Intervista agli Echo Atom, “La musica strumentale nelle vene, il progressive nelle radici; l’EP sarà un viaggio” 0 932

Gli Echo Atom sono una band post-rock romana che tanto sta facendo parlare nell’ambiente. Dopo aver rilasciato tre canzoni per farsi conoscere, la band è in procinto di pubblicare la sua prima fatica, un EP contenente cinque canzoni, nelle quali saranno fortemente presenti le loro origini progressive, con l’obbiettivo prefissato di raccontare il proprio viaggio interiore con il solo ausilio dei propri strumenti. Senza indugiare ulteriormente, vi proponiamo una corposa intervista a Walter Santu, chitarrista della band, che ci spiegherà qualche curiosità sul gruppo, sulle canzoni rilasciate e quelle che usciranno con l’EP!

Sappiamo che siete attivi ormai dal 2016, ma avete deciso di uscire con un’EP solo quest’anno, prossimo alla pubblicazione il 23 marzo. Come mai questo lasso di tempo abbastanza lungo?

Partiamo dal presupposto che per fare musica seria, impegnata ed originale ci sono delle prerogative da rispettare: una di queste è sicuramente l’amicizia, la conoscenza che hai delle persone con cui suoni. Noi siamo tutti amici fraterni di vecchia data che già hanno suonato insieme in passato. Ritrovandoci dopo un po’ di tempo ci siamo detti: bene, facciamo qualcosa di serio. Dopo un periodo di stabilizzazione in cui volevamo capire che fare – un po’ per necessità strutturale e un po’ dando un’occhiata ai generi più “freschi” – ci siamo concentrati sul post-rock, un genere che pone più attenzione ai suoni, alle emozioni, prendendoci anche del tempo per rendere ciò che facevamo più “nostro”.

Ci sono delle band a cui vi rifate nell’ambito del post-rock?

Guarda, ti dico la verità: del post-rock sono quello che l’ha ascoltato di più, gli altri due vengono più dal progressive. Allo stesso tempo però non è un genere che ascolto quotidianamente, ma rispecchiava la profondità musicale che volevamo raggiungere con il nostro progetto. Sicuramente i gruppi da nominare sono gli Explosions in The Sky e Mogwai, che sono un po’ i gruppi di riferimento classici del genere.

La maggior parte dei gruppi post-rock – ma non tutti – non hanno una componente vocale al loro interno, e così anche voi. Come mai questa scelta?

“Più che una scelta è una necessità: la musica strumentale ci appartiene in maniera viscerale, è nelle nostre radici; quando suonavamo rock progressive è sempre mancata la voce, cosa che, a livello generico, comunque non mina la qualità del prodotto. Valutammo, all’inizio degli Echo Atom, la possibilità di integrare una quarta componente, ma non trovammo nulla che fosse di nostro gradimento, così decidemmo di continuare come abbiamo sempre fatto: senza voce.”

Fino ad ora avete rilasciato tre brani, “Redemption”, “Awekening” e “Path”, che sono un po’ “l’anticipo” di quello che sarà, in buona parte, il vostro primo EP. Qual è, di queste, la più rappresentativa degli Echo Atom e cosa dovrebbero trasmettere a chi le ascolta?

“Di queste tre, in “Path” sicuramente si trovano le nostre radici. Si sente leggermente un richiamo di progressive, distaccandoci un po’ dal concetto di post-rock. Probabilmente è quella che ci racconta un po’ di più. Redemption è quella più post-rock, quella riuscita meglio. Resta il fatto che questo EP lo abbiamo vissuto come un viaggio interiore, aiutati sicuramente dal genere, essendo il post-rock molto introspettivo, e quello che volevamo trasmettere era proprio la nostra storia, le nostre emozioni, le nostre radici: il nostro viaggio.”

“Redemption” è obbiettivamente il singolo estratto dall’EP, accompagnato anche da un video: un lavoro interamente grafico…

“Sì, tra l’altro fra poco metteremo mani su un secondo video. “Redemption” è forse, tra le canzoni, quella più accattivante – non a caso il titolo “redenzione”. Abbiamo voluto ripercorretr il viaggio interiore dell’uomo, tra tutte le fasi e le emozioni, che finisce appunto in una redenzione. Redemption è un po’ questo e il video esprime proprio questo viaggio: una visione di alcuni posti magici, bellissimi, surreali; riesce nell’intento di sdoppiare tutto ciò che è reale e immaginario. Essendo poi una band strumentale, la grafica diventa una componente fondamentale del nostro progetto e ogni lavoro grafico deve esprimere tutto ciò che la mancanza della voce ci impedisce di comunicare; non a caso in uno dei nostri ultimi concerti abbiamo fatto proiettare delle immagini alle nostre spalle, proprio per accompagnare l’ascolto e creare un collegamento con quello che suoniamo, fondendo suoni e immagini.”

Parliamo adesso dell’EP: cosa dobbiamo aspettarci dai due brani ancora non rilasciati?

“In questi due brani abbiamo sicuramente ingranato la marcia. Abbiamo trovato un nostro stile di scrittura, la nostra firma identificativa. Detto banalmente, sono dei pezzi molto più belli di quelli rilasciati – senza nulla togliere a questi ultimi, che per un musicista le canzoni sono come dei figli. La verità è che l’EP è un crescendo, e quei tre pezzi inziali sono serviti a darci una forma e capire la direzione in cui andavamo. A riprova di ciò posso dirti che per registrare queste ultime due canzoni ci abbiamo messo la metà del tempo delle prime tre, perché ormai sapevamo dove andare a parare. Si sente di più la sicurezza che abbiamo raggiunto in fase di registrazione. Saranno sicuramente la sorpresa di questo disco, con quelle due/tre particolarità che fanno la differenza.”

Per concludere, quando e dove possiamo venirvi a vedere?

“Per ora non c’è nulla di certo, ma siamo già in contatto con alcuni locali di Roma, che è la nostra città. Lo scopo adesso, chiaramente, è quello di far sentire il più possibile la nostra musica dal vivo. Comunque, informeremo piano piano tramite i nostri canali social ogni qual volta ci sarà una novità.”

Ok Walter, ti ringrazio per essere stato con noi e ti faccio un grosso in bocca al lupo per il proseguo del vostro viaggio!

“Grazie a te, crepi!”

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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