Intervista a Franz Di Cioccio della PFM, “Emotional Tattoos il nostro nuovo viaggio; De Andrè è qui; Taranto?…” 0 917

Con diciassette album in studio all’attivo e dopo aver raggiunto i primi posti nelle classifiche di Stati Uniti, Giappone e Brasile, di certo una band come la Premiata Forneria Marconi non ha bisogno di troppi panegirici per essere presentata: la PFM è uno dei più mirabili esempi del progressive rock italiano e internazionale.
Ascoltare un genio della musica come Franz Di Cioccio, uno dei membri più anziani del gruppo e storica voce del complesso, parlare di progressive rock, di storia della musica e di gente illustre come Fabrizio De André è un’esperienza che pochi possono avere il privilegio di vantare. Come i peripatetici che pendevano dalla bocca di Aristotele, abbiamo ascoltato silenti tutto ciò che veniva pronunciato dalle labbra di De Cioccio, e dopo un lavoro estenuante durato tutta la notte siamo pronti a raccontarvi cosa ci siamo detti.

Ciao Franz, grazie per essere con noi. Iniziamo parlando di questo nuovo disco: “Emotional Tattoos” esce in un periodo in cui il prog attraversa una fase di stanca. Cosa vuol dire questo album, cosa vuol comunicare la PFM al mondo di oggi? Cosa significa per la band, e anche per te, “Emotional Tattoos”?

“Rispetto ai lavori precedenti questo album si pone come un nuovo passo verso la concezione che ha la PFM di fare la musica prima di tutto per il proprio pubblico, proseguendo un percorso che ci ha visto protagonisti di un ammodernamento quasi obbligatorio. Bisogna guardare il futuro, c’è sempre qualcosa che devi scoprire, rimanendo però quello che sei. Per noi non è importante tanto quello che abbiamo fatto, ma quello che facciamo e che faremo. Questo disco ha una chiave di lettura che ti fa riscoprire quello che la band ha sempre pensato: ci siamo sempre ritenuti contemporanei a qualsiasi epoca che viviamo. Nell’epoca di oggi bisognava affermare alcune cose: la musica è un dono del cielo, e noi siamo fortunati per riuscire a metterla in pratica. Poi può non piacere il prog, si può preferire il metal, la new wave. Per noi la musica è sempre bella, tutta. Noi abbiamo messo le nostre radici in tutti i brani che sono presenti nel disco, ci rappresentano in toto e rappresentano il nostro viaggio allo stesso modo in cui lo fa la copertina, con quest’astronave.”

Una particolarità di quest’album è la sua versione inglese, cosa già successo con “Per un Amico”, quando l’anno dopo la sua uscita pubblicaste “Photos of Ghosts”. Questa volta, invece, avete deciso di pubblicare le due versioni insieme. Come mai questa scelta particolare?

“Ci appoggiamo ad un’etichetta inglese che ci chiese di pubblicare l’album in inglese. Noi però siamo italiani, non potevamo fare solo un disco in inglese. Così abbiamo fatto due versione compatibili nei testi: attenzione però, non sono speculari, perché non sono la traduzione precisa del testo. C’è però una compatibilità con gli argomenti da brano a brano. In America “Central District” significa una cosa, “Quartiere Generale” un’altra. Ci troviamo dunque davanti ad un disco importante, una cosa mai fatta prima. Tieni anche presente che in alcuni Paesi esteri preferiscono la versione italiana a quella inglese. Il nostro resta comunque un bellissimo passo che va oltre quello che accadde nel ’72: all’epoca provammo la strada estera perché pensavamo di averne le capacità, e così era. Oggi lo abbiamo fatto solo per dire che siamo italiani ma, comunque, multiculturali.”

Per promuovere l’album sono stati scelti due singoli: “La lezione” e “Quartiere Generale”, nella versione inglese rispettivamente “The Lesson” e “Central District”. Come mai la scelta è ricaduta su questi due brani? Cosa rappresentano per la PFM?

“”Quartiere Generale” è una fotografia del nostro Paese oggi: dopo aver visto tante cose, viaggiando molto e venendo da lontano, abbiamo notato molte trasformazioni. La costante restaurazione di un clima italiano tipico: quelli nominati che decidono per cose che non riguardano noi; riguardassero noi, avremmo risolto molti problemi, ma così non è. Non voglio addentrarmi in un discorso politico, ma ci sono chiari riferimenti ai vari spacciatori di servigi, a chi dice “noi” per dire “io”, eccetera. Un messaggio contro tutto ciò che è fuori dalla parola magica che è “l’etica”. “La lezione” è invece un chiaro invito a non lamentarsi della vita: la vita è bella, dà e toglie. Quando toglie sembra che l’abbia fatto apposta per te, ma non bisogna scoraggiarsi: hai dei sogni? Realizzali. Hai delle idee? Mettile in mostra. Basta con i piagnistei, ogni cosa che accade è una lezione della vita.”

Per portare in giro “Emotional Tattoos” è stato organizzato un tour internazionale che toccherà praticamente tutto il mondo e, come giusto che sia per una band italiana, ci sono ben dodici date nel nostro Paese. La cosa che ci ha colpito è stata la scelta di suonare a Taranto come unica data pugliese. Come mai la scelta è ricaduta proprio su Taranto e non su poli musicali più affermati, come Bari e Lecce?

