Intervista a Giulia Pratelli, “Tutto Bene è la mia evoluzione; Elisa il riferimento, Zibba il maestro” 0 923

Che l’Italia sia un Paese fortemente legato alle proprie tradizioni è indiscutibile. Il sentito senso di appartenenza, che certe volte sfocia anche in un nazionalismo un po’ troppo spinto, è una prerogativa fondamentale degli abitanti del Bel Paese, che caratterizza profondamente qualsiasi prodotto made in Italy: l’arte culinaria, il cinema italiano e la musica sono senza ombra di dubbio uno specchio di questa tendenza, che ci ha sempre permesso di differenziarci e renderci unici, singolari: italiani.
Nel lungo percorso musicale che abbiamo intrapreso, abbiamo deciso di fare tappa in Toscana, per conoscere quella che è una cantautrice dalle rosee aspettative e che rispecchia pienamente il discorso appena fatto. Giulia Pratelli è probabilmente definibile come “la nuova Elisa”, artista con la qualche condivide una voce morbida e la capacità di imprimere un sentimento profondo in ogni canzone che scrive e interpreta.
Curiosissimi per l’uscita del suo nuovo disco, “Tutto Bene” – del quale consigliamo vivamente l’ascolto – sentivamo il bisogno di farci una chiacchierata con la cantante, per scoprire di più di lei e del mondo che la circonda.

Ciao Giulia! Per rompere un po’ il ghiaccio, parlaci di te come artista. Sappiamo che vieni dalla Toscana, dove hai avuto un discreto successo come cantautrice, e godi dell’appoggio di parecchi artisti della scena italiana anche molto affermati. Raccontati!

Come dicevi tu, sono una cantautrice, e spero di poter fare questo nella vita. Sono Toscana, ma ho vissuto a Roma per un periodo e ci torno molto spesso. Nonostante tenga molto alle mie radici, il bisogno di uscire c’è, per conoscere nuove realtà, ma anche perché qui non è molto semplice suonare le proprie cose, affermarsi appunto come cantautori. Ho avuto la fortuna, come accennavi, di incontrare tanti artisti più affermati – e anche più bravi – che mi hanno aiutato tantissimo, portandomi con loro in alcune fasi del loro percorso. È stata una fortuna gigantesca: questo ti espone di più, fa in modo che il tuo nome possa girare meglio e raggiungere più persone. Ma poi veder lavorare ‘i grandi’ ti permette di imparare anche stando ferma.”

Da poco è uscito il tuo secondo disco, “Tutto Bene”. Quali sono le tue sensazioni al riguardo e cosa si cela dietro questo lavoro?

È vero, ho fatto un disco da poco, il mio secondo lavoro, che stiamo provando a portare in giro e promuovere. “Tutto Bene” nasce da un periodo particolare, da una serie di ripensamenti e cambiamenti che si fanno lungo la strada. In questo caso, ho avuto la fortuna di collaborare con Zibba, che sicuramente ne sa più di me (Ride, n.d.r.). Sono contentissima di questa collaborazione, mi ha aiutato tantissimo e sono tanto felice di quello che adesso abbiamo.”

Abbiamo dato un ascolto a quest’album. Ci è sembrata, in virtù tuo primo lavoro, “Via!”, un’evoluzione stilistica molto accurata: l’aggiunta della chitarra funky in “Va tutto bene” ne è una dimostrazione. Ma anche tanti punti di forza, come quella cover di “Vento D’Estate”. Convieni con noi nel definirla evoluzione?

Sicuramente sì. È un’evoluzione data dal fatto che un po’ si cresce, anche non volendo, e quindi si cambia ma sempre rimanendo sé stessi. E poi, oltre alcune esperienze, una parte fondamentale è stato l’aiuto più consistente avuto in fase di produzione: il lavoro fatto con Zibba è stato qualcosa che prima non avevo mai fatto con nessuno, e mi ha aiuto a crescere, a scrivere le cose con una consapevolezza e una maturazione diversa. Per me è stato importantissimo. La cover di “Vento d’Estate” è stata un rischio: non abbiamo fatto una cover classica, ricantandola, ma abbiamo sconvolto l’arrangiamento, con l’idea di fare un omaggio al mio cantautorato di riferimento, dando una lettura diversa al pezzo”

Ed è proprio in quella cover che abbiamo trovato un accostamento, che spero ti faccia piacere sentire, con Elisa. Quindi ti chiediamo chi c’è, fra i tuoi artisti di riferimento, oltre Elisa e Fabi.

Elisa per me è stata fondamentale, soprattutto quando uscì Lotus, cambiandomi davvero la vita: con lei ho detto “io voglio fare la cantautrice”. Ha un modo di riarrangiare grandissimi successi che già aveva pubblicato in chiave acustica, dandogli una vita nuova, con questa voce morbida. Ma la verità è che ascolto una marea di roba: altri punti di riferimento sono stati De Gregori, De Andrè, sicuramente Carmen Consoli, una bandiera per tutte le donne; ma anche musica straniera come Brooke Fraser o Hindi Zahra, una cantautrice marocchina poco conosciuta ma che mi piace molto.”

Tutti riferimenti seri, importanti, che si notano parecchio nel tuo sound. Passiamo alla tua collaborazione con Zibba: quanto ha influenzato nella lavorazione del disco lavorare con un’artista tanto affermato?

Ha inciso tantissimo perché mi ha aiutato ad essere più selettiva, più severa se vogliamo, con le cose che scrivevo. Ho lavorato imponendomi un obbiettivo e non accontentandomi dei primi risultati, senza impaurirmi se le canzoni non uscivano subito come le avrei volute. Mi ha aiutato tantissimo nello scegliere una direzione sonora che fosse più marcata rispetto a prima, con dei fili conduttori molto forti: ci sono delle scelte strumentali che ritornano, rendendolo omogeneo nonostante degli arrangiamenti che si affacciano su generi diversi. Poi mi ha seguito davvero in tutte le fasi, dalla scelta dei brani alla scelta delle foto: è stato fondamentale in tutti i sensi e spero che questa collaborazione si ripeta nel tempo.”

Hai mai pensato, visto che si è concluso da poco, ad una partecipazione a Sanremo?

E chi è che non ci ha pensato? (Ride, n.d.r.) Ci sono andata molto vicino nel 2014. Ci abbiamo provato anche quest’anno ma non è successo, ma non vuol dire che non ci riproveremo. Credo che sia un palco a cui tutti un po’ ambiscono, in Italia, a meno che tu non faccia una musica totalmente diversa. È probabilmente il palco più importante che ci sia qui.”

Per concludere, dove possiamo vederti live? C’è un tour in vista, qualche data qui al Sud magari?

Sì, guarda, il tour è in fase di composizione: stiamo cercando di trovare altre date. Ce ne sono già alcune in programma, a Roma l’8 marzo, in una serata con altre cantautrici, poi il 17 a Livorno e il 23 marzo a Cosenza, per la prima data al Sud. Non vedo l’ora di venirci in realtà, perché non ho mai suonato prima nel Sud Italia e sento che un po’ mi manca quest’esperienza.”

Perfetto Giulia, ti ringraziamo tantissimo per essere stata con noi! Fai un saluto ai tuoi amici del Sud!

Certo, faccio un saluto a tutti e non vedo l’ora di venire!

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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