Intervista a Franz Di Cioccio della PFM, “Emotional Tattoos il nostro nuovo viaggio; De Andrè è qui; Taranto?…” 0 824

Con diciassette album in studio all’attivo e dopo aver raggiunto i primi posti nelle classifiche di Stati Uniti, Giappone e Brasile, di certo una band come la Premiata Forneria Marconi non ha bisogno di troppi panegirici per essere presentata: la PFM è uno dei più mirabili esempi del progressive rock italiano e internazionale.
Ascoltare un genio della musica come Franz Di Cioccio, uno dei membri più anziani del gruppo e storica voce del complesso, parlare di progressive rock, di storia della musica e di gente illustre come Fabrizio De André è un’esperienza che pochi possono avere il privilegio di vantare. Come i peripatetici che pendevano dalla bocca di Aristotele, abbiamo ascoltato silenti tutto ciò che veniva pronunciato dalle labbra di De Cioccio, e dopo un lavoro estenuante durato tutta la notte siamo pronti a raccontarvi cosa ci siamo detti.

Ciao Franz, grazie per essere con noi. Iniziamo parlando di questo nuovo disco: “Emotional Tattoos” esce in un periodo in cui il prog attraversa una fase di stanca. Cosa vuol dire questo album, cosa vuol comunicare la PFM al mondo di oggi? Cosa significa per la band, e anche per te, “Emotional Tattoos”?

“Rispetto ai lavori precedenti questo album si pone come un nuovo passo verso la concezione che ha la PFM di fare la musica prima di tutto per il proprio pubblico, proseguendo un percorso che ci ha visto protagonisti di un ammodernamento quasi obbligatorio. Bisogna guardare il futuro, c’è sempre qualcosa che devi scoprire, rimanendo però quello che sei. Per noi non è importante tanto quello che abbiamo fatto, ma quello che facciamo e che faremo. Questo disco ha una chiave di lettura che ti fa riscoprire quello che la band ha sempre pensato: ci siamo sempre ritenuti contemporanei a qualsiasi epoca che viviamo. Nell’epoca di oggi bisognava affermare alcune cose: la musica è un dono del cielo, e noi siamo fortunati per riuscire a metterla in pratica. Poi può non piacere il prog, si può preferire il metal, la new wave. Per noi la musica è sempre bella, tutta. Noi abbiamo messo le nostre radici in tutti i brani che sono presenti nel disco, ci rappresentano in toto e rappresentano il nostro viaggio allo stesso modo in cui lo fa la copertina, con quest’astronave.”

Una particolarità di quest’album è la sua versione inglese, cosa già successo con “Per un Amico”, quando l’anno dopo la sua uscita pubblicaste “Photos of Ghosts”. Questa volta, invece, avete deciso di pubblicare le due versioni insieme. Come mai questa scelta particolare?

“Ci appoggiamo ad un’etichetta inglese che ci chiese di pubblicare l’album in inglese. Noi però siamo italiani, non potevamo fare solo un disco in inglese. Così abbiamo fatto due versione compatibili nei testi: attenzione però, non sono speculari, perché non sono la traduzione precisa del testo. C’è però una compatibilità con gli argomenti da brano a brano. In America “Central District” significa una cosa, “Quartiere Generale” un’altra. Ci troviamo dunque davanti ad un disco importante, una cosa mai fatta prima. Tieni anche presente che in alcuni Paesi esteri preferiscono la versione italiana a quella inglese. Il nostro resta comunque un bellissimo passo che va oltre quello che accadde nel ’72: all’epoca provammo la strada estera perché pensavamo di averne le capacità, e così era. Oggi lo abbiamo fatto solo per dire che siamo italiani ma, comunque, multiculturali.”

Per promuovere l’album sono stati scelti due singoli: “La lezione” e “Quartiere Generale”, nella versione inglese rispettivamente “The Lesson” e “Central District”. Come mai la scelta è ricaduta su questi due brani? Cosa rappresentano per la PFM?

“”Quartiere Generale” è una fotografia del nostro Paese oggi: dopo aver visto tante cose, viaggiando molto e venendo da lontano, abbiamo notato molte trasformazioni. La costante restaurazione di un clima italiano tipico: quelli nominati che decidono per cose che non riguardano noi; riguardassero noi, avremmo risolto molti problemi, ma così non è. Non voglio addentrarmi in un discorso politico, ma ci sono chiari riferimenti ai vari spacciatori di servigi, a chi dice “noi” per dire “io”, eccetera. Un messaggio contro tutto ciò che è fuori dalla parola magica che è “l’etica”. “La lezione” è invece un chiaro invito a non lamentarsi della vita: la vita è bella, dà e toglie. Quando toglie sembra che l’abbia fatto apposta per te, ma non bisogna scoraggiarsi: hai dei sogni? Realizzali. Hai delle idee? Mettile in mostra. Basta con i piagnistei, ogni cosa che accade è una lezione della vita.”

