Intervista a Giorgio dei Leitmotiv, “Presto nuova musica. L’indie deve osare di più” 0 1151

Sono tanti gli artisti-simbolo pugliesi che portano la propria musica in tutta Italia, riscuotendo anche un discreto successo. È il caso di Caparezza, attualmente in tour col suo nuovo album Prisoner 709, o dei Sud Sound System. Tra questi ci sono anche i Leitmotiv.
La band tarantina capitanata da Giorgio Consoli, con ben quattro album all’attivo, calca infatti da ben quindici anni i palchi di tutta Italia, con una quantità di concerti tale da regalargli il primato di maggiori esportatori di musica ‘made in Puglia’.
Caratterizzati da un live mozzafiato e una tavolozza di colori unica, che pesca dal rock, dal folk alternativo e dal post-punk, a tre anni precisi dal rilascio del loro ultimo album, i Leitmotiv sono tornati in studio per registrare nuovo materiale, con una piccola novità in formazione. A parlarci di questo possibile ritorno è il frontman della band, Giorgio, in una bellissima intervista esclusiva.

Ciao Giorgio. Per iniziare a scaldarci, iniziamo con un po’ di storia: chi sono i Leitmotiv?

“Cercherò di essere molto breve anche se si tratta di una storia quindicinale. Parliamo di un divario generazionale cospicuo rispetto ai nuovi ascoltatori. Nonostante tutto, possiamo darci la connotazione di band ‘storica’, dopo quattro album e quindici anni. Risalendo agli albori, parliamo di ragazzi cresciuti a suon di Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, i primi Afterhours e qualche contaminazione nuova per l’epoca come i Massive Attack, gli Almamegretta. Ma anche i “maestri” De Andrè, Pino Daniele, Rino Gaetano. Abbiamo iniziato come si faceva all’epoca, quando non esistevano Ableton e computer, e ti facevi regalare la chitarra al compleanno. Iniziammo con delle cover, quasi per gioco, ma avevamo tanta rabbia dentro – una cosa tipica della provincia di Taranto…

Le circostanze lo richiedono…

Massì, infatti. . Qui si è sempre suonato così: industrial, punk, hardcore, rock… siam sempre stati la capitale del rock in Puglia. Comunque, iniziammo a Sava intorno al 2000 e la svolta arriva con il primo demo del 2004. Questo demo venne notato da Mario Riso, batterista dei Rezophonic, che ci consigliò di iscriversi al contest del Tim Tour, da cui qualche anno prima uscirono i Negramaro. La cosa va male, ma qualcuno nel pubblico ci nota. Col secondo demo del 2005 iniziò anche a interessarsi qualcuno della stampa specializzata, nuovi portali come Rockit. All’epoca, più di oggi, erano i giornalisti a far girare la musica, a farti sentire realizzato come artista. Iniziammo quindi a collaborare con quella che attualmente è l’agenzia di Alborosie, girovagando un po’ in Italia. Raggiungemmo un discreto successo con quel demo nel 2006 e dopo vari concorsi nel 2007 vincemmo l’Arezzo Wave. Qui avemmo l’incontro fondamentale con Amerigo Verardi, un musicista importantissimo, il Syd Barrett italiano. Rimase molto colpito e ci produsse il primo disco. La Fabbrica, un’etichetta indipendente di Bologna, tuttora la nostra label, investì su ‘L’Audace Bianco Sporca il Resto’, e fu un bel successo. La critica era entusiasta, divenne disco della settimana per Rai 2 e ne seguì una tournè che toccò anche l’estero. Nel 2011, un po’ in sordina, esce “Psychobabele” e poi c’è un cambio: un nostro membro decide di cambiare vita e rimaniamo in quattro. Un po’ sconfortati iniziamo dunque a scrivere quello che sarà il nostro disco di maggior successo, ‘A Tremulaterra’, completamente autoprodotto. Questo album funziona, ci rilancia, fino ad arrivare a ‘I Vagabondi’, l’ultimo disco, scritto praticamente sull’onda dell’entusiasmo…

In occasione de ‘I Vagabondi’ c’è stato anche un bellissimo tour, cui è seguita una breve pausa. Poi vi abbiamo rivisto grazie all’ultima data del Villanova: che siate degli animali da palco lo si capisce già dai primi minuti dei vostri live!

