Intervista a Cosimo Colella, “Tanta interconnessione col Sound Department; lavoro molto sulla ricerca musicale” 0 2887

Il mese scorso vi abbiamo proposto, sulle nostre pagine, una corposa intervista con uno dei dj resident del Sound Department, Luciano Esse. Per continuare questa nostra avventura nel mondo dei club, rimanendo sempre in tema Sound Department, oggi vi proponiamo un’altra intervista.
Cosimo Colella, apprezzato dj di Taranto classe ’89, muove i suoi primi passi nel mondo della musica intorno al 2005, iniziando una brillante carriera che lo porterà a suonare assieme a grandi nomi del mondo della musica, in alcuni dei migliori club d’Europa.
Senza anticiparvi null’altro, qui di seguito troverete l’intervista esclusiva completa!

Ciao Cosimo! Per iniziare, ti chiedo di parlarmi dell’inizio della tua carriera artistica. Come e dove hai iniziato?

È un po’ difficile dirlo con precisione, ma ricordo che la prima volta che misi i dischi fu in un party organizzato da me e uno dei miei migliori amici, penso fosse il 2004 o il 2005, secondo anno di liceo. Decidemmo di fare un party per metter su la musica che ci piaceva; sai, alle feste di liceo si cerca di accontentare un po’ tutti, e a noi sta cosa non ci faceva impazzire. Ai tempi, per noi, si parlava dell’house di New York, fondamentalmente. Poi di là le cose sono andate evolvendosi un po’ lentamente. Diciamo che, non avendo dei grossi riferimenti tra i dj più grandi, ho avuto la fortuna di crearmi un background totalmente personale: si può dire che non rientravo nel tipico personaggio del dj all’italiana dei tempi. Dai 17 anni in poi ho trascorso veramente poco tempo a Taranto; certo, io e i miei soci avevamo buoni riconoscimenti come producer per la nostra giovane età, però, a livello locale, non ricevevamo nessuna considerazione. E la nostra musica a Taranto era taboo, quindi si facevano le feste tra noi pochi appassionati-nerd musicali dei tempi, in maniera molto spontanea. Quando son tornato in patria in pianta stabile, una mia vecchia conoscenza (Marco Manzulli, n.d.r.), era in procinto di avviare il Sound Department e mi offrì una residence nel bagno del primo Sound, dove ritrovai il mio amico Biagio Laneve. Poi, di li in poi, è tutto abbastanza documentato!

Sappiamo che sei molto attivo nel campo delle produzioni. Parlaci del tuo lavoro.

“Con le produzioni, come ti accennavo, si è iniziato abbastanza giovani. Diciamo che si creò una bella sinergia con altri due ragazzi, grandi appassionati di musica, Fabio Liuzzi e Carmine Mongelli, con cui si iniziò a rilasciare le prime cose con il moniker Floska. In un primo periodo stava prendendo pure una bella piega a livello un po’ più mainstream – ti parlo di 2010-2011 -. Le nostre produzioni le suonavano tutte le varie superstar dj e c’erano label più mainstream alla porta, ma nel contempo subentravano meccanismi che limitano un po’ l’espressione artistica, quindi decidemmo di fare cose che sentivamo più nostre. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo di diventare delle superstar quindi da allora abbiamo deciso di fare musica fondamentalmente per noi e di lavorare solo con label che stimiamo e che condividono la nostra visione musicale, che è quella della totale libertà espressiva. Noi stessi abbiamo spesso esplorato generi lontani dall’house o fatto progetti con altri producer.”

Sei (stato? So che non sei in Italia attualmente) DJ Resident al Sound Deparment. Quanto è stata importante quest’esperienza per te?

“Sono, sono… nel senso che, nonostante al momento sia impossibilitato a essere sempre disponibile, Sound Department sarà sempre il mio club: c’è troppa interconnessione tra me e il progetto. Siamo cresciuti insieme, penso che per me sia stata la migliore scuola. Il fatto stesso di iniziare una pista house, quando il genere in Puglia e in Italia era considerato molto demodè, dove io e Biagio ci siamo potuti esprimere senza nessuna restrizione – perché non c’era un metro di paragone per il nostro pubblico, diciamo che i primi paletti sul genere li abbiamo messi noi e la direzione artistica con le sue scelte – ci ha permesso e imposto di crescere a una velocità enorme. Perché, in sostanza, nessun locale italiano che conosco prende due ventitreenni semisconosciuti e li fa suonare 3 ore o più il sabato, tutti i sabati (l’italia è famosa proprio per le sue line up con un dj all’ora, n.d.r.), per di più aprendo o chiudendo i set degli artisti più disparati – parlo di più di cento artisti appartenenti ai più svariati filoni musicali. Insomma, è stata una cosa fantastica perché sono uno dei pochi dj della mia generazione ad avere avuto una vera residency settimanale, tra l’altro in un contesto musicale elevatissimo.”

