Intervista a Lemandorle, “Il disco è l’obiettivo” 0 1215

L’obiettivo resta il disco soprattutto per noi esordienti. È una tappa importante, che ti definisce, e proprio per questo stiamo cercando di lavorarci con particolare attenzione

Poco più di un anno fa, in estate, un pezzo intitolato “Le Ragazze” impazzava su tutte le radio e le spiagge italiane, suscitando molto interesse da parte del pubblico. De Lemandorle, però, si sapeva davvero poco. Si arrivò a pensarle tutte, finché un comunicato stampa non dissipò qualche dubbio: ” Lemandorle hanno la barba. […] Lemandorle sono in due: un po’ di dj, un po’ producer, un po’ cantautori“.
Senza mai svelare i loro cognomi, intanto, il duo ha pubblicato altri due singoli – di cui l’ultimo, “San Junipero”, pochi giorni fa – ed è reduce da un mini tour in tutta Italia. Noi avevamo voglia di approfondire la conoscenza di questi artisti, così ci siamo fatti una lunga chiacchierata con Gianluca, uno dei due uomini barbuti che si cela dietro il nome Lemandorle.


Di voi, da quando siete nati musicalmente, si è sempre saputo poco e sempre un po’ alla volta. Sappiamo che vi chiamate Lemandorle, che siete due ragazzi, che avete la barba e che la vostra musica è un mischione indie-pop elettronico. C’è altro che volete aggiungere?

Mh… No! (ride, n.d.r.)”

Abbiamo detto tutto allora. Come sono nati Lemandorle? Vi conoscevate già?

Noi siamo principalmente grandi appassionati di musica. Entrambi avevamo già dei percorsi legati agli ascolti, al mettere dischi, far serate e suonare come dj. Ci conosciamo da una quindicina d’anni: nel corso del tempo abbiamo collaborato su varie cose, organizzato eventi, lavorato sul territorio. Poi niente, ad un certo punto abbiamo deciso di mettere insieme i pezzi, gli ascolti, le cose che avevamo in testa, ed è uscito “Le ragazze”. È stato un po’ il risultato di tutto quel tempo passato a sperimentare insieme. Abbiamo caricato il pezzo su Soundcloud, mandato un paio di mail in giro ed il pezzo è subito piaciuto.

Le Ragazze” è infatti la prima delle “sole” tre canzone finora pubblicate di cui una, possiamo dirlo, un vero tormentone: “Ti Amo il Venerdì Sera” ha raggiunto da poco il milione di views su Spotify ed è stata inserita nella playlist Best of 2017 Indie Italia. Mica male come inizio, insomma.

No no, infatti noi siamo molto sorpresi e, al tempo stesso, contentissimi. Se qualcuno ci avesse detto vent’anni fa che avremmo avuto un pezzo con un milione di ascolti e un altro in rotazione su Radio Deejay gli avremmo dato del matto. Stiamo vivendo questa cosa in modo molto tranquillo, umile, andando avanti passo dopo passo con molta calma.”

A fine novembre avete pubblicato invece un nuovo pezzo, “San Junipero”, che per altro in pochi giorni ha raggiunto le 100mila views – sempre per restare sul pezzo. La canzone e il video sembrano parlare di una storia d’amore finita, confermate? C’è qualche collegamento con la puntata omonima di Black Mirror?

Il collegamento ovviamente c’è, ma ad un livello estetico. Non è un pezzo che abbiamo scritto ispirandoci alla trama o alla storia, ma più all’immaginario rappresentato all’interno di quell’episodio. Una cosa più rarefatta, dreamy se vogliamo, visto che si parlava di una specie di sogno/dimensione – senza voler spoilerare niente. Quindi sì, quel pezzo è nato legandosi a quel tipo di sensazione. Una sensazione che sentivamo e che abbiamo ritrovato soprattutto con le immagini del video, girato da Paolo Raeli, un fotografo con cui avevamo già collaborato in passato: ci ha creato lui la copertina di “Ti Amo il Venerdì Sera”. Lui ci piace molto, lo sentiamo tanto vicino alle cose che facciamo e alle tematiche dei pezzi, che spesso, come “San Junipero”, sono l’espressione di sentimenti e sensazioni collegati alle relazioni umane. Le dinamiche alla fine sono sempre quelle.
Paolo, come ti dicevo, ci è piaciuto da subito.
È uno dei nomi di cui si sentirà tanto parlare nei prossimi anni, nel campo fotografico è molto conosciuto. In Corea del Sud è una celebrità, ha fatto delle esposizioni lì ed è visto come una star. Ha un immaginario molti vicino a quello che cerchiamo noi e penso collaboreremo sempre con lui per quanto riguarda gli aspetti grafici.”

Come mai questa scelta di far uscire tre canzoni nel giro di un anno? Troppi impegni o strategia studiata a tavolino?

No, non è una cosa studiata a tavolino, semplicemente è successo. Il tempo che è intercorso è dovuto da un lato anche a dei ritardi discografici, rinvii non programmati, tutte cose che succedono relativamente spesso. Per il resto non c’è una strategia precisa, cerchiamo di far uscire le cose quando ce la sentiamo, senza particolari pressioni, in maniera molto naturale e libera.”

Su Spotify avete una playlist che aggiornate costantemente con la musica che vi piace: si vai dai Talking Heads a Pino Daniele, da Drake a Lucio Dalla. Che siate grandi conoscitori di musica lo sapevamo, ma con cosa siete davvero in fissa al momento?

In generale non siamo mai in fissa con una cosa precisa. Ti dirò. quella playlist è nata proprio in quell’ottica lì, dall’idea di trasmettere le cose che ci possono colpire al momento – che siano uscite recenti o meno. Inoltre abbiamo un bagaglio di ascolti abbastanza diverso, con una base di pop ed elettronica in comune. Marco è più sul black, l’hip hop, il funk. Io sono più sull’indie, il rock ‘n’ roll. L’ultimo disco che ho sentito è stato quello di Jovanotti, mi incuriosiva molto…”

Ti è piaciuto?

“…Beh, è un disco coraggioso. L’ho ascoltato tre o quattro volte per cercare di interiorizzarlo.”

Noisey ha recentemente pubblicato una recensione intitolata “Jovanotti e Rick Rubin hanno fatto il peggior disco di Jovanotti”…

Sì, l’ho letto anch’io quell’articolo. Al di là delle metafore un po’ colorite, in parte quello che è stato scritto lo condivido: non tanto sulla bruttezza o bellezza dei pezzi, che non spetta a me giudicare, ma sulla sfida che impone lavorare con uno come Rubin. Quando ti appoggia un produttore di quel tipo innanzitutto le aspettative sono alte, e poi devi accettare anche le scelte che quel produttore decide di fare e non è semplice, in seguito, riprendere in mano la situazione – come per altro a Jovanotti era già capitato. Il disco è comunque interessante, coraggioso. Certo è che lui non aveva bisogno di un disco per andare a riempire gli stadi, ma se ha fatto questa scelta è perché voleva fare una cosa un po’ fuori dagli schemi.

Bene, visto che stiamo parlando della scena musicale, c’è da dire che l’indie italiano sta vivendo un periodo d’oro quest’anno con tantissime uscite di successo: non solo Lemandorle, ma anche Ex-Otago, Frah Quintale, Ghemon, Le Luci della Centrale Elettrica. E rimangono una quindicina di giorni alla fine dell’anno. A cosa pensate sia dovuto questo boom dell’indie? Sta cambiando qualcosa in Italia?

Sicuramente qualcosa sta cambiando, da parte delle nuove generazioni c’è una maggior attenzione verso la musica e, soprattutto, il cantato italiano. L’ondata credo sia partita cinque-sei anni fa con l’hip hop, che ebbe una vera e propria esplosione qui da noi, e questa cosa si è portata dietro un’attenzione per tutto ciò che era cantato in italiano. È un bellissimo momento: non credo che negli anni precedenti ci siano stati così tanti riflettori puntati su tutta la scena musicale italiana. Per dire, negli anni novanta abbiamo vissuto un periodo nero, dove solo il mainstream faceva numeri e vendite e c’era solo una piccola nicchia che cercava di sopravvivere, formata da Marlene Kuntz, Afterhours, Casino Royal, da cui poi fondamentalmente riuscirono ad uscire solo i Prozac e i Subsonica. È chiaro che questo periodo è favorito anche dalla maggiore fruibilità della musica, con Soundcloud, Youtube, Spotify. Ma più in generale c’è molta più attenzione da parte delle generazioni più giovani verso la musica non mainstream...”