I tour sono sempre stati un nostro punto di forza, siamo stati sempre molto attivi live. Probabilmente della nostra provincia siamo il gruppo che ha fatto più date in Italia, dove abbiamo suonato praticamente ovunque, anche in posti molto importanti.

L’ottima impressione dei live è dovuta anche al tuo modo di stare sul palco, mischiando la vostra musica a delle vere e proprie performance artistiche. Quando è nata questa cosa?

Abbiamo iniziato a implementare il teatro nei live in occasione del tour del nostro primo album. Io venivo da un’accademia teatrale, facevo l’attore in pianta stabile e decisi di divertirmi mescolando sul palco i due mondi. Non erano tanti, posso dirlo, a provare a fare una cosa del genere – ricordo i miei cari amici CFF. Fu una componente che funzionò subito, risultando molto originale e caratteristica. Adesso, mano a mano, l’abbiamo un po’ rimossa, attenuata, ma è sempre stata una nostra peculiarità.

Ma, tornando ai tour, dopo quello de “I Vagabondi” c’è stata una novità che abbiamo potuto ammirare in occasione di quel concerto di cui dicevamo…

Il 2017 è stato un anno travagliato. Avevamo bisogno di una scossa, la line-up di ‘A Tremulaterra’ con ‘I Vagabondi’ peccava di alchimia, quindi decidemmo di prenderci una pausa dopo un tour di cento e passa date. In questa pausa abbiamo fatto diversi tentativi, suonando anche in acustico, ma c’era la necessità di un cambiamento. Così, dopo mesi, abbiamo detto ‘arrivederci’ al nostro chitarrista Natty e abbiamo iniziato a guardarci un po’ attorno, trovando Ciccio Barletta degli Elektorjezus – un ottimo musicista, giovane e davvero in gamba…

Ma qual era il reale problema? Perché questa formazione, dopo quindici anni, non funzionava più?

Le ragioni secondo me sono due: per prima cosa, dopo tanti anni, hai bisogno di freschezza, una visione d’insieme. Non è un caso se certi gruppi a volte si sciolgono. Finisce l’alchimia. Esistono i gruppi longevi, come Pearl Jam, Red Hot, U2, che ci perderebbero parecchio a sciogliersi o cambiare formazione, ma sono storie a sé, fatte di successo, unione ma anche di business. Il secondo motivo è direttamente collegato al primo: quando sei in un gruppo come il nostro, una famiglia, ma non condividi la scelta musicale, prima o poi il rapporto umano inizia a cambiare. Se non sono motivato a costruire con te qualcosa, si rompe il giocattolo. Avremmo potuto scioglierci, ma non l’abbiamo fatto, perché abbiamo ancora qualcosa da dire.

Ma va, siete giovani, avete pubblicato quatto album, non è affatto il momento per sciogliersi…

Ma infatti. Ti assicuro che le cose nuove – che spero tireremo presto fuori – ci piacciono tantissimo. Un live, centocinquantamila o tre, non mi interessa. Noi andiamo avanti come Leitmotiv perché ci divertiamo. Lo abbiamo dimostrato nei live, ci divertiamo tantissimo.

E queste “cose nuove” quando avremo il piacere di sentirle su CD?

Questo è un altro bel discorso. Per ora lavoriamo sui singoli, magari accompagnati da qualche videoclip. Abbiamo un pubblico che vuole sentirci e una fanbase attiva, quindi gli stimoli ci sono. Se faremo un CD non lo so: ormai il CD non vende più. L’alternativa è il vinile, con i costi di produzione che sono diminuiti. Non abbiamo ancora il corpus di un album però, quindi non sappiamo quanto ci vorrà. Ma vogliamo continuare ancora, abbiamo tanto da dire. Comunque ci stiamo lavorando!

