Intervista a La Municipàl, “Le Nostre Guerre Perdute ha una seconda vita; nuova musica in primavera” 0 410

Sabato scorso siamo stati al Demodè Club di Bari in occasione del concerto dei Canova, l’ultima manciata di date relative al disco “Avete Ragione Voi” per salutare i fan. Ma qualcosa in particolare ha colpito la nostra attenzione prima che la band milanese iniziasse a suonare: l’esibizione d’apertura de La Municipàl ha scaldato i cuori dei presenti sulle note del loro ultimo album ,“Le Nostre Guerre Perdute”.
Quella che abbiamo visto sul palco non era una semplice band trainata dai suoi componenti principali, fratello e sorella, Carmine e Isabella; era molto di più: una performance artistica fatta di sguardi d’intesa, di malinconia ed energia allo stesso tempo. La voce di Isabella, accompagnata dalle note della sua tastiera, riecheggiava all’interno della sala, convincendoci sempre più della necessità di intervistare quest’astro nascente del panorama italiano.
Senza perdere tempo, ci siamo fatti una chiacchierata con Carmine, parlando della band, del suo rapporto con Isabella e dei progetti futuri che li coinvolgeranno.

 

Ciao Carmine, felice di averti con noi! Per prima cosa direi di parlare del concerto dei Canova a cui abbiamo assistito ultimamente. Com’è andata?

È stato divertente, soprattutto per il modo in cui è avvenuto, visto che ci hanno scritto direttamente loro. Di solito quando si fanno delle aperture c’è sempre un management dietro che, in qualche maniera, ti fa incazzare; loro, invece, sono venuti a sentirci al nostro concerto a Milano e poi ci hanno scritto direttamente sulla pagina e ci hanno invitato. È stato abbastanza naturale, piacevole. Crediamo fermamente nei rapporti tra band a prescindere da management, booking e il resto, e questa ne è stata una conferma.”

Sono contento della bella esperienza. Parliamo adesso di La Municipàl, nei quali c’è anche tua sorella. Com’è nato questo progetto e quando hai deciso di coinvolgere Isabella?

Noi siamo nati un po’ per gioco nel 2013, dopo alcuni miei progetti solisti precedenti. È nato tutto da una raccolta di brani che avevo scritto per la mia ex: avevano qualcosa in comune, quindi li ho messi in fila e ho cominciato a identificare la scrittura come la scrittura de La Municipàl. Poi ho tirato dentro Isabella: col fatto che lei vive a Roma e io a Lecce, non vedendoci mai, era l’occasione per passare del tempo con lei. Quasi per gioco, durante le feste, lei veniva in studio a registrare dei cori e aiutarmi con la produzione. Abbiamo iniziato a fare le prime date, se andavamo fuori passavo da Roma a prenderla ed è diventato anche un modo per stare assieme.

C’è un rapporto speciale tra te e Isabella o siete come Noel e Liam Gallagher, sempre pronti ad azzuffarvi?

Guarda, devo dirti che è sempre stato tutto molto naturale, nonostante lei non avesse mai suonato prima d’ora ed è l’unica donna nella band. È più problematico quando gli altri membri ci provano con lei! (ride, n.d.r.) No, scherzi a parte, con lei viene tutto naturale. Anche alcune dinamiche di palco, di tour, che poi sono le stesse per le quali ti scoglioni e molli tutto, noi le viviamo serenamente. Per noi è un modo per vederci e vedere posti nuovi che altrimenti, non andandoci a suonare, non vedremmo.

La Municipàl in apertura al concerto dei Canova.

Nel 2016 avete pubblicato Le Nostre Guerre Perdute, un album che ha avuto anche un discreto successo. Cosa hai da dire, a distanza di due anni, su questo disco?

Le Nostre Guerre Perdute è un album scritto veramente per esigenza, dove racconto anche dei fatti molto personali. In questo disco ho cercato proprio di non censurarmi, citando anche nomi, cose e persone reali. Mi sono messo molto a nudo. La cosa bella che sta accadendo è che, nonostante quest’album sia uscito due anni fa, sta vivendo una specie di seconda vita. Siamo arrivati quasi a 200 live quest’anno e, grazie anche a Spotify, dove è stabile in classifica ‘Indie Italia’, è come se fosse uscito pochi mesi fa. Lo porteremo sicuramente in giro ancora per un po’ con altre date, sperando poi di fermarci e pensare al prossimo disco.

I testi sono scritti solamente da te o anche Isabella ti dà una mano?

L’album è interamente scritto da me. Il bello è vedere come Isabella riesca a far propri dei testi, che prendono un’altra forma rispetto a quando sono cantati da me. Penso sia anche questa una particolarità de La Municipàl.

All’interno delle vostre canzoni ci sono due elementi ricorrenti, non collegati fra loro: la malinconia e l’antifascismo. Come mai queste presenze costanti?

In realtà, essendo un album genuino, scritto, come ti dicevo, per esigenza, riflette molto quello che provavo quando l’ho scritto. E di norma scrivo solo quando sto male. Se sto bene sto in giro con gli amici a bere, quindi poi magari vedendolo dall’esterno c’è sempre una nota malinconica di fondo. Per quanto riguarda il discorso politico, cerco sempre di poter dire la mia in un modo che ritengo poi opportuno. C’è anche molta ironia all’interno del disco: tramite l’ironia si possono trattare argomenti più grandi, pesanti, mascherandoli dietro la canzoncina semi-allegra. È la forza della musica.”

Parliamo di progetti nuovi: ci sono novità all’orizzonte? Quando potremo ascoltare un nuovo disco?

Abbiamo pubblicato di recente delle b-sides del primo disco con la nostra nuova etichetta, Discografia Clandestina, gestita da me. Pubblicheremo ancora una b-side del primo album, chiamata Lampadine, un singolo, e ci sarà quindi una ripubblicazione di Le Nostre Guerre Perdute con questi 5-6 brani rimasti fuori. Speriamo poi di poter uscire in primavera, se tutto va bene, con l’album nuovo, altrimenti pubblicheremo qualche singolo in estate e a settembre rilasceremo l’album. Dipende tutto anche dai fondi che riusciamo a recuperare.”

Ci sono date in programma? Dove possiamo venirvi a vedere nel futuro?

Sì, ci sono già un bel po’ di date in primavera ed estate. Domani siamo a Milano, poi Roma, Benevento, Avellino e ritorniamo al nord verso marzo. Vorremmo continuare a suonare sempre di più, anche perché di recente abbiamo preso il furgoncino ed è più facile spostarci per i live. Prima era logisticamente più complicato, ma ora si può fare!

Ti ringrazio per essere stato con noi, Carmine!

Grazie a te, è stato un piacere.

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“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 192

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

Abbiamo intervistato il ragazzo dello schiaffo di Jamil 0 4813

Come molti avranno letto sui maggiori magazine nazionali, in questi giorni c’è un acceso dibattito all’interno del mondo dell’hip hop – e non solo – in riferimento all’aggressione ai danni di un ragazzino (minorenne) da parte del rapper Jamil. Secondo quanto raccontatoci da un testimone, l’artista, durante l’esibizione di sabato scorso al Makeba Fest, a Martina Franca (TA), avrebbe dato uno schiaffo ad un ragazzo presente al concerto. Nei video diffusi in rete si vede chiaramente Jamil chiamare il ragazzo in questione – reo di indossare una felpa del brand Propaganda legato a Noyz Narcos, col quale Jamil avrebbe in atto un’accesa rivalità (a nostro parere unilaterale, n.d.r.) – sotto palco. Una volta avvicinatosi, si vede Jamil allungare il braccio per colpirlo, insultandolo l’attimo dopo con la frase “coglione di merda”. Sempre in base alle testimonianze e ai video raccolti dalla nostra redazione, subito dopo l’aggressione un membro dello staff del rapper sarebbe sceso dal palco e avrebbe dato un ulteriore colpo (questa volta una testata) al ragazzo.

La felpa “incriminata”

Per dare voce ai protagonisti, abbiamo contattato il ragazzino, Angelo, che ci ha concesso un’intervista esclusiva per raccontare la sua versione dei fatti. Prima dell’intervista ci siamo accordati con Gast, rapper romano amico di Noyz Narcos, il quale ha voluto chiamare il giovane per sincerarsi delle sue condizioni. Una piccola sorpresa che ha fatto molto felice Angelo, fan da tempo del Truceklan, utile anche per dargli la carica prima di iniziare la nostra intervista.
Ad onor del vero, abbiamo tentato di contattare anche Jamil per avere una sua versione dei fatti, ma non ci è pervenuta risposta e ne rispettiamo la volontà, rinnovandogli l’invito adesso tramite le nostre pagine.

Ciao Angelo! Per iniziare, ti è piaciuta la sorpresa? Cosa vi siete detti con Gast?
Tantissimo! Gast è stato gentilissimo, mi ha chiesto come stavo e si è scusato da parte di tutto l’ambiente hip hop italiano per quello che è successo. Dopodiché abbiamo chiacchierato di musica e mi ha invitato a passare da Roma per incontrarlo e regalarmi il suo merchindising. È stato bellissimo, mi ha fatto un sacco di piacere. È il primo artista che in tutta questa storia si è esposto e ci ha messo la faccia, nella maniera più umile possibile. Ho davvero apprezzato il suo gesto. Un mito.

Perfetto, siamo contenti che la sorpresa ti sia piaciuta. La storia la conosciamo tutti e i video sono ormai di dominio pubblico, ma chiariamo una cosa: Sapevi che ci fosse un po’ di tensione fra l’ambiente di Propaganda e quello di Jamil?
Sapevo ci fossero stati degli screzi, ma allo stesso tempo si parla di un po’ di tempo fa. Sinceramente, non avrei mai pensato si potesse arrivare a questo punto, né che potessero andarci di mezzo i fan. Poi parliamoci chiaro: Noyz Narcos non ha mai dato troppa importanza a Jamil – parliamo di una strofa rispetto a ben due dissing – e così i suoi fan. Se la cosa non è reciproca che colpa ne ho? Non ci stavo proprio pensando, credimi.”

Il dibattito rispetto a ciò che ha fatto Jamil è arrivato a livello nazionale, al punto che molte testate giornalistiche e finanche molti Youtubers ne hanno parlato. Primi fra tutti, gli Arcade Boyz hanno dedicato sette minuti e mezzo di video alla vicenda. Loro, come tanti altri e anche Jamil stesso sotto un post su Instagram di Aban, hanno equiparato il gesto della felpa all’indossare la maglia della Juve (o della Lega, secondo gli Arcade Boyz) a Napoli. Col senno di poi, ti trovi d’accordo con queste affermazioni?
Il ragionamento da fare è ben diverso: Jamil e Noyz Narcos – ma anche chiunque altro in una situazione simile – sono persone adulte e mature, e dovrebbero sbrigarsela fra di loro, lasciando ascoltare ai ragazzi quello che cazzo gli pare. Un po’ come i genitori dovrebbero lasciar scegliere al proprio figlio quale squadra tifare. Adesso, io so che il calcio è ben diverso dal rap: tutti quanti ascoltiamo centinaia di artisti diversi, è normalissimo; tifare due squadre un po’ meno. Ma, comunque, ognuno è libero di fare ciò che vuole.
In ogni caso, io ho sentito gli Arcade Boyz e ci ho parlato. Loro hanno un po’ provato a difendere Jamil e il suo gesto: ora, io non metto in dubbio che la mia non sia stata un’idea furbissima, dettata più che altro dall’inconsapevolezza del problema, ma è davvero giustificabile uno schiaffo senza alcuna reale provocazione dietro?”

Quindi non c’è stata una tua vera provocazione oltre quella – involontaria, come dici – di indossare la felpa?
Assolutamente no, io ero in fondo, neanche sotto palco come dicono tutti. Anzi, sotto palco mi ci hanno chiamato per poi, dopo quello che è successo, farmici allontanare. E ancora, dopo la vicenda sono andato in ospedale, non sono rimasto al concerto come molti dicono.

Dopo quanto accaduto continuerai ancora ad ascoltare Jamil?
Come artista non mi dispiace e continuerò ad ascoltarlo. Come persona, sinceramente, mi è molto scaduta

Che indosserai al prossimo concerto?
Qualsiasi cosa, non importa!

N.B.: Di seguito pubblichiamo due dei numerosi video che ritraggono il momento della presunta aggressione. Nel primo di questi video, registrato ai piedi del palco, si vede il rapper chiamare Angelo e, successivamente, dargli quello che sembra uno schiaffo. Nel secondo video, ripreso da più dietro rispetto al primo, oltre alla già citata scena è possibile vedere, intorno al minuto 00:26, un membro dello staff di Jamil dare una testata ad Angelo.

 

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