Intervista a Lemandorle, “Il disco è l’obiettivo” 0 1623

L’obiettivo resta il disco soprattutto per noi esordienti. È una tappa importante, che ti definisce, e proprio per questo stiamo cercando di lavorarci con particolare attenzione

Poco più di un anno fa, in estate, un pezzo intitolato “Le Ragazze” impazzava su tutte le radio e le spiagge italiane, suscitando molto interesse da parte del pubblico. De Lemandorle, però, si sapeva davvero poco. Si arrivò a pensarle tutte, finché un comunicato stampa non dissipò qualche dubbio: ” Lemandorle hanno la barba. […] Lemandorle sono in due: un po’ di dj, un po’ producer, un po’ cantautori“.
Senza mai svelare i loro cognomi, intanto, il duo ha pubblicato altri due singoli – di cui l’ultimo, “San Junipero”, pochi giorni fa – ed è reduce da un mini tour in tutta Italia. Noi avevamo voglia di approfondire la conoscenza di questi artisti, così ci siamo fatti una lunga chiacchierata con Gianluca, uno dei due uomini barbuti che si cela dietro il nome Lemandorle.


Di voi, da quando siete nati musicalmente, si è sempre saputo poco e sempre un po’ alla volta. Sappiamo che vi chiamate Lemandorle, che siete due ragazzi, che avete la barba e che la vostra musica è un mischione indie-pop elettronico. C’è altro che volete aggiungere?

Mh… No! (ride, n.d.r.)”

Abbiamo detto tutto allora. Come sono nati Lemandorle? Vi conoscevate già?

Noi siamo principalmente grandi appassionati di musica. Entrambi avevamo già dei percorsi legati agli ascolti, al mettere dischi, far serate e suonare come dj. Ci conosciamo da una quindicina d’anni: nel corso del tempo abbiamo collaborato su varie cose, organizzato eventi, lavorato sul territorio. Poi niente, ad un certo punto abbiamo deciso di mettere insieme i pezzi, gli ascolti, le cose che avevamo in testa, ed è uscito “Le ragazze”. È stato un po’ il risultato di tutto quel tempo passato a sperimentare insieme. Abbiamo caricato il pezzo su Soundcloud, mandato un paio di mail in giro ed il pezzo è subito piaciuto.

Le Ragazze” è infatti la prima delle “sole” tre canzone finora pubblicate di cui una, possiamo dirlo, un vero tormentone: “Ti Amo il Venerdì Sera” ha raggiunto da poco il milione di views su Spotify ed è stata inserita nella playlist Best of 2017 Indie Italia. Mica male come inizio, insomma.

No no, infatti noi siamo molto sorpresi e, al tempo stesso, contentissimi. Se qualcuno ci avesse detto vent’anni fa che avremmo avuto un pezzo con un milione di ascolti e un altro in rotazione su Radio Deejay gli avremmo dato del matto. Stiamo vivendo questa cosa in modo molto tranquillo, umile, andando avanti passo dopo passo con molta calma.”

A fine novembre avete pubblicato invece un nuovo pezzo, “San Junipero”, che per altro in pochi giorni ha raggiunto le 100mila views – sempre per restare sul pezzo. La canzone e il video sembrano parlare di una storia d’amore finita, confermate? C’è qualche collegamento con la puntata omonima di Black Mirror?

