Uno Maggio Taranto, Brunori: “Confido nella passione di sempre; Taranto come paradigma della questione meridionale” 0 635

Anche Brunori, come tanti altri artisti, era presente nella giornata di ieri per il soundhceck dell’Uno Maggio Libero e Pensante. Intercettato dai nostri microfoni, Brunori ha commentato così la giornata di oggi

Ciao Dario! Quinta edizione dell’Uno Maggio Libero e Pensante, la tua seconda volta su questo palco: facci un prospetto dell’evento.
“Beh, ancora la dobbiamo vivere. Io sono arrivato da poco, siamo ancora in fase di check, quindi sarebbe presuntuoso da parte mia darti un giudizio – un pregiudizio! -, noi siamo contro ogni tipo di pregiudizio anche nei confronti del Primo Maggio, così com’è stata l’altra volta, perciò io mi baso sul giudizio dell’altra volta e in questo inerpicarmi tra giudizi e pregiudizi non so cosa ho detto ma l’ho detto molto bene (Ride, n.d.r). Penso e spero che sia un’edizione del Primo Maggio che mi restituisca quella spontaneità, genuinità e passione che c’è stata nella scorsa edizione.

Diciamo quindi che ti sei affezionato alla manifestazione tarantina.
“Beh, è normale, se vuoi anche per un spirito di vicinanza, non solo geografica ma anche in qualche modo per il acconto e la storia legata a questo Primo Maggio che ovviamente ha un significato particolare, perché Taranto è un po’ il racconto di come la modernità e il concetto di lavoro, economia e capitalismo si siano un attimo poggiati sul meridione. È ovvio che sia vicino a questo tipo di racconto perché l’ho vissuto personalmente.”

Sali su questo palco dopo un disco di successo, A Casa Tutto Bene, che ha vinto anche molti premi. Come hai vissuto questo periodo?
“Beh, da una parte sono stato molto contento perché è un disco su cui abbiamo lavorato proprio tanto. È un disco che si canta da solo, non ha bisogno del cantante (Qui Brunori si riferisce alla registrazione di “La Verità” che suonava sul palco durante quest’intervista, n.d.r.) (Ride, n.d.r.). È ovvio, comunque, che c’è gratificazione quando lavori su un disco che per me è stato molto importante, soprattutto dopo aver affrontato delle tematiche che in passato avevo tratteggiato, toccato con ironia, mentre in quest’album ho cercato – sperando di non prendermi troppo sul serio – di farlo sul serio. Ho trovato dei riscontri anche al di fuori dell’ambito in cui ero cresciuto, mi ha reso felice perché penso che l’ambizione di chi fa questo mestiere sia, se possibile, cantare ‘insieme’ agli altri e non per gli altri.”

Un messaggio da parte di Brunori alla città di Taranto
“Beh, come ti ho detto prima, mi auguro che questo festival del Primo Maggio – lo chiamo così, ‘Festival del Primo Maggio’ perché mi dà un’idea di popolare (Ride, n.d.r.) – abbia le caratteristiche che avevo riscontrato l’altra volta, una sorta di visione politica che però nasce dalla passione reale e concreta delle persone. Ripeto, io sono calabrese e queste cose non le ho vissute sulla mia pelle, ma penso che Taranto sia un paradigma utile per fare una seria critica ad un certo tipo di visione e cercare un cambiamento.”

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Intervista a Carmelo Pipitone: “Cornucopia come un contenitore; il mondo? Una merda…” 0 146

“Cornucopia è un contenitore all’interno del quale confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme”.

Questa è la definizione che Carmelo Pipitone dà al suo primo lavoro da solista: Cornucopia (2018). Tutto nasce da una sorta di prova di coraggio, amalgamata a testi che già da tempo stavano nel cassetto dell’artista di origini siciliane; una voglia di vedere che aria tirasse fuori dalle solite mura, senza dover dar conto a nessuno se non a sé stesso.