Per portare in giro “Emotional Tattoos” è stato organizzato un tour internazionale che toccherà praticamente tutto il mondo e, come giusto che sia per una band italiana, ci sono ben dodici date nel nostro Paese. La cosa che ci ha colpito è stata la scelta di suonare a Taranto come unica data pugliese. Come mai la scelta è ricaduta proprio su Taranto e non su poli musicali più affermati, come Bari e Lecce?

“A Bari suonammo al Petruzzelli, quindi l’avevamo già fatta: fummo la prima band rock a suonare in quel teatro, e fu un’emozione fortissima risuonarci dopo la ristrutturazione. La scelta è ricaduta su Taranto per tante ragioni: è una città ferita da una serie di problematiche che non si riesce a risolvere. Potremmo stare un pomeriggio intero a discutere della situazione tarantina. Volevamo portare qualcosa di buono, di positivo per la cittadinanza, che possa risollevare il morale e rendere giustizia all’intera popolazione.“

La prossima domanda riguarda la pausa di undici anni dall’ultimo album di inediti. Una pausa del genere avvenne anche in passato, tra “Missbaker” del 1987 e “Ulisse” del 1997. Come mai queste pause? È una decisione tecnica della band, magari per ritrovare degli stimoli, o ci sono altre ragioni?

“All’epoca fu una decisione della band, per mettersi fuori dai giochi: proprio come Ulisse prima di viaggiare. Una pausa di riflessione per rimettere insieme le idee. Dopo dieci anni riprendemmo la nostra storia. Questi ulteriori undici anni invece sono stati diversi. Venivamo da un periodo prospero: “Stati di immaginazione” è stato un album importantissimo, dove la musica incontrava le immagini, e lo riteniamo un album formidabile. In seguito abbiamo suonato parecchio, abbiamo girato il mondo, abbiamo omaggiato Fabrizio De Andrè cogliendo un’occasione imperdibile per cantare dei brani che scavano a fondo nella coscienza dell’uomo. Ci diede grandi soddisfazioni farlo. A questo punto ci siamo chiesti: cosa ci manca? Ci manca di raccontare cosa vediamo noi in questo momento.”

Visto che l’hai nominato ci sembra il caso di parlarne: in questo periodo c’è un ritorno della figura di De Andrè, della sua musica: quali erano i rapporti, le affinità stilistiche o anche le differenze tra la PFM e De Andrè?

“Il rapporto con Fabrizio è una cosa che rimarrà per sempre dentro di noi e nella storia della musica italiana. Far incontrare il rock e la poesia è stata una cosa nuova, che ha creato una musicalità mai vista. È stato irripetibile, e dico irripetibile perché siamo stati i primi a farlo: se qualcun altro ci prova manca comunque l’idea originale e bisogna trovare un’altra chiave di lettura per farlo funzionare. Prendiamo “Emotional Tattoos”: Non è un disco prog, ma c’è prog; Non è un disco rock; ma è rock; non è un disco funky, ma è funky. Ad un certo punto arriva Bollani con un assolo di pianoforte pazzesco e capisci che c’è anche il jazz, e non te n’eri accorto. Sorprenderti per sorprendere il pubblico. Noi abbiamo fatto la magia: abbiamo assistito alla poesia di Fabrizio, e con “Amico Faber” abbiamo dato un connotato cangiante, fragrante rispetto alle versioni precedenti. La realtà resta una: De Andrè non è mai andato via. Ma neanche la PFM.”

In questo periodo c’è anche un ritorno del progressive: di recente sono usciti “Clockwork Angels” dei Rush, “The Endless River” dei Pink Floyd e ora il vostro “Emotional Tattoos”. Inoltre c’è anche la ricomparsa del vinile, e l’esplosione del genere tra gli ascoltatori più giovani: come mai, secondo te, questo ritorno?

