Intervista a Irene Ientile, “IO è il nostro nuovo progetto pop d’autore: l’inizio di un viaggio” 0 730

Direttamente dalla Sicilia, arriva un progetto interessantissimo partito con un brano da pelle d’oca. IO è un duo pop d’autore che riesce ad unire l’eternità della musica classica alla leggerezza della musica pop. Irene Ientile, mezzosoprano con studi in canto classico, e Ornella Cerniglia, pianista quotatissima laureata in DAMS, sono reduci da una lunga esperienza come duo cameristico, attraversando una moltitudine di repertori del ‘900 italiano, europeo ed americano di autori come Cage, Berio e Ives, De Falla, Faurè, solo per citarne alcuni. Con questo nuovo progetto si pongono l’obbiettivo di spogliarsi dall’impostazione classica che ha segnato il loro percorso fino ad ora, volgendo lo sguardo verso un pubblico diverso, e lo fanno con un brano che ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di un progetto in grado di dire tanto. “Diventano Mare” è il singolo inedito che lancia le due musiciste nella scena pop, accompagnato da un video che vede protagonista l’attrice Donatella Finocchiaro. La potenza degli sguardi di Donatella, la profondità sentimentale del testo di “Diventano Mare” e l’artisticità che trapela da questo singolo ci hanno spinto a voler approfondire la conoscenza di una delle proposte più interessanti degli ultimi anni targata Indigo Music.

Ciao Irene, grazie per essere qui con noi. Per iniziare, parliamo di questo vostro duo: tu e Ornella avete un percorso musicale particolare, segnato dalla musica classica. Come sono andate le cose fino ad oggi?

“Noi ci conosciamo e lavoriamo assieme da quindici anni circa, e siamo un duo di musica cameristica. Precisamente abbiamo quasi sempre suonato musica del ‘900, la cosiddetta ‘musica colta’; ma anche un po’ di contemporanea, alcuni compositori hanno scritto delle opere prime proprio per noi. Ci siamo trovate qui a Palermo e c’è stato subito feeling: non è semplice adesso trovare qualcuno con cui suonare questo genere di musica, figuriamoci quindici anni fa. Poi si inizia per passione, senza troppi obbiettivi se non quelli di frequentare repertori meno conosciuti, e trovare qualcuno che condivida questa passione è una cosa davvero bella. Alla fine siamo diventate grandissime amiche nella vita, di quelle persone che conti sulle dita di una mano. Siamo state vicine per quindici anni, e in quindici anni abbiamo visto le nostre vite cambiare radicalmente, ma la musica è rimasta, e questo ha creato un legame indistruttibile, diventando un pilastro fondamentale della nostra amicizia. Io nel frattempo ho avuto anche esperienze di musica pop con i ‘no hay problema’, una band palermitana con due dischi all’attivo. Con lei abbiamo registrato un disco di musica classica, molto apprezzato soprattutto in ambito universitario. All’improvviso ho sentito il bisogno di un testo che avesse una radice diversa, sia da quello fatto con i No Hay Problema, sia col percorso classico fatto fino ad ora – anche perché, nonostante la musica che interpretiamo, abbiamo degli ascolti molto variegati che non si fermano alla musica classica…”

…Beh, altrimenti avrei pensato foste delle sociopatiche, tipo delle serial killer che ascoltano Bach bevendo latte in ghiaccio

“Mannò, no, siamo persone normali, che vanno alle feste e ballano (ride, n.d.r.).Siamo due romanticone che ascoltano di tutto!”

E quindi siete arrivate a questo punto, mischiando la musica classica e la musica leggera, da voi stesse definiti ‘linguaggi apparentemente inconciliabili’. Ma voi siete riuscite a conciliarli.

“Certo, del resto c’è chi c’era già riuscito. Un esempio gigante è Bollani, uno che ha mescolato tutto e l’ha portato al grande pubblico, suscitando grande interesse. Siamo nel 2018, c’è tanta gente che fa questo tipo percorso. Io non mi sento particolarmente stramba in questo. La cosa bella è essersi spogliata di tutto, a partire dalla voce: io canto con una voce totalmente naturale; non uso nessuna prodezza tecnica, una cosa già fatta in altri progetti. Credo sia l’inizio di un percorso insieme più pop, senza smettere di continuare quello che stiamo facendo con la classica, che abbiamo ancora voglia di portare in giro.”

Quello che mi ha colpito particolarmente, al di là della canzone in sé, che ritengo sia arte pura, è stato proprio il vostro percorso in relazione a questo prodotto. Così, ciò che mi chiedo è: cosa cambia nella vita di una persona per spingerla a creare qualcosa di totalmente diverso da quello fatto fino ad ora?

(Ride, n.d.r) “Guarda, la realtà è che non è un cambio, è più corretto dire che si tratta di una parte. La ricetta è la semplicità. In realtà, tutto parte da un levare, levare, levare. Oggi si cerca tantissimo di inserire quanti più elementi e suoni possibili nella speranza di creare qualcosa di nuovo. Invece, secondo me, è il momento di tornare all’osso. La scrittura e l’arrangiamento elettronico di Ornella è molto minimale, ed è minimale anche il video. È quello che volevamo, siamo andate lì e abbiamo detto: ‘vogliamo un’unica donna in uno sfondo bianco, nient’altro.’ I colori sono un riferimento all’iconografia russa, perché sono dei colori primari che riportano a cose grandi: l’umanità, la divinità, la spiritualità. Ma di base rimangono cose semplici: colori primari. E poi abbiamo avuto questa partecipazione fantastica di Donatella Finocchiaro, che quando me la proposero ero tipo “Seh, ma figurati!””

E invece sì, siete riusciti ad averla. Raccontami di questo incontro, di questa scelta che, a mio parere, ritengo azzeccatissima.

“Vabbè, lei è un’icona per i film e le parti che ha interpretato: è una madre vera. Poi è connessa al mondo dell’immigrazione, penso al film ‘Terraferma’ di Crialese. È stato un collegamento quasi naturale quello con la Finocchiaro. Cercavamo una donna che non fosse di colore, non fosse bellissima come una modella – ma di più -, non fosse caratterizzata forzatamente. Cercavamo il suo sguardo, i suoi occhi, che sprigionano una potenza sovrannaturale. E poi niente, le abbiamo scritto una mail col testo e la descrizione del video, chiedendole se fosse interessata. Lei ci ha risposto dopo 24 ore, dicendoci che la canzone le piaceva da morire e voleva assolutamente essere la nostra “madonna”. Così, senza chiederci neanche un cachet, ha partecipato al progetto. È stata di una professionalità unica, una donna fantastica. Non ci sono parole per descrivere l’ammirazione per Donatella.”

Volgiamo adesso lo sguardo sulla canzone. “Diventano Mare” ha un testo fortissimo, che parla del dramma dell’immigrazione visto dagli occhi di una madre. Sappiamo che l’ispirazione ti è venuta dopo la nascita di tua figlia. Cosa si cela dietro questo testo?

“È stato un momento empatico molto forte a scaturire il tutto. Guardavo il telegiornale, avevo in braccio Maia, la mia piccolina, appena nata. La stavo allattando, quindi un momento di essenzialità molto forte, profondo: sono tutta per te, sei tutta per me. Guardando la tv, c’erano scene di questa gente che muore senza un motivo, nel tentativo di salvare il futuro dei propri figli. Così ho preso il telefono e ho cominciato a registrare una nota vocale in cui c’era tutto il testo. Era già da un po’ di tempo che elaboravo questo pensiero, e da artista l’unica cosa che potevo fare era poter scrivere un testo per dire cosa penso di questa gente che attraversa deserti e mari solo per poter vivere meglio con la propria famiglia. Così il pensiero si è volto a me, seduta sul mio divano, con tutti i miei comfort che mi circondavano: cosa avrei fatto io? Se fosse successo a me, se domani dovessi partire, fare una valigia e andarmene con mia figlia, che farei? Cosa ci metterei in quella valigia? Niente, perché devi essere leggero. Quindi ho pensato: porto i miei capelli. Non li taglio, così ci giochi. Le mie labbra, così ti bacio. Le mie braccia, così ti abbraccio. Porterei il mio corpo, perché è quello di cui ha bisogno mia figlia. La tengo al collo, più vicina possibile a me. Un concetto molto semplice: non avevo intenzione di fare un discorso politico, quello lo si fa ogni giorno sulle gambe e con i fatti.”

Questa canzone è solo l’inizio di un viaggio? Farà parte di un progetto più ampio, magari un disco?

“Il disco è probabilmente un EP. Per Natale prossimo ci sarà un concerto con cinque inediti e qualche cover, ma siamo già in lavorazione. Speriamo di averlo pronto per l’estate. Sicuramente avrà un altro tenore: non abbiamo intenzione di fare un cantautorato politico, tratteremo argomenti diversi, ma sempre col nostro stile, con la nostra impronta. Probabilmente qualcosa di più introspettivo. Un disco di dodici brani non ci interessa più, arrivati a questo punto della vita: vogliamo fare poche cose ma buone. Un EP di cinque/sei brani è decisamente più nel nostro interesse. Intanto perché è giusto dare un seguito: chi ci ascolta lo richiede, è un suo diritto! (Ride, n.d.r.) E poi perché lavorare con Ornella è fantastico, una cosa bella che ci fa bene.”

Intanto, nell’attesa, dove possiamo venire a sentirvi?

“Gli appuntamenti che abbiamo sono soprattutto delle presentazioni qui in città: il 9 marzo ai Cantieri Culturali della Zisa è probabilmente la data più importante. La realtà dei fatti è che la nostra è una situazione atipica: abbiamo un solo brano, e un concerto è infattibile, ma allo stesso tempo abbiamo tante richieste per eseguirlo all’interno di altri eventi, come presentazioni di libri e conferenze inerenti al tema di “Diventano Mare”. Allo stesso tempo però non vogliamo affrettare le cose: ragioniamo e lavoriamo un brano per volta, perché solo con la calma possono uscire prodotti degni.”

Sono completamente d’accordo. Va bene Irene, ti ringrazio tantissimo per essere stata con noi!

“Grazie a te, davvero!”

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 102

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 170

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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