Intervista ai Belize: “Il nostro è un trip hop modernizzato” 0 451

Chi segue X Factor ne sarà rimasto particolarmente colpito e non avrà digerito la loro eliminazione prematura. Per tutti gli altri, c’è sempre modo di recuperare: quella che vi proponiamo oggi è una corposa intervista ai Belize, giovane band del Varese che sta riscuotendo un discreto successo non solo grazie al famoso talent show ma anche e soprattutto per il loro nuovo singolo “Pianosequenza,”, primo in classifica nella Viral 50 di Spotify. Successo meritatissimo per la band che ha scelto i nostri microfoni per raccontarsi.

Ciao ragazzi, per prima cosa vi chiedo di presentarvi: da dove venite, in che genere vi identificate e quali sono le vostre influenze musicali?

“Ciao! Noi siamo i ≈ Belize ≈ , veniamo da Varese. Facciamo una musica che è un bel mischione
(cit.) e spesso in passato c’è stato il bisogno di dare un nome a quello che facciamo ed è sempre stata auna gran fatica. Possiamo però provare a etichettarlo come un “trip hop un po’ modernizzato”.
Ascoltiamo di tutto: abbiamo una playlist segretissima (che aggiorniamo tutti e 4) dove puoi trovare cose molto differenti una dall’altra: per dire, gli ultimi due artisti aggiunti sono Edda e Kevin Abstract.”

​​​​​​Per chi se lo fosse perso, quest’anno avete partecipato ad X Factor, uscendo purtroppo ai Bootcamp. È stata un’esperienza importante per voi?

“È stata una cosa che abbiamo affrontato goliardicamente, all’inizio eravamo tutti dell’idea di non farlo (c’è addirittura un video di uno di noi che giura solennemente che X Factor non l’avrebbe mai fatto – e alla fine è quello che ha spinto più di tutti per partecipare). Poi piano piano abbiamo tutti cambiato idea, prima di tutto perché gasati dall’opportunità di poterci confrontare con Manuel Agnelli, che è un nostro idolo, e poi per la curiosità di vedere in prima persona come funziona il mondo della televisione. A quel punto ci siamo detti che se avessimo portato le nostre produzioni e fossimo stati noi stessi, senza pretese, avremmo fatto un’esperienza nuova che ci avrebbe divertito.
Ecco, forse ci è andata bene ad essere stati eliminati subito, così non c’è stato il rischio di dover fare balletti e coreografie.”

​​​​​​Come vi ponete rispetto alle critiche che vengono spesso mosse nei confronti dei talent show?

“Ci troviamo tutti molto con quanto detto da Agnelli nella sua intervista a Rolling Stones dove dice che il talent in sè non è niente di male, ed è solo un mezzo con il quale proporre le proprie cose. (Disse: “Per me è importante andare a occupare questi spazi culturali che si aprono, ci lamentiamo sempre che in televisione non c’è niente, non c’è mai una visione delle cose che ci assomiglia e, alla fine, quando abbiamo l’occasione di portarla, rifiutiamo per paura. Per me, invece, questa è l’occasione per portare una visione che è diversa da quella che hanno avuto fino ad oggi lì.“)
Detto questo pensiamo che sia molto meglio provare a proporre una canzone senza ritornello in televisione, piuttosto che aggiungere un ritornello per cercare di avere più pubblico ai concerti.”

Ascoltandovi salta subito all’orecchio il vostro sound: è una cosa molto unica, rara, strabiliante se si pensa a quanto siete giovani. Quanto lavoro si cela dietro o la ricerca di queste sonorità?

“Tantiiiiissimo.
Ti ringraziamo dei complimenti! Il progetto ≈ Belize ≈ nasce proprio con questo presupposto, cioè invertire la classica catena (andare in saletta – suonare – riscrivere le cose con dei suoni decenti) con la ricerca e la creazione di sonorità interessanti che poi solo successivamente diventano un brano. Spendiamo un sacco di tempo nella ricerca di strumenti, nei nostri brani puoi trovare suoni fatti con tastiere per bambini e synth professionali.”

Qualche settimana fa avete pubblicato il singolo “Pianosequenza” che anticipa il vostro nuovo EP previsto per Novembre. Parlatemi di questo singolo e dell’EP in uscita.

