Intervista a Max Zanotti, “L’indie è moda, il successo in mano ai ragazzini; Dj Myke un genio” 0 2102

Attivo musicalmente dal 1989, partendo dalla scena punk coi Glare, Max Zanotti ne ha fatta davvero tanta di strada: dai Deasonika a Sanremo e in apertura ai concerti di Placebo e Bloc Party, alle collaborazioni con Dj Aladyn e Rancore, passando per l’eccelso progetto “Della Vita Della Morte” con Dj Myke. Possiamo tranquillamente definire Max come un jolly vincente nel panorama discografico italiano; un Re Mida musicale: ogni cosa che tocca quest’uomo si trasforma in oro. Oggi Zanotti è in giro coi Casablanca, il suo progetto più recente, per la promozione del loro secondo album, “Pace, Violenza o Costume”. Il disco, inutile dirlo, è una bomba (5/5 per RockRebelMagazine). Abbiamo dunque deciso di farci una chiacchierata con quello che crediamo uno degli artisti più estrosi del Paese, parlando non solo di Casablanca, ma anche del succitato “Della Vita Della Morte”, di indie italiano ed estrapolando qualche curiosità.

Ciao Max! Rompiamo un po’ il ghiaccio parlando dei Casablanca. Come esplicato già altrove, il tuo gruppo ha un sound molto rock, in buona parte influenzato dagli anni ’70, ma che mischia alcuni suoni degli anni ’90. Quali sono le differenze coi Deasonika e perché “rimpiazzare” questi ultimi con un nuovo progetto?
Principalmente perché io e Stefano, il batterista dei Deasonika, avevamo voglia di una band che avesse queste qualità artistiche, attingendo dalla musica rock di quegli anni. Ci differenziamo dai Deasonika perché con loro avevamo una vena più new wave, soprattutto da parte di Francesco, il chitarrista. Questo progetto è invece molto più rock, prendendo spunto dallo stoner più che dalla new wave.

E così siete arrivati al vostro secondo album, “Pace, Violenza o Costume”. Cosa racconta questo disco e qual è il concept che si cela dietro?
Il concept del disco è la capacità delle persone di cambiare faccia, atteggiamento, in base alle situazioni in cui si trovano. Non a caso abbiamo deciso di usare come immagine di copertina un toro: il toro è un animale pacifico, ma per costume diventa violento. Sradicato dalla sua natura e inserito in un contesto in cui il costume vuole che il toro sia violento, lo diventa. Ma il toro è un animale docile, nonostante la sua imponenza fisica. E così ho voluto affiancare questa immagine alle persone: se prendi una persona con una determinata natura e le imponi di seguire lo stesso comportamento in situazioni diverse, fa molta fatica. È innaturale. Mi piaceva dunque questo concetto di sdoppiamento delle personalità all’interno delle relazioni umane, quelle che prescindono dai sentimenti.

Ora ti chiedo una curiosità: il vostro primo album si chiama Casablanca, mentre in questo secondo album la final track è sempre omonima. Come mai questo, soprattutto su una traccia un po’ polemica?
Mah, era un’idea venuta a Giovanni, infatti quella traccia la canta lui. Il testo è un po’ il tentativo di capire quel che vuole la gente, soprattutto in questo periodo storico, in cui il panorama musicale è un po’ allo sbando per quanto riguarda la qualità della musica prodotta. Allora abbiamo scherzato un attimino col nome, che ci sarebbe piaciuto solo se fosse venuto fuori qualcosa di simpatico, allegorico, che parlasse proprio di questo. Gli artisti di oggi, che vanno di moda, son tutti simpatici, fanno tutti umorismo – senza fare nomi. E a me ‘sta cosa non piace, non condivido questo modo di intendere la musica. Non dico che dev’essere seria come la musica classica, che si prende anche un po’ troppo sul serio; ma neanche sputtanarla come si fa di recente è bello.

Stiamo parlando un po’ dell’indie, vero?
Ma sì, però precisiamo: indie è una parola che adesso va di moda. Ma l’Indie vero non è questo, questo è un genere musicale che abbiamo inventato in Italia e che va di moda; e come ogni moda, cambia ogni anno perché è brutta. Quello che non è moda, e che c’è sempre, è la musica di qualità. Noi ascoltiamo rock, che è una musica che non avrà mai fine. Potrà svilupparsi e avere altre sfaccettature, ma la matrice rimane quella. Tutto quello che ascoltiamo da sei/sette anni a questa parte, invece, è solo una costante ricerca dell’ammiccamento del pubblico. Qualcosa che funzioni in quel momento. Ma è talmente brutto che non funziona più dopo poco. Ed è qualcosa che ci lascia quasi in imbarazzo a vederla.

Dì un po’, Max: ti definisci più rocker o cantautore?
“(attimi di silenzio, n.d.r.) …un cantautore rock (ride, n.d.r.). Ovviamente ho scritto anche cose non rock, prendiamo “Della Vita Della Morte”. Però l’atteggiamento è sempre quello: rompere gli schemi, cercare qualcosa di viscerale, che aggrovigli le budella.

Te lo chiedo perché il tuo nome è molto legato anche a collaborazioni eccellenti, soprattutto in campo hip-hop: prendiamo Rancore, Dj Myke… come mai sei il cantautore rock preferito dall’ambiente?
Perché mi piace come stile, lo sento molto vicino… però parliamo di un certo tipo di hip hop…

…Beh chiaro, parliamo di Dj Myke e Rancore, o Dj Aladyn.
“…Ecco, hai capito di cosa stiamo parlando. Ho anche prodotto un disco un po’ urban, quello di Ketty Passa, e l’ho fatto perché mi piacciono quelle sonorità. Mi piace sperimentare, soprattutto a livello di tempo, e l’hip hop è la madre del genere. Se sono il preferito dell’ambiente non lo so, a me stanno simpatici! (ride, n.d.r.)”

Ci sono artisti con cui sogni di collaborare? Nominamene due: uno italiano e uno estero.
Allora… italiani non ce ne sono tantissimi: mi piace molto Niccolò Fabi. Lui è un grande artista, mi piace quello che scrive e come lo scrive. Ha un grandissimo spessore artistico. Tra gli stranieri… Bjork!

Chiaro! Visto che l’hai nominato prima, ne parliamo: in un’intervista per Distopic del 2015 si parlava di “Della Vita Della Morte”, dicendo che fosse caduto un po’ nel silenzio dopo l’uscita. La tua risposta fu che non era stato ancora capito, e magari con un po’ di anni avrebbe avuto la sua legittimazione. Noi l’album l’abbiamo capito, tu cosa ne pensi a distanza di anni?
Che non l’ho capito ancora io! (ride, n.d.r.) No, scherzi a parte… è stato un disco fatto a briglie sciolte, senza avere paura di farla fuori dal vaso. Ho affrontato questa cosa anche con Myke, abbiamo avuto delle discussioni, capendo da che parte dover andare ma senza dircelo. La musica ci trasportava verso lidi inesplorati, soprattutto da parte mia. Poi Myke è geniale, è aperto a qualsiasi cosa. È un fottuto genio. E quando hai a che fare con questo genere di artisti devi andare a briglie sciolte, per evitare che l’estro venga frenato, e per fortuna questo non è successo. Abbiamo dato sfogo a tutte quelle che erano le nostre malattie del momento: la situazione sociale e politica dell’epoca era abbastanza arroventata e il disco parlava soprattutto di quello.

Qualche mese fa, in un’intervista rilasciataci, Dj Myke definiva “Ti Ucciderò all’Alba” – presente sia in “Hocus Pocus” che in “Della Vita Della Morte” – un capolavoro della musica italiana, dicendo, testuali parole, “È un pezzo che se fosse uscito dieci anni fa, oggi o fra altri dieci anni, sarebbe stato indifferente”. Ora, noi abbiamo bisogno di sapere qualcosa da te su questa canzone: parlacene.
È passato un sacco di tempo… era il periodo in cui Myke stava producendo Hocus Pocus, così mi chiamò e mi chiese “Perché non facciamo una roba seria?”. Aveva già la base, una cosa più scarna di quella che poi effettivamente produsse. A me, invece, venne in mente quel giro di chitarra lì. È un tipo di canzone che qualsiasi cosa veniva inserita, ci stava bene. Me lo ricordo benissimo, qualsiasi suono era perfetto per starci sopra, funzionava. Sono le cose che succedono quando non hai obblighi musicali da rispettare. Un’artista, come dicevo prima. dovrebbe fare le cose a briglie sciolte. L’alchimia fra le persone viene evidenziata solo quando non ci sono limiti.

Sempre rimanendo focalizzati su “Della Vita Della Morte”, e riprendendo anche un po’ il discorso di prima, vogliamo fare un excursus generico con te sulla musica. Parlando un po’ in giro, con gente che ne capisce davvero, l’opinione generica è che “Della Vita Della Morte” sia una perla dell’underground. Allora quello che ci chiediamo è: come mai un album del genere, geniale ed estroso, non viene capito e non ha successo? Come mai artisti come te, o Diego Mancino, sempre acclamati dalla critica di settore, non godono dei favori del pubblico più mainstream? Cos’ha che non va la musica?
È cambiato, secondo me, il pubblico. Il successo di un artista, oggi, viene affidato al like degli undicenni – perché oggi chi decreta il successo degli artisti sono i bambini e i ragazzi, ovvero quelli maggiormente attivi sui social, che stanno sempre attaccati agli strumenti che fanno sì che tu abbia più o meno visibilità. Quindi, se il tuo successo dev’essere decretato da un bambino di undici o dodici anni, sarà sempre qualcuno che non capisce determinati generi e contenuti. E allora, se tu guardi le pagine e i relativi follower di chi fa i grossi numeri, il 90% sono bambini. Io dico sempre: lo spessore artistico di un musicista lo si vede dal suo pubblico. Se c’è chi ha milioni di views da schiere di ragazzini, la lotta è decisamente impari. Vent’anni fa un bambino non aveva accesso a un disco, e chi seguiva un determinato genere musicale e comprava un disco, era chi aveva orecchio per capire cosa ascolta. Oggi questa cosa non esiste più. Oggi se ho tredici, quattordici o quindici anni, vado su Spotify o Youtube e accedo alla musica in maniera gratuita. Allora come fa un ragazzino di quell’età a capire roba come “Della Vita Della Morte”, Casablanca o altro? Un tempo la musica era possesso, oggi è accessibilità. Ma questa è la mia opinione.

Bene Max, siamo quasi in chiusura… Per ora sei impegnato nella promozione del nuovo disco dei Casablanca, ma su cosa ti concentrerai nel futuro? Un altro album dei Casablanca o qualcosa di diverso?
Il disco dei Casablanca è appena uscito, quindi con loro, per ora, ci concentreremo su questo. Un terzo disco ci sarà sicuramente, ma più in là. Adesso sto lavorando su qualcosa di mio, e mi sta piacendo davvero quello che sta venendo fuori. Ma è ancora presto per parlarne.

Dove possiamo venirti a vedere, rimanendo da queste parti?
Guarda, ci hanno contattato per un paio di festival in puglia. Uno è a Taranto, stiamo ancora aspettando la risposta.”

Va bene Max, è stato davvero un piacere sentirti, ti ringraziamo!
Anche per me, grazie!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la grafica della copertina

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 153

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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