“A Bari suonammo al Petruzzelli, quindi l’avevamo già fatta: fummo la prima band rock a suonare in quel teatro, e fu un’emozione fortissima risuonarci dopo la ristrutturazione. La scelta è ricaduta su Taranto per tante ragioni: è una città ferita da una serie di problematiche che non si riesce a risolvere. Potremmo stare un pomeriggio intero a discutere della situazione tarantina. Volevamo portare qualcosa di buono, di positivo per la cittadinanza, che possa risollevare il morale e rendere giustizia all’intera popolazione.“

La prossima domanda riguarda la pausa di undici anni dall’ultimo album di inediti. Una pausa del genere avvenne anche in passato, tra “Missbaker” del 1987 e “Ulisse” del 1997. Come mai queste pause? È una decisione tecnica della band, magari per ritrovare degli stimoli, o ci sono altre ragioni?

“All’epoca fu una decisione della band, per mettersi fuori dai giochi: proprio come Ulisse prima di viaggiare. Una pausa di riflessione per rimettere insieme le idee. Dopo dieci anni riprendemmo la nostra storia. Questi ulteriori undici anni invece sono stati diversi. Venivamo da un periodo prospero: “Stati di immaginazione” è stato un album importantissimo, dove la musica incontrava le immagini, e lo riteniamo un album formidabile. In seguito abbiamo suonato parecchio, abbiamo girato il mondo, abbiamo omaggiato Fabrizio De Andrè cogliendo un’occasione imperdibile per cantare dei brani che scavano a fondo nella coscienza dell’uomo. Ci diede grandi soddisfazioni farlo. A questo punto ci siamo chiesti: cosa ci manca? Ci manca di raccontare cosa vediamo noi in questo momento.”

Visto che l’hai nominato ci sembra il caso di parlarne: in questo periodo c’è un ritorno della figura di De Andrè, della sua musica: quali erano i rapporti, le affinità stilistiche o anche le differenze tra la PFM e De Andrè?

“Il rapporto con Fabrizio è una cosa che rimarrà per sempre dentro di noi e nella storia della musica italiana. Far incontrare il rock e la poesia è stata una cosa nuova, che ha creato una musicalità mai vista. È stato irripetibile, e dico irripetibile perché siamo stati i primi a farlo: se qualcun altro ci prova manca comunque l’idea originale e bisogna trovare un’altra chiave di lettura per farlo funzionare. Prendiamo “Emotional Tattoos”: Non è un disco prog, ma c’è prog; Non è un disco rock; ma è rock; non è un disco funky, ma è funky. Ad un certo punto arriva Bollani con un assolo di pianoforte pazzesco e capisci che c’è anche il jazz, e non te n’eri accorto. Sorprenderti per sorprendere il pubblico. Noi abbiamo fatto la magia: abbiamo assistito alla poesia di Fabrizio, e con “Amico Faber” abbiamo dato un connotato cangiante, fragrante rispetto alle versioni precedenti. La realtà resta una: De Andrè non è mai andato via. Ma neanche la PFM.”

In questo periodo c’è anche un ritorno del progressive: di recente sono usciti “Clockwork Angels” dei Rush, “The Endless River” dei Pink Floyd e ora il vostro “Emotional Tattoos”. Inoltre c’è anche la ricomparsa del vinile, e l’esplosione del genere tra gli ascoltatori più giovani: come mai, secondo te, questo ritorno?

“Sai, questa è musica che ti lascia dentro delle cose. Non è solo una semplice canzone che, come una t-shirt, la metti, la consumi e poi ad un certo punto passa di moda, o magari diventa la tua maglietta preferita perché a quell’epoca la amavi e basta. Il progressive ha dentro diverse cose, ha dentro la musica, la composizione, gli arrangiamenti fatti da un gruppo di persone che decide insieme di creare arte. Anche la canzone è una forma d’arte, ma in un altro senso. Il progressive abbraccia una serie di componenti artistiche che ti lasciano dentro più emozioni. I ragazzi delle nuove generazioni sono bombardati da “musica liquida”, leggera, buona da ascoltare in bicicletta o ai giardinetti con le cuffiette. Il ritorno del vinile non è una cosa fine a sé stessa, dettata dalla nostalgia: i ragazzi stanno capendo che è il tempo di riprendere in mano la propria vita, che non è fatta di Facebook, messaggini, ma ha qualcosa in più. Il vinile ti lascia dentro una sensazione diversa, una carica diversa. E così tornano anche artisti che sanno fare musica che io definisco “immaginifica”: è musica fatta da chi sa dare una forte emotività all’interno della sua composizione, e noi facciamo questo. Quest’album sta piacendo tantissimo anche per questo, infatti all’uscita era primo nella classifica dei vinili.”

Per concludere, una domanda da fan: c’è una canzone a cui il pubblico non ha quasi mai attribuito il giusto valore, che è “Il Banchetto”. All’epoca la canzone fu anche oggetto di critiche per il suo testo anti-clericale: era quello che si voleva comunicare, contando anche la vena rivoluzionaria del progressive? C’è ancora questa vena rivoluzionaria oggi, nel genere?

“Il messaggio era esattamente quello. Ovviamente la vena rivoluzionaria c’è ancora, compatibilmente coi tempi. “Emotional Tattoos” è un album rivoluzionario, ma bisogna avere la pazienza di aspettare che il messaggio venga compreso, recepito. Ad ottobre, quando uscì, forse non si era capito. Oggi invece la gente ne parla come un bell’album, perché ne hanno capito le motivazioni. Bisogna capire le motivazioni. “Il Banchetto” è un brano così importante che lo lasciammo in italiano anche nella versione inglese: questo per dirti che siamo pazzi! (Ride, n.d.r.)

Perfetto Franz, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!

“Grazie a te, un abbraccio!”

 

Un ringraziamento a Francesco Caroli, Fabrizio Cafaro e Alessandra Macchitella senza i quali quest’intervista non sarebbe stata possibile.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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