Intervista a Irene Ientile, “IO è il nostro nuovo progetto pop d’autore: l’inizio di un viaggio” 0 627

Direttamente dalla Sicilia, arriva un progetto interessantissimo partito con un brano da pelle d’oca. IO è un duo pop d’autore che riesce ad unire l’eternità della musica classica alla leggerezza della musica pop. Irene Ientile, mezzosoprano con studi in canto classico, e Ornella Cerniglia, pianista quotatissima laureata in DAMS, sono reduci da una lunga esperienza come duo cameristico, attraversando una moltitudine di repertori del ‘900 italiano, europeo ed americano di autori come Cage, Berio e Ives, De Falla, Faurè, solo per citarne alcuni. Con questo nuovo progetto si pongono l’obbiettivo di spogliarsi dall’impostazione classica che ha segnato il loro percorso fino ad ora, volgendo lo sguardo verso un pubblico diverso, e lo fanno con un brano che ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di un progetto in grado di dire tanto. “Diventano Mare” è il singolo inedito che lancia le due musiciste nella scena pop, accompagnato da un video che vede protagonista l’attrice Donatella Finocchiaro. La potenza degli sguardi di Donatella, la profondità sentimentale del testo di “Diventano Mare” e l’artisticità che trapela da questo singolo ci hanno spinto a voler approfondire la conoscenza di una delle proposte più interessanti degli ultimi anni targata Indigo Music.

Ciao Irene, grazie per essere qui con noi. Per iniziare, parliamo di questo vostro duo: tu e Ornella avete un percorso musicale particolare, segnato dalla musica classica. Come sono andate le cose fino ad oggi?

“Noi ci conosciamo e lavoriamo assieme da quindici anni circa, e siamo un duo di musica cameristica. Precisamente abbiamo quasi sempre suonato musica del ‘900, la cosiddetta ‘musica colta’; ma anche un po’ di contemporanea, alcuni compositori hanno scritto delle opere prime proprio per noi. Ci siamo trovate qui a Palermo e c’è stato subito feeling: non è semplice adesso trovare qualcuno con cui suonare questo genere di musica, figuriamoci quindici anni fa. Poi si inizia per passione, senza troppi obbiettivi se non quelli di frequentare repertori meno conosciuti, e trovare qualcuno che condivida questa passione è una cosa davvero bella. Alla fine siamo diventate grandissime amiche nella vita, di quelle persone che conti sulle dita di una mano. Siamo state vicine per quindici anni, e in quindici anni abbiamo visto le nostre vite cambiare radicalmente, ma la musica è rimasta, e questo ha creato un legame indistruttibile, diventando un pilastro fondamentale della nostra amicizia. Io nel frattempo ho avuto anche esperienze di musica pop con i ‘no hay problema’, una band palermitana con due dischi all’attivo. Con lei abbiamo registrato un disco di musica classica, molto apprezzato soprattutto in ambito universitario. All’improvviso ho sentito il bisogno di un testo che avesse una radice diversa, sia da quello fatto con i No Hay Problema, sia col percorso classico fatto fino ad ora – anche perché, nonostante la musica che interpretiamo, abbiamo degli ascolti molto variegati che non si fermano alla musica classica…”

…Beh, altrimenti avrei pensato foste delle sociopatiche, tipo delle serial killer che ascoltano Bach bevendo latte in ghiaccio

“Mannò, no, siamo persone normali, che vanno alle feste e ballano (ride, n.d.r.).Siamo due romanticone che ascoltano di tutto!”

E quindi siete arrivate a questo punto, mischiando la musica classica e la musica leggera, da voi stesse definiti ‘linguaggi apparentemente inconciliabili’. Ma voi siete riuscite a conciliarli.

“Certo, del resto c’è chi c’era già riuscito. Un esempio gigante è Bollani, uno che ha mescolato tutto e l’ha portato al grande pubblico, suscitando grande interesse. Siamo nel 2018, c’è tanta gente che fa questo tipo percorso. Io non mi sento particolarmente stramba in questo. La cosa bella è essersi spogliata di tutto, a partire dalla voce: io canto con una voce totalmente naturale; non uso nessuna prodezza tecnica, una cosa già fatta in altri progetti. Credo sia l’inizio di un percorso insieme più pop, senza smettere di continuare quello che stiamo facendo con la classica, che abbiamo ancora voglia di portare in giro.”

Quello che mi ha colpito particolarmente, al di là della canzone in sé, che ritengo sia arte pura, è stato proprio il vostro percorso in relazione a questo prodotto. Così, ciò che mi chiedo è: cosa cambia nella vita di una persona per spingerla a creare qualcosa di totalmente diverso da quello fatto fino ad ora?