Inoltre, potrebbe essere un momento propizio per rilasciare un album, sfruttando il periodo d’oro dell’indie, a cui un po’ appartenete.

La verità è che non farei rientrare tanto i Leitmotiv nell’indie. Ora, non voglio fare quello che ‘con loro a pallone non ci gioco’. Noi abbiamo iniziato con un approccio diverso, i ragazzi hanno studiato per fare musica e neanche i testi sono mai stati ‘minimal’. E poi, consentimi di dirlo, l’indie italiano ha una grande pecca: si può essere essenziali, Brian Eno lo è stato; Fabi nell’ultimo disco è stato essenziale. L’indie, in Italia, è estremamente essenziale; troppo, a volte. E noto una mancanza di coraggio degli artisti ad andare ‘oltre’.”

In che senso?

Alcuni tra questi, faccio i nomi di Calcutta e Thegiornalisti a titolo d’esempio, sono artisti che hanno una freschezza pop, da tormentone. Allora io voglio fare una domanda provocatoria: ma ‘Più Bella Cosa’ di Ramazzotti non era un tormentone? Siamo convinti che sia qualcosa di troppo diverso da quello che ascoltiamo, da ‘Riccione’ dei Thegiornalisti? Poi uno può dire ‘eh, ma non è targato EMI etc.’, e allora di cosa si tratta, solo di case discografiche? Non è la major che fa il genere. Per non parlare della questione politica: oltre gli Zen Circus, Lo Stato Sociale e pochi altri, mancano le canzoni che ti fanno pensare, le ‘Sunday Bloody Sunday’ odierne.

Trovi quindi ci sia una mancanza di contenuti all’interno del panorama indie?

Qualcosa mi piace e qualcosa no. Un gruppo che va per la maggiore, Canova: io li ho visti, ho visto un cantante che assomiglia pesantemente a Liam Gallagher, con un amore smisurato per gli Oasis. E ci sta tutto. Ma ha una visione contenutistica che con me non si sposa. È bravissimo? È bravissimo. Ma io vengo da una generazione dove mi arrivava nelle viscere quello che cantavano i Sonic Youth. Ti raccontavano una visione del mondo. Ora di che si parla? Con tutto il rispetto eh, ma spesso della propria cameretta, della ragazza, la serata al bar…

Proprio recentemente abbiamo pubblicato un editoriale che metteva in risalto il connubio tra indie e politica

Non voglio dire che dobbiamo essere tutti impegnati politicamente. Prima era di moda l’artista che fa politica, e non mi piace neanche questo. Non bisogna essere prezzolati per parlare di… L’artista è libero. Però quando comunichi con l’arte, che sia un quadro o un’opera architettonica, c’è la politica. Anche l’opera architettonica è politica. La visione dev’essere un po’ d’insieme, e a loro manca. Vorrei solo che l’indie italiano osasse di più.

Chiarissimo. Torniamo ai Leitmotiv adesso: qualche data live a breve?

Suoneremo il primo febbraio al Dirockato Winter di Monopoli, in un bellissimo locale. Potrebbe essere l’occasione per fare qualcosa di nuovo. In ogni caso, suoneremo lì e c’è qualcosa in ballo su Lecce e Bari. Intanto stiamo lavorando a qualcosa di nascente, quindi le date saranno sporadiche, tra una sessione di prove e l’altra. Poi, un’ultima cosa che voglio aggiungere: mi auguro che con l’avvento di internet nella musica non si vada perdendo il piacere del live. Mi auguro che le nuove generazioni abbiano sempre interesse ad andare a vedere l’artista live, che siano gli Arcade Fire o i Leitmotiv. CI sono tanti Arcade Fire che suonano nella provincia al costo di una birra media, e andrebbero seguiti maggiormente. La musica live è importantissima.

Benissimo Giorgio, ti ringrazio di essere stato con noi e mi auguro di risentirti presto inciso su un disco!

Lo spero anch’io, grazie a te!

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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