“Ogni tanto ci capita di trovare subito due suoni e due melodie che (a nostro orecchio) funzionano
perfettamente. Quando capita cerchiamo di aggiungere meno cose possibili e tenere una struttura molto semplice e aggiungere poche parole, possibilmente con un sacco di autotune. Questo è il caso di Pianosequenza: potevamo allungarla, aggiungere batterie etc, ma alla fine abbiamo scelto di tenerla il più semplice possibile. È una canzone nata molto velocemente, come anche il testo, in
quanto si basa, purtroppo, su una conversazione veramente avvenuta.
Per quanto ci riguarda l’EP è “un bel passo in avanti”: siamo riusciti a sfruttare molti suoni che abbiamo già maneggiato nel disco precedente, ma con molta più consapevolezza. Abbiamo fatto solo e unicamente quello che ci andava di fare, senza pretese, speranze o altro.
Per questo lavoro ci siamo affidati alle sapienti mani di Giacomo Carlone per i mix e coproduzione, che ci ha aiutati a finalizzare le tracce e a farle suonare come noi da soli non saremmo riusciti mai.”

All’interno di “Spazioperso” ci sono ben due collaborazioni col rapper Disa, con cui suonate perfettamente. Possiamo aspettarci altre collaborazioni dopo l’ottimo lavoro svolto insieme?

“Disa è un amico oltre che (PURTROPPO PER NOI) un cuoco, lavoro che non lascia tempo per
concerti e impegni con la band. Ci piacerebbe moltissimo collaborare ancora con lui e, soprattutto, portarlo con noi ai live, però anche così ogni volta che passiamo per Ancona abbiamo un posto sicuro dove “magnà bè”.”

“Speriamo!”

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Maroccolo, Alone si fa libellula in una palude di violenza 0 187

Puntualmente, come annunciato il 17 dicembre del 2018 attraverso la prima pubblicazione, esce oggi il volume III del progetto musicale di Gianni Maroccolo. Lavoro definito dallo stesso come “infinito”, che andrà avanti con due cadenze annuali: 17 giugno e 17 dicembre. Come da principio, ad affiancare Maroccolo ci sono Marco Cazzato attraverso le sue illustrazioni; Mirco Salvadori con i suoi racconti iper-visionari; Lorenzo Tommasini alla produzione e Alessandro Nannucci  alla supervisione. Mix di personalità singolari a cui si aggiungono due ospiti: Luca Swanz Andriolo e Nina Maroccolo; quest’ultima, ispirandosi al tema del disco, ha scritto la frase “protagonista” dell’album:

Non possiedo nomi eppure m’invadono tutti

È Palude il sottotitolo di questo terzo volume, che affronta un tema difficile ed estremamente sensibile: quello della violenza contro i più deboli, in particolare donne e bambini. Argomento che spinge l’artista a scegliere la libellula come animale-simbolo per questo tipo di contenuto; un insetto elegante, il cui habitat naturale è proprio la palude e che porta con sé – nella cultura occidentale – il tema dell’equilibrio, della pace e della libertà e che rappresenta la trasformazione, la ricerca della verità e la transizione dall’infanzia all’età adulta.

Gianni Maroccolo attraverso la scelta di questo tipo di messaggio diventa portavoce di un tema più che attuale, che fin dall’alba dei tempi corrompe la società creando scompiglio, riflessione e ricerca di soluzioni definitive per un vivere pacifico, marchiando negativamente la storia dell’uomo. La violenza in questione si manifesta in diversi modi, può essere fisica, sessuale, psicologica e anche – cosa che avviene spesso – economica. Da questo abisso difficilmente è facile uscirne, è difficile spiccare il volo e spesso, questo volo, non lo si desidera neppure; chi subisce si chiude in sé stesso, non chiede aiuto per vergogna – infondata – e preferisce condurre una vita con questo peso piuttosto che dare una svolta definitiva per il bene di sé stesso. Affiancando la propria esistenza da un desiderio – logico, concedetemi il termine – di vendetta. Ma, come affermava Ghandi…occhio per occhio e tutto il mondo diventa cieco. Si diventa così delle larve umane, bloccate nella palude, passive e senza forza.  Il volume di cui stiamo parlando è suddiviso in due parti, in due stadi, proprio come quelli della libellula. La prima riguarda le tracce The Slash e Catene, anticipati da una breve ouverture intitolata Storia di Loletta; il cui video ha anticipato l’uscita di questa terza parte in questione. Si tratta in sintesi di un’opera musicale che in maniera elegante, sensibile e professionale – musicalmente parlando – unisce diverse sfumature musicali, girando sempre intorno a quello che è ormai un pilastro della discografia di Gianni: l’elettronica.

“Il nostro destino dovrebbe essere quello di Vedere: spesso però siamo imprigionati in noi stessi, stimolati a diventare quelle larve umane immerse nella palude che descrive il Volume III,  bloccati come i corpi in fondo al mare narrati nel Volume II o come il solitario bue muschiato perso nella tormenta del Volume I. Questa prigionia, questa tentazione verso il buio e il negativo sono i tratti che legano i tre volumi pubblicati fin qui. Marok li mette in musica per trasformarli in un inno alla Vita, non più alla sua negazione”.

