Intervista ai Roma Guasta: “Essere fratelli fondamentale per la nostra musica; il nuovo disco?…” 0 2568

Sono pochi, ormai, gli artisti emergenti del panorama rap che decidono di rimanere fedeli al proprio genere in toto, scindendo bene il fare musica dal fare visualizzazioni, e preoccupandosi essenzialmente della prima cosa. I Roma Guasta sono un perfetto esempio di ciò: formato da due fratelli, Lise e Blant, entrambi writer ed MC, i Roma Guasta sono un duo hip hop romano, precisamente di Serpentara, quartiere che non mancano di nominare nelle loro tracce ogni qual volta che ne sentono la necessità: perché i Roma Guasta sono questo, un misto di ottima musica e ideali old school, come quello della rappresentanza, argomento sul quale ci siamo soffermati in questa loro prima intervista. I Roma Guasta sono reduci dal loro primo disco, “RG Music”, in collaborazione con Depha, acclamato producer del 3Tone Studio – quello di Gast, per intenderci. Ed è proprio nel nuovo disco di Gast, Cime Viola, che li sentiremo presto suonare. Ma non solo: i Roma Guasta non si fermano e ci sono tante novità all’orizzonte: novità e curiosità di cui quest’intervista è pregna.

Ciao ragazzi! Per iniziare quella che so essere la vostra prima intervista, pensavo sarebbe stato bello parlare subito del vostro primo disco: RG Music è uscito a ottobre, direttamente dal 3Tone Studio. Cosa racconta questo album?
’RG Music’ è stato un disco veramente sentito, fatto con tutti noi stessi. Abbiamo messo dentro tutte le nostre esperienze, tutto quello che avevamo bisogno di raccontare, di dire. È un disco nato da un periodo complesso, come sai siamo due fratelli e quel periodo a livello familiare è stato molto duro, difficile. Ogni traccia per noi è uno sfogo, il racconto di un’emozione; prendi ‘Autocontrollo’, la traccia d’apertura: è il nostro inno alla calma, dopo averla registrata stavo già meglio, e il senso del disco sta un po’ tutto qui: una valvola di sfogo per entrambi.

La copertina di RG Music, il disco d’esordio dei Roma Guasta

Qual è la traccia che rappresenta di più l’album e, quindi, voi stessi?
Guarda, probabilmente la title track, ‘RG Music’, per un fatto intrinseco, per quello che c’abbiamo messo dentro e quello che rappresenta per noi. Anche se sceglierne una è difficile. Per me ce ne sono molte, anche Caos Intorno dice molto di noi e del disco. La realtà è che tutto l’album è stato pienamente sentito.”

Sappiamo, appunto, che siete due fratelli: come detto da Gast in un’intervista che deve ancora uscire, siete un po’ i Trigga the Gambler e Smoothe Da Hustler italiani. Quindi io vi chiedo: come la vivete questa cosa dell’essere fratelli e fare musica assieme sotto lo stesso nome?
Per noi questa qua è la cosa fondamentale. Noi, tra virgolette, ci vantiamo di avere un rapporto vero. Non è come l’amico con cui ti fai il gruppo, è una cosa diversa e più sentita. Certo, non devi avere per forza il fratello per spaccare, ma il rapporto che abbiamo tra di noi – e in generale che si ha fra due fratelli – rende il tutto davvero speciale. Inoltre, noi due stiamo praticamente sempre assieme: viviamo assieme, sentiamo la stessa musica, anche in casa stiamo sempre buttati nella stessa stanza a spulciare dischi e comporre musica. Appena esce una traccia di qualcuno che seguiamo l’ascoltiamo assieme, obbligatorio.

E pensate, un giorno, di fare qualcosa singolarmente o suonerete sempre sotto il nome di Roma Guasta?
Guarda, noi i nostri progetti ce li abbiamo già. Pensavamo un giorno di fare un doppio disco, dove ognuno canta nella propria parte. Perché alla fine oltre ad essere un gruppo siamo due MC, con le nostre differenze, ed è anche giusto valorizzarci singolarmente – anche e soprattutto per poi suonare meglio assieme.

