Un fulmine squarcia il cielo, le luci si spengono, gli striscioni vengono giù strappati dal vento.
Il sipario è calato.

(*) citazione della poesia “Invincibile estate” di Albert Camus

SCALETTA

-Sangue
-Ned Kelly
-La mia famiglia
-Musica cicatrene
-Out of my mind
-Ologramma
-Nichilismo
-Crown
-Winter
-Tree
-Mi accompagni
-Diventa quello che sei
-Soliloquio
-Parlami
-System Error
-Touché
-Fuck Them Fuck Rap
-Io sono MezzoSangue
-Circus
-Umanista
-Piano A
-Armonia & Caos
-Benoit Lecomte
-Soul of a Supertramp
-Destro, Sinistro, Montante
-Never Mind

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Un ringraziamento all’A.T.S. “L’Acqua in testa”, organizzatrice dell’evento.
Gli scatti sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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