Intervista a Giorgio dei Leitmotiv, “Presto nuova musica. L’indie deve osare di più” 0 1239

Sono tanti gli artisti-simbolo pugliesi che portano la propria musica in tutta Italia, riscuotendo anche un discreto successo. È il caso di Caparezza, attualmente in tour col suo nuovo album Prisoner 709, o dei Sud Sound System. Tra questi ci sono anche i Leitmotiv.
La band tarantina capitanata da Giorgio Consoli, con ben quattro album all’attivo, calca infatti da ben quindici anni i palchi di tutta Italia, con una quantità di concerti tale da regalargli il primato di maggiori esportatori di musica ‘made in Puglia’.
Caratterizzati da un live mozzafiato e una tavolozza di colori unica, che pesca dal rock, dal folk alternativo e dal post-punk, a tre anni precisi dal rilascio del loro ultimo album, i Leitmotiv sono tornati in studio per registrare nuovo materiale, con una piccola novità in formazione. A parlarci di questo possibile ritorno è il frontman della band, Giorgio, in una bellissima intervista esclusiva.

Ciao Giorgio. Per iniziare a scaldarci, iniziamo con un po’ di storia: chi sono i Leitmotiv?

“Cercherò di essere molto breve anche se si tratta di una storia quindicinale. Parliamo di un divario generazionale cospicuo rispetto ai nuovi ascoltatori. Nonostante tutto, possiamo darci la connotazione di band ‘storica’, dopo quattro album e quindici anni. Risalendo agli albori, parliamo di ragazzi cresciuti a suon di Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, i primi Afterhours e qualche contaminazione nuova per l’epoca come i Massive Attack, gli Almamegretta. Ma anche i “maestri” De Andrè, Pino Daniele, Rino Gaetano. Abbiamo iniziato come si faceva all’epoca, quando non esistevano Ableton e computer, e ti facevi regalare la chitarra al compleanno. Iniziammo con delle cover, quasi per gioco, ma avevamo tanta rabbia dentro – una cosa tipica della provincia di Taranto…

Le circostanze lo richiedono…

Massì, infatti. . Qui si è sempre suonato così: industrial, punk, hardcore, rock… siam sempre stati la capitale del rock in Puglia. Comunque, iniziammo a Sava intorno al 2000 e la svolta arriva con il primo demo del 2004. Questo demo venne notato da Mario Riso, batterista dei Rezophonic, che ci consigliò di iscriversi al contest del Tim Tour, da cui qualche anno prima uscirono i Negramaro. La cosa va male, ma qualcuno nel pubblico ci nota. Col secondo demo del 2005 iniziò anche a interessarsi qualcuno della stampa specializzata, nuovi portali come Rockit. All’epoca, più di oggi, erano i giornalisti a far girare la musica, a farti sentire realizzato come artista. Iniziammo quindi a collaborare con quella che attualmente è l’agenzia di Alborosie, girovagando un po’ in Italia. Raggiungemmo un discreto successo con quel demo nel 2006 e dopo vari concorsi nel 2007 vincemmo l’Arezzo Wave. Qui avemmo l’incontro fondamentale con Amerigo Verardi, un musicista importantissimo, il Syd Barrett italiano. Rimase molto colpito e ci produsse il primo disco. La Fabbrica, un’etichetta indipendente di Bologna, tuttora la nostra label, investì su ‘L’Audace Bianco Sporca il Resto’, e fu un bel successo. La critica era entusiasta, divenne disco della settimana per Rai 2 e ne seguì una tournè che toccò anche l’estero. Nel 2011, un po’ in sordina, esce “Psychobabele” e poi c’è un cambio: un nostro membro decide di cambiare vita e rimaniamo in quattro. Un po’ sconfortati iniziamo dunque a scrivere quello che sarà il nostro disco di maggior successo, ‘A Tremulaterra’, completamente autoprodotto. Questo album funziona, ci rilancia, fino ad arrivare a ‘I Vagabondi’, l’ultimo disco, scritto praticamente sull’onda dell’entusiasmo…

In occasione de ‘I Vagabondi’ c’è stato anche un bellissimo tour, cui è seguita una breve pausa. Poi vi abbiamo rivisto grazie all’ultima data del Villanova: che siate degli animali da palco lo si capisce già dai primi minuti dei vostri live!

I tour sono sempre stati un nostro punto di forza, siamo stati sempre molto attivi live. Probabilmente della nostra provincia siamo il gruppo che ha fatto più date in Italia, dove abbiamo suonato praticamente ovunque, anche in posti molto importanti.

L’ottima impressione dei live è dovuta anche al tuo modo di stare sul palco, mischiando la vostra musica a delle vere e proprie performance artistiche. Quando è nata questa cosa?

Abbiamo iniziato a implementare il teatro nei live in occasione del tour del nostro primo album. Io venivo da un’accademia teatrale, facevo l’attore in pianta stabile e decisi di divertirmi mescolando sul palco i due mondi. Non erano tanti, posso dirlo, a provare a fare una cosa del genere – ricordo i miei cari amici CFF. Fu una componente che funzionò subito, risultando molto originale e caratteristica. Adesso, mano a mano, l’abbiamo un po’ rimossa, attenuata, ma è sempre stata una nostra peculiarità.

Ma, tornando ai tour, dopo quello de “I Vagabondi” c’è stata una novità che abbiamo potuto ammirare in occasione di quel concerto di cui dicevamo…

Il 2017 è stato un anno travagliato. Avevamo bisogno di una scossa, la line-up di ‘A Tremulaterra’ con ‘I Vagabondi’ peccava di alchimia, quindi decidemmo di prenderci una pausa dopo un tour di cento e passa date. In questa pausa abbiamo fatto diversi tentativi, suonando anche in acustico, ma c’era la necessità di un cambiamento. Così, dopo mesi, abbiamo detto ‘arrivederci’ al nostro chitarrista Natty e abbiamo iniziato a guardarci un po’ attorno, trovando Ciccio Barletta degli Elektorjezus – un ottimo musicista, giovane e davvero in gamba…

Ma qual era il reale problema? Perché questa formazione, dopo quindici anni, non funzionava più?

Le ragioni secondo me sono due: per prima cosa, dopo tanti anni, hai bisogno di freschezza, una visione d’insieme. Non è un caso se certi gruppi a volte si sciolgono. Finisce l’alchimia. Esistono i gruppi longevi, come Pearl Jam, Red Hot, U2, che ci perderebbero parecchio a sciogliersi o cambiare formazione, ma sono storie a sé, fatte di successo, unione ma anche di business. Il secondo motivo è direttamente collegato al primo: quando sei in un gruppo come il nostro, una famiglia, ma non condividi la scelta musicale, prima o poi il rapporto umano inizia a cambiare. Se non sono motivato a costruire con te qualcosa, si rompe il giocattolo. Avremmo potuto scioglierci, ma non l’abbiamo fatto, perché abbiamo ancora qualcosa da dire.

Ma va, siete giovani, avete pubblicato quatto album, non è affatto il momento per sciogliersi…

Ma infatti. Ti assicuro che le cose nuove – che spero tireremo presto fuori – ci piacciono tantissimo. Un live, centocinquantamila o tre, non mi interessa. Noi andiamo avanti come Leitmotiv perché ci divertiamo. Lo abbiamo dimostrato nei live, ci divertiamo tantissimo.

E queste “cose nuove” quando avremo il piacere di sentirle su CD?

Questo è un altro bel discorso. Per ora lavoriamo sui singoli, magari accompagnati da qualche videoclip. Abbiamo un pubblico che vuole sentirci e una fanbase attiva, quindi gli stimoli ci sono. Se faremo un CD non lo so: ormai il CD non vende più. L’alternativa è il vinile, con i costi di produzione che sono diminuiti. Non abbiamo ancora il corpus di un album però, quindi non sappiamo quanto ci vorrà. Ma vogliamo continuare ancora, abbiamo tanto da dire. Comunque ci stiamo lavorando!

Inoltre, potrebbe essere un momento propizio per rilasciare un album, sfruttando il periodo d’oro dell’indie, a cui un po’ appartenete.

La verità è che non farei rientrare tanto i Leitmotiv nell’indie. Ora, non voglio fare quello che ‘con loro a pallone non ci gioco’. Noi abbiamo iniziato con un approccio diverso, i ragazzi hanno studiato per fare musica e neanche i testi sono mai stati ‘minimal’. E poi, consentimi di dirlo, l’indie italiano ha una grande pecca: si può essere essenziali, Brian Eno lo è stato; Fabi nell’ultimo disco è stato essenziale. L’indie, in Italia, è estremamente essenziale; troppo, a volte. E noto una mancanza di coraggio degli artisti ad andare ‘oltre’.”

In che senso?

Alcuni tra questi, faccio i nomi di Calcutta e Thegiornalisti a titolo d’esempio, sono artisti che hanno una freschezza pop, da tormentone. Allora io voglio fare una domanda provocatoria: ma ‘Più Bella Cosa’ di Ramazzotti non era un tormentone? Siamo convinti che sia qualcosa di troppo diverso da quello che ascoltiamo, da ‘Riccione’ dei Thegiornalisti? Poi uno può dire ‘eh, ma non è targato EMI etc.’, e allora di cosa si tratta, solo di case discografiche? Non è la major che fa il genere. Per non parlare della questione politica: oltre gli Zen Circus, Lo Stato Sociale e pochi altri, mancano le canzoni che ti fanno pensare, le ‘Sunday Bloody Sunday’ odierne.

Trovi quindi ci sia una mancanza di contenuti all’interno del panorama indie?

Qualcosa mi piace e qualcosa no. Un gruppo che va per la maggiore, Canova: io li ho visti, ho visto un cantante che assomiglia pesantemente a Liam Gallagher, con un amore smisurato per gli Oasis. E ci sta tutto. Ma ha una visione contenutistica che con me non si sposa. È bravissimo? È bravissimo. Ma io vengo da una generazione dove mi arrivava nelle viscere quello che cantavano i Sonic Youth. Ti raccontavano una visione del mondo. Ora di che si parla? Con tutto il rispetto eh, ma spesso della propria cameretta, della ragazza, la serata al bar…

Proprio recentemente abbiamo pubblicato un editoriale che metteva in risalto il connubio tra indie e politica

Non voglio dire che dobbiamo essere tutti impegnati politicamente. Prima era di moda l’artista che fa politica, e non mi piace neanche questo. Non bisogna essere prezzolati per parlare di… L’artista è libero. Però quando comunichi con l’arte, che sia un quadro o un’opera architettonica, c’è la politica. Anche l’opera architettonica è politica. La visione dev’essere un po’ d’insieme, e a loro manca. Vorrei solo che l’indie italiano osasse di più.

Chiarissimo. Torniamo ai Leitmotiv adesso: qualche data live a breve?

Suoneremo il primo febbraio al Dirockato Winter di Monopoli, in un bellissimo locale. Potrebbe essere l’occasione per fare qualcosa di nuovo. In ogni caso, suoneremo lì e c’è qualcosa in ballo su Lecce e Bari. Intanto stiamo lavorando a qualcosa di nascente, quindi le date saranno sporadiche, tra una sessione di prove e l’altra. Poi, un’ultima cosa che voglio aggiungere: mi auguro che con l’avvento di internet nella musica non si vada perdendo il piacere del live. Mi auguro che le nuove generazioni abbiano sempre interesse ad andare a vedere l’artista live, che siano gli Arcade Fire o i Leitmotiv. CI sono tanti Arcade Fire che suonano nella provincia al costo di una birra media, e andrebbero seguiti maggiormente. La musica live è importantissima.

Benissimo Giorgio, ti ringrazio di essere stato con noi e mi auguro di risentirti presto inciso su un disco!

Lo spero anch’io, grazie a te!

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Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 69

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 170

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

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