Il collegamento ovviamente c’è, ma ad un livello estetico. Non è un pezzo che abbiamo scritto ispirandoci alla trama o alla storia, ma più all’immaginario rappresentato all’interno di quell’episodio. Una cosa più rarefatta, dreamy se vogliamo, visto che si parlava di una specie di sogno/dimensione – senza voler spoilerare niente. Quindi sì, quel pezzo è nato legandosi a quel tipo di sensazione. Una sensazione che sentivamo e che abbiamo ritrovato soprattutto con le immagini del video, girato da Paolo Raeli, un fotografo con cui avevamo già collaborato in passato: ci ha creato lui la copertina di “Ti Amo il Venerdì Sera”. Lui ci piace molto, lo sentiamo tanto vicino alle cose che facciamo e alle tematiche dei pezzi, che spesso, come “San Junipero”, sono l’espressione di sentimenti e sensazioni collegati alle relazioni umane. Le dinamiche alla fine sono sempre quelle.
Paolo, come ti dicevo, ci è piaciuto da subito.
È uno dei nomi di cui si sentirà tanto parlare nei prossimi anni, nel campo fotografico è molto conosciuto. In Corea del Sud è una celebrità, ha fatto delle esposizioni lì ed è visto come una star. Ha un immaginario molti vicino a quello che cerchiamo noi e penso collaboreremo sempre con lui per quanto riguarda gli aspetti grafici.”

Come mai questa scelta di far uscire tre canzoni nel giro di un anno? Troppi impegni o strategia studiata a tavolino?

No, non è una cosa studiata a tavolino, semplicemente è successo. Il tempo che è intercorso è dovuto da un lato anche a dei ritardi discografici, rinvii non programmati, tutte cose che succedono relativamente spesso. Per il resto non c’è una strategia precisa, cerchiamo di far uscire le cose quando ce la sentiamo, senza particolari pressioni, in maniera molto naturale e libera.”

Su Spotify avete una playlist che aggiornate costantemente con la musica che vi piace: si vai dai Talking Heads a Pino Daniele, da Drake a Lucio Dalla. Che siate grandi conoscitori di musica lo sapevamo, ma con cosa siete davvero in fissa al momento?

In generale non siamo mai in fissa con una cosa precisa. Ti dirò. quella playlist è nata proprio in quell’ottica lì, dall’idea di trasmettere le cose che ci possono colpire al momento – che siano uscite recenti o meno. Inoltre abbiamo un bagaglio di ascolti abbastanza diverso, con una base di pop ed elettronica in comune. Marco è più sul black, l’hip hop, il funk. Io sono più sull’indie, il rock ‘n’ roll. L’ultimo disco che ho sentito è stato quello di Jovanotti, mi incuriosiva molto…”

Ti è piaciuto?

“…Beh, è un disco coraggioso. L’ho ascoltato tre o quattro volte per cercare di interiorizzarlo.”

Noisey ha recentemente pubblicato una recensione intitolata “Jovanotti e Rick Rubin hanno fatto il peggior disco di Jovanotti”…

Sì, l’ho letto anch’io quell’articolo. Al di là delle metafore un po’ colorite, in parte quello che è stato scritto lo condivido: non tanto sulla bruttezza o bellezza dei pezzi, che non spetta a me giudicare, ma sulla sfida che impone lavorare con uno come Rubin. Quando ti appoggia un produttore di quel tipo innanzitutto le aspettative sono alte, e poi devi accettare anche le scelte che quel produttore decide di fare e non è semplice, in seguito, riprendere in mano la situazione – come per altro a Jovanotti era già capitato. Il disco è comunque interessante, coraggioso. Certo è che lui non aveva bisogno di un disco per andare a riempire gli stadi, ma se ha fatto questa scelta è perché voleva fare una cosa un po’ fuori dagli schemi.

Bene, visto che stiamo parlando della scena musicale, c’è da dire che l’indie italiano sta vivendo un periodo d’oro quest’anno con tantissime uscite di successo: non solo Lemandorle, ma anche Ex-Otago, Frah Quintale, Ghemon, Le Luci della Centrale Elettrica. E rimangono una quindicina di giorni alla fine dell’anno. A cosa pensate sia dovuto questo boom dell’indie? Sta cambiando qualcosa in Italia?

