Intervista a Luciano Esse, “The Flame ha lasciato il segno; presto nuove release” 0 2007

È il terzo anno della mia dj residency al Sound Department. A piccoli passi stiamo cercando di dare un qualcosa che prima di noi non c’era mai stato in Puglia.

Che l’Italia sia un paese strano lo si capisce quasi subito guardandosi un po’ attorno. Abbiamo una percezione del mondo che ci circonda completamente diversa dal resto d’Europa – basta pensare a come intendiamo noi il cibo, il cinema o semplicemente l’amore. Purtroppo, questa percezione del mondo finisce per influenzare il nostro modo di intendere una cosa tanto oggettiva quanto lo è la musica. Così, si finisce per oscurare alcuni generi, movimenti, che coinvolgono decine di migliaia di persone. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che avete sentito la stampa specializzata parlare di clubbing, al di fuori delle accuse in tema di stupefacenti? Penso parecchio. Così, a partire da oggi, abbiamo deciso di intraprendere un percorso mirato a conoscere e far conoscere quello che è uno dei movimenti più seguiti (e ignorati) d’Italia.
Quello di Luciano Esse (Luciano Sambati) è probabilmente uno dei nomi più chiacchierati del movimento, soprattutto al Sud Italia. Con una carriera lunga quasi vent’anni, il dj salentino è stato uno dei pionieri della musica house e techno e del clubbing in Italia e al Sud per come lo percepiamo adesso. Dopo aver suonato praticamente in tutta Europa, l’artista è adesso fermo da un po’ di anni al Sud, dove suona come dj resident al Sound Department. Curiosi di approfondire la conoscenza con un veterano della consolle, abbiamo intervistato in esclusiva Luciano Esse, parlando della sua carriera, del movimento del clubbing in Italia e dei progetti futuri.

Ciao Luciano! Per scaldarci, ti chiedo un breve riepilogo della tua carriera dall’Enjoy Group fino al The Flame.

Era l’inizio degli anni ‘90 quando entrai a far parte dell’Enjoy Group come PR. Ero da poco  diventato maggiorenne. Erano i primissimi house parties salentini, con consolle formate da Ivano Collalti, Ricky, Ralf, Flavio e tutta la scena Italiana di allora. Il passaggio al The Flame avvenne invece nel 2003, quando già vivevo a Londra. Divenni uno dei loro resident dj alternando Bari, Milano – The Flame Music Dept @ Amensia – e Londra, ogni settimana.

Come mai Luciano Esse e non un soprannome, come molti fanno? Questione identitaria?

Quando decisi di scegliere un nome da usare da dj, optai per il nome che mi aveva accompagnato negli anni in cui ero PR e organizzatore di afterhours.

Cos’è The Flame?

The Flame è stato per me un trampolino di lancio di altissimo livello. Era una delle crew più avanguardiste d’Italia. Precisamente, è stato un movimento che ha lasciato il segno e che difficilmente verrà dimenticato, perché rappresentava la trasgressione e l’avanguardia, ma soprattutto la cultura musicale!

Sappiamo che hai suonato praticamente in tutta Europa, con un focus particolare a Londra, precisamente al Fabric. Racconta questa esperienza.

Il focus particolare a Londra è probabilmente dovuto al fatto che ci ho vissuto 10 anni ed è lì che è cominciata la mia carriera da dj. Dalle domeniche del Turnmills, cominciai a girare un po’ tutti i locali più importanti di Londra: dal Ministry Of Sound al The End, dal the Cross al The Egg, dal Corsica Studios – dove ho organizzato in seguito diversi parties – al Fuse, ecc. Ad Aprile 2006 la mia prima volta al Fabric, il club dei club! Fu un’esperienza quasi mistica suonare in Room One. Uno dei primi djs italiani a farlo, tra l’altro. Da allora ho avuto la fortuna di suonarci una quindicina di volte, sperimentando anche le altre due Rooms del locale. Negli stessi anni, trascorsi diverse stagioni estive ad Ibiza perché fui ingaggiato da una crew Londinese chiamata “Vitalik”, come resident dj per le domeniche del We Love Sundays at Space. E’ stato un periodo in cui ho suonato in molte città Europee, tra le quali: Mosca, Valencia, Madrid, Barcellona, Manchester, Atene, Lisbona, Leeds, Bordeaux, Bristol, Brighton e tante altre.

Parliamo di clubbing in Italia. Come si è evoluto il movimento qui?

Ho vissuto quasi 3 decenni del mondo del clubbing italiano, dal 1990 ad oggi. Per parlare di quello che e’ successo in questi 30 anni non basterebbe un libro! (ride, n.d.r.)

Allora passiamo alla domanda successiva. Quante e quali difficoltà incontrano i club nell’invitare artisti a suonare? Perché questo accade?

Se parliamo di piccole realtà purtroppo è sempre più difficile stare alle richieste delle agenzie di booking che, abituate agli sperperi delle grandi organizzazioni -quando si tratta di ingaggi di artisti -, giocano sempre al rialzo, o perlomeno ci provano.
I promoters italiani sono sempre stati fin troppo generosi nei riguardi dei guest internazionali – ultimamente anche con artisti Italiani, i cui cachet a 4 zeri sono assolutamente senza alcun senso -, tanto che chiunque venga a suonare nel nostro paese è convinto di poter chiedere qualsiasi cifra!

Come mai quando si parla di discoteche, soprattutto sui media, si parla di droga? Perché questo rapporto di amore et odio nei confronti del clubbing?

Perchè l’Italia è un paese in cui parlare di droghe è sempre stato un taboo, qualcosa di cui non parlare. Quindi, quando lo si fa, fa notizia. Paese proibizionista, retrogrado. Ricordo gli anni londonesi e l’attenzione dei media sulle droghe sintetiche; l’istruire i giovani a cosa si andava incontro quando si prendevano determinati tipi di droghe. Londra era piena di manifesti giganti che parlavano di questo. In Italia in quei tempi non si sapeva neanche cosa fossero alcuni tipi di droghe.”

Cosa rispondi a chi trova sempre un connubio tra droga e discoteche?

Che purtroppo sono due cose che vanno di pari passo. Non esistono club dove non ci sia droga. È sempre stato così e così sarà per sempre.

Parliamo del clubbing in Puglia. Quanto è evoluto il movimento qui da noi? Cosa ci vorrebbe per ‘spingerlo’?

Il clubbing pugliese, sin dai primi tempi, non ha mai avuto nulla in meno del resto d’Italia. Purtroppo le istituzioni non hanno mai dato una mano, ma nonostante ciò abbiamo sempre cercato di dare il meglio, con degli ottimi risultati nel corso degli anni.

Da parecchio tempo sei dj resident al Sound Department. Quanto è importante il Sound all’interno del panorama italiano?

È il terzo anno della mia dj residency al Sound Department. A piccoli passi stiamo cercando di dare un qualcosa che prima di noi non c’era mai stato in Puglia. Un appuntamento settimanale per tutti i clubbers pugliesi e non, con delle line-up che non hanno nulla da invidiare ai migliori clubs mondiali, restando nell’ambito del non-mainstream! È un percorso difficile, ma che sta dando ottimi risultati e che pian pianino sta avendo i suoi riscontri anche in ambito nazionale.

Ci sono progetti intriganti nel tuo futuro di cui vuoi parlarci?

Cerco come sempre di ritagliarmi del tempo per creare musica. In programma alcune releases, di cui una è quella sulla nostra etichetta discografica Sound Department Ascolti. Vinile che uscirà con i remix di Mark Broom e Arnaud Le Texier.

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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