Le presentazioni sono doverose, anche se nel suo caso potrebbero apparire superflue per molti. Carmelo Pipitone nasce a Marsala, fin da piccolo sviluppa la passione per la chitarra e la rende da subito un “prolungamento delle sue braccia”. Insomma, un altro modo per dire: “che bello sapere che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Nel 2001 si sposta a Bologna e fonda i Marta sui Tubi; e con la band pubblica sei lavori in studio, in un percorso artistico durato 15 anni. Partecipa al festival di Sanremo nel 2013 e nel 2014 contribuisce a formare gli O.R.K, una superband con Lorenzo Esposito Fornasari (Bersèk), Colin Edwin (Porcupine Tree) e Pat Mastelotto (King Crimson). Non si limita e nell’estate del 2017 inizia a suonare con i Dunk, band composta da Ettore e Marco Giuradei e Luca Ferrari dei Verdena.

Nel 2018, come anticipato all’inizio, intraprende il suo primo progetto solista. Cornucopia è attualità, è critica, è consapevolezza del mondo in cui ci troviamo. E possiamo dirlo: un mondo di merda.
All’interno vi sono temi sociali, politici e religiosi, tutti insieme: il bene e il male in unico vaso, la Cornucopia. È il racconto di un condannato a morte, che vaga tra otto brani legati tra di loro attraverso un filo comune; insomma, una sorta di concept album. Un personaggio bipolare, che salta da un testo all’altro e che per ognuno cambia umore restando sempre negativo. A testimonianza della realtà che troviamo ogni giorno e che dobbiamo affrontare.
Una critica al potere, a chi strumentalizza l’immigrazione per fini propri e una singolare visione della religione: “la continua ricerca di qualcosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste”.

Questi sono soltanto alcuni dei temi trattati durante l’intervista che segue. Argomenti ripresi da molti, più volte, che devono essere ripetuti perché “bisogna ricordale sempre certe cose, anche in modo ossessivo, perché ci stiamo ritrovando in un mondo in cui tutto è possibile…”

Ciao Carmelo! Come stai?
Bene compà, tu? È finito il primo giro di concerti e sono un pochino scosso. Ho una serie di tic che prima non avevo [ride, n.d.r].”

La prima parte è finita il 26, giusto? Come è andata?
Si, giorno 26! È stata l’ultima data ed è stata impegnativa, perché ci hanno fatto suonare tardino, intorno a mezzanotte e un quarto. Eh niente… siccome ci abbiamo dato anche dentro alcolicamente parlando per tutto il pomeriggio [ridiamo, n.d.r], la cosa è stata dura…”

“Cornucopia” è il tuo primo lavoro da solista. Come è nato il progetto?
Allora, questo progetto sostanzialmente nasce dalla voglia di vedere che aria tira fuori: siccome ho sempre lavorato con altre persone, gruppi, ho voluto vedere appunto che tipo di aria si potesse respirare fuori senza nessuno alle spalle, senza trovare compromessi con nessuno se non con me stesso. Ad agevolarmi il lavoro c’è stato un mio amico, LEF, Lorenzo Esposito Fornasari, che è anche il produttore di questo disco. Mi ha spinto a registrarlo il prima possibile, io avevo un paio di mesetti di tranquillità tra un progetto e l’altro, e lui mi ha detto di buttare giù delle idee; che in realtà erano idee già avanzate, insomma, erano messe soltanto lì ad aspettare di prendere una forma in termini di registrazione. Ho chiuso il cerchio anche grazie a lui.”

Quindi era un progetto che avevi da tempo nel cassetto…
Si sì. Sono delle canzoni che avevo scritto e sapevo che non potessero interessare ai Marta, ai Dunk o agli O.R.K. Era una roba mia e volevo che rimanesse lì. Solo mia.”

Da parte del pubblico hai trovato un buon riscontro?
Assolutamente sì. Guarda non me l’aspettavo, perché pensavo… pensavo che il disco fosse difficile, abbastanza cupo, avevo paura che la gente potesse annoiarsi. Poi io ho il terrore d’annoiare la gente, quindi faccio ‘sto tipo di ragionamento. A me non frega un cazzo di scrivere ritornello, strofa, assolo, ritornello… quelle robe lì. Non mi interessa farlo. Voglio soltanto che quella traccia lì comunichi qualcosa, prima a me e poi alla gente. E vedo che la gente, cazzo, ha apprezzato! Quindi boh, fino ad adesso tutto positivo, è finito il primo giro, parto per un paio di mesi con gli O.R.K. in giro per l’Europa, poi ritorno e in aprile parto con il secondo round di Cornucopia.”

