Intervista a Max Zanotti, “Il successo di oggi è in mano ai ragazzini” 0 2283

Attivo musicalmente dal 1989, partendo dalla scena punk coi Glare, Max Zanotti ne ha fatta davvero tanta di strada: dai Deasonika a Sanremo e in apertura ai concerti di Placebo e Bloc Party, alle collaborazioni con Dj Aladyn e Rancore, passando per l’eccelso progetto “Della Vita Della Morte” con Dj Myke. Possiamo tranquillamente definire Max come un jolly vincente nel panorama discografico italiano; un Re Mida musicale: ogni cosa che tocca quest’uomo si trasforma in oro. Oggi Zanotti è in giro coi Casablanca, il suo progetto più recente, per la promozione del loro secondo album, “Pace, Violenza o Costume”. Il disco, inutile dirlo, è una bomba (5/5 per RockRebelMagazine). Abbiamo dunque deciso di farci una chiacchierata con quello che crediamo uno degli artisti più estrosi del Paese, parlando non solo di Casablanca, ma anche del succitato “Della Vita Della Morte”, di indie italiano ed estrapolando qualche curiosità.

Ciao Max! Rompiamo un po’ il ghiaccio parlando dei Casablanca. Come esplicato già altrove, il tuo gruppo ha un sound molto rock, in buona parte influenzato dagli anni ’70, ma che mischia alcuni suoni degli anni ’90. Quali sono le differenze coi Deasonika e perché “rimpiazzare” questi ultimi con un nuovo progetto?
Principalmente perché io e Stefano, il batterista dei Deasonika, avevamo voglia di una band che avesse queste qualità artistiche, attingendo dalla musica rock di quegli anni. Ci differenziamo dai Deasonika perché con loro avevamo una vena più new wave, soprattutto da parte di Francesco, il chitarrista. Questo progetto è invece molto più rock, prendendo spunto dallo stoner più che dalla new wave.

E così siete arrivati al vostro secondo album, “Pace, Violenza o Costume”. Cosa racconta questo disco e qual è il concept che si cela dietro?
Il concept del disco è la capacità delle persone di cambiare faccia, atteggiamento, in base alle situazioni in cui si trovano. Non a caso abbiamo deciso di usare come immagine di copertina un toro: il toro è un animale pacifico, ma per costume diventa violento. Sradicato dalla sua natura e inserito in un contesto in cui il costume vuole che il toro sia violento, lo diventa. Ma il toro è un animale docile, nonostante la sua imponenza fisica. E così ho voluto affiancare questa immagine alle persone: se prendi una persona con una determinata natura e le imponi di seguire lo stesso comportamento in situazioni diverse, fa molta fatica. È innaturale. Mi piaceva dunque questo concetto di sdoppiamento delle personalità all’interno delle relazioni umane, quelle che prescindono dai sentimenti.

Ora ti chiedo una curiosità: il vostro primo album si chiama Casablanca, mentre in questo secondo album la final track è sempre omonima. Come mai questo, soprattutto su una traccia un po’ polemica?
Mah, era un’idea venuta a Giovanni, infatti quella traccia la canta lui. Il testo è un po’ il tentativo di capire quel che vuole la gente, soprattutto in questo periodo storico, in cui il panorama musicale è un po’ allo sbando per quanto riguarda la qualità della musica prodotta. Allora abbiamo scherzato un attimino col nome, che ci sarebbe piaciuto solo se fosse venuto fuori qualcosa di simpatico, allegorico, che parlasse proprio di questo. Gli artisti di oggi, che vanno di moda, son tutti simpatici, fanno tutti umorismo – senza fare nomi. E a me ‘sta cosa non piace, non condivido questo modo di intendere la musica. Non dico che dev’essere seria come la musica classica, che si prende anche un po’ troppo sul serio; ma neanche sputtanarla come si fa di recente è bello.

Stiamo parlando un po’ dell’indie, vero?
Ma sì, però precisiamo: indie è una parola che adesso va di moda. Ma l’Indie vero non è questo, questo è un genere musicale che abbiamo inventato in Italia e che va di moda; e come ogni moda, cambia ogni anno perché è brutta. Quello che non è moda, e che c’è sempre, è la musica di qualità. Noi ascoltiamo rock, che è una musica che non avrà mai fine. Potrà svilupparsi e avere altre sfaccettature, ma la matrice rimane quella. Tutto quello che ascoltiamo da sei/sette anni a questa parte, invece, è solo una costante ricerca dell’ammiccamento del pubblico. Qualcosa che funzioni in quel momento. Ma è talmente brutto che non funziona più dopo poco. Ed è qualcosa che ci lascia quasi in imbarazzo a vederla.

Dì un po’, Max: ti definisci più rocker o cantautore?
“(attimi di silenzio, n.d.r.) …un cantautore rock (ride, n.d.r.). Ovviamente ho scritto anche cose non rock, prendiamo “Della Vita Della Morte”. Però l’atteggiamento è sempre quello: rompere gli schemi, cercare qualcosa di viscerale, che aggrovigli le budella.

Te lo chiedo perché il tuo nome è molto legato anche a collaborazioni eccellenti, soprattutto in campo hip-hop: prendiamo Rancore, Dj Myke… come mai sei il cantautore rock preferito dall’ambiente?
Perché mi piace come stile, lo sento molto vicino… però parliamo di un certo tipo di hip hop…

…Beh chiaro, parliamo di Dj Myke e Rancore, o Dj Aladyn.
“…Ecco, hai capito di cosa stiamo parlando. Ho anche prodotto un disco un po’ urban, quello di Ketty Passa, e l’ho fatto perché mi piacciono quelle sonorità. Mi piace sperimentare, soprattutto a livello di tempo, e l’hip hop è la madre del genere. Se sono il preferito dell’ambiente non lo so, a me stanno simpatici! (ride, n.d.r.)”

