Intervista a Irene Ientile, “IO è il nostro nuovo progetto pop d’autore: l’inizio di un viaggio” 0 938

Direttamente dalla Sicilia, arriva un progetto interessantissimo partito con un brano da pelle d’oca. IO è un duo pop d’autore che riesce ad unire l’eternità della musica classica alla leggerezza della musica pop. Irene Ientile, mezzosoprano con studi in canto classico, e Ornella Cerniglia, pianista quotatissima laureata in DAMS, sono reduci da una lunga esperienza come duo cameristico, attraversando una moltitudine di repertori del ‘900 italiano, europeo ed americano di autori come Cage, Berio e Ives, De Falla, Faurè, solo per citarne alcuni. Con questo nuovo progetto si pongono l’obbiettivo di spogliarsi dall’impostazione classica che ha segnato il loro percorso fino ad ora, volgendo lo sguardo verso un pubblico diverso, e lo fanno con un brano che ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di un progetto in grado di dire tanto. “Diventano Mare” è il singolo inedito che lancia le due musiciste nella scena pop, accompagnato da un video che vede protagonista l’attrice Donatella Finocchiaro. La potenza degli sguardi di Donatella, la profondità sentimentale del testo di “Diventano Mare” e l’artisticità che trapela da questo singolo ci hanno spinto a voler approfondire la conoscenza di una delle proposte più interessanti degli ultimi anni targata Indigo Music.

Ciao Irene, grazie per essere qui con noi. Per iniziare, parliamo di questo vostro duo: tu e Ornella avete un percorso musicale particolare, segnato dalla musica classica. Come sono andate le cose fino ad oggi?

“Noi ci conosciamo e lavoriamo assieme da quindici anni circa, e siamo un duo di musica cameristica. Precisamente abbiamo quasi sempre suonato musica del ‘900, la cosiddetta ‘musica colta’; ma anche un po’ di contemporanea, alcuni compositori hanno scritto delle opere prime proprio per noi. Ci siamo trovate qui a Palermo e c’è stato subito feeling: non è semplice adesso trovare qualcuno con cui suonare questo genere di musica, figuriamoci quindici anni fa. Poi si inizia per passione, senza troppi obbiettivi se non quelli di frequentare repertori meno conosciuti, e trovare qualcuno che condivida questa passione è una cosa davvero bella. Alla fine siamo diventate grandissime amiche nella vita, di quelle persone che conti sulle dita di una mano. Siamo state vicine per quindici anni, e in quindici anni abbiamo visto le nostre vite cambiare radicalmente, ma la musica è rimasta, e questo ha creato un legame indistruttibile, diventando un pilastro fondamentale della nostra amicizia. Io nel frattempo ho avuto anche esperienze di musica pop con i ‘no hay problema’, una band palermitana con due dischi all’attivo. Con lei abbiamo registrato un disco di musica classica, molto apprezzato soprattutto in ambito universitario. All’improvviso ho sentito il bisogno di un testo che avesse una radice diversa, sia da quello fatto con i No Hay Problema, sia col percorso classico fatto fino ad ora – anche perché, nonostante la musica che interpretiamo, abbiamo degli ascolti molto variegati che non si fermano alla musica classica…”

…Beh, altrimenti avrei pensato foste delle sociopatiche, tipo delle serial killer che ascoltano Bach bevendo latte in ghiaccio

“Mannò, no, siamo persone normali, che vanno alle feste e ballano (ride, n.d.r.).Siamo due romanticone che ascoltano di tutto!”

E quindi siete arrivate a questo punto, mischiando la musica classica e la musica leggera, da voi stesse definiti ‘linguaggi apparentemente inconciliabili’. Ma voi siete riuscite a conciliarli.

“Certo, del resto c’è chi c’era già riuscito. Un esempio gigante è Bollani, uno che ha mescolato tutto e l’ha portato al grande pubblico, suscitando grande interesse. Siamo nel 2018, c’è tanta gente che fa questo tipo percorso. Io non mi sento particolarmente stramba in questo. La cosa bella è essersi spogliata di tutto, a partire dalla voce: io canto con una voce totalmente naturale; non uso nessuna prodezza tecnica, una cosa già fatta in altri progetti. Credo sia l’inizio di un percorso insieme più pop, senza smettere di continuare quello che stiamo facendo con la classica, che abbiamo ancora voglia di portare in giro.”

Quello che mi ha colpito particolarmente, al di là della canzone in sé, che ritengo sia arte pura, è stato proprio il vostro percorso in relazione a questo prodotto. Così, ciò che mi chiedo è: cosa cambia nella vita di una persona per spingerla a creare qualcosa di totalmente diverso da quello fatto fino ad ora?