Questo riscontro positivo arriva anche dai temi attuali non credi? Vedi “Il Potere” o “Come tutti”.
“Assolutamente. Anche se in realtà è una cosa più intima, quel tipo di intimità che è universale. Quei temi che hai sempre affrontato perché stanno lì da sempre, e ogni tanto bisogna ricordarle certe cose. Bisogna ricordare che c’è qualcuno che riesce a stuprare una bambina perché ha il potere di farlo, e resterà impunito, diventando magari presidente del consiglio. Capisci? Tutto è possibile, è un mondo di merda. Come d’altronde, poi, a un certo punto, diventa importante parlare degli sbarchi perché è diventato motivo politico. Gli sbarchi ci sono sempre stati, io sono un siciliano, cazzo, e ricordo che arrivavano di continuo. C’è sempre stato ma non è stato strumentalizzato, è andato tutto sempre come doveva andare: la gente scappa dalla guerra e arriva in Italia perché strategicamente è messa “bene”. Ma arrivano per andarsene, non per rimanerci. Bisogna ricordarle certe cose.”

“Cornucopia”. Come interpretiamo questo corno dell’abbondanza?
“Mah, io lo interpreto in maniera negativa. È una specie di contenitore, un involucro dove confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme. Come vedere, che ne so, la pasta con il ragù, e dentro ci butti pezzi di pizza, acciughe e altre cose che magari da sole sono buone! È un po’ tutto quello che puoi trovare nell’intestino: forse si doveva chiamare ‘intestino’ [ridiamo, n.d.r.]. Però è così, sono tutte cose buone, alcune un po’ meno, ma vedendole tutte assieme magari ti spaventi un po’. Poi che cazzo ne sai se aggiungendo le acciughe nella pasta con la pizza non viene fuori qualcosa di positivo?”

Della copertina invece cosa mi dici?
“La copertina voleva rappresentare una sorta di rinascita artistica e, siccome sono anche un cialtrone, ho voluto far vedere questa parte stupida del mio essere musicista. Non mi sono mai pigliato seriamente – anche perché non c’è motivo di farlo – e al tempo stesso questa rinascita artistica ha fatto sì che io mi denudassi di fronte a tutti senza trucchi e inganno.”

Hai qualche aneddoto a riguardo?
Mah, ce ne sono di robe strane. Sono stato contattato da diverse persone strane e in questo momento non so come chiamarli. Conosci quelle persone che si incontrano e si mettono tutti il pannolone? Non so come chiamarli… I nichilisti della situazione, diciamo, i feticisti di qualcosa, che si incontrano tutti con il pannalone… Insomma, qualcuno ha interpretato questa cosa pensando fossi uno di loro, ma a me non frega un cazzo, non mi metto il pannolone per farmi coccolare da te. Esiste anche questo però. Se mi fossi messo…che cazzo ne so, i jeans? Mi avrebbero contatto quelli della Levis dicendo ‘sei uno di noi’. Tutto è strumentalizzabile, appunto.”

Hai definito il tuo lavoro come un “concept album”, con brani legati da un filo logico.
Benomale si. Io vedo un filo tra un brano e l’altro, nel senso che sono tutti temi che in qualche maniera vengono ripresi e ripetuti in maniera quasi ossessiva. Anche se in alcuni casi sono nascosti. In ‘Potere’ per esempio, o ne ‘L’acqua che Hai Ingoiato’, sembra che non ci sia un filo conduttore ma in realtà c’è. Per esempio nel secondo brano il filo conduttore è il quarantenne che a un certo punto ha una specie di visione strana. Nota una specie di apocalisse. Insomma, ha un attacco di panico. E lo interpreta come la fine della sua giovinezza, da lì inizia a vedere il mondo per quello che è veramente. Non è più tutto rose e fiori, non è più un pensare ‘sono un dio e nessuno può uccidermi’. Inizia a essere fragile, a vedere veramente le cose che vedeva il giorno prima per quello che sono, e facendo la stessa strada di sempre nota che le stesse cose che vedeva non sono così gradevoli come pensava, ma grottesche. E quindi il filo conduttore è questo personaggio che passa dai diversi stati d’umore tra un pezzo e l’altro.”

