Intervista a Luciano Esse, “The Flame ha lasciato il segno; presto nuove release” 0 1911

È il terzo anno della mia dj residency al Sound Department. A piccoli passi stiamo cercando di dare un qualcosa che prima di noi non c’era mai stato in Puglia.

Che l’Italia sia un paese strano lo si capisce quasi subito guardandosi un po’ attorno. Abbiamo una percezione del mondo che ci circonda completamente diversa dal resto d’Europa – basta pensare a come intendiamo noi il cibo, il cinema o semplicemente l’amore. Purtroppo, questa percezione del mondo finisce per influenzare il nostro modo di intendere una cosa tanto oggettiva quanto lo è la musica. Così, si finisce per oscurare alcuni generi, movimenti, che coinvolgono decine di migliaia di persone. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che avete sentito la stampa specializzata parlare di clubbing, al di fuori delle accuse in tema di stupefacenti? Penso parecchio. Così, a partire da oggi, abbiamo deciso di intraprendere un percorso mirato a conoscere e far conoscere quello che è uno dei movimenti più seguiti (e ignorati) d’Italia.
Quello di Luciano Esse (Luciano Sambati) è probabilmente uno dei nomi più chiacchierati del movimento, soprattutto al Sud Italia. Con una carriera lunga quasi vent’anni, il dj salentino è stato uno dei pionieri della musica house e techno e del clubbing in Italia e al Sud per come lo percepiamo adesso. Dopo aver suonato praticamente in tutta Europa, l’artista è adesso fermo da un po’ di anni al Sud, dove suona come dj resident al Sound Department. Curiosi di approfondire la conoscenza con un veterano della consolle, abbiamo intervistato in esclusiva Luciano Esse, parlando della sua carriera, del movimento del clubbing in Italia e dei progetti futuri.

Ciao Luciano! Per scaldarci, ti chiedo un breve riepilogo della tua carriera dall’Enjoy Group fino al The Flame.

Era l’inizio degli anni ‘90 quando entrai a far parte dell’Enjoy Group come PR. Ero da poco  diventato maggiorenne. Erano i primissimi house parties salentini, con consolle formate da Ivano Collalti, Ricky, Ralf, Flavio e tutta la scena Italiana di allora. Il passaggio al The Flame avvenne invece nel 2003, quando già vivevo a Londra. Divenni uno dei loro resident dj alternando Bari, Milano – The Flame Music Dept @ Amensia – e Londra, ogni settimana.

Come mai Luciano Esse e non un soprannome, come molti fanno? Questione identitaria?

Quando decisi di scegliere un nome da usare da dj, optai per il nome che mi aveva accompagnato negli anni in cui ero PR e organizzatore di afterhours.

Cos’è The Flame?

The Flame è stato per me un trampolino di lancio di altissimo livello. Era una delle crew più avanguardiste d’Italia. Precisamente, è stato un movimento che ha lasciato il segno e che difficilmente verrà dimenticato, perché rappresentava la trasgressione e l’avanguardia, ma soprattutto la cultura musicale!

Sappiamo che hai suonato praticamente in tutta Europa, con un focus particolare a Londra, precisamente al Fabric. Racconta questa esperienza.

Il focus particolare a Londra è probabilmente dovuto al fatto che ci ho vissuto 10 anni ed è lì che è cominciata la mia carriera da dj. Dalle domeniche del Turnmills, cominciai a girare un po’ tutti i locali più importanti di Londra: dal Ministry Of Sound al The End, dal the Cross al The Egg, dal Corsica Studios – dove ho organizzato in seguito diversi parties – al Fuse, ecc. Ad Aprile 2006 la mia prima volta al Fabric, il club dei club! Fu un’esperienza quasi mistica suonare in Room One. Uno dei primi djs italiani a farlo, tra l’altro. Da allora ho avuto la fortuna di suonarci una quindicina di volte, sperimentando anche le altre due Rooms del locale. Negli stessi anni, trascorsi diverse stagioni estive ad Ibiza perché fui ingaggiato da una crew Londinese chiamata “Vitalik”, come resident dj per le domeniche del We Love Sundays at Space. E’ stato un periodo in cui ho suonato in molte città Europee, tra le quali: Mosca, Valencia, Madrid, Barcellona, Manchester, Atene, Lisbona, Leeds, Bordeaux, Bristol, Brighton e tante altre.

Parliamo di clubbing in Italia. Come si è evoluto il movimento qui?

Ho vissuto quasi 3 decenni del mondo del clubbing italiano, dal 1990 ad oggi. Per parlare di quello che e’ successo in questi 30 anni non basterebbe un libro! (ride, n.d.r.)

Allora passiamo alla domanda successiva. Quante e quali difficoltà incontrano i club nell’invitare artisti a suonare? Perché questo accade?

Se parliamo di piccole realtà purtroppo è sempre più difficile stare alle richieste delle agenzie di booking che, abituate agli sperperi delle grandi organizzazioni -quando si tratta di ingaggi di artisti -, giocano sempre al rialzo, o perlomeno ci provano.
I promoters italiani sono sempre stati fin troppo generosi nei riguardi dei guest internazionali – ultimamente anche con artisti Italiani, i cui cachet a 4 zeri sono assolutamente senza alcun senso -, tanto che chiunque venga a suonare nel nostro paese è convinto di poter chiedere qualsiasi cifra!

Come mai quando si parla di discoteche, soprattutto sui media, si parla di droga? Perché questo rapporto di amore et odio nei confronti del clubbing?

Perchè l’Italia è un paese in cui parlare di droghe è sempre stato un taboo, qualcosa di cui non parlare. Quindi, quando lo si fa, fa notizia. Paese proibizionista, retrogrado. Ricordo gli anni londonesi e l’attenzione dei media sulle droghe sintetiche; l’istruire i giovani a cosa si andava incontro quando si prendevano determinati tipi di droghe. Londra era piena di manifesti giganti che parlavano di questo. In Italia in quei tempi non si sapeva neanche cosa fossero alcuni tipi di droghe.”

Cosa rispondi a chi trova sempre un connubio tra droga e discoteche?

Che purtroppo sono due cose che vanno di pari passo. Non esistono club dove non ci sia droga. È sempre stato così e così sarà per sempre.

Parliamo del clubbing in Puglia. Quanto è evoluto il movimento qui da noi? Cosa ci vorrebbe per ‘spingerlo’?

Il clubbing pugliese, sin dai primi tempi, non ha mai avuto nulla in meno del resto d’Italia. Purtroppo le istituzioni non hanno mai dato una mano, ma nonostante ciò abbiamo sempre cercato di dare il meglio, con degli ottimi risultati nel corso degli anni.

Da parecchio tempo sei dj resident al Sound Department. Quanto è importante il Sound all’interno del panorama italiano?

È il terzo anno della mia dj residency al Sound Department. A piccoli passi stiamo cercando di dare un qualcosa che prima di noi non c’era mai stato in Puglia. Un appuntamento settimanale per tutti i clubbers pugliesi e non, con delle line-up che non hanno nulla da invidiare ai migliori clubs mondiali, restando nell’ambito del non-mainstream! È un percorso difficile, ma che sta dando ottimi risultati e che pian pianino sta avendo i suoi riscontri anche in ambito nazionale.

Ci sono progetti intriganti nel tuo futuro di cui vuoi parlarci?

Cerco come sempre di ritagliarmi del tempo per creare musica. In programma alcune releases, di cui una è quella sulla nostra etichetta discografica Sound Department Ascolti. Vinile che uscirà con i remix di Mark Broom e Arnaud Le Texier.

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“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 193

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

Abbiamo intervistato il ragazzo dello schiaffo di Jamil 0 4813

Come molti avranno letto sui maggiori magazine nazionali, in questi giorni c’è un acceso dibattito all’interno del mondo dell’hip hop – e non solo – in riferimento all’aggressione ai danni di un ragazzino (minorenne) da parte del rapper Jamil. Secondo quanto raccontatoci da un testimone, l’artista, durante l’esibizione di sabato scorso al Makeba Fest, a Martina Franca (TA), avrebbe dato uno schiaffo ad un ragazzo presente al concerto. Nei video diffusi in rete si vede chiaramente Jamil chiamare il ragazzo in questione – reo di indossare una felpa del brand Propaganda legato a Noyz Narcos, col quale Jamil avrebbe in atto un’accesa rivalità (a nostro parere unilaterale, n.d.r.) – sotto palco. Una volta avvicinatosi, si vede Jamil allungare il braccio per colpirlo, insultandolo l’attimo dopo con la frase “coglione di merda”. Sempre in base alle testimonianze e ai video raccolti dalla nostra redazione, subito dopo l’aggressione un membro dello staff del rapper sarebbe sceso dal palco e avrebbe dato un ulteriore colpo (questa volta una testata) al ragazzo.

La felpa “incriminata”

Per dare voce ai protagonisti, abbiamo contattato il ragazzino, Angelo, che ci ha concesso un’intervista esclusiva per raccontare la sua versione dei fatti. Prima dell’intervista ci siamo accordati con Gast, rapper romano amico di Noyz Narcos, il quale ha voluto chiamare il giovane per sincerarsi delle sue condizioni. Una piccola sorpresa che ha fatto molto felice Angelo, fan da tempo del Truceklan, utile anche per dargli la carica prima di iniziare la nostra intervista.
Ad onor del vero, abbiamo tentato di contattare anche Jamil per avere una sua versione dei fatti, ma non ci è pervenuta risposta e ne rispettiamo la volontà, rinnovandogli l’invito adesso tramite le nostre pagine.

Ciao Angelo! Per iniziare, ti è piaciuta la sorpresa? Cosa vi siete detti con Gast?
Tantissimo! Gast è stato gentilissimo, mi ha chiesto come stavo e si è scusato da parte di tutto l’ambiente hip hop italiano per quello che è successo. Dopodiché abbiamo chiacchierato di musica e mi ha invitato a passare da Roma per incontrarlo e regalarmi il suo merchindising. È stato bellissimo, mi ha fatto un sacco di piacere. È il primo artista che in tutta questa storia si è esposto e ci ha messo la faccia, nella maniera più umile possibile. Ho davvero apprezzato il suo gesto. Un mito.

Perfetto, siamo contenti che la sorpresa ti sia piaciuta. La storia la conosciamo tutti e i video sono ormai di dominio pubblico, ma chiariamo una cosa: Sapevi che ci fosse un po’ di tensione fra l’ambiente di Propaganda e quello di Jamil?
Sapevo ci fossero stati degli screzi, ma allo stesso tempo si parla di un po’ di tempo fa. Sinceramente, non avrei mai pensato si potesse arrivare a questo punto, né che potessero andarci di mezzo i fan. Poi parliamoci chiaro: Noyz Narcos non ha mai dato troppa importanza a Jamil – parliamo di una strofa rispetto a ben due dissing – e così i suoi fan. Se la cosa non è reciproca che colpa ne ho? Non ci stavo proprio pensando, credimi.”

Il dibattito rispetto a ciò che ha fatto Jamil è arrivato a livello nazionale, al punto che molte testate giornalistiche e finanche molti Youtubers ne hanno parlato. Primi fra tutti, gli Arcade Boyz hanno dedicato sette minuti e mezzo di video alla vicenda. Loro, come tanti altri e anche Jamil stesso sotto un post su Instagram di Aban, hanno equiparato il gesto della felpa all’indossare la maglia della Juve (o della Lega, secondo gli Arcade Boyz) a Napoli. Col senno di poi, ti trovi d’accordo con queste affermazioni?
Il ragionamento da fare è ben diverso: Jamil e Noyz Narcos – ma anche chiunque altro in una situazione simile – sono persone adulte e mature, e dovrebbero sbrigarsela fra di loro, lasciando ascoltare ai ragazzi quello che cazzo gli pare. Un po’ come i genitori dovrebbero lasciar scegliere al proprio figlio quale squadra tifare. Adesso, io so che il calcio è ben diverso dal rap: tutti quanti ascoltiamo centinaia di artisti diversi, è normalissimo; tifare due squadre un po’ meno. Ma, comunque, ognuno è libero di fare ciò che vuole.
In ogni caso, io ho sentito gli Arcade Boyz e ci ho parlato. Loro hanno un po’ provato a difendere Jamil e il suo gesto: ora, io non metto in dubbio che la mia non sia stata un’idea furbissima, dettata più che altro dall’inconsapevolezza del problema, ma è davvero giustificabile uno schiaffo senza alcuna reale provocazione dietro?”

Quindi non c’è stata una tua vera provocazione oltre quella – involontaria, come dici – di indossare la felpa?
Assolutamente no, io ero in fondo, neanche sotto palco come dicono tutti. Anzi, sotto palco mi ci hanno chiamato per poi, dopo quello che è successo, farmici allontanare. E ancora, dopo la vicenda sono andato in ospedale, non sono rimasto al concerto come molti dicono.

Dopo quanto accaduto continuerai ancora ad ascoltare Jamil?
Come artista non mi dispiace e continuerò ad ascoltarlo. Come persona, sinceramente, mi è molto scaduta

Che indosserai al prossimo concerto?
Qualsiasi cosa, non importa!

N.B.: Di seguito pubblichiamo due dei numerosi video che ritraggono il momento della presunta aggressione. Nel primo di questi video, registrato ai piedi del palco, si vede il rapper chiamare Angelo e, successivamente, dargli quello che sembra uno schiaffo. Nel secondo video, ripreso da più dietro rispetto al primo, oltre alla già citata scena è possibile vedere, intorno al minuto 00:26, un membro dello staff di Jamil dare una testata ad Angelo.

 

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