Intervista a Dj Myke, “Hocus Pocus è ancora attuale, andava riproposto. Rancore&DjMyke? Non esistono…” 0 8018

Quel disco l’ho fatto per una questione artistica, di sangue. Adesso sentivo il bisogno di farlo riuscire, perché ci sono dei pezzi che continuano ad essere ascoltati, riscritti, quindi mi sono detto: rifamo Hocus Pocus e inseriamoci due inediti.

Dopo un susseguirsi di news, finalmente arriva il regalo di Natale per tanti cultori dell’Hip Hop: oggi 22 dicembre uscirà su tutte le piattaforme digitali la riedizione dello storico album di Dj Myke, Hocus Pocus, in versione Black Edition. L’album, che sancì il debutto solista del dj quattro volte vincitore del DMC Italy Championship, è una vera pietra miliare del rap italiano, e vede la partecipazione di nomi importanti della nuova e vecchia scuola Hip Hop come Rancore, Fabri Fibra, Noyz Narcos, Turi, Danno, Bassi Maestro, Tormento e tanti altri, quasi tutti presenti nella riedizione del 2017.
La novità di questa Black Edition sarà il formato in vinile (tiratura limitata in 300 copie) ordinabile sul sito di Kappa Distribution. Ma non solo: nella riedizione saranno infatti compresi due inediti, con la partecipazione di Viro, Claver Gold e Davide Shorty.
Noi sentivamo il bisogno di una chiacchierata sui motivi che hanno spinto Dj Myke a ripubblicare questo disco, così lo abbiamo contattato per un’intervista esclusiva davvero interessante che vi proponiamo qui di seguito. All’interno, tante curiosità sulla Black Edition, sugli inediti presenti e sulle collaborazioni future di quello che, a nostro parere, è il miglior producer e dj italiano.

Ciao Myke! Per iniziare, sappiamo che a breve uscirà la riedizione di Hocus Pocus, la Black Edition. Come mai hai voluto rimettere in circolo questo lavoro a distanza di sette anni dall’uscita, e quindi non aspettando i canonici dieci anni di anniversario?

Guarda, in realtà io ho aspettato dieci anni, visto che quando ho iniziato a lavorare su Hocus Pocus era il 2007 e ci ho messo tre anni per completarlo. Quindi la realtà è che sono i “miei” dieci anni, non quelli dall’uscita. La verità è che ho fatto questa riedizione perchè, in primis, quel disco sarebbe dovuto uscire in quel formato, visto il mio particolare attaccamento verso i vinili. E poi, con tutta la nuova ondata del rap “nuovo”, la gente che si è avvicinata negli ultimi anni a questo genere se l’è perso, quindi ho voluto riproporlo. Alcune cose di quel disco sono contemporanee, al di là delle etichette che può appiopparci la gente.”

Per altro, quando parliamo di Hocus Pocus, parliamo di una pietra miliare dell’Hip Hop, che vede la partecipazione di tantissimi artisti della vecchia e nuova scuola. Effettivamente è un peccato che molti se lo siano perso.

Guarda, ti ringrazio. Non me lo dico da solo perché non avrebbe senso. Quel disco l’ho fatto per una questione artistica, di sangue. Adesso sentivo il bisogno di farlo riuscire, perché ci sono dei pezzi che continuano ad essere ascoltati, riscritti, quindi mi sono detto: rifamo st’edizione e inseriamoci due inediti.

Ma infatti, c’è quel pezzo di Max Zanotti che se fosse uscito l’altro giorno avrebbe fatto il botto…

Mi hai tolto le parole di bocca. Ti stavo proprio per citare quel pezzo lì che, alla fine, per quanto si discosti per il cantato da tutto il resto dell’album – come anche quello di Diego Mancino, molto particolare – ha una magia difficilmente ripetibile. È un pezzo che se fosse uscito dieci anni fa, oggi o fra altri dieci anni, sarebbe stato indifferente.”

Parliamo un po’ dei due inediti che sono presenti nell’album. Uno dei due, “Presto”, con Viro, è stato estratto come anticipazione di questa Black Edition. Parlaci un po’ di questo brano.

Praticamente, la storia è abbastanza breve: Viro non lo conoscevo bene: è un artista emergente di vent’anni. Ha scaricato delle mie basi da SoundCloud, ci ha rappato sopra e me le ha mandate. Io sono rimasto colpito, ha avuto subito un forte impatto su di me. Pe’ essere un novizio è davvero talentuoso. Scrive molto bene, mi piacciono le sue visioni, la metrica… Ovviamente è migliorabile, come tutti e anche il sottoscritto. Avevo questa base, gli ho detto di provare a fare un pezzo. L’abbiamo riarrangiato un paio di volte, alla fine mi piaceva un sacco e ho detto “Beh, mettiamolo in Hocus Pocus”. Secondo me è una traccia che racchiude molto in sé l’ambiente e il sound dell’album.