Personaggio che hai descritto appunto come un “condannato a morte”.
“Esattamente. È un condannato a morte dalla vita, perché si rende conto che non è colpa sua se è nato, e in alcuni casi ha pensato anche ‘cazzo che sfiga che ho avuto a nascere’ perché, appunto, è una cosa che non si può decidere. Tu mi stai mettendo al mondo per farmi soffrire, ed è una cosa che veramente fa rabbrividire dal mio punto di vista. Cioè mi hai voluto bene ma mi intanto mi hai condannato a morte.”

Che mondo di merda. Ma andiamo avanti: nell’album si nota una forte attenzione ai testi, ma la chitarra come sempre è abbastanza presente.
Beh la chitarra c’è sempre stata, è una specie di prolungamento del mio corpo. Non ho mai suonato un altro strumento, mi sono sempre visto appoggiato a una cassa della chitarra e avevo la spalla già deformata tanto tempo fa per la postura sbagliata. Siamo un tutt’uno, non riuscirei a scrivere con un altro strumento, mi dovrei applicare, ma sono un pigro di merda quindi figurati se mi metto a studiare pianoforte, ad esempio. Non ho tempo, quindi continuerò con la chitarra. Una cosa che penso e che mi piacerebbe fare è un disco futuro da far suonare ad altre persone, con altri strumenti che non siano soltanto chitarra e la mia voce ovviamente. Ed è una cosa a cui sto pensando attualmente.”

Tre artisti che ti hanno influenzato?
“Beh, ce ne sono un po’. Cazzo ne so, i Nirvana o i Soundgarden. Io ho vissuto negli anni ’90 sostanzialmente, e comunque ecco, l’insieme di queste band è un po’ una cornucopia d’abbondanza intesa come tale. Non è come l’esempio della pizza, della pasta, e di tutte quelle cose messe insieme; ma è tutta una serie di cose positive che mettendole dentro, in qualche maniera, ti influenzeranno, appunto, positivamente. Cioè, non puoi sbagliare se citi nomi come quelli che ti ho detto. Poi vabbè, io sono anche un metallaro di merda, quindi per quanto riguarda ti direi i Pantera. Ma quel tipo di metallaro, non da Metallica ma da Pantera. C’è un delirio di musica figa anche adesso, sto ascoltando per esempio i Neutral Milk Hotel. Basta avere del tempo e trovarli.”

Megadeth o Metallica?
“Megadeth tutta la vita. Rust in Peace è uno dei dischi più fighi della storia del metal, di quel tipo di metal.”

Tornando all’album. Vedendo i temi sociali, politici e l’attuale situazione italiana, c’è qualcuno che lo potrebbe criticare?
Guarda, la musica è fatta anche per far pensare le persone. I testi servono a quello e devi anche immaginare che c’è un punto di vista di una persona che magari ha studiato leggermente più di te, e quindi ne sa parlare più di te di questo cazzo d’argomento. Quindi magari la cosa di avere la pazienza d’ascoltare chi è più “grande” di te bisogna averla. Io l’ho imparata dopo in realtà, perché quando sei piccolo spesso non lo capisci. Poi se la cosa ti dà fastidio ascolta la trap, fa quello che cazzo vuoi. Metti due pezzi inutili che parlano di niente, che non ti danno fastidio, che non ti fanno innervosire: forse vivrai meglio.”

Dio, che presenza ha nella tua vita? Ascoltando “Attentato a Dio” non posso far altro che domandartelo e, ovviamente, nemmeno te lo chiedo se credi in qualcosa…
“Guarda per me è la ricerca di una cosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste. E ti fai aiutare da questa specie di alter ego che chiameremo santo, che in realtà ti piglia per il culo. Ti organizza un attentato, ti rende partecipe di questa cosa e poi ti dice che da adesso dovrai soltanto aspettare, quando si farà vivo se avrai il coraggio lo ucciderai. In realtà è un’attesa che non porta a niente, nel mio mondo. Non c’è un dio nel mio mondo, è un modo allegorico per combattere questa cosa stupida che è la religione.”

Ultima domanda. C’è un brano a cui tieni di più tra questi otto?
Si, forse proprio Attentato a Dio. Perché ha quel tipo di impostazione che mi piace proprio, sia in termini strumentali che di testo. È imprevedibile, allegra, triste e graffiante al tempo stesso. Tutto in un pezzo di due minuti.”