(Ride, n.d.r) “Guarda, la realtà è che non è un cambio, è più corretto dire che si tratta di una parte. La ricetta è la semplicità. In realtà, tutto parte da un levare, levare, levare. Oggi si cerca tantissimo di inserire quanti più elementi e suoni possibili nella speranza di creare qualcosa di nuovo. Invece, secondo me, è il momento di tornare all’osso. La scrittura e l’arrangiamento elettronico di Ornella è molto minimale, ed è minimale anche il video. È quello che volevamo, siamo andate lì e abbiamo detto: ‘vogliamo un’unica donna in uno sfondo bianco, nient’altro.’ I colori sono un riferimento all’iconografia russa, perché sono dei colori primari che riportano a cose grandi: l’umanità, la divinità, la spiritualità. Ma di base rimangono cose semplici: colori primari. E poi abbiamo avuto questa partecipazione fantastica di Donatella Finocchiaro, che quando me la proposero ero tipo “Seh, ma figurati!””

E invece sì, siete riusciti ad averla. Raccontami di questo incontro, di questa scelta che, a mio parere, ritengo azzeccatissima.

“Vabbè, lei è un’icona per i film e le parti che ha interpretato: è una madre vera. Poi è connessa al mondo dell’immigrazione, penso al film ‘Terraferma’ di Crialese. È stato un collegamento quasi naturale quello con la Finocchiaro. Cercavamo una donna che non fosse di colore, non fosse bellissima come una modella – ma di più -, non fosse caratterizzata forzatamente. Cercavamo il suo sguardo, i suoi occhi, che sprigionano una potenza sovrannaturale. E poi niente, le abbiamo scritto una mail col testo e la descrizione del video, chiedendole se fosse interessata. Lei ci ha risposto dopo 24 ore, dicendoci che la canzone le piaceva da morire e voleva assolutamente essere la nostra “madonna”. Così, senza chiederci neanche un cachet, ha partecipato al progetto. È stata di una professionalità unica, una donna fantastica. Non ci sono parole per descrivere l’ammirazione per Donatella.”

Volgiamo adesso lo sguardo sulla canzone. “Diventano Mare” ha un testo fortissimo, che parla del dramma dell’immigrazione visto dagli occhi di una madre. Sappiamo che l’ispirazione ti è venuta dopo la nascita di tua figlia. Cosa si cela dietro questo testo?

“È stato un momento empatico molto forte a scaturire il tutto. Guardavo il telegiornale, avevo in braccio Maia, la mia piccolina, appena nata. La stavo allattando, quindi un momento di essenzialità molto forte, profondo: sono tutta per te, sei tutta per me. Guardando la tv, c’erano scene di questa gente che muore senza un motivo, nel tentativo di salvare il futuro dei propri figli. Così ho preso il telefono e ho cominciato a registrare una nota vocale in cui c’era tutto il testo. Era già da un po’ di tempo che elaboravo questo pensiero, e da artista l’unica cosa che potevo fare era poter scrivere un testo per dire cosa penso di questa gente che attraversa deserti e mari solo per poter vivere meglio con la propria famiglia. Così il pensiero si è volto a me, seduta sul mio divano, con tutti i miei comfort che mi circondavano: cosa avrei fatto io? Se fosse successo a me, se domani dovessi partire, fare una valigia e andarmene con mia figlia, che farei? Cosa ci metterei in quella valigia? Niente, perché devi essere leggero. Quindi ho pensato: porto i miei capelli. Non li taglio, così ci giochi. Le mie labbra, così ti bacio. Le mie braccia, così ti abbraccio. Porterei il mio corpo, perché è quello di cui ha bisogno mia figlia. La tengo al collo, più vicina possibile a me. Un concetto molto semplice: non avevo intenzione di fare un discorso politico, quello lo si fa ogni giorno sulle gambe e con i fatti.”

Questa canzone è solo l’inizio di un viaggio? Farà parte di un progetto più ampio, magari un disco?

“Il disco è probabilmente un EP. Per Natale prossimo ci sarà un concerto con cinque inediti e qualche cover, ma siamo già in lavorazione. Speriamo di averlo pronto per l’estate. Sicuramente avrà un altro tenore: non abbiamo intenzione di fare un cantautorato politico, tratteremo argomenti diversi, ma sempre col nostro stile, con la nostra impronta. Probabilmente qualcosa di più introspettivo. Un disco di dodici brani non ci interessa più, arrivati a questo punto della vita: vogliamo fare poche cose ma buone. Un EP di cinque/sei brani è decisamente più nel nostro interesse. Intanto perché è giusto dare un seguito: chi ci ascolta lo richiede, è un suo diritto! (Ride, n.d.r.) E poi perché lavorare con Ornella è fantastico, una cosa bella che ci fa bene.”

Intanto, nell’attesa, dove possiamo venire a sentirvi?

“Gli appuntamenti che abbiamo sono soprattutto delle presentazioni qui in città: il 9 marzo ai Cantieri Culturali della Zisa è probabilmente la data più importante. La realtà dei fatti è che la nostra è una situazione atipica: abbiamo un solo brano, e un concerto è infattibile, ma allo stesso tempo abbiamo tante richieste per eseguirlo all’interno di altri eventi, come presentazioni di libri e conferenze inerenti al tema di “Diventano Mare”. Allo stesso tempo però non vogliamo affrettare le cose: ragioniamo e lavoriamo un brano per volta, perché solo con la calma possono uscire prodotti degni.”

Sono completamente d’accordo. Va bene Irene, ti ringrazio tantissimo per essere stata con noi!

“Grazie a te, davvero!”

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 153

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

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Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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