Intervista a Franz Di Cioccio della PFM, “Emotional Tattoos il nostro nuovo viaggio; De Andrè è qui; Taranto?…” 0 762

Con diciassette album in studio all’attivo e dopo aver raggiunto i primi posti nelle classifiche di Stati Uniti, Giappone e Brasile, di certo una band come la Premiata Forneria Marconi non ha bisogno di troppi panegirici per essere presentata: la PFM è uno dei più mirabili esempi del progressive rock italiano e internazionale.
Ascoltare un genio della musica come Franz Di Cioccio, uno dei membri più anziani del gruppo e storica voce del complesso, parlare di progressive rock, di storia della musica e di gente illustre come Fabrizio De André è un’esperienza che pochi possono avere il privilegio di vantare. Come i peripatetici che pendevano dalla bocca di Aristotele, abbiamo ascoltato silenti tutto ciò che veniva pronunciato dalle labbra di De Cioccio, e dopo un lavoro estenuante durato tutta la notte siamo pronti a raccontarvi cosa ci siamo detti.

Ciao Franz, grazie per essere con noi. Iniziamo parlando di questo nuovo disco: “Emotional Tattoos” esce in un periodo in cui il prog attraversa una fase di stanca. Cosa vuol dire questo album, cosa vuol comunicare la PFM al mondo di oggi? Cosa significa per la band, e anche per te, “Emotional Tattoos”?

“Rispetto ai lavori precedenti questo album si pone come un nuovo passo verso la concezione che ha la PFM di fare la musica prima di tutto per il proprio pubblico, proseguendo un percorso che ci ha visto protagonisti di un ammodernamento quasi obbligatorio. Bisogna guardare il futuro, c’è sempre qualcosa che devi scoprire, rimanendo però quello che sei. Per noi non è importante tanto quello che abbiamo fatto, ma quello che facciamo e che faremo. Questo disco ha una chiave di lettura che ti fa riscoprire quello che la band ha sempre pensato: ci siamo sempre ritenuti contemporanei a qualsiasi epoca che viviamo. Nell’epoca di oggi bisognava affermare alcune cose: la musica è un dono del cielo, e noi siamo fortunati per riuscire a metterla in pratica. Poi può non piacere il prog, si può preferire il metal, la new wave. Per noi la musica è sempre bella, tutta. Noi abbiamo messo le nostre radici in tutti i brani che sono presenti nel disco, ci rappresentano in toto e rappresentano il nostro viaggio allo stesso modo in cui lo fa la copertina, con quest’astronave.”

Una particolarità di quest’album è la sua versione inglese, cosa già successo con “Per un Amico”, quando l’anno dopo la sua uscita pubblicaste “Photos of Ghosts”. Questa volta, invece, avete deciso di pubblicare le due versioni insieme. Come mai questa scelta particolare?

“Ci appoggiamo ad un’etichetta inglese che ci chiese di pubblicare l’album in inglese. Noi però siamo italiani, non potevamo fare solo un disco in inglese. Così abbiamo fatto due versione compatibili nei testi: attenzione però, non sono speculari, perché non sono la traduzione precisa del testo. C’è però una compatibilità con gli argomenti da brano a brano. In America “Central District” significa una cosa, “Quartiere Generale” un’altra. Ci troviamo dunque davanti ad un disco importante, una cosa mai fatta prima. Tieni anche presente che in alcuni Paesi esteri preferiscono la versione italiana a quella inglese. Il nostro resta comunque un bellissimo passo che va oltre quello che accadde nel ’72: all’epoca provammo la strada estera perché pensavamo di averne le capacità, e così era. Oggi lo abbiamo fatto solo per dire che siamo italiani ma, comunque, multiculturali.”

Per promuovere l’album sono stati scelti due singoli: “La lezione” e “Quartiere Generale”, nella versione inglese rispettivamente “The Lesson” e “Central District”. Come mai la scelta è ricaduta su questi due brani? Cosa rappresentano per la PFM?

“”Quartiere Generale” è una fotografia del nostro Paese oggi: dopo aver visto tante cose, viaggiando molto e venendo da lontano, abbiamo notato molte trasformazioni. La costante restaurazione di un clima italiano tipico: quelli nominati che decidono per cose che non riguardano noi; riguardassero noi, avremmo risolto molti problemi, ma così non è. Non voglio addentrarmi in un discorso politico, ma ci sono chiari riferimenti ai vari spacciatori di servigi, a chi dice “noi” per dire “io”, eccetera. Un messaggio contro tutto ciò che è fuori dalla parola magica che è “l’etica”. “La lezione” è invece un chiaro invito a non lamentarsi della vita: la vita è bella, dà e toglie. Quando toglie sembra che l’abbia fatto apposta per te, ma non bisogna scoraggiarsi: hai dei sogni? Realizzali. Hai delle idee? Mettile in mostra. Basta con i piagnistei, ogni cosa che accade è una lezione della vita.”

Per portare in giro “Emotional Tattoos” è stato organizzato un tour internazionale che toccherà praticamente tutto il mondo e, come giusto che sia per una band italiana, ci sono ben dodici date nel nostro Paese. La cosa che ci ha colpito è stata la scelta di suonare a Taranto come unica data pugliese. Come mai la scelta è ricaduta proprio su Taranto e non su poli musicali più affermati, come Bari e Lecce?