Sicuramente qualcosa sta cambiando, da parte delle nuove generazioni c’è una maggior attenzione verso la musica e, soprattutto, il cantato italiano. L’ondata credo sia partita cinque-sei anni fa con l’hip hop, che ebbe una vera e propria esplosione qui da noi, e questa cosa si è portata dietro un’attenzione per tutto ciò che era cantato in italiano. È un bellissimo momento: non credo che negli anni precedenti ci siano stati così tanti riflettori puntati su tutta la scena musicale italiana. Per dire, negli anni novanta abbiamo vissuto un periodo nero, dove solo il mainstream faceva numeri e vendite e c’era solo una piccola nicchia che cercava di sopravvivere, formata da Marlene Kuntz, Afterhours, Casino Royal, da cui poi fondamentalmente riuscirono ad uscire solo i Prozac e i Subsonica. È chiaro che questo periodo è favorito anche dalla maggiore fruibilità della musica, con Soundcloud, Youtube, Spotify. Ma più in generale c’è molta più attenzione da parte delle generazioni più giovani verso la musica non mainstream...”

È verissimo, ho notato anch’io un interesse sempre crescente dei giovani verso la musica indipendente, ma ancor più verso la musica italiana…

“…L’italia è un Paese molto particolare, forse uno dei più nazionalisti dal punto di vista musicale. Se vedi le classifiche degli ascolti degli altri Paesi, fatta esclusione per America e Inghilterra, tutti gli altri hanno una percentuale di musica estera che, in una Top 20, si attesta sul 70%. Noi no. Abbiamo avuto sempre una fortissima identità musicale: può piacere o meno, ma – al di là dell’indie – Emma Marrone, la Pausini, Ramazzotti, sono nomi che la gente ascolta e ha sempre ascoltato. I ragazzi più giovani sicuramente ci prestavano meno attenzione, ma adesso ci sono artisti che si avvicinano di più ai loro gusti.

Inoltre, questo periodo d’oro permette alla musica indipendente di mescolarsi e interfacciarsi col mondo mainstream: pensiamo a Coez che ha addobbato l’albero con dischi d’oro e di platino, ma anche a Manuel Agnelli giudice di X Factor e dell’ottimo lavoro svolto sui Maneskin.

Ho visto alcune clip su di loro. Ma sai, non l’ho seguito nel dettaglio, ma è una roba che funziona molto perché è parecchio rock in un periodo in cui le chitarre sono state bandite – e con le chitarre intendo tutto quell’atteggiamento da “rockstar”. Loro lo stanno riportando in auge, avvalendosi anche di un potente strumento mediatico. Più in generale, la cosa molto interessante è anche Calcutta che scrive un pezzo alla Michelin, o Cosmo chiamato a mettere i dischi nello shop di Jovanotti. È un bacino da cui attingono anche le grosse etichette, i grossi nomi, e questo è importante. Erano cose impensabili fino a quindici o venti anni fa.

Torniamo adesso a parlare di Lemandorle. Di recente avete finito un tour italiano, dando ai vostri fan un piccolo assaggio live della vostra musica. Quanto dobbiamo aspettare per altre date?

Ma guarda, riprenderemo abbastanza presto, già da febbraio. Ci godiamo le vacanze di Natale per ora – anche se a Capodanno suoneremo. Ci siamo fermati l’altra settimana, eravamo in giro da giugno ed è stata una bell’esperienza, molto formativa.

 

Hai date da volermi segnalare, qualche prossima uscita? Un singolo?

Massì, un singolo uscirà, non so ancora dirti quando .Ovviamente sempre coi nostri tempi, con molta calma. (ride, n.d.r.) Però insomma, già dall’inizio del prossimo anno qualcosa la pubblicheremo

Sappiamo infatti che ci sono parecchie canzoni in cantiere e per chiudere volevo chiederti se avete in mente, tra i progetti futuri, di includere tutti questi singoli in un lavoro più ampio come un disco?

Sicuramente sì, l’obiettivo resta il disco soprattutto per noi esordienti. È una tappa importante, che ti definisce, e proprio per questo stiamo cercando di lavorarci con particolare attenzione, sempre rimanendo come già detto nei nostri tempi.

Grazie mille per essere stato con noi Gianluca!

Grazie a te!

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 108

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 128

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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