Ci sono artisti con cui sogni di collaborare? Nominamene due: uno italiano e uno estero.
Allora… italiani non ce ne sono tantissimi: mi piace molto Niccolò Fabi. Lui è un grande artista, mi piace quello che scrive e come lo scrive. Ha un grandissimo spessore artistico. Tra gli stranieri… Bjork!

Chiaro! Visto che l’hai nominato prima, ne parliamo: in un’intervista per Distopic del 2015 si parlava di “Della Vita Della Morte”, dicendo che fosse caduto un po’ nel silenzio dopo l’uscita. La tua risposta fu che non era stato ancora capito, e magari con un po’ di anni avrebbe avuto la sua legittimazione. Noi l’album l’abbiamo capito, tu cosa ne pensi a distanza di anni?
Che non l’ho capito ancora io! (ride, n.d.r.) No, scherzi a parte… è stato un disco fatto a briglie sciolte, senza avere paura di farla fuori dal vaso. Ho affrontato questa cosa anche con Myke, abbiamo avuto delle discussioni, capendo da che parte dover andare ma senza dircelo. La musica ci trasportava verso lidi inesplorati, soprattutto da parte mia. Poi Myke è geniale, è aperto a qualsiasi cosa. È un fottuto genio. E quando hai a che fare con questo genere di artisti devi andare a briglie sciolte, per evitare che l’estro venga frenato, e per fortuna questo non è successo. Abbiamo dato sfogo a tutte quelle che erano le nostre malattie del momento: la situazione sociale e politica dell’epoca era abbastanza arroventata e il disco parlava soprattutto di quello.

Qualche mese fa, in un’intervista rilasciataci, Dj Myke definiva “Ti Ucciderò all’Alba” – presente sia in “Hocus Pocus” che in “Della Vita Della Morte” – un capolavoro della musica italiana, dicendo, testuali parole, “È un pezzo che se fosse uscito dieci anni fa, oggi o fra altri dieci anni, sarebbe stato indifferente”. Ora, noi abbiamo bisogno di sapere qualcosa da te su questa canzone: parlacene.
È passato un sacco di tempo… era il periodo in cui Myke stava producendo Hocus Pocus, così mi chiamò e mi chiese “Perché non facciamo una roba seria?”. Aveva già la base, una cosa più scarna di quella che poi effettivamente produsse. A me, invece, venne in mente quel giro di chitarra lì. È un tipo di canzone che qualsiasi cosa veniva inserita, ci stava bene. Me lo ricordo benissimo, qualsiasi suono era perfetto per starci sopra, funzionava. Sono le cose che succedono quando non hai obblighi musicali da rispettare. Un’artista, come dicevo prima. dovrebbe fare le cose a briglie sciolte. L’alchimia fra le persone viene evidenziata solo quando non ci sono limiti.

Sempre rimanendo focalizzati su “Della Vita Della Morte”, e riprendendo anche un po’ il discorso di prima, vogliamo fare un excursus generico con te sulla musica. Parlando un po’ in giro, con gente che ne capisce davvero, l’opinione generica è che “Della Vita Della Morte” sia una perla dell’underground. Allora quello che ci chiediamo è: come mai un album del genere, geniale ed estroso, non viene capito e non ha successo? Come mai artisti come te, o Diego Mancino, sempre acclamati dalla critica di settore, non godono dei favori del pubblico più mainstream? Cos’ha che non va la musica?
È cambiato, secondo me, il pubblico. Il successo di un artista, oggi, viene affidato al like degli undicenni – perché oggi chi decreta il successo degli artisti sono i bambini e i ragazzi, ovvero quelli maggiormente attivi sui social, che stanno sempre attaccati agli strumenti che fanno sì che tu abbia più o meno visibilità. Quindi, se il tuo successo dev’essere decretato da un bambino di undici o dodici anni, sarà sempre qualcuno che non capisce determinati generi e contenuti. E allora, se tu guardi le pagine e i relativi follower di chi fa i grossi numeri, il 90% sono bambini. Io dico sempre: lo spessore artistico di un musicista lo si vede dal suo pubblico. Se c’è chi ha milioni di views da schiere di ragazzini, la lotta è decisamente impari. Vent’anni fa un bambino non aveva accesso a un disco, e chi seguiva un determinato genere musicale e comprava un disco, era chi aveva orecchio per capire cosa ascolta. Oggi questa cosa non esiste più. Oggi se ho tredici, quattordici o quindici anni, vado su Spotify o Youtube e accedo alla musica in maniera gratuita. Allora come fa un ragazzino di quell’età a capire roba come “Della Vita Della Morte”, Casablanca o altro? Un tempo la musica era possesso, oggi è accessibilità. Ma questa è la mia opinione.

Bene Max, siamo quasi in chiusura… Per ora sei impegnato nella promozione del nuovo disco dei Casablanca, ma su cosa ti concentrerai nel futuro? Un altro album dei Casablanca o qualcosa di diverso?
Il disco dei Casablanca è appena uscito, quindi con loro, per ora, ci concentreremo su questo. Un terzo disco ci sarà sicuramente, ma più in là. Adesso sto lavorando su qualcosa di mio, e mi sta piacendo davvero quello che sta venendo fuori. Ma è ancora presto per parlarne.

Dove possiamo venirti a vedere, rimanendo da queste parti?
Guarda, ci hanno contattato per un paio di festival in puglia. Uno è a Taranto, stiamo ancora aspettando la risposta.”

Va bene Max, è stato davvero un piacere sentirti, ti ringraziamo!
Anche per me, grazie!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la grafica della copertina

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 102

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 170

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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