Meditazione, visione introspettiva, riflessione. Questi sono i tre termini che in conclusione potremmo definire punti cardine del messaggio che Maroccolo vuole mandare all’ascoltatore, con lo scopo ultimo di far aprire gli occhi; di dire: non siete soli, da questo abisso – insieme – si può uscire. Chiudersi in sé stessi può sembrare la soluzione più facile ma, come la vita spesso ci insegna, la via più facile è sinonimo di perdita di rotta; e in questo caso: perdita di sé stessi.

Intervista al Narratore Urbano, cantautore torinese 0 302

Alekos Zonca, in arte Narratore Urbano, è un promettente artista della provincia di Torino. Classe 1998 (ultimo anno della generazione dei millenial), è ancora agli inizi: partito da un corso di chitarra a scuola, ha poi deciso di portare questa passione al trampolino di lancio, sperando di farne un progetto di vita. È in quest’ottica che sono stati rilasciati i primi due singoli dell’artista; il primo, 1939, è acido, diverso dal solito, denuncia senza troppi fronzoli la situazione attuale e il clima d’odio che stiamo vivendo. Il livello tecnico è davvero niente male e l’introspezione si sente tutta, l’ascolto è consigliato a coloro che apprezzano chitarra cantautorale e testi politicamente e umanamente pesanti. Abbiamo anche avuto modo di poter ascoltare il suo secondo singolo, Zucchero Filato, in anteprima rispetto all’uscita – il 6 dicembre scorso: si tratta di un pezzo crudo, introspettivo, molto intimo e personale… il tema che affronta, la violenza di genere, non è sicuramente facile da trattare e da digerire).

Nel Buster Coffee, lo Starbucks torinese, abbiamo avuto modo di parlare della sua arte e della sua visione delle cose.

Ciao Alekos! Come nasce il tuo progetto musicale?

Il mio progetto musicale nasce come molti altri in cameretta. Arrivo da Cumiana, un paesino vicino Pinerolo, in provincia di Torino; ho iniziato a suonare quando avevo sedici anni, prima di allora non avevo idea che potesse fare al caso mio. A scuola facemmo un corso di chitarra e io iniziai a strimpellare, dai piccoli gruppi nella scuola sono poi passato ad una band a Torino che faceva rock/pop: questo è stato il terreno di nascita di alcuni miei pezzi, anche perché componevo i testi, cosa che faccio ancora per i miei lavori, che a livello di lyrics sono interamente frutto della mia testa, non ci sono influenze esterne.

Cosa pensi di avere di innovativo o di diverso rispetto alla scena attuale?

Tendo a non trattare temi inflazionati come canzoni d’amore, come le solite canzoni indie con il synth anni’80 e i testi criptici che spesso parlano di un amore non corrisposto (ride, n.d.r.). A me va di parlare d’altro, non mi ritengo innovativo del tutto, dato che ci sono altri artisti che non parlano di argomenti mainstream, come Rancore o Murubutu, due rapper a cui mi ispiro parecchio. L’amore è a margine dei miei pezzi, dato che preferisco parlare di temi sociali e di storie di vita comune: così nasce il Narratore Urbano.

Cosa pensi della realtà che hai intorno?

Personalmente, per quanto riguarda la realtà di sistema che ho intorno, sono fortemente pessimista: purtroppo un germe di fascismo è presente e inflazionato. Quanto successo alla Segre (la questione della scorta, ndr) non sarebbe accaduto, forse, trent’anni fa.
Tuttavia vedo nascere anticorpi, come il movimento delle sardine, che – per quanto apolitico – si scaglia contro la politica à la Salvini, che parla alla pancia attraverso gli slogan. Bisogna vedere se questi anticorpi avranno tempo di agire… sono un po’ pessimista, al riguardo.”

E questo pessimismo, questa tua idea sulla società, come si riflettono nei tuoi pezzi?

Il mio primo singolo, 1939, è basato su ciò che penso della situazione politica e sociale attuale. Nasce per una situazione un po’ personale: stavo mandando una e-mail d’addio e mentre lo facevo ho pensato che il testo non fosse poi così male, per cui ne ho mandata una molto più semplice e mi sono tenuto il testo originale, che poi ho sviluppato ed integrato. Questo pezzo è un confronto tra oggi e il 1939. Sono diversi – all’epoca gli ebrei, oggi i migranti -, ma accomunati da questi uomini forti che istigano l’odio e da un popolo che canta cori da stadio e impicca Palla-di-neve, il maialino buono di orwelliana memoria.

1939 propone una soluzione?