Lise in un frame video dei Roma Guasta

Avete avuto la fortuna di lavorare sin da subito con tantissimi artisti e produttori di alto calibro, tra cui il già citato Gast, ma anche con Depha e Cuns. Come vivete questa cosa di stare a stretto contatto con gente che, per riprendere il discorso di prima, rappresenta tantissimo?
Guarda, io credo fermamente nel fatto che, con gli ultimi sviluppi e vicende particolari successe all’interno della scena, la gente che ci appoggia lo fa perché si rispecchia in noi: perché vent’anni fa non spignevano i pischelli di vent’anni? Perché vent’anni fa erano tanti a fare ‘sta roba, in un certo modo, anche con una certa bravura, e non è che potevi chiedere a tutti di venire in studio a suonare con te. Si tendeva un po’ più a fare le cose per conto proprio, la scena stessa non supportava granché gli emergenti. Penso che con noi si siano un po’ rivisti vent’anni fa, e credo sia stato questo a far sì che ci prendessero a suonare con loro.”

Qualche giorno fa avete fatto uscire un singolo e sappiamo che siete al lavoro su un disco, nonostante l’ultimo sia uscito da pochi mesi. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo lavoro e cosa ci racconterà?
Questo disco è un po’ più angusto, e sarà diviso in due parti perché è prodotto a metà tra Depha e Cuns, quindi metà disco sarà di Depha e l’altra di metà di Cuns. Gravita molto attorno al sound classico del rap, ci tenevamo molto a fare questa cosa perché siamo cresciuti con ‘sta roba e volevamo fare una sorta di tributo. Ovviamente con Depha nulla è davvero ‘classico’, con lui facciamo sempre della roba davvero potente, mentre la parte del Cuns sarà una sorpresa: sarà roba da intenditori, lui è geniale, ha degli spunti che pochi sanno apprezzare e per noi è davvero un’occasione unica lavorare con lui.”

Qualche progetto sui live, invece? Dove vi veniamo a sentire?
Eh, adesso che esce il disco di Gast sicuramente andremo un po’ in giro, visto che abbiamo ben due tracce all’interno di Cime Viola. Poi appena esce il nostro disco sicuramente faremo qualche data qui a Roma e qualcosa fuori.”

Va bene ragazzi, vi ringrazio tantissimo per il tempo e vi faccio un grosso in bocca al lupo!
Grazie a te!”

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“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 193

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

Abbiamo intervistato il ragazzo dello schiaffo di Jamil 0 4813

Come molti avranno letto sui maggiori magazine nazionali, in questi giorni c’è un acceso dibattito all’interno del mondo dell’hip hop – e non solo – in riferimento all’aggressione ai danni di un ragazzino (minorenne) da parte del rapper Jamil. Secondo quanto raccontatoci da un testimone, l’artista, durante l’esibizione di sabato scorso al Makeba Fest, a Martina Franca (TA), avrebbe dato uno schiaffo ad un ragazzo presente al concerto. Nei video diffusi in rete si vede chiaramente Jamil chiamare il ragazzo in questione – reo di indossare una felpa del brand Propaganda legato a Noyz Narcos, col quale Jamil avrebbe in atto un’accesa rivalità (a nostro parere unilaterale, n.d.r.) – sotto palco. Una volta avvicinatosi, si vede Jamil allungare il braccio per colpirlo, insultandolo l’attimo dopo con la frase “coglione di merda”. Sempre in base alle testimonianze e ai video raccolti dalla nostra redazione, subito dopo l’aggressione un membro dello staff del rapper sarebbe sceso dal palco e avrebbe dato un ulteriore colpo (questa volta una testata) al ragazzo.

La felpa “incriminata”

Per dare voce ai protagonisti, abbiamo contattato il ragazzino, Angelo, che ci ha concesso un’intervista esclusiva per raccontare la sua versione dei fatti. Prima dell’intervista ci siamo accordati con Gast, rapper romano amico di Noyz Narcos, il quale ha voluto chiamare il giovane per sincerarsi delle sue condizioni. Una piccola sorpresa che ha fatto molto felice Angelo, fan da tempo del Truceklan, utile anche per dargli la carica prima di iniziare la nostra intervista.
Ad onor del vero, abbiamo tentato di contattare anche Jamil per avere una sua versione dei fatti, ma non ci è pervenuta risposta e ne rispettiamo la volontà, rinnovandogli l’invito adesso tramite le nostre pagine.

Ciao Angelo! Per iniziare, ti è piaciuta la sorpresa? Cosa vi siete detti con Gast?
Tantissimo! Gast è stato gentilissimo, mi ha chiesto come stavo e si è scusato da parte di tutto l’ambiente hip hop italiano per quello che è successo. Dopodiché abbiamo chiacchierato di musica e mi ha invitato a passare da Roma per incontrarlo e regalarmi il suo merchindising. È stato bellissimo, mi ha fatto un sacco di piacere. È il primo artista che in tutta questa storia si è esposto e ci ha messo la faccia, nella maniera più umile possibile. Ho davvero apprezzato il suo gesto. Un mito.

Perfetto, siamo contenti che la sorpresa ti sia piaciuta. La storia la conosciamo tutti e i video sono ormai di dominio pubblico, ma chiariamo una cosa: Sapevi che ci fosse un po’ di tensione fra l’ambiente di Propaganda e quello di Jamil?
Sapevo ci fossero stati degli screzi, ma allo stesso tempo si parla di un po’ di tempo fa. Sinceramente, non avrei mai pensato si potesse arrivare a questo punto, né che potessero andarci di mezzo i fan. Poi parliamoci chiaro: Noyz Narcos non ha mai dato troppa importanza a Jamil – parliamo di una strofa rispetto a ben due dissing – e così i suoi fan. Se la cosa non è reciproca che colpa ne ho? Non ci stavo proprio pensando, credimi.”

Il dibattito rispetto a ciò che ha fatto Jamil è arrivato a livello nazionale, al punto che molte testate giornalistiche e finanche molti Youtubers ne hanno parlato. Primi fra tutti, gli Arcade Boyz hanno dedicato sette minuti e mezzo di video alla vicenda. Loro, come tanti altri e anche Jamil stesso sotto un post su Instagram di Aban, hanno equiparato il gesto della felpa all’indossare la maglia della Juve (o della Lega, secondo gli Arcade Boyz) a Napoli. Col senno di poi, ti trovi d’accordo con queste affermazioni?
Il ragionamento da fare è ben diverso: Jamil e Noyz Narcos – ma anche chiunque altro in una situazione simile – sono persone adulte e mature, e dovrebbero sbrigarsela fra di loro, lasciando ascoltare ai ragazzi quello che cazzo gli pare. Un po’ come i genitori dovrebbero lasciar scegliere al proprio figlio quale squadra tifare. Adesso, io so che il calcio è ben diverso dal rap: tutti quanti ascoltiamo centinaia di artisti diversi, è normalissimo; tifare due squadre un po’ meno. Ma, comunque, ognuno è libero di fare ciò che vuole.
In ogni caso, io ho sentito gli Arcade Boyz e ci ho parlato. Loro hanno un po’ provato a difendere Jamil e il suo gesto: ora, io non metto in dubbio che la mia non sia stata un’idea furbissima, dettata più che altro dall’inconsapevolezza del problema, ma è davvero giustificabile uno schiaffo senza alcuna reale provocazione dietro?”

Quindi non c’è stata una tua vera provocazione oltre quella – involontaria, come dici – di indossare la felpa?
Assolutamente no, io ero in fondo, neanche sotto palco come dicono tutti. Anzi, sotto palco mi ci hanno chiamato per poi, dopo quello che è successo, farmici allontanare. E ancora, dopo la vicenda sono andato in ospedale, non sono rimasto al concerto come molti dicono.

Dopo quanto accaduto continuerai ancora ad ascoltare Jamil?
Come artista non mi dispiace e continuerò ad ascoltarlo. Come persona, sinceramente, mi è molto scaduta

Che indosserai al prossimo concerto?
Qualsiasi cosa, non importa!

N.B.: Di seguito pubblichiamo due dei numerosi video che ritraggono il momento della presunta aggressione. Nel primo di questi video, registrato ai piedi del palco, si vede il rapper chiamare Angelo e, successivamente, dargli quello che sembra uno schiaffo. Nel secondo video, ripreso da più dietro rispetto al primo, oltre alla già citata scena è possibile vedere, intorno al minuto 00:26, un membro dello staff di Jamil dare una testata ad Angelo.

 

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