Quant’è importante il Sound Department per il movimento del clubbing pugliese e italiano?

“In primis lo è per Taranto, perché è stato il primo club di Taranto. Abbiamo portato due generi musicali quali la techno, che era totalmente ignorata, e l’house, che veniva proposta in locali commerciali con un orizzonte che si fermava a quelli che erano i suoni più classici, tralasciando completamente l’aspetto legato alla ricerca. Per la Puglia è sicuramente importante perché ha portato tanti artisti da queste parti per la prima volta e perché la Puglia ha sempre avuto un circuito underground abbastanza unito, specialmente da BAT in giù, quindi il nostro club è un club di pugliesi, non solo di tarantini. A livello nazionale c’è tanto rispetto da quello che vedo nei nostri confronti, nonostante la geografia ha il suo peso e siamo sicuramente meno di passaggio di altri grandi club italiani. Però, in alcuni eventi – uno su tutti il camping 2days dello scorso anno – è arrivata veramente gente da ogni parte d’Italia.”

Sappiamo che lavori con l’etichetta del Sound Department. Di cosa ti occupi?

“Diciamo che sull’etichetta siamo abbastanza uniti, c’è un ottimo rapporto tra tutti i dj del sound department e i nostri amici che collaborano dall’esterno. Ci occupiamo di qualunque cosa ci sia bisogno, come anche nel club del resto. Anzi, a breve ripartiremo a stampare: il materiale c’è e secondo me è molto valido e firmato da dj con un solido background. Più nello specifico, ho inaugurato la serie ‘white’ dell’etichetta, che è più legata al panorama house, con un mio disco – realizzato sempre con Fabio e Carmine – che è stato remixato, tra l’altro, dalla leggenda di Detroit Andrès e da uno dei miei artisti italiani preferiti che è Fabio Della Torre.”

In questo momento ti trovi in Olanda. Suoni da qualche parte lì? Quali sono le tue esperienze all’estero?

“Al momento sono in Olanda per un master e sto dedicando tutte le mie energie allo studio, approfittando del momento di pausa musicale per fare tanta ricerca e della posizione geografica per ascoltare tanti artisti che ammiro. Mi piacerebbe fare qualcosa anche qui, data la grande qualità di alcuni parties, ma non sono uno che forza tanto le cose. Per quanto riguarda le esperienze all’estero idem: un’esperienza molto bella fu suonare a ‘Studio Я’ a Berlino qualche anno fa; c’è anche lo streaming del set sui loro canali Vimeo.”

Quanto è sentito e sviluppato il movimento del clubbing in Italia?

“In Italia abbiamo delle ottime realtà di clubbing, anche se la maggior parte dei “club” propone sempre i soliti venti-trenta nomi appartenenti alle etichette e agenzie più popolari. Se invece parliamo più in generale di musica elettronica, abbiamo un’ottima scena, con ottimi artisti ed etichette. Diciamo che dovremmo valorizzare di più i nostri artisti.”

Come mai, secondo te, oltre le riviste di settore, non si parla quasi mai sulla stampa del “mondo della notte”, se non quando c’è da puntare il dito in tema di droghe?

“Penso che in Italia ci sia molta distanza tra quella che è la cultura reale e quella istituzionalizzata. Tra l’altro, per quanto riguarda i club, la visione è sempre legata a questo stereotipo un po’ ignorante del discotecaro e a questa idea di un ambiente qualitativamente molto basso. Anche quando i media principali si occupano del mondo della notte, sembra siano rimasti agli anni 90. Insomma, penso che il problema vero sia che in Italia c’è poco ricambio generazionale, anche nell’informazione.”

Quale pensi che sia il connubio tra club e droghe? Sono due elementi inscindibili?, tenendo anche conto che i club sono posti quasi fatti ‘ad hoc’ perché la droga ti prenda bene, tra musica e luci

“Che la droga sia molto presente nella società italiana è indiscutibile, ma il livello di ipocrisia è allucinante e fa si che non ci sia educazione a riguardo. Detto questo, nei parties o nei concerti, le droghe possono trovare una collocazione “ideale” perché sono visti dalla gente come momenti di totale svago. Ma il nostro lavoro sulla qualità musicale, sulla qualità del soundsystem o dell’impianto luci o delle scenografie, hanno come obiettivo quello di dare la migliore esperienza possibile ai nostri clubbers. Quello che loro fanno nel privato non è affare nostro. La cosa che penso di poter dire a nome anche dei miei compagni del sound department è che al primo posto c’è il rispetto per gli altri clubber presenti e abbiamo la fortuna di avere un clima fantastico da quel punto di vista.”

Stai lavorando su qualche progetto di cui vuoi parlarci?

“Ho un po’ di materiale interessante in studio che spero di rilasciare prossimamente, e inoltre sto lavorando tantissimo sulla ricerca musicale quindi nei prossimi dj set sentirete un po’ di cose diverse dal solito!”

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 200

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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