È verissimo, ho notato anch’io un interesse sempre crescente dei giovani verso la musica indipendente, ma ancor più verso la musica italiana…

“…L’italia è un Paese molto particolare, forse uno dei più nazionalisti dal punto di vista musicale. Se vedi le classifiche degli ascolti degli altri Paesi, fatta esclusione per America e Inghilterra, tutti gli altri hanno una percentuale di musica estera che, in una Top 20, si attesta sul 70%. Noi no. Abbiamo avuto sempre una fortissima identità musicale: può piacere o meno, ma – al di là dell’indie – Emma Marrone, la Pausini, Ramazzotti, sono nomi che la gente ascolta e ha sempre ascoltato. I ragazzi più giovani sicuramente ci prestavano meno attenzione, ma adesso ci sono artisti che si avvicinano di più ai loro gusti.

Inoltre, questo periodo d’oro permette alla musica indipendente di mescolarsi e interfacciarsi col mondo mainstream: pensiamo a Coez che ha addobbato l’albero con dischi d’oro e di platino, ma anche a Manuel Agnelli giudice di X Factor e dell’ottimo lavoro svolto sui Maneskin.

Ho visto alcune clip su di loro. Ma sai, non l’ho seguito nel dettaglio, ma è una roba che funziona molto perché è parecchio rock in un periodo in cui le chitarre sono state bandite – e con le chitarre intendo tutto quell’atteggiamento da “rockstar”. Loro lo stanno riportando in auge, avvalendosi anche di un potente strumento mediatico. Più in generale, la cosa molto interessante è anche Calcutta che scrive un pezzo alla Michelin, o Cosmo chiamato a mettere i dischi nello shop di Jovanotti. È un bacino da cui attingono anche le grosse etichette, i grossi nomi, e questo è importante. Erano cose impensabili fino a quindici o venti anni fa.

Torniamo adesso a parlare di Lemandorle. Di recente avete finito un tour italiano, dando ai vostri fan un piccolo assaggio live della vostra musica. Quanto dobbiamo aspettare per altre date?

Ma guarda, riprenderemo abbastanza presto, già da febbraio. Ci godiamo le vacanze di Natale per ora – anche se a Capodanno suoneremo. Ci siamo fermati l’altra settimana, eravamo in giro da giugno ed è stata una bell’esperienza, molto formativa.

 

Hai date da volermi segnalare, qualche prossima uscita? Un singolo?

Massì, un singolo uscirà, non so ancora dirti quando .Ovviamente sempre coi nostri tempi, con molta calma. (ride, n.d.r.) Però insomma, già dall’inizio del prossimo anno qualcosa la pubblicheremo

Sappiamo infatti che ci sono parecchie canzoni in cantiere e per chiudere volevo chiederti se avete in mente, tra i progetti futuri, di includere tutti questi singoli in un lavoro più ampio come un disco?

Sicuramente sì, l’obiettivo resta il disco soprattutto per noi esordienti. È una tappa importante, che ti definisce, e proprio per questo stiamo cercando di lavorarci con particolare attenzione, sempre rimanendo come già detto nei nostri tempi.

Grazie mille per essere stato con noi Gianluca!

Grazie a te!

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“Storia di un Equilibrista”: il primo album di Massimo Stona 0 40

Chi è Massimo Stona? È un cantautore piemontese attivo dal 2008. L’anno successivo pubblica il primo EP e da lì in avanti diversi singoli, mentre continua la sua attività live e la partecipazione a vari festival.

Cosa ha fatto recentemente Massimo Stona? Nel 2017 ha iniziato a collaborare con Guido Guglielminetti, storico bassista – tra le altre cose – di Francesco De Gregori, mentre da poco ha pubblicato il suo primo album intitolato “Storia di un equilibrista“.

