ESCLUSIVA – Intervista a Gast “La mia musica è metafisica. Il TruceKlan? Ha ribaltato la scena italiana.” 0 1354

“Tanti anni fa facevo i graffiti, andavo in skate, e non mi sentivo affatto appartenere alla cultura Hip Hop, finché un giorno non mi sono reso conto di esserci dentro in pieno.”

A due anni dall’uscita del suo Underground Legend Mixtape abbiamo il piacere di intervistare, in esclusiva per Blunote Music, il rapper Gast, appartenente al TruceKlan, uno dei più importanti collettivi rap italiani nati agli inizi del 2000 che vede la partecipazione di artisti quali Noyz Narcos, Chicoria, Gemello e lo stesso Gast. In questa lunga intervista il rapper – che preferisce essere definito cantautore – racconta del suo percorso artistico e professionale da due anni a questa parte, tra i suoi nuovi progetti musicali, la collaborazione con una seed bank italiana e la storia del TruceKlan nel panorama musicale italiano.

Ciao Gast, presentarti è ormai superfluo, dunque quello che ti chiedo è: raccontaci cosa hai fatto da un paio d’anni a questa parte, tra Amsterdam, Roma, la tua musica e la tua vita!
Negli ultimi due anni ho fatto un disco con LC Beatz che però non è uscito e non so se uscirà mai. Vari pezzi col Cuns ed un disco con Depha beat che sta per uscire, ma non parliamo di date. Tantissimi pezzi con Aliendee che già suoniamo live, alcuni infatti sono usciti come singoli, altri fanno parte di un progetto insieme, su beat box. Principalmente ho fatto tanta musica.
A parte il rap, ad Amsterdam ho lavorato con alcuni amici al progetto Over the Pot, una weed series, e con Microgenetica, la nuova compagnia di semi di Dj Gengis e socio. Ad Amsterdam poi ho molti vecchi amici, la maggior parte sono italiani. È la mia seconda casa.

Su Microgenetica ci torneremo più avanti nell’intervista. Qualche settimana fa è uscito Post Mortem, prodotto da Depha, un singolo che ci ha colpito parecchio. Parlaci un po’ di questo tuo ultimo lavoro.
Post Mortem è uno di quei singoli che ti dicevo prima, fa parte del lavoro degli ultimi due anni. In realtà è un testo abbastanza recente, scritto direttamente in studio mentre Eddy faceva il beat. Post Mortem è la speranza di esserci anche quando non ci sarò più. Un’artista che colpisce rimane per sempre.

Adesso parliamo un po’ di scena italiana: da qualche anno in Italia il rap è praticamente stato soppiantato dalla trap, alcune volte creando negli ascoltatori vere e proprie faide di genere. Come ti poni rispetto all’argomento?
Bella domanda! Tanti anni fa facevo i graffiti, andavo in skate, e non mi sentivo affatto appartenere alla cultura Hip Hop, finché un giorno non mi sono reso conto di esserci dentro in pieno. Oggi mi definisco in base alla mia musica, mi sento più musicista, mi piacerebbe dire un cantautore. Questo sta a significare che non sono molto legato ai generi musicali, e che qualcosa può farmi anche schifo idealmente, ma magari è fatta bene e l’ascolto volentieri. Premetto questo per dire che la trap non è nulla di nuovo alle mie orecchie, anzi riprende molto il genere South, che nell’ambiente rap purista italiano è sempre stato disprezzato. Eppure alcuni artisti mi piacciono da morire. Non m’interessa come parli o se ti vesti come la mia ragazza, se fai un pezzo figo mi piace e lo ascolto. Non seguo troppo la scena italiana, ma a Roma e Napoli ci sono artisti trap che mi piacciono parecchio.

Facciamo adesso un focus su Roma, la tua città: Ci sono artisti, magari nuove leve, che apprezzi particolarmente?
Riguardo la Capitale, mi capita spesso di vedere video in anteprima al 3Tone Studio da Depha o di ascoltare tracce di nuovi rapper: c’è Numi che sta facendo belle cose, infatti è in uscita un featuring interessante proprio con lui nel mio nuovo cd. Mi piace molto anche il suono grezzo di Roma Guasta, tant’è che non ho perso tempo e ho arrangiato un feat anche con loro uscito qualche giorno fa (Get it Out, n.d.r.)

Quanto il TruceKlan ha influenzato il rap italiano e più in generale la cultura Hip Hop dalla sua fondazione ad oggi attraverso la musica?
Quando il TruceKlan era agli inizi io non rappavo, ho iniziato molto più avanti: mi piaceva da morire scrivere testi e ho preso molto da quella scuola, crescendoci insieme. Ti posso dire che il TruceKlan coinvolgeva ragazzi appartenenti a più generi, dal punk al teknarolo, eravamo trasversali. La verità è che abbiamo imposto canoni estetici che ancora oggi sono in voga. Il rap italiano poi, all’epoca, era un po’ una lobby, per cantare dovevi chiedere il permesso. Noi eravamo semplicemente un gruppo di amici, tutti con attitudini diverse, ma ci piaceva molto la musica: c’era chi produceva beat, chi scriveva testi, chi faceva i video. Autoprodursi è venuto da sè.

Cos’è Microgenetica, da cosa nasce e per cosa è stata fondata? Qual è il tuo ruolo al suo interno?
Microgenetica è una seed bank, nasce ad Amstedam ma è italiana, essendo i soci italiani. Essendo io sempre stato legato alla cannabis ed avendo partecipato a cannabis cup ed eventi in Italia ed Europa, ho collaborato alla creazione di una varietà con Microgenetica, la “Big Papaya”, che spero abbiate già fumato tutti. Ha un sapore dolce, un po’ limoncina, davvero buona, e spero sia la prima di una lunga serie perché mi piace molto lavorare in questo campo. Microgenetica ha cominciato con poche varietà, ma tutte davvero buone, perché punta sulla qualità del prodotto.

Gast (a destra) con Aliendee

Ci sarà la possibilità per giovani italiani di entrare nel mondo della cannabis grazie a Microgenetica, contando le pochissime possibilità in tal senso in Italia?
Certo che sì! Siamo praticamente tutti quanti italiani, chi vive ad Amsterdam, chi a Roma, chi a Milano. Microgenetica si sta inoltre espandendo, ha preso contatti con altri giovani artisti legati all’immaginario della cannabis, uno dei quali è Sferaebbasta. L’industria dell'”erba” è in via di sviluppo in tutto il mondo e in cerca di giovani talenti con la passione per la botanica. Paesi dove prima farsi una canna era considerato alla stregua del consumo di cocaina ora sono tra i principali esportatori e innovatori in questo campo. In Italia ci sono aziende come Canaparoma che si occupano di cannabis e già sono iniziati rapporti di collaborazione con la nostra seed bank.

Cosa ne pensi della “cannabis light” che sta prendendo piede in Italia, come quella di Easyjoint, e delle critiche piovute da diversi ambienti legati alla cannabis?
La verità è che ci sono due scuole pensiero: c’è chi pensa che in questo modo si arrivi rapidamente alla legalizzazione: se tutti coltivassero la cannabis legale sarebbe difficilissimo distinguerla da quella illegale, e per forza di cose si tenderebbe a liberalizzarla. C’è poi, invece, chi crede che sia un modo di mettere il business nelle mani dello Stato: ora vendono questa, domani quella col THC, ed è tutto monopolio di stato. A mio avviso, con la diffusione si può arrivare più rapidamente alla legalizzazione, dunque sono tendenzialmente favorevole.

Ci sono progetti musicali futuri in programma, qualche anticipazione?
Guarda, oggi stavo sul set di un video, un altro l’abbiamo girato dieci giorni fa e ne deve uscire uno già pronto, quindi stiamo proprio sul pezzo!

Grazie per essere stato con noi, fai un saluto a tutta la Puglia!
Come no! Sono appena stato in Puglia per delle date. La porto nel cuore, un bacio grandissimo!

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 108

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 128

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: