Intervista a Giorgio dei Leitmotiv, “Presto nuova musica. L’indie deve osare di più” 0 1316

Sono tanti gli artisti-simbolo pugliesi che portano la propria musica in tutta Italia, riscuotendo anche un discreto successo. È il caso di Caparezza, attualmente in tour col suo nuovo album Prisoner 709, o dei Sud Sound System. Tra questi ci sono anche i Leitmotiv.
La band tarantina capitanata da Giorgio Consoli, con ben quattro album all’attivo, calca infatti da ben quindici anni i palchi di tutta Italia, con una quantità di concerti tale da regalargli il primato di maggiori esportatori di musica ‘made in Puglia’.
Caratterizzati da un live mozzafiato e una tavolozza di colori unica, che pesca dal rock, dal folk alternativo e dal post-punk, a tre anni precisi dal rilascio del loro ultimo album, i Leitmotiv sono tornati in studio per registrare nuovo materiale, con una piccola novità in formazione. A parlarci di questo possibile ritorno è il frontman della band, Giorgio, in una bellissima intervista esclusiva.

Ciao Giorgio. Per iniziare a scaldarci, iniziamo con un po’ di storia: chi sono i Leitmotiv?

“Cercherò di essere molto breve anche se si tratta di una storia quindicinale. Parliamo di un divario generazionale cospicuo rispetto ai nuovi ascoltatori. Nonostante tutto, possiamo darci la connotazione di band ‘storica’, dopo quattro album e quindici anni. Risalendo agli albori, parliamo di ragazzi cresciuti a suon di Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, i primi Afterhours e qualche contaminazione nuova per l’epoca come i Massive Attack, gli Almamegretta. Ma anche i “maestri” De Andrè, Pino Daniele, Rino Gaetano. Abbiamo iniziato come si faceva all’epoca, quando non esistevano Ableton e computer, e ti facevi regalare la chitarra al compleanno. Iniziammo con delle cover, quasi per gioco, ma avevamo tanta rabbia dentro – una cosa tipica della provincia di Taranto…

Le circostanze lo richiedono…

Massì, infatti. . Qui si è sempre suonato così: industrial, punk, hardcore, rock… siam sempre stati la capitale del rock in Puglia. Comunque, iniziammo a Sava intorno al 2000 e la svolta arriva con il primo demo del 2004. Questo demo venne notato da Mario Riso, batterista dei Rezophonic, che ci consigliò di iscriversi al contest del Tim Tour, da cui qualche anno prima uscirono i Negramaro. La cosa va male, ma qualcuno nel pubblico ci nota. Col secondo demo del 2005 iniziò anche a interessarsi qualcuno della stampa specializzata, nuovi portali come Rockit. All’epoca, più di oggi, erano i giornalisti a far girare la musica, a farti sentire realizzato come artista. Iniziammo quindi a collaborare con quella che attualmente è l’agenzia di Alborosie, girovagando un po’ in Italia. Raggiungemmo un discreto successo con quel demo nel 2006 e dopo vari concorsi nel 2007 vincemmo l’Arezzo Wave. Qui avemmo l’incontro fondamentale con Amerigo Verardi, un musicista importantissimo, il Syd Barrett italiano. Rimase molto colpito e ci produsse il primo disco. La Fabbrica, un’etichetta indipendente di Bologna, tuttora la nostra label, investì su ‘L’Audace Bianco Sporca il Resto’, e fu un bel successo. La critica era entusiasta, divenne disco della settimana per Rai 2 e ne seguì una tournè che toccò anche l’estero. Nel 2011, un po’ in sordina, esce “Psychobabele” e poi c’è un cambio: un nostro membro decide di cambiare vita e rimaniamo in quattro. Un po’ sconfortati iniziamo dunque a scrivere quello che sarà il nostro disco di maggior successo, ‘A Tremulaterra’, completamente autoprodotto. Questo album funziona, ci rilancia, fino ad arrivare a ‘I Vagabondi’, l’ultimo disco, scritto praticamente sull’onda dell’entusiasmo…

In occasione de ‘I Vagabondi’ c’è stato anche un bellissimo tour, cui è seguita una breve pausa. Poi vi abbiamo rivisto grazie all’ultima data del Villanova: che siate degli animali da palco lo si capisce già dai primi minuti dei vostri live!

I tour sono sempre stati un nostro punto di forza, siamo stati sempre molto attivi live. Probabilmente della nostra provincia siamo il gruppo che ha fatto più date in Italia, dove abbiamo suonato praticamente ovunque, anche in posti molto importanti.

L’ottima impressione dei live è dovuta anche al tuo modo di stare sul palco, mischiando la vostra musica a delle vere e proprie performance artistiche. Quando è nata questa cosa?

Abbiamo iniziato a implementare il teatro nei live in occasione del tour del nostro primo album. Io venivo da un’accademia teatrale, facevo l’attore in pianta stabile e decisi di divertirmi mescolando sul palco i due mondi. Non erano tanti, posso dirlo, a provare a fare una cosa del genere – ricordo i miei cari amici CFF. Fu una componente che funzionò subito, risultando molto originale e caratteristica. Adesso, mano a mano, l’abbiamo un po’ rimossa, attenuata, ma è sempre stata una nostra peculiarità.

Ma, tornando ai tour, dopo quello de “I Vagabondi” c’è stata una novità che abbiamo potuto ammirare in occasione di quel concerto di cui dicevamo…

Il 2017 è stato un anno travagliato. Avevamo bisogno di una scossa, la line-up di ‘A Tremulaterra’ con ‘I Vagabondi’ peccava di alchimia, quindi decidemmo di prenderci una pausa dopo un tour di cento e passa date. In questa pausa abbiamo fatto diversi tentativi, suonando anche in acustico, ma c’era la necessità di un cambiamento. Così, dopo mesi, abbiamo detto ‘arrivederci’ al nostro chitarrista Natty e abbiamo iniziato a guardarci un po’ attorno, trovando Ciccio Barletta degli Elektorjezus – un ottimo musicista, giovane e davvero in gamba…

Ma qual era il reale problema? Perché questa formazione, dopo quindici anni, non funzionava più?

Le ragioni secondo me sono due: per prima cosa, dopo tanti anni, hai bisogno di freschezza, una visione d’insieme. Non è un caso se certi gruppi a volte si sciolgono. Finisce l’alchimia. Esistono i gruppi longevi, come Pearl Jam, Red Hot, U2, che ci perderebbero parecchio a sciogliersi o cambiare formazione, ma sono storie a sé, fatte di successo, unione ma anche di business. Il secondo motivo è direttamente collegato al primo: quando sei in un gruppo come il nostro, una famiglia, ma non condividi la scelta musicale, prima o poi il rapporto umano inizia a cambiare. Se non sono motivato a costruire con te qualcosa, si rompe il giocattolo. Avremmo potuto scioglierci, ma non l’abbiamo fatto, perché abbiamo ancora qualcosa da dire.

Ma va, siete giovani, avete pubblicato quatto album, non è affatto il momento per sciogliersi…

Ma infatti. Ti assicuro che le cose nuove – che spero tireremo presto fuori – ci piacciono tantissimo. Un live, centocinquantamila o tre, non mi interessa. Noi andiamo avanti come Leitmotiv perché ci divertiamo. Lo abbiamo dimostrato nei live, ci divertiamo tantissimo.

E queste “cose nuove” quando avremo il piacere di sentirle su CD?

Questo è un altro bel discorso. Per ora lavoriamo sui singoli, magari accompagnati da qualche videoclip. Abbiamo un pubblico che vuole sentirci e una fanbase attiva, quindi gli stimoli ci sono. Se faremo un CD non lo so: ormai il CD non vende più. L’alternativa è il vinile, con i costi di produzione che sono diminuiti. Non abbiamo ancora il corpus di un album però, quindi non sappiamo quanto ci vorrà. Ma vogliamo continuare ancora, abbiamo tanto da dire. Comunque ci stiamo lavorando!

Inoltre, potrebbe essere un momento propizio per rilasciare un album, sfruttando il periodo d’oro dell’indie, a cui un po’ appartenete.

La verità è che non farei rientrare tanto i Leitmotiv nell’indie. Ora, non voglio fare quello che ‘con loro a pallone non ci gioco’. Noi abbiamo iniziato con un approccio diverso, i ragazzi hanno studiato per fare musica e neanche i testi sono mai stati ‘minimal’. E poi, consentimi di dirlo, l’indie italiano ha una grande pecca: si può essere essenziali, Brian Eno lo è stato; Fabi nell’ultimo disco è stato essenziale. L’indie, in Italia, è estremamente essenziale; troppo, a volte. E noto una mancanza di coraggio degli artisti ad andare ‘oltre’.”

In che senso?

Alcuni tra questi, faccio i nomi di Calcutta e Thegiornalisti a titolo d’esempio, sono artisti che hanno una freschezza pop, da tormentone. Allora io voglio fare una domanda provocatoria: ma ‘Più Bella Cosa’ di Ramazzotti non era un tormentone? Siamo convinti che sia qualcosa di troppo diverso da quello che ascoltiamo, da ‘Riccione’ dei Thegiornalisti? Poi uno può dire ‘eh, ma non è targato EMI etc.’, e allora di cosa si tratta, solo di case discografiche? Non è la major che fa il genere. Per non parlare della questione politica: oltre gli Zen Circus, Lo Stato Sociale e pochi altri, mancano le canzoni che ti fanno pensare, le ‘Sunday Bloody Sunday’ odierne.

Trovi quindi ci sia una mancanza di contenuti all’interno del panorama indie?

Qualcosa mi piace e qualcosa no. Un gruppo che va per la maggiore, Canova: io li ho visti, ho visto un cantante che assomiglia pesantemente a Liam Gallagher, con un amore smisurato per gli Oasis. E ci sta tutto. Ma ha una visione contenutistica che con me non si sposa. È bravissimo? È bravissimo. Ma io vengo da una generazione dove mi arrivava nelle viscere quello che cantavano i Sonic Youth. Ti raccontavano una visione del mondo. Ora di che si parla? Con tutto il rispetto eh, ma spesso della propria cameretta, della ragazza, la serata al bar…

Proprio recentemente abbiamo pubblicato un editoriale che metteva in risalto il connubio tra indie e politica

Non voglio dire che dobbiamo essere tutti impegnati politicamente. Prima era di moda l’artista che fa politica, e non mi piace neanche questo. Non bisogna essere prezzolati per parlare di… L’artista è libero. Però quando comunichi con l’arte, che sia un quadro o un’opera architettonica, c’è la politica. Anche l’opera architettonica è politica. La visione dev’essere un po’ d’insieme, e a loro manca. Vorrei solo che l’indie italiano osasse di più.

Chiarissimo. Torniamo ai Leitmotiv adesso: qualche data live a breve?

Suoneremo il primo febbraio al Dirockato Winter di Monopoli, in un bellissimo locale. Potrebbe essere l’occasione per fare qualcosa di nuovo. In ogni caso, suoneremo lì e c’è qualcosa in ballo su Lecce e Bari. Intanto stiamo lavorando a qualcosa di nascente, quindi le date saranno sporadiche, tra una sessione di prove e l’altra. Poi, un’ultima cosa che voglio aggiungere: mi auguro che con l’avvento di internet nella musica non si vada perdendo il piacere del live. Mi auguro che le nuove generazioni abbiano sempre interesse ad andare a vedere l’artista live, che siano gli Arcade Fire o i Leitmotiv. CI sono tanti Arcade Fire che suonano nella provincia al costo di una birra media, e andrebbero seguiti maggiormente. La musica live è importantissima.

Benissimo Giorgio, ti ringrazio di essere stato con noi e mi auguro di risentirti presto inciso su un disco!

Lo spero anch’io, grazie a te!

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 148

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 157

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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