Immagino anche l’emozione da parte di Viro che, da artista emergente, si trova un proprio pezzo in mezzo a nomi di ben altra caratura.

Sì, assolutamente. A mio parere ha iniziato molto bene, e ci saranno delle sorprese in futuro. Abbiamo in cantiere un altro paio di pezzi interessanti. Lui è in decollo, ha voglia di scrivere, di mettersi in gioco. Spigne forte! Poi, se inizia così, con questa mentalità e questo modo di scrivere, farà sicuramente bene in futuro. È difficile che un ventenne si discosti in questo modo dall’ondata che c’è stata. Lui, se posso usare un francesismo, se ne sbatte un po’ il cazzo del resto.”

Mentre per quanto riguarda l’altro inedito, è un pezzo con Claver Gold e Davide Shorty intitolato “Avvoltoi”…

Quella è stata una roba abbastanza inedita per tutti. Avevo questo beat che ha fatto un po’ il giro di parecchi artisti, ma non è mai uscito. Pensando a chi potesse valorizzarlo, ho contattato Claver e gli è piaciuto subito. Ha scritto ‘na figata che ho apprezzato molto. Il ritornello abbiamo deciso insieme che andava “scappato”, così insieme a Stefano Marvel Mex, che è la persona che mi ha aiutato a dare vita ad Hocus Pocus curando la parte grafica e burocratica, tra una cosa e l’altra abbiamo contattato Shorty, che ci ha messo tanto del suo, producendo ‘na roba molto interessante. A mio parere è proprio una bella traccia. Per ora stiamo lavorando su un video tutto d’animazione, un lavoraccio della madonna. Quando uscirà sarà una bella sorpresa: è una favola scura, col mio immaginario un po’ Tim Burtoniano, ma è uno spaccato di realtà: Claver scrive cose molto vere.”

Che Claver scrivesse cose vere ce lo ha dimostrato col suo ultimo album, Requiem. Pensi di portare live questa riedizione di Hocus Pocus?

Per il momento sto facendo qualche dj set in giro. Live del disco onestamente non lo so, per ora sto lavorando con Viro, poi si vedrà. Portare live Hocus Pocus, con tutta quella gente, diventa un po’ complicato…

Te lo chiedo apposta perché se avessi portato live Hocus Pocus avresti portato in giro una banda-

-‘Na banda de pirati! (Rdie, n.d.r.). L’ho fatto con la prima edizione, uscirono due date davvero belle. In generale si può pensare di fare qualche evento, ma un tour ha dei costi allucinanti e logisticamente è davvero impossibile. Poi, molte persone che stanno su quel disco adesso hanno fatto il botto grosso, quindi è ancora più complicato.

Per quanto riguarda progetti futuri, oltre Hocus Pocus, hai qualcosa in cantiere da volerci anticipare?

Guarda, io continuo a portare avanti il mio discorso sulla parte dello scratch. Per ora sono usciti i vinili 7’’, tools da dj con sample sopra, break e cazzi vari per lo scratch. Usciranno sicuramente altri battle break, adesso è uscito XMasCat in 7’’ vinile rosso e ne uscirà presto un altro. Per le produzioni rap, non ho grandi novità – o al momento non le voglio dì. Le uniche cose che posso dire è che sto lavorando su alcuni pezzi con Viro, come ho già detto, e il prossimo che uscirà è davvero molto particolare, ‘na stecca in faccia allucinante: la nostra discesa verso il buio.

Per chiudere, ti faccio una domanda che molti vorrebbero porti: ‘sta storia d’amore con Rancore è finita?

In realtà una storia d’amore non c’è mai stata, fondamentalmente sono etero e fidanzato. (Ride, n.d.r.) Comunque, avemo fatto tante cose belle con Rancore. Più che dire che ognuno ha preso la propria strada, la realtà è che noi eravamo Rancore & Dj Myke, non certo i – chessò – Colle der Fomento, che si separano e uno dice “moh, avete smesso!”. Noi non abbiamo smesso, io continuo a fare le mie cose, lui le sue. Eravamo Rancore & Dj Myke, ora siamo Rancore e Dj Myke. Se collaboreremo di nuovo non lo so. Quello che so è che i pezzi con Rancore mi vengono bene, e credo lo sappia anche lui. Punto. L’ultimo disco che è uscito, S.U.N.S.H.I.N.E., credo la gente debba ancora ascoltarselo bene, anche se sono solo cinque tracce. Rimane comunque una cosa attuale.”

