Intervista a Lemandorle, “Il disco è l’obiettivo” 0 2109

L’obiettivo resta il disco soprattutto per noi esordienti. È una tappa importante, che ti definisce, e proprio per questo stiamo cercando di lavorarci con particolare attenzione

Poco più di un anno fa, in estate, un pezzo intitolato “Le Ragazze” impazzava su tutte le radio e le spiagge italiane, suscitando molto interesse da parte del pubblico. De Lemandorle, però, si sapeva davvero poco. Si arrivò a pensarle tutte, finché un comunicato stampa non dissipò qualche dubbio: ” Lemandorle hanno la barba. […] Lemandorle sono in due: un po’ di dj, un po’ producer, un po’ cantautori“.
Senza mai svelare i loro cognomi, intanto, il duo ha pubblicato altri due singoli – di cui l’ultimo, “San Junipero”, pochi giorni fa – ed è reduce da un mini tour in tutta Italia. Noi avevamo voglia di approfondire la conoscenza di questi artisti, così ci siamo fatti una lunga chiacchierata con Gianluca, uno dei due uomini barbuti che si cela dietro il nome Lemandorle.


Di voi, da quando siete nati musicalmente, si è sempre saputo poco e sempre un po’ alla volta. Sappiamo che vi chiamate Lemandorle, che siete due ragazzi, che avete la barba e che la vostra musica è un mischione indie-pop elettronico. C’è altro che volete aggiungere?

Mh… No! (ride, n.d.r.)”

Abbiamo detto tutto allora. Come sono nati Lemandorle? Vi conoscevate già?

Noi siamo principalmente grandi appassionati di musica. Entrambi avevamo già dei percorsi legati agli ascolti, al mettere dischi, far serate e suonare come dj. Ci conosciamo da una quindicina d’anni: nel corso del tempo abbiamo collaborato su varie cose, organizzato eventi, lavorato sul territorio. Poi niente, ad un certo punto abbiamo deciso di mettere insieme i pezzi, gli ascolti, le cose che avevamo in testa, ed è uscito “Le ragazze”. È stato un po’ il risultato di tutto quel tempo passato a sperimentare insieme. Abbiamo caricato il pezzo su Soundcloud, mandato un paio di mail in giro ed il pezzo è subito piaciuto.

Le Ragazze” è infatti la prima delle “sole” tre canzone finora pubblicate di cui una, possiamo dirlo, un vero tormentone: “Ti Amo il Venerdì Sera” ha raggiunto da poco il milione di views su Spotify ed è stata inserita nella playlist Best of 2017 Indie Italia. Mica male come inizio, insomma.

No no, infatti noi siamo molto sorpresi e, al tempo stesso, contentissimi. Se qualcuno ci avesse detto vent’anni fa che avremmo avuto un pezzo con un milione di ascolti e un altro in rotazione su Radio Deejay gli avremmo dato del matto. Stiamo vivendo questa cosa in modo molto tranquillo, umile, andando avanti passo dopo passo con molta calma.”

A fine novembre avete pubblicato invece un nuovo pezzo, “San Junipero”, che per altro in pochi giorni ha raggiunto le 100mila views – sempre per restare sul pezzo. La canzone e il video sembrano parlare di una storia d’amore finita, confermate? C’è qualche collegamento con la puntata omonima di Black Mirror?