No, il mio pezzo è più un’istantanea, la soluzione verrà fuori verso la fine dell’album, che sto scrivendo e registrando: attualmente c’è il terzo pezzo in lavorazione in studio e il quarto in procinto di essere registrato, 1939 è il pezzo di apertura. La soluzione si troverà nell’ultimo brano, Finale Dipartita, che è una riflessione fatta da una sonda, la Voyager 2, che si volta indietro dopo essere uscita dal sistema solare e pensa a quanto è piccola l’umanità. È certo un messaggio pessimista, ma anche egualitario; per citare il testo: Cesserò io, Narratore Urbano, cesserà il bambino appena nato, cesserà il potente che sovrasta dall’alto

Essendo studente di storia, un personaggio che senti vicino e che abbia lasciato la sua traccia?

Giovanni Falcone: nonostante la mafia non sia mai il protagonista centrale di qualche mio pezzo, ma solo di una strofa nel pezzo Sei In Un Paese Meraviglioso, che devo ancora registrare. L’idea è di raccontare sei città, attraverso opere d’arte e fatti di cronaca, e queste sei città sono Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. È sempre stato ciò che reputo un giusto: ha sempre cercato di trascendere dalla politica, giudicando nel modo più obbiettivo e assoluto possibile, facendo il proprio mestiere ad ogni costo – costo che poi è stato la sua vita. Pur essendo una figura estremamente schiva, lo considero un modello.

Il Narratore Urbano vuole cambiare l’arte?

Il Narratore Urbano non vuole competere, non mi interessa dimostrarmi migliore degli altri perché scrivo di temi sociali mentre gli altri fanno canzoni meno impegnate. Il mio obbiettivo è dare un’alternativa a chi cerca un certo tipo di tematiche nella musica e non le trova, e oltre a questo – come ho detto – voglio raccontare ciò che vedo, ciò che provo e anche le mie riflessioni che faccio nei miei notevoli viaggi mentali (ride, n.d.r.). Non ho pretese di imporre qualcosa di totalmente nuovo, faccio arte a modo mio: se a qualcuno arriva son contento che sia arrivato! Così come non punto al grande mercato, anche se sarei ipocrita a non considerarlo, altrimenti non pubblicherei. Ambisco a una nicchia che apprezzi ciò che scrivo.

E cosa pensi della scena musicale mainstream attuale?

Non riesco a ritrovarmici, come molti artisti di Torino con cui ho modo di confrontarmi. La scena torinese è molto densa e molto variegata, ma su piazza non c’è, anche per colpa delle leggi del grande mercato discografico: a parte grandi nomi come Willie Peyote o gli Eugenio in Via Di Gioia, troviamo una miriade di artisti anche affermati che però non riescono a fare il “grande salto” perché non scendono a compromessi. La scena italiana… meh, il cantautorato è in declino perché si piega alla moda dell’indie-pop/hit-pop. Non che sia brutto, anche perché io ho un motto: si può imparare sia dai Queen che dal vicino di casa, un po’ come in Ratatouille, che è un film a cui sono molto affezionato. Nutro comunque grande stima per tutti i miei colleghi, voglio che sia chiaro, il problema non è negli artisti, ma nelle leggi del marcato, che non permettono all’originalità di emergere… e come ho detto, nella mia scena ce n’è tanta di roba che potrebbe sbocciare.

Parlaci del tuo ultimo singolo, in uscita il 6 dicembre… puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Zucchero Filato. So essere omonima del pezzo di Gazelle, ma quest’ultimo è un’artista che non seguo particolarmente, al punto che non conoscevo l’esistenza di questa canzone (ride, n.d.r.). La scelta del titolo non è casuale, tutti i miei titoli sono contrapposti a ciò che c’è nella canzone, come in questo caso. Il tema della canzone non è dolce, parla di violenza di genere: racconta di un abuso perpetrato da un padre nei confronti della figlia. Si innesta nel tema della degenerazione, che è il filo conduttore dell’album: degenerazione politica (1939), degenerazione umana verso la donna (Zucchero Filato), degenerazione del Paese (Sei In Un Paese Meraviglioso). In un futuro pezzo che si chiama Granchietti affronterò il tema di un viaggio della speranza di un ragazzino migrante, il quale muore durante il viaggio.

Ringrazio ancora Alekos – sì, come Alekos Panagulis, il rivoluzionario greco storico compagno di Oriana Fallaci – per il tempo dedicatomi e a voi, amici lettori, do l’invito di passare per il suo account Spotify, per il suo canale YouTube e per gli altri suoi contatti social. L’uscita dell’album è prevista per l’anno prossimo: lo attenderemo con grande interesse.

Alla prossima!

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