Intervista agli Echo Atom, “La musica strumentale nelle vene, il progressive nelle radici; l’EP sarà un viaggio” 0 609

Gli Echo Atom sono una band post-rock romana che tanto sta facendo parlare nell’ambiente. Dopo aver rilasciato tre canzoni per farsi conoscere, la band è in procinto di pubblicare la sua prima fatica, un EP contenente cinque canzoni, nelle quali saranno fortemente presenti le loro origini progressive, con l’obbiettivo prefissato di raccontare il proprio viaggio interiore con il solo ausilio dei propri strumenti. Senza indugiare ulteriormente, vi proponiamo una corposa intervista a Walter Santu, chitarrista della band, che ci spiegherà qualche curiosità sul gruppo, sulle canzoni rilasciate e quelle che usciranno con l’EP!

Sappiamo che siete attivi ormai dal 2016, ma avete deciso di uscire con un’EP solo quest’anno, prossimo alla pubblicazione il 23 marzo. Come mai questo lasso di tempo abbastanza lungo?

Partiamo dal presupposto che per fare musica seria, impegnata ed originale ci sono delle prerogative da rispettare: una di queste è sicuramente l’amicizia, la conoscenza che hai delle persone con cui suoni. Noi siamo tutti amici fraterni di vecchia data che già hanno suonato insieme in passato. Ritrovandoci dopo un po’ di tempo ci siamo detti: bene, facciamo qualcosa di serio. Dopo un periodo di stabilizzazione in cui volevamo capire che fare – un po’ per necessità strutturale e un po’ dando un’occhiata ai generi più “freschi” – ci siamo concentrati sul post-rock, un genere che pone più attenzione ai suoni, alle emozioni, prendendoci anche del tempo per rendere ciò che facevamo più “nostro”.

Ci sono delle band a cui vi rifate nell’ambito del post-rock?

Guarda, ti dico la verità: del post-rock sono quello che l’ha ascoltato di più, gli altri due vengono più dal progressive. Allo stesso tempo però non è un genere che ascolto quotidianamente, ma rispecchiava la profondità musicale che volevamo raggiungere con il nostro progetto. Sicuramente i gruppi da nominare sono gli Explosions in The Sky e Mogwai, che sono un po’ i gruppi di riferimento classici del genere.

La maggior parte dei gruppi post-rock – ma non tutti – non hanno una componente vocale al loro interno, e così anche voi. Come mai questa scelta?

“Più che una scelta è una necessità: la musica strumentale ci appartiene in maniera viscerale, è nelle nostre radici; quando suonavamo rock progressive è sempre mancata la voce, cosa che, a livello generico, comunque non mina la qualità del prodotto. Valutammo, all’inizio degli Echo Atom, la possibilità di integrare una quarta componente, ma non trovammo nulla che fosse di nostro gradimento, così decidemmo di continuare come abbiamo sempre fatto: senza voce.”

Fino ad ora avete rilasciato tre brani, “Redemption”, “Awekening” e “Path”, che sono un po’ “l’anticipo” di quello che sarà, in buona parte, il vostro primo EP. Qual è, di queste, la più rappresentativa degli Echo Atom e cosa dovrebbero trasmettere a chi le ascolta?

“Di queste tre, in “Path” sicuramente si trovano le nostre radici. Si sente leggermente un richiamo di progressive, distaccandoci un po’ dal concetto di post-rock. Probabilmente è quella che ci racconta un po’ di più. Redemption è quella più post-rock, quella riuscita meglio. Resta il fatto che questo EP lo abbiamo vissuto come un viaggio interiore, aiutati sicuramente dal genere, essendo il post-rock molto introspettivo, e quello che volevamo trasmettere era proprio la nostra storia, le nostre emozioni, le nostre radici: il nostro viaggio.”

“Redemption” è obbiettivamente il singolo estratto dall’EP, accompagnato anche da un video: un lavoro interamente grafico…

“Sì, tra l’altro fra poco metteremo mani su un secondo video. “Redemption” è forse, tra le canzoni, quella più accattivante – non a caso il titolo “redenzione”. Abbiamo voluto ripercorretr il viaggio interiore dell’uomo, tra tutte le fasi e le emozioni, che finisce appunto in una redenzione. Redemption è un po’ questo e il video esprime proprio questo viaggio: una visione di alcuni posti magici, bellissimi, surreali; riesce nell’intento di sdoppiare tutto ciò che è reale e immaginario. Essendo poi una band strumentale, la grafica diventa una componente fondamentale del nostro progetto e ogni lavoro grafico deve esprimere tutto ciò che la mancanza della voce ci impedisce di comunicare; non a caso in uno dei nostri ultimi concerti abbiamo fatto proiettare delle immagini alle nostre spalle, proprio per accompagnare l’ascolto e creare un collegamento con quello che suoniamo, fondendo suoni e immagini.”

Parliamo adesso dell’EP: cosa dobbiamo aspettarci dai due brani ancora non rilasciati?

“In questi due brani abbiamo sicuramente ingranato la marcia. Abbiamo trovato un nostro stile di scrittura, la nostra firma identificativa. Detto banalmente, sono dei pezzi molto più belli di quelli rilasciati – senza nulla togliere a questi ultimi, che per un musicista le canzoni sono come dei figli. La verità è che l’EP è un crescendo, e quei tre pezzi inziali sono serviti a darci una forma e capire la direzione in cui andavamo. A riprova di ciò posso dirti che per registrare queste ultime due canzoni ci abbiamo messo la metà del tempo delle prime tre, perché ormai sapevamo dove andare a parare. Si sente di più la sicurezza che abbiamo raggiunto in fase di registrazione. Saranno sicuramente la sorpresa di questo disco, con quelle due/tre particolarità che fanno la differenza.”

Per concludere, quando e dove possiamo venirvi a vedere?

“Per ora non c’è nulla di certo, ma siamo già in contatto con alcuni locali di Roma, che è la nostra città. Lo scopo adesso, chiaramente, è quello di far sentire il più possibile la nostra musica dal vivo. Comunque, informeremo piano piano tramite i nostri canali social ogni qual volta ci sarà una novità.”

Ok Walter, ti ringrazio per essere stato con noi e ti faccio un grosso in bocca al lupo per il proseguo del vostro viaggio!

“Grazie a te, crepi!”

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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