“A Bari suonammo al Petruzzelli, quindi l’avevamo già fatta: fummo la prima band rock a suonare in quel teatro, e fu un’emozione fortissima risuonarci dopo la ristrutturazione. La scelta è ricaduta su Taranto per tante ragioni: è una città ferita da una serie di problematiche che non si riesce a risolvere. Potremmo stare un pomeriggio intero a discutere della situazione tarantina. Volevamo portare qualcosa di buono, di positivo per la cittadinanza, che possa risollevare il morale e rendere giustizia all’intera popolazione.“

La prossima domanda riguarda la pausa di undici anni dall’ultimo album di inediti. Una pausa del genere avvenne anche in passato, tra “Missbaker” del 1987 e “Ulisse” del 1997. Come mai queste pause? È una decisione tecnica della band, magari per ritrovare degli stimoli, o ci sono altre ragioni?

“All’epoca fu una decisione della band, per mettersi fuori dai giochi: proprio come Ulisse prima di viaggiare. Una pausa di riflessione per rimettere insieme le idee. Dopo dieci anni riprendemmo la nostra storia. Questi ulteriori undici anni invece sono stati diversi. Venivamo da un periodo prospero: “Stati di immaginazione” è stato un album importantissimo, dove la musica incontrava le immagini, e lo riteniamo un album formidabile. In seguito abbiamo suonato parecchio, abbiamo girato il mondo, abbiamo omaggiato Fabrizio De Andrè cogliendo un’occasione imperdibile per cantare dei brani che scavano a fondo nella coscienza dell’uomo. Ci diede grandi soddisfazioni farlo. A questo punto ci siamo chiesti: cosa ci manca? Ci manca di raccontare cosa vediamo noi in questo momento.”

Visto che l’hai nominato ci sembra il caso di parlarne: in questo periodo c’è un ritorno della figura di De Andrè, della sua musica: quali erano i rapporti, le affinità stilistiche o anche le differenze tra la PFM e De Andrè?

“Il rapporto con Fabrizio è una cosa che rimarrà per sempre dentro di noi e nella storia della musica italiana. Far incontrare il rock e la poesia è stata una cosa nuova, che ha creato una musicalità mai vista. È stato irripetibile, e dico irripetibile perché siamo stati i primi a farlo: se qualcun altro ci prova manca comunque l’idea originale e bisogna trovare un’altra chiave di lettura per farlo funzionare. Prendiamo “Emotional Tattoos”: Non è un disco prog, ma c’è prog; Non è un disco rock; ma è rock; non è un disco funky, ma è funky. Ad un certo punto arriva Bollani con un assolo di pianoforte pazzesco e capisci che c’è anche il jazz, e non te n’eri accorto. Sorprenderti per sorprendere il pubblico. Noi abbiamo fatto la magia: abbiamo assistito alla poesia di Fabrizio, e con “Amico Faber” abbiamo dato un connotato cangiante, fragrante rispetto alle versioni precedenti. La realtà resta una: De Andrè non è mai andato via. Ma neanche la PFM.”

In questo periodo c’è anche un ritorno del progressive: di recente sono usciti “Clockwork Angels” dei Rush, “The Endless River” dei Pink Floyd e ora il vostro “Emotional Tattoos”. Inoltre c’è anche la ricomparsa del vinile, e l’esplosione del genere tra gli ascoltatori più giovani: come mai, secondo te, questo ritorno?

“Sai, questa è musica che ti lascia dentro delle cose. Non è solo una semplice canzone che, come una t-shirt, la metti, la consumi e poi ad un certo punto passa di moda, o magari diventa la tua maglietta preferita perché a quell’epoca la amavi e basta. Il progressive ha dentro diverse cose, ha dentro la musica, la composizione, gli arrangiamenti fatti da un gruppo di persone che decide insieme di creare arte. Anche la canzone è una forma d’arte, ma in un altro senso. Il progressive abbraccia una serie di componenti artistiche che ti lasciano dentro più emozioni. I ragazzi delle nuove generazioni sono bombardati da “musica liquida”, leggera, buona da ascoltare in bicicletta o ai giardinetti con le cuffiette. Il ritorno del vinile non è una cosa fine a sé stessa, dettata dalla nostalgia: i ragazzi stanno capendo che è il tempo di riprendere in mano la propria vita, che non è fatta di Facebook, messaggini, ma ha qualcosa in più. Il vinile ti lascia dentro una sensazione diversa, una carica diversa. E così tornano anche artisti che sanno fare musica che io definisco “immaginifica”: è musica fatta da chi sa dare una forte emotività all’interno della sua composizione, e noi facciamo questo. Quest’album sta piacendo tantissimo anche per questo, infatti all’uscita era primo nella classifica dei vinili.”

Per concludere, una domanda da fan: c’è una canzone a cui il pubblico non ha quasi mai attribuito il giusto valore, che è “Il Banchetto”. All’epoca la canzone fu anche oggetto di critiche per il suo testo anti-clericale: era quello che si voleva comunicare, contando anche la vena rivoluzionaria del progressive? C’è ancora questa vena rivoluzionaria oggi, nel genere?

“Il messaggio era esattamente quello. Ovviamente la vena rivoluzionaria c’è ancora, compatibilmente coi tempi. “Emotional Tattoos” è un album rivoluzionario, ma bisogna avere la pazienza di aspettare che il messaggio venga compreso, recepito. Ad ottobre, quando uscì, forse non si era capito. Oggi invece la gente ne parla come un bell’album, perché ne hanno capito le motivazioni. Bisogna capire le motivazioni. “Il Banchetto” è un brano così importante che lo lasciammo in italiano anche nella versione inglese: questo per dirti che siamo pazzi! (Ride, n.d.r.)

Perfetto Franz, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!

“Grazie a te, un abbraccio!”

 

Un ringraziamento a Francesco Caroli, Fabrizio Cafaro e Alessandra Macchitella senza i quali quest’intervista non sarebbe stata possibile.

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Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 272

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

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