Che genere fa Massimo Stona? Diciamo Indie Pop con qualche influenza brasiliana. Un po’ Mannarino, un po’ Negrita, un po’ Brunori.

La title track Storia di un equilibrista apre le danze con un buon mix tra chitarra acustica e base di batteria. Le altre percussioni sembrano non amalgamarsi in modo molto naturale, ma il risultato è comunque un pezzo orecchiabile.

Nell’armadio ci introduce all’anima vagamente latin e lounge di Stona. Si aggiungono piano e percussioni per creare una canzone rilassante, con qualche piccola variazione ogni tanto per non rischiare di annoiare.

Streaming ha la giusta dose di energia e un ritornello che funziona bene.

Con Belladonna ci troviamo un altro ritornello che sa prendere. Anche gli stop improvvisi nelle strofe risultano abbastanza interessanti.

Ascoltando i primi secondi L’agio del naufragio non si può che rimanere un po’ spiazzati: cosa ci fanno queste cosine bippanti in un album del genere? Poi si torna alla normalità. Cori e voce femminile sono un’ottima aggiunta a una base musicale semplice ma efficace.

Con Troppo pigro abbiamo un cambio di ritmo che movimenta un po’ la situazione. Arrivati a metà disco c’è da dire una cosa: la voce che si abbassa in un sussurro pieno di pathos a ogni fine di verso inizia a stufare un po’.

Il suono dello shaker di Gamberi ci riporta brevemente in territorio latino, mentre le strofe della successiva Mannequin ricordano qualcosa dei Bluvertigo. Anche qui non può comunque mancare un rapido intervento di percussioni.

Il suono che richiama quello di un sonar dà il via all’omonimo pezzo – Sonar, appunto. L’ormai immancabile chitarra acustica cede il passo a una batteria e a una tastiera anni ’80. Ancora una volta è il ritornello il vero punto forte.

In Santa pazienza i suoni di pianoforte e archi si mescolano per dare vita a un lentone che non sarebbe male se non ci fosse qualche imprecisione a livello di voce.

Com’è “Storia di un Equilibrista” di Massimo Stona? È un album variegato, che spazia da uno stile all’altro, pur mantenendo in ogni traccia una stessa impronta distintiva data dalla voce e dalla chitarra acustica di Stona. In generale è ben fatto e di facile ascolto, con linee vocali e di basso ritmicamente varie e interessanti. D’altro canto non mancano alcune imprecisioni nella voce e nella chitarra, i testi peccano di rime interne un po’ facilotte (come “agio del naufragio”, per dirne una). Insomma, i margini di miglioramento sono chiari ma la base di partenza non è malvagia.

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Dopo il successo di “Acrobati“, debuttante al primo posto nelle classifiche FIMI e premiato col disco d’oro, Daniele Silvestri è in studio di registrazione per le fasi finali del suo nuovo disco, del quale ancora non si conosce il nome o la tracklist. Nonostante ciò, con dei post su Facebook e Instagram, il cantautore romano ha annunciato il nuovo tour nei palazzetti di tutta Italia per la presentazione del disco, il tutto condito da un breve teaser.

Ci sono voluti 50 anni di vita e 25 di carriera per trovare non tanto il coraggio, quanto la voglia di decidere di fare un tour nei palasport. Ho sempre amato gli spazi più raccolti, o la magia dei teatri… e continuerò a farlo. Ma ho anche sempre avuto voglia di cimentarmi con sfide diverse, e a quanto pare le nuove canzoni sembrano spingermi in questa direzione

Col titolo “Palasport 2019“, le prime date annunciate del tour – alle quali se ne aggiungeranno sicuramente delle altre – prevedono concerti nelle principali città italiane a partire da Ottobre 2019.

PALASPORT 2019 – LE DATE 

25 Ottobre – Roma, Palazzo dello Sport

8 Novembre – Padova, Kione Arena

9 Novembre – Rimini, RDS Stadium

15 Novembre – Bari, Palaflorio

16 Novembre – Napoli, Palapartenope

22 Novembre – Milano, Mediolanum Forum

23 Novembre – Torino, Pala Alpitour

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