Il collegamento ovviamente c’è, ma ad un livello estetico. Non è un pezzo che abbiamo scritto ispirandoci alla trama o alla storia, ma più all’immaginario rappresentato all’interno di quell’episodio. Una cosa più rarefatta, dreamy se vogliamo, visto che si parlava di una specie di sogno/dimensione – senza voler spoilerare niente. Quindi sì, quel pezzo è nato legandosi a quel tipo di sensazione. Una sensazione che sentivamo e che abbiamo ritrovato soprattutto con le immagini del video, girato da Paolo Raeli, un fotografo con cui avevamo già collaborato in passato: ci ha creato lui la copertina di “Ti Amo il Venerdì Sera”. Lui ci piace molto, lo sentiamo tanto vicino alle cose che facciamo e alle tematiche dei pezzi, che spesso, come “San Junipero”, sono l’espressione di sentimenti e sensazioni collegati alle relazioni umane. Le dinamiche alla fine sono sempre quelle.
Paolo, come ti dicevo, ci è piaciuto da subito.
È uno dei nomi di cui si sentirà tanto parlare nei prossimi anni, nel campo fotografico è molto conosciuto. In Corea del Sud è una celebrità, ha fatto delle esposizioni lì ed è visto come una star. Ha un immaginario molti vicino a quello che cerchiamo noi e penso collaboreremo sempre con lui per quanto riguarda gli aspetti grafici.”

Come mai questa scelta di far uscire tre canzoni nel giro di un anno? Troppi impegni o strategia studiata a tavolino?

No, non è una cosa studiata a tavolino, semplicemente è successo. Il tempo che è intercorso è dovuto da un lato anche a dei ritardi discografici, rinvii non programmati, tutte cose che succedono relativamente spesso. Per il resto non c’è una strategia precisa, cerchiamo di far uscire le cose quando ce la sentiamo, senza particolari pressioni, in maniera molto naturale e libera.”

Su Spotify avete una playlist che aggiornate costantemente con la musica che vi piace: si vai dai Talking Heads a Pino Daniele, da Drake a Lucio Dalla. Che siate grandi conoscitori di musica lo sapevamo, ma con cosa siete davvero in fissa al momento?

In generale non siamo mai in fissa con una cosa precisa. Ti dirò. quella playlist è nata proprio in quell’ottica lì, dall’idea di trasmettere le cose che ci possono colpire al momento – che siano uscite recenti o meno. Inoltre abbiamo un bagaglio di ascolti abbastanza diverso, con una base di pop ed elettronica in comune. Marco è più sul black, l’hip hop, il funk. Io sono più sull’indie, il rock ‘n’ roll. L’ultimo disco che ho sentito è stato quello di Jovanotti, mi incuriosiva molto…”

Ti è piaciuto?

“…Beh, è un disco coraggioso. L’ho ascoltato tre o quattro volte per cercare di interiorizzarlo.”

Noisey ha recentemente pubblicato una recensione intitolata “Jovanotti e Rick Rubin hanno fatto il peggior disco di Jovanotti”…

Sì, l’ho letto anch’io quell’articolo. Al di là delle metafore un po’ colorite, in parte quello che è stato scritto lo condivido: non tanto sulla bruttezza o bellezza dei pezzi, che non spetta a me giudicare, ma sulla sfida che impone lavorare con uno come Rubin. Quando ti appoggia un produttore di quel tipo innanzitutto le aspettative sono alte, e poi devi accettare anche le scelte che quel produttore decide di fare e non è semplice, in seguito, riprendere in mano la situazione – come per altro a Jovanotti era già capitato. Il disco è comunque interessante, coraggioso. Certo è che lui non aveva bisogno di un disco per andare a riempire gli stadi, ma se ha fatto questa scelta è perché voleva fare una cosa un po’ fuori dagli schemi.

Bene, visto che stiamo parlando della scena musicale, c’è da dire che l’indie italiano sta vivendo un periodo d’oro quest’anno con tantissime uscite di successo: non solo Lemandorle, ma anche Ex-Otago, Frah Quintale, Ghemon, Le Luci della Centrale Elettrica. E rimangono una quindicina di giorni alla fine dell’anno. A cosa pensate sia dovuto questo boom dell’indie? Sta cambiando qualcosa in Italia?

Sicuramente qualcosa sta cambiando, da parte delle nuove generazioni c’è una maggior attenzione verso la musica e, soprattutto, il cantato italiano. L’ondata credo sia partita cinque-sei anni fa con l’hip hop, che ebbe una vera e propria esplosione qui da noi, e questa cosa si è portata dietro un’attenzione per tutto ciò che era cantato in italiano. È un bellissimo momento: non credo che negli anni precedenti ci siano stati così tanti riflettori puntati su tutta la scena musicale italiana. Per dire, negli anni novanta abbiamo vissuto un periodo nero, dove solo il mainstream faceva numeri e vendite e c’era solo una piccola nicchia che cercava di sopravvivere, formata da Marlene Kuntz, Afterhours, Casino Royal, da cui poi fondamentalmente riuscirono ad uscire solo i Prozac e i Subsonica. È chiaro che questo periodo è favorito anche dalla maggiore fruibilità della musica, con Soundcloud, Youtube, Spotify. Ma più in generale c’è molta più attenzione da parte delle generazioni più giovani verso la musica non mainstream...”

È verissimo, ho notato anch’io un interesse sempre crescente dei giovani verso la musica indipendente, ma ancor più verso la musica italiana…

“…L’italia è un Paese molto particolare, forse uno dei più nazionalisti dal punto di vista musicale. Se vedi le classifiche degli ascolti degli altri Paesi, fatta esclusione per America e Inghilterra, tutti gli altri hanno una percentuale di musica estera che, in una Top 20, si attesta sul 70%. Noi no. Abbiamo avuto sempre una fortissima identità musicale: può piacere o meno, ma – al di là dell’indie – Emma Marrone, la Pausini, Ramazzotti, sono nomi che la gente ascolta e ha sempre ascoltato. I ragazzi più giovani sicuramente ci prestavano meno attenzione, ma adesso ci sono artisti che si avvicinano di più ai loro gusti.

Inoltre, questo periodo d’oro permette alla musica indipendente di mescolarsi e interfacciarsi col mondo mainstream: pensiamo a Coez che ha addobbato l’albero con dischi d’oro e di platino, ma anche a Manuel Agnelli giudice di X Factor e dell’ottimo lavoro svolto sui Maneskin.

Ho visto alcune clip su di loro. Ma sai, non l’ho seguito nel dettaglio, ma è una roba che funziona molto perché è parecchio rock in un periodo in cui le chitarre sono state bandite – e con le chitarre intendo tutto quell’atteggiamento da “rockstar”. Loro lo stanno riportando in auge, avvalendosi anche di un potente strumento mediatico. Più in generale, la cosa molto interessante è anche Calcutta che scrive un pezzo alla Michelin, o Cosmo chiamato a mettere i dischi nello shop di Jovanotti. È un bacino da cui attingono anche le grosse etichette, i grossi nomi, e questo è importante. Erano cose impensabili fino a quindici o venti anni fa.

Torniamo adesso a parlare di Lemandorle. Di recente avete finito un tour italiano, dando ai vostri fan un piccolo assaggio live della vostra musica. Quanto dobbiamo aspettare per altre date?

Ma guarda, riprenderemo abbastanza presto, già da febbraio. Ci godiamo le vacanze di Natale per ora – anche se a Capodanno suoneremo. Ci siamo fermati l’altra settimana, eravamo in giro da giugno ed è stata una bell’esperienza, molto formativa.

 

Hai date da volermi segnalare, qualche prossima uscita? Un singolo?

Massì, un singolo uscirà, non so ancora dirti quando .Ovviamente sempre coi nostri tempi, con molta calma. (ride, n.d.r.) Però insomma, già dall’inizio del prossimo anno qualcosa la pubblicheremo

Sappiamo infatti che ci sono parecchie canzoni in cantiere e per chiudere volevo chiederti se avete in mente, tra i progetti futuri, di includere tutti questi singoli in un lavoro più ampio come un disco?

Sicuramente sì, l’obiettivo resta il disco soprattutto per noi esordienti. È una tappa importante, che ti definisce, e proprio per questo stiamo cercando di lavorarci con particolare attenzione, sempre rimanendo come già detto nei nostri tempi.

Grazie mille per essere stato con noi Gianluca!

Grazie a te!

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Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 124

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 159

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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