“Sai, questa è musica che ti lascia dentro delle cose. Non è solo una semplice canzone che, come una t-shirt, la metti, la consumi e poi ad un certo punto passa di moda, o magari diventa la tua maglietta preferita perché a quell’epoca la amavi e basta. Il progressive ha dentro diverse cose, ha dentro la musica, la composizione, gli arrangiamenti fatti da un gruppo di persone che decide insieme di creare arte. Anche la canzone è una forma d’arte, ma in un altro senso. Il progressive abbraccia una serie di componenti artistiche che ti lasciano dentro più emozioni. I ragazzi delle nuove generazioni sono bombardati da “musica liquida”, leggera, buona da ascoltare in bicicletta o ai giardinetti con le cuffiette. Il ritorno del vinile non è una cosa fine a sé stessa, dettata dalla nostalgia: i ragazzi stanno capendo che è il tempo di riprendere in mano la propria vita, che non è fatta di Facebook, messaggini, ma ha qualcosa in più. Il vinile ti lascia dentro una sensazione diversa, una carica diversa. E così tornano anche artisti che sanno fare musica che io definisco “immaginifica”: è musica fatta da chi sa dare una forte emotività all’interno della sua composizione, e noi facciamo questo. Quest’album sta piacendo tantissimo anche per questo, infatti all’uscita era primo nella classifica dei vinili.”

Per concludere, una domanda da fan: c’è una canzone a cui il pubblico non ha quasi mai attribuito il giusto valore, che è “Il Banchetto”. All’epoca la canzone fu anche oggetto di critiche per il suo testo anti-clericale: era quello che si voleva comunicare, contando anche la vena rivoluzionaria del progressive? C’è ancora questa vena rivoluzionaria oggi, nel genere?

“Il messaggio era esattamente quello. Ovviamente la vena rivoluzionaria c’è ancora, compatibilmente coi tempi. “Emotional Tattoos” è un album rivoluzionario, ma bisogna avere la pazienza di aspettare che il messaggio venga compreso, recepito. Ad ottobre, quando uscì, forse non si era capito. Oggi invece la gente ne parla come un bell’album, perché ne hanno capito le motivazioni. Bisogna capire le motivazioni. “Il Banchetto” è un brano così importante che lo lasciammo in italiano anche nella versione inglese: questo per dirti che siamo pazzi! (Ride, n.d.r.)

Perfetto Franz, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!

“Grazie a te, un abbraccio!”

 

Un ringraziamento a Francesco Caroli, Fabrizio Cafaro e Alessandra Macchitella senza i quali quest’intervista non sarebbe stata possibile.

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Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 128

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

Le mille destinazioni degli Orange8 in un solo live 0 169

Metti un bicchiere di Montenegro, un palco intimo come quello del Catomes Tot, l’Emilia e gli Orange8; il risultato sarà sicuramente ottimo. Ed è stato proprio così, specialmente perché mi son ritrovato per l’ennesima volta in un locale con un’acustica perfetta e un live che avrebbe preso da lì a poco le sembianze di un viaggio mistico/psichedelico e, soprattutto, introspettivo. Un lungo cammino verso mondi inesplorati, pieno di sfumature diverse; di suoni che non facevano altro che unirsi tra di loro dando vita ad atmosfere pazzesche. Nel loro caso l’alchimia perfetta nasce dalla fusione di due sound; quello della diavoletto di Sergio Ferrari con l’acustica di Valentina Criscimanni (e viceversa). E in più, a dare quel tocco di carisma e personalità, quel senso distintivo che ogni band dovrebbe avere, ci hanno pensato tanti altri strumenti come l’organetto o lo scacciapensieri (o “marranzano”, da buon siciliano).

Il duo romano ha sfruttato la tappa emiliana per presentare live per la prima volta l’ultimo lavoro in studio: Leafolution, uscito lo scorso 28 febbraio. Ne hanno approfittato anche per far “assaggiare” qualche brano dei loro precedenti lavori, come Ghost Road; pezzo d’apertura estrapolato da “Let the Forest Sing” (2016). Salgono sul palco, imbracciano le loro chitarre e danno vita al viaggio partendo da questa strada dei fantasmi; un percorso che proprio come nella copertina dell’album, inizia dalla tastiera della chitarra fino ad arrivare alla luna, con un riff country style e una voce ipnotica che farà spalancare gli occhi e vagare con la mente per i prossimi minuti. Il brano successivo Chamomiel Field è il primo pezzo proposto del nuovo album; una traccia definita dagli stessi – soprattutto in relazione al video uscito il 28 febbraio – come “psicomagica”: un sound e uno stile che rimandano a Nico e Lou Reed, e pensandoci l’associazione ci potrebbe anche stare; la diavoletto rossa c’è e il resto pure. Finita questa parte di viaggio che rimanda al lontano ’67, si passa al blues di Dirty Grate Blues; è tempo dello slide, dello stompbox e soprattutto dei botta e risposta tra gli assoli di Sergio e la graffiante voce di Valentina.

Arrivati in questo punto devo fermarmi un attimo e far partire un altro paragrafo, per far risaltare ancora di più il brano successivo: Lesno Brdo. Lesno è un paesino sloveno di circa 280 abitanti, ma è anche la traccia che unisce una chitarra in grado di rimandare al sound dei Pink Floyd del ’95 (PULSE) con una voce che ricorda Elisabeth Fraser, aggiungendo al tutto il loro personale e distintivo stile; stile che si riscontra soprattutto nel loro primo lavoro: Turtle Bubble (2013), in cui è contenuta l’omonima traccia riproposta dopo essere passati dalla Slovenia. Qui ci troviamo in un mondo magico, delle fiabe direi, con qualcosa che rimanda al “primitivismo musicale” (sarà il marranzano), fatto di sogni, speranze e good vibes.

A Turtle Bubble ho tirato le somme, ho pensato al percorso fatto dalla strada dei fantasmi fino al mondo delle fiabe, passando per il ’67 e la Slovenia psichedelica; non volevo fermarmi, volevo continuare a vagare con la mente, soprattutto perché stavo notando che molti tavoli davanti a me erano vuoti, e quindi mi sentivo privilegiato ad assistere a uno spettacolo unico fatto da una band “nostrana”. Non si sono fermati, non hanno parcheggiato il loro furgoncino e sono partiti per il Giappone, verso Japanese Room. Un brano caratterizzato da una chitarra distorta che introduce, attraverso uno stile orientaleggiante e moderno, una voce che ancora una volta rimanda alla Fraser periodo Mezzanine.

Dopodiché abbiamo tutti lasciato la stanza, loro hanno preso l’ukulele e ci hanno portati tra gli alberi, nelle foreste, attraverso Tree Branch. I’m a tree branch”, ci siamo sentiti tutti un ramo di un albero, una piccola parte di qualcosa di grande, e questa cosa forse è stata la più bella. Loro sul palco, noi seduti ad ascoltarli, ci sentivamo tutti un’unica cosa; diversi, come ogni ramo, ma appartenenti ad un unico albero. Il tutto arricchito da quel cazzo di pedale Wah-wah che stava benissimo ovunque, in ogni brano, anche nel mio ennesimo Montenegro.

Rami, alberi, frutti, Italia, Sicilia, arance; perdonatemi la successione nosense ma attualmente appare l’unica per introdurre l’unico brano in italiano della scaletta: Arancio. In realtà avrei potuto far riferimento ai pantaloni arancioni di Sergio, ma la successione di parole quale sarebbe dovuta essere? Comunque…
Definito da loro come “il nostro manifesto”, è caratterizzato ovviamente da un wah-wah di cui sopra, un ukulele, e tante altre cose; tante altre belle cose che non elencherò, perché per apprezzarla ancor di più bisogna andare su Youtube, guardare il video e ascoltare attentamente le parole.

Abbiamo mangiato le arance, non ci siamo accontentati e siamo andati in Estonia a mangiare le fragole; “le maasike“, come il brano successivo: Maasika, traccia che fa parte dell’EP “Hobo Sessioni #1”. Un mix di positività, emanata dall’ukulele, da una voce angelica, da uno slide che con la mente ti fa pensare al mare; vi giuro che poi son andato a vedere il video ufficiale: è girato soprattutto in spiaggia.

Il mood cambia con A tick in time; lei si prende la scena, ci ipnotizza, nessuno vorrebbe far finire quel momento, quel brano, ma giusto il tempo di un tick in time arriva la successiva traccia: Quite Sure: un pezzo dell’ultimo album chem per fortunma non si è allontanato molto dal mood creato dalla precedente, e che vede forse il miglior assolo di chitarra della serata. Chapeau.

Questo è in parte il riassunto del live di una band italiana molto molto valida, unica, con un proprio stile e dotata di forte personalità; che ha saputo amalgamare diverse influenze musicali, dal blues al rock psichedelico, buttandoci in mezzo – magari anche inconsapevolmente – del trip-hop e del post-rock. Due chitarre che non facevano altro che parlare tra di loro, perfette e indispensabili l’una per l’altra, con la giusta dose d’acustico e d’elettrico, hanno creato, grazie a un sound pieno di sperimentazioni, un’atmosfera pazzesca e un’ottima alchimia tra il pubblico e gli esecutori. Gli Orange8 hanno mostrato una forte empatia tra di loro, regalando a ognuno di noi le emozioni che occorrevano al momento, sfruttando gli sguardi e i sorrisi che si scambiavano durante e alla fine di ogni canzone, per farci capire che le cose belle nella vita esistono. Come questo live.

Ah, si, hanno fatto anche delle cover. Belle eh.


Foto di Rosy Romano.

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