Per altro, S.U.N.S.H.I.N.E. fu nominato dal Fatto Quotidiano come il migiior pezzo rap mai scritto in Italia… Va bene Myke, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!

Grazie mille a te fratè, ciao!

Qui di seguito la Tracklist di Hocus Pocus – Black Edition

Side A
1. BANGERZ / Micionero
2. TI UCCIDERÒ ALL’ALBA / Max Zanotti
3. LO SPAZZACAMINO / Rancore
4. NO PAURA / Primo Brown
Side B
5. PRESTO! / Viro
6. HOCUS POCUS / Fabri Fibra
7. TESTA D’ARIETE / Noyz Narcos
8. IL MALE È BANALE / Diego Mancini
Side C
9. AVVOLTOI / Claver Gold, Davide Shorty
10. FULL TIME / Danno (Colle der Fomento)
11. J’TE PARLE PAS DE RAP / Rival (CNN)
12. UN GIORNO DIVERSO / Tormento
Side D
13. TUTTO GIRA COME DEVE / Turi
14. THE GRIMEY SHOW / Bassi Maestro, Rido, Supa (Sano Business) 
15. NO JOKE / Dre Love
16. EMMECOMEMOSTRI / Medda

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Magna Grecia Festival: Jacob Collier, conto alla rovescia 0 165

Jacob Collier, ospite del “Magna Grecia Festival” sabato 20 luglio alle 21.00 nell’Arena Villa Peripato. Conto alla rovescia, dunque, per il genio musicale assoluto del ragazzo-prodigio inglese e per il suo primo concerto italiano (unico in Puglia). Collier sarà uno dei momenti di maggior richiamo della rassegna estiva a cura dell’Orchestra della Magna Grecia e del Comune di Taranto. Enfant-prodige, l’artista inglese torna nel nostro Paese con un nuovo lavoro discografico al quale si ispira il titolo della sua tournée (Djesse World Tour). Fra le collaborazioni, Metropole Orkest, Laura Mvula e Take 6.

L’atteso concerto all’interno del “Magna Grecia Festival” è a cura dall’ICO Magna Grecia e Comune di Taranto. Partner degli eventi in cartellone: Regione Puglia, MiBAC, Fondazione Puglia, “Progetto “MaTa: un Ponte per la cultura con Total, Shell e Mitsui”. Un ringraziamento a Ubi Banca, Baux cucine, Programma Sviluppo, Fondazione Puglia e al media partner myCicero. Quello in programma all’Arena Villa Peripato sarà un viaggio nella mente, nel talento e nei suoni del polistrumentista londinese pupillo di Quincy Jones, Herbie Hancock, Chick Corea e Pat Metheny che lo hanno definito «talento assoluto» e «grande innovatore del jazz». 

Nonostante la sua giovanissima età, Jacob Collier è già riconosciuto come uno degli artisti più poliedrici e pieni di inventiva del mondo. La sua proposta combina elementi che vanno dal jazz al folk, passando per trip-hop, gospel, soul, improvisation e musica brasiliana. Nato a Londra, è diventato famosissimo sul web grazie ai video pubblicati su Youtube, che mostrano il suo innato talento mentre si cimenta cantando e suonando tutti gli strumenti e curando tutti i visuals su di un mosaico di schermi. Dal 2011 a oggi, ha totalizzato più di cinque milioni di visualizzazioni e al momento conta ottantamila subscribers da ogni parte del pianeta. Collier torna in tour con un nuovissimo show concepito, come tutta la sua musica, nella sua stanza ma che trova nei suoi sensazionali live l’essenza del suo essere.

In occasione del concerto esclusivo di Jacob Collier in programma all’Arena Villa Peripato sabato 20 luglio, previsti bus-navetta gratuiti per Taranto, da Matera, Bari e Marina di Pisticci/Castellaneta. Ingresso 20 euro (più 3 euro in prevendita). 

Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

Questi gli altri appuntamenti del Magna Grecia Festival: venerdì 19 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Mozart forever” (ingresso con invito); sabato 20 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, Jacob Collier (ingresso 20euro, più 3euro di prevendita; “under 18”, 15 euro, più 3euro di prevendita); mercoledì 24 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bohemian Rhapsody – La leggenda dei Queen” (ingresso gratuito); mercoledì 31 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Farlibe Duo feat. Daniele Sepe” (ingresso con invito); lunedì 5 agosto ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bob Marley – Il mito del reggae” (ingresso gratuito).

MAGNA GRECIA FESTIVAL 2019

A cura ICO Magna Grecia e del Comune di Taranto

Jacob Collier in concerto. Sabato 20 luglio alle 21.00, Arena Villa Peripato di Taranto. Ingresso 20euro (più 3euro di prevendita); “under 18”, 15euro (più 3euro di prevendita). Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 216

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: