Intervista a Max Zanotti, “Il successo di oggi è in mano ai ragazzini” 0 2732

Attivo musicalmente dal 1989, partendo dalla scena punk coi Glare, Max Zanotti ne ha fatta davvero tanta di strada: dai Deasonika a Sanremo e in apertura ai concerti di Placebo e Bloc Party, alle collaborazioni con Dj Aladyn e Rancore, passando per l’eccelso progetto “Della Vita Della Morte” con Dj Myke. Possiamo tranquillamente definire Max come un jolly vincente nel panorama discografico italiano; un Re Mida musicale: ogni cosa che tocca quest’uomo si trasforma in oro. Oggi Zanotti è in giro coi Casablanca, il suo progetto più recente, per la promozione del loro secondo album, “Pace, Violenza o Costume”. Il disco, inutile dirlo, è una bomba (5/5 per RockRebelMagazine). Abbiamo dunque deciso di farci una chiacchierata con quello che crediamo uno degli artisti più estrosi del Paese, parlando non solo di Casablanca, ma anche del succitato “Della Vita Della Morte”, di indie italiano ed estrapolando qualche curiosità.

Ciao Max! Rompiamo un po’ il ghiaccio parlando dei Casablanca. Come esplicato già altrove, il tuo gruppo ha un sound molto rock, in buona parte influenzato dagli anni ’70, ma che mischia alcuni suoni degli anni ’90. Quali sono le differenze coi Deasonika e perché “rimpiazzare” questi ultimi con un nuovo progetto?
Principalmente perché io e Stefano, il batterista dei Deasonika, avevamo voglia di una band che avesse queste qualità artistiche, attingendo dalla musica rock di quegli anni. Ci differenziamo dai Deasonika perché con loro avevamo una vena più new wave, soprattutto da parte di Francesco, il chitarrista. Questo progetto è invece molto più rock, prendendo spunto dallo stoner più che dalla new wave.

E così siete arrivati al vostro secondo album, “Pace, Violenza o Costume”. Cosa racconta questo disco e qual è il concept che si cela dietro?
Il concept del disco è la capacità delle persone di cambiare faccia, atteggiamento, in base alle situazioni in cui si trovano. Non a caso abbiamo deciso di usare come immagine di copertina un toro: il toro è un animale pacifico, ma per costume diventa violento. Sradicato dalla sua natura e inserito in un contesto in cui il costume vuole che il toro sia violento, lo diventa. Ma il toro è un animale docile, nonostante la sua imponenza fisica. E così ho voluto affiancare questa immagine alle persone: se prendi una persona con una determinata natura e le imponi di seguire lo stesso comportamento in situazioni diverse, fa molta fatica. È innaturale. Mi piaceva dunque questo concetto di sdoppiamento delle personalità all’interno delle relazioni umane, quelle che prescindono dai sentimenti.

Ora ti chiedo una curiosità: il vostro primo album si chiama Casablanca, mentre in questo secondo album la final track è sempre omonima. Come mai questo, soprattutto su una traccia un po’ polemica?
Mah, era un’idea venuta a Giovanni, infatti quella traccia la canta lui. Il testo è un po’ il tentativo di capire quel che vuole la gente, soprattutto in questo periodo storico, in cui il panorama musicale è un po’ allo sbando per quanto riguarda la qualità della musica prodotta. Allora abbiamo scherzato un attimino col nome, che ci sarebbe piaciuto solo se fosse venuto fuori qualcosa di simpatico, allegorico, che parlasse proprio di questo. Gli artisti di oggi, che vanno di moda, son tutti simpatici, fanno tutti umorismo – senza fare nomi. E a me ‘sta cosa non piace, non condivido questo modo di intendere la musica. Non dico che dev’essere seria come la musica classica, che si prende anche un po’ troppo sul serio; ma neanche sputtanarla come si fa di recente è bello.

Stiamo parlando un po’ dell’indie, vero?
Ma sì, però precisiamo: indie è una parola che adesso va di moda. Ma l’Indie vero non è questo, questo è un genere musicale che abbiamo inventato in Italia e che va di moda; e come ogni moda, cambia ogni anno perché è brutta. Quello che non è moda, e che c’è sempre, è la musica di qualità. Noi ascoltiamo rock, che è una musica che non avrà mai fine. Potrà svilupparsi e avere altre sfaccettature, ma la matrice rimane quella. Tutto quello che ascoltiamo da sei/sette anni a questa parte, invece, è solo una costante ricerca dell’ammiccamento del pubblico. Qualcosa che funzioni in quel momento. Ma è talmente brutto che non funziona più dopo poco. Ed è qualcosa che ci lascia quasi in imbarazzo a vederla.

Dì un po’, Max: ti definisci più rocker o cantautore?
“(attimi di silenzio, n.d.r.) …un cantautore rock (ride, n.d.r.). Ovviamente ho scritto anche cose non rock, prendiamo “Della Vita Della Morte”. Però l’atteggiamento è sempre quello: rompere gli schemi, cercare qualcosa di viscerale, che aggrovigli le budella.

Te lo chiedo perché il tuo nome è molto legato anche a collaborazioni eccellenti, soprattutto in campo hip-hop: prendiamo Rancore, Dj Myke… come mai sei il cantautore rock preferito dall’ambiente?
Perché mi piace come stile, lo sento molto vicino… però parliamo di un certo tipo di hip hop…

…Beh chiaro, parliamo di Dj Myke e Rancore, o Dj Aladyn.
“…Ecco, hai capito di cosa stiamo parlando. Ho anche prodotto un disco un po’ urban, quello di Ketty Passa, e l’ho fatto perché mi piacciono quelle sonorità. Mi piace sperimentare, soprattutto a livello di tempo, e l’hip hop è la madre del genere. Se sono il preferito dell’ambiente non lo so, a me stanno simpatici! (ride, n.d.r.)”

Ci sono artisti con cui sogni di collaborare? Nominamene due: uno italiano e uno estero.
Allora… italiani non ce ne sono tantissimi: mi piace molto Niccolò Fabi. Lui è un grande artista, mi piace quello che scrive e come lo scrive. Ha un grandissimo spessore artistico. Tra gli stranieri… Bjork!

Chiaro! Visto che l’hai nominato prima, ne parliamo: in un’intervista per Distopic del 2015 si parlava di “Della Vita Della Morte”, dicendo che fosse caduto un po’ nel silenzio dopo l’uscita. La tua risposta fu che non era stato ancora capito, e magari con un po’ di anni avrebbe avuto la sua legittimazione. Noi l’album l’abbiamo capito, tu cosa ne pensi a distanza di anni?
Che non l’ho capito ancora io! (ride, n.d.r.) No, scherzi a parte… è stato un disco fatto a briglie sciolte, senza avere paura di farla fuori dal vaso. Ho affrontato questa cosa anche con Myke, abbiamo avuto delle discussioni, capendo da che parte dover andare ma senza dircelo. La musica ci trasportava verso lidi inesplorati, soprattutto da parte mia. Poi Myke è geniale, è aperto a qualsiasi cosa. È un fottuto genio. E quando hai a che fare con questo genere di artisti devi andare a briglie sciolte, per evitare che l’estro venga frenato, e per fortuna questo non è successo. Abbiamo dato sfogo a tutte quelle che erano le nostre malattie del momento: la situazione sociale e politica dell’epoca era abbastanza arroventata e il disco parlava soprattutto di quello.

Qualche mese fa, in un’intervista rilasciataci, Dj Myke definiva “Ti Ucciderò all’Alba” – presente sia in “Hocus Pocus” che in “Della Vita Della Morte” – un capolavoro della musica italiana, dicendo, testuali parole, “È un pezzo che se fosse uscito dieci anni fa, oggi o fra altri dieci anni, sarebbe stato indifferente”. Ora, noi abbiamo bisogno di sapere qualcosa da te su questa canzone: parlacene.
È passato un sacco di tempo… era il periodo in cui Myke stava producendo Hocus Pocus, così mi chiamò e mi chiese “Perché non facciamo una roba seria?”. Aveva già la base, una cosa più scarna di quella che poi effettivamente produsse. A me, invece, venne in mente quel giro di chitarra lì. È un tipo di canzone che qualsiasi cosa veniva inserita, ci stava bene. Me lo ricordo benissimo, qualsiasi suono era perfetto per starci sopra, funzionava. Sono le cose che succedono quando non hai obblighi musicali da rispettare. Un’artista, come dicevo prima. dovrebbe fare le cose a briglie sciolte. L’alchimia fra le persone viene evidenziata solo quando non ci sono limiti.

Sempre rimanendo focalizzati su “Della Vita Della Morte”, e riprendendo anche un po’ il discorso di prima, vogliamo fare un excursus generico con te sulla musica. Parlando un po’ in giro, con gente che ne capisce davvero, l’opinione generica è che “Della Vita Della Morte” sia una perla dell’underground. Allora quello che ci chiediamo è: come mai un album del genere, geniale ed estroso, non viene capito e non ha successo? Come mai artisti come te, o Diego Mancino, sempre acclamati dalla critica di settore, non godono dei favori del pubblico più mainstream? Cos’ha che non va la musica?
È cambiato, secondo me, il pubblico. Il successo di un artista, oggi, viene affidato al like degli undicenni – perché oggi chi decreta il successo degli artisti sono i bambini e i ragazzi, ovvero quelli maggiormente attivi sui social, che stanno sempre attaccati agli strumenti che fanno sì che tu abbia più o meno visibilità. Quindi, se il tuo successo dev’essere decretato da un bambino di undici o dodici anni, sarà sempre qualcuno che non capisce determinati generi e contenuti. E allora, se tu guardi le pagine e i relativi follower di chi fa i grossi numeri, il 90% sono bambini. Io dico sempre: lo spessore artistico di un musicista lo si vede dal suo pubblico. Se c’è chi ha milioni di views da schiere di ragazzini, la lotta è decisamente impari. Vent’anni fa un bambino non aveva accesso a un disco, e chi seguiva un determinato genere musicale e comprava un disco, era chi aveva orecchio per capire cosa ascolta. Oggi questa cosa non esiste più. Oggi se ho tredici, quattordici o quindici anni, vado su Spotify o Youtube e accedo alla musica in maniera gratuita. Allora come fa un ragazzino di quell’età a capire roba come “Della Vita Della Morte”, Casablanca o altro? Un tempo la musica era possesso, oggi è accessibilità. Ma questa è la mia opinione.

Bene Max, siamo quasi in chiusura… Per ora sei impegnato nella promozione del nuovo disco dei Casablanca, ma su cosa ti concentrerai nel futuro? Un altro album dei Casablanca o qualcosa di diverso?
Il disco dei Casablanca è appena uscito, quindi con loro, per ora, ci concentreremo su questo. Un terzo disco ci sarà sicuramente, ma più in là. Adesso sto lavorando su qualcosa di mio, e mi sta piacendo davvero quello che sta venendo fuori. Ma è ancora presto per parlarne.

Dove possiamo venirti a vedere, rimanendo da queste parti?
Guarda, ci hanno contattato per un paio di festival in puglia. Uno è a Taranto, stiamo ancora aspettando la risposta.”

Va bene Max, è stato davvero un piacere sentirti, ti ringraziamo!
Anche per me, grazie!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la grafica della copertina

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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