(Ride, n.d.r) “Guarda, la realtà è che non è un cambio, è più corretto dire che si tratta di una parte. La ricetta è la semplicità. In realtà, tutto parte da un levare, levare, levare. Oggi si cerca tantissimo di inserire quanti più elementi e suoni possibili nella speranza di creare qualcosa di nuovo. Invece, secondo me, è il momento di tornare all’osso. La scrittura e l’arrangiamento elettronico di Ornella è molto minimale, ed è minimale anche il video. È quello che volevamo, siamo andate lì e abbiamo detto: ‘vogliamo un’unica donna in uno sfondo bianco, nient’altro.’ I colori sono un riferimento all’iconografia russa, perché sono dei colori primari che riportano a cose grandi: l’umanità, la divinità, la spiritualità. Ma di base rimangono cose semplici: colori primari. E poi abbiamo avuto questa partecipazione fantastica di Donatella Finocchiaro, che quando me la proposero ero tipo “Seh, ma figurati!””

E invece sì, siete riusciti ad averla. Raccontami di questo incontro, di questa scelta che, a mio parere, ritengo azzeccatissima.

“Vabbè, lei è un’icona per i film e le parti che ha interpretato: è una madre vera. Poi è connessa al mondo dell’immigrazione, penso al film ‘Terraferma’ di Crialese. È stato un collegamento quasi naturale quello con la Finocchiaro. Cercavamo una donna che non fosse di colore, non fosse bellissima come una modella – ma di più -, non fosse caratterizzata forzatamente. Cercavamo il suo sguardo, i suoi occhi, che sprigionano una potenza sovrannaturale. E poi niente, le abbiamo scritto una mail col testo e la descrizione del video, chiedendole se fosse interessata. Lei ci ha risposto dopo 24 ore, dicendoci che la canzone le piaceva da morire e voleva assolutamente essere la nostra “madonna”. Così, senza chiederci neanche un cachet, ha partecipato al progetto. È stata di una professionalità unica, una donna fantastica. Non ci sono parole per descrivere l’ammirazione per Donatella.”

Volgiamo adesso lo sguardo sulla canzone. “Diventano Mare” ha un testo fortissimo, che parla del dramma dell’immigrazione visto dagli occhi di una madre. Sappiamo che l’ispirazione ti è venuta dopo la nascita di tua figlia. Cosa si cela dietro questo testo?

“È stato un momento empatico molto forte a scaturire il tutto. Guardavo il telegiornale, avevo in braccio Maia, la mia piccolina, appena nata. La stavo allattando, quindi un momento di essenzialità molto forte, profondo: sono tutta per te, sei tutta per me. Guardando la tv, c’erano scene di questa gente che muore senza un motivo, nel tentativo di salvare il futuro dei propri figli. Così ho preso il telefono e ho cominciato a registrare una nota vocale in cui c’era tutto il testo. Era già da un po’ di tempo che elaboravo questo pensiero, e da artista l’unica cosa che potevo fare era poter scrivere un testo per dire cosa penso di questa gente che attraversa deserti e mari solo per poter vivere meglio con la propria famiglia. Così il pensiero si è volto a me, seduta sul mio divano, con tutti i miei comfort che mi circondavano: cosa avrei fatto io? Se fosse successo a me, se domani dovessi partire, fare una valigia e andarmene con mia figlia, che farei? Cosa ci metterei in quella valigia? Niente, perché devi essere leggero. Quindi ho pensato: porto i miei capelli. Non li taglio, così ci giochi. Le mie labbra, così ti bacio. Le mie braccia, così ti abbraccio. Porterei il mio corpo, perché è quello di cui ha bisogno mia figlia. La tengo al collo, più vicina possibile a me. Un concetto molto semplice: non avevo intenzione di fare un discorso politico, quello lo si fa ogni giorno sulle gambe e con i fatti.”

Questa canzone è solo l’inizio di un viaggio? Farà parte di un progetto più ampio, magari un disco?

“Il disco è probabilmente un EP. Per Natale prossimo ci sarà un concerto con cinque inediti e qualche cover, ma siamo già in lavorazione. Speriamo di averlo pronto per l’estate. Sicuramente avrà un altro tenore: non abbiamo intenzione di fare un cantautorato politico, tratteremo argomenti diversi, ma sempre col nostro stile, con la nostra impronta. Probabilmente qualcosa di più introspettivo. Un disco di dodici brani non ci interessa più, arrivati a questo punto della vita: vogliamo fare poche cose ma buone. Un EP di cinque/sei brani è decisamente più nel nostro interesse. Intanto perché è giusto dare un seguito: chi ci ascolta lo richiede, è un suo diritto! (Ride, n.d.r.) E poi perché lavorare con Ornella è fantastico, una cosa bella che ci fa bene.”

Intanto, nell’attesa, dove possiamo venire a sentirvi?

“Gli appuntamenti che abbiamo sono soprattutto delle presentazioni qui in città: il 9 marzo ai Cantieri Culturali della Zisa è probabilmente la data più importante. La realtà dei fatti è che la nostra è una situazione atipica: abbiamo un solo brano, e un concerto è infattibile, ma allo stesso tempo abbiamo tante richieste per eseguirlo all’interno di altri eventi, come presentazioni di libri e conferenze inerenti al tema di “Diventano Mare”. Allo stesso tempo però non vogliamo affrettare le cose: ragioniamo e lavoriamo un brano per volta, perché solo con la calma possono uscire prodotti degni.”

Sono completamente d’accordo. Va bene Irene, ti ringrazio tantissimo per essere stata con noi!

“Grazie a te, davvero!”

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 236

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 434

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: