Intervista agli Echo Atom, “La musica strumentale nelle vene, il progressive nelle radici; l’EP sarà un viaggio” 0 716

Gli Echo Atom sono una band post-rock romana che tanto sta facendo parlare nell’ambiente. Dopo aver rilasciato tre canzoni per farsi conoscere, la band è in procinto di pubblicare la sua prima fatica, un EP contenente cinque canzoni, nelle quali saranno fortemente presenti le loro origini progressive, con l’obbiettivo prefissato di raccontare il proprio viaggio interiore con il solo ausilio dei propri strumenti. Senza indugiare ulteriormente, vi proponiamo una corposa intervista a Walter Santu, chitarrista della band, che ci spiegherà qualche curiosità sul gruppo, sulle canzoni rilasciate e quelle che usciranno con l’EP!

Sappiamo che siete attivi ormai dal 2016, ma avete deciso di uscire con un’EP solo quest’anno, prossimo alla pubblicazione il 23 marzo. Come mai questo lasso di tempo abbastanza lungo?

Partiamo dal presupposto che per fare musica seria, impegnata ed originale ci sono delle prerogative da rispettare: una di queste è sicuramente l’amicizia, la conoscenza che hai delle persone con cui suoni. Noi siamo tutti amici fraterni di vecchia data che già hanno suonato insieme in passato. Ritrovandoci dopo un po’ di tempo ci siamo detti: bene, facciamo qualcosa di serio. Dopo un periodo di stabilizzazione in cui volevamo capire che fare – un po’ per necessità strutturale e un po’ dando un’occhiata ai generi più “freschi” – ci siamo concentrati sul post-rock, un genere che pone più attenzione ai suoni, alle emozioni, prendendoci anche del tempo per rendere ciò che facevamo più “nostro”.

Ci sono delle band a cui vi rifate nell’ambito del post-rock?

Guarda, ti dico la verità: del post-rock sono quello che l’ha ascoltato di più, gli altri due vengono più dal progressive. Allo stesso tempo però non è un genere che ascolto quotidianamente, ma rispecchiava la profondità musicale che volevamo raggiungere con il nostro progetto. Sicuramente i gruppi da nominare sono gli Explosions in The Sky e Mogwai, che sono un po’ i gruppi di riferimento classici del genere.

La maggior parte dei gruppi post-rock – ma non tutti – non hanno una componente vocale al loro interno, e così anche voi. Come mai questa scelta?

“Più che una scelta è una necessità: la musica strumentale ci appartiene in maniera viscerale, è nelle nostre radici; quando suonavamo rock progressive è sempre mancata la voce, cosa che, a livello generico, comunque non mina la qualità del prodotto. Valutammo, all’inizio degli Echo Atom, la possibilità di integrare una quarta componente, ma non trovammo nulla che fosse di nostro gradimento, così decidemmo di continuare come abbiamo sempre fatto: senza voce.”

Fino ad ora avete rilasciato tre brani, “Redemption”, “Awekening” e “Path”, che sono un po’ “l’anticipo” di quello che sarà, in buona parte, il vostro primo EP. Qual è, di queste, la più rappresentativa degli Echo Atom e cosa dovrebbero trasmettere a chi le ascolta?

“Di queste tre, in “Path” sicuramente si trovano le nostre radici. Si sente leggermente un richiamo di progressive, distaccandoci un po’ dal concetto di post-rock. Probabilmente è quella che ci racconta un po’ di più. Redemption è quella più post-rock, quella riuscita meglio. Resta il fatto che questo EP lo abbiamo vissuto come un viaggio interiore, aiutati sicuramente dal genere, essendo il post-rock molto introspettivo, e quello che volevamo trasmettere era proprio la nostra storia, le nostre emozioni, le nostre radici: il nostro viaggio.”

“Redemption” è obbiettivamente il singolo estratto dall’EP, accompagnato anche da un video: un lavoro interamente grafico…

“Sì, tra l’altro fra poco metteremo mani su un secondo video. “Redemption” è forse, tra le canzoni, quella più accattivante – non a caso il titolo “redenzione”. Abbiamo voluto ripercorretr il viaggio interiore dell’uomo, tra tutte le fasi e le emozioni, che finisce appunto in una redenzione. Redemption è un po’ questo e il video esprime proprio questo viaggio: una visione di alcuni posti magici, bellissimi, surreali; riesce nell’intento di sdoppiare tutto ciò che è reale e immaginario. Essendo poi una band strumentale, la grafica diventa una componente fondamentale del nostro progetto e ogni lavoro grafico deve esprimere tutto ciò che la mancanza della voce ci impedisce di comunicare; non a caso in uno dei nostri ultimi concerti abbiamo fatto proiettare delle immagini alle nostre spalle, proprio per accompagnare l’ascolto e creare un collegamento con quello che suoniamo, fondendo suoni e immagini.”

Parliamo adesso dell’EP: cosa dobbiamo aspettarci dai due brani ancora non rilasciati?

“In questi due brani abbiamo sicuramente ingranato la marcia. Abbiamo trovato un nostro stile di scrittura, la nostra firma identificativa. Detto banalmente, sono dei pezzi molto più belli di quelli rilasciati – senza nulla togliere a questi ultimi, che per un musicista le canzoni sono come dei figli. La verità è che l’EP è un crescendo, e quei tre pezzi inziali sono serviti a darci una forma e capire la direzione in cui andavamo. A riprova di ciò posso dirti che per registrare queste ultime due canzoni ci abbiamo messo la metà del tempo delle prime tre, perché ormai sapevamo dove andare a parare. Si sente di più la sicurezza che abbiamo raggiunto in fase di registrazione. Saranno sicuramente la sorpresa di questo disco, con quelle due/tre particolarità che fanno la differenza.”

Per concludere, quando e dove possiamo venirvi a vedere?

“Per ora non c’è nulla di certo, ma siamo già in contatto con alcuni locali di Roma, che è la nostra città. Lo scopo adesso, chiaramente, è quello di far sentire il più possibile la nostra musica dal vivo. Comunque, informeremo piano piano tramite i nostri canali social ogni qual volta ci sarà una novità.”

Ok Walter, ti ringrazio per essere stato con noi e ti faccio un grosso in bocca al lupo per il proseguo del vostro viaggio!

“Grazie a te, crepi!”

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 102

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 170

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

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La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

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Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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