Intervista a Daniele Di Maglie: “‘La Mia Parte Peggiore’ il nuovo disco, ne sono orgoglioso. Progetti futuri? Mi godo il momento” 0 367

Sono passati quattro anni da ‘Il Mio Garage’, il secondo disco di Daniele Di Maglie, cantautore e scrittore tarantino. Definito da Rock-itStrambo e con una cifra pop anomala […] moderno cantautore romantico”, Daniele ha dato alle stampe a settembre il suo terzo album, ‘La Mia Parte Peggiore’, uscito anch’esso, come il precedente, sotto l’etichetta pugliese Digressione. Entusiasmati dall’ascolto, abbiamo deciso di farci una chiacchierata con il cantautore, chiedendogli cosa comunica questo nuovo lavoro, le sue impressioni sul tour in corso e cosa riserva per lui il futuro.

Ciao Daniele! Per iniziare questa intervista vorrei che ci raccontassi un po’ di te, dalla tua prima pubblicazione all’ultimo disco uscito, “La Mia Parte Peggiore”!
Come musicista ho tre dischi all’attivo: il primo, ‘Non so più che cosa scrivo’ è uscito nel 2001 con un’etichetta barese che si chiamava ‘Cavallo giallo’ – una sorta di consorzio di amici musicisti che si misero assieme per tirar su alcuni lavori discografici di particolare interesse, per loro. Lo stesso disco fu ristampato e pubblicato nel 2003 da ‘Storie di Note’, un’etichetta romana che ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni dischi del compianto Claudio Lolli. Poi c’è stato un lungo periodo di concerti, senza uscite discografiche, se non alcune compilation. Nel 2014 è uscito ‘Il mio garage’ e a settembre 2018 ‘La mia parte peggiore’, il mio terzo disco. Nel mentre ho continuato a scrivere, come sempre, pubblicando il romanzo ‘La ballata dei raminghi adirati’, la raccolta intitolata ‘L’Altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto” in cui affronto il tema complesso del rapporto ambivalente che da sempre lega la città di Taranto all’impianto siderurgico, ed altre cose sparse, tra cui un racconto uscito sul Corriere della Sera nel 2003, ‘Malaestate’Nel 2016, una serie di ‘versi non cantati’ sono anche stati raccolti in un’antologia poetica dal titolo Le Gazze Disattente per ‘Secop Edizioni’.”

Come mai è passato così tanto tempo dal tuo primo disco al secondo?
Le ragioni possono essere tante. Innanzitutto una marea di concerti, perché dopo ‘Non so più che cosa scrivo’ ho iniziato ad andare su e giù lungo la penisola, dalla Sicilia al Trentino, per intenderci, tanti concerti. Nel frattempo cominciai anche a lavorare con una certa continuità, un lavoro ‘ordinario’, intendo, che chiaramente mi costringeva a presentarmi ogni mattina a lavoro e… capisci bene che tutto questo limita un po’ la vita artistica, fatta di chilometri, notti brave. Aggiungici anche un po’ di scapocchioneria [Dial. tarantino per ‘fannulloneria’, n.d.r.] (Ride, n.d.r.).”

A quali artisti ti ispiri per la composizione della tua musica?
Nasco ascoltando canzone d’autore italiana, quella di un certo tipo: De Andrè, Claudio Lolli, Guccini, De Gregori, passando per Dylan, Cohen, Tom Waits, Nick Cave e tanti altri, non tralasciando gruppi rock, soprattutto nella tarda adolescenza, come i Deep Purple, i King Crimson o Le Orme. Ma anche, più in là, crescendo, ascoltando dischi di Capossela e La Crus. Insomma, ‘nasco’ nel filone della canzone d’autore e a quello mi piace riferirmi: fin da quando ho iniziato a mettere le dita sulla chitarra, infatti, ho sempre e solo voluto raccontare storie. Non volevo suonare e basta. In quel tipo di canzoni non vedevo molta differenza fra musica e letteratura. E questo mi piaceva, mi affascinava, mi emozionava. I nomi che ho fatto prima, sono i nomi che hanno costellato la mia formazione, che hanno in qualche modo ‘forgiato’ il mio’“gusto’ – in un processo dialettico, ovviamente – ma quando scrivo le mie cose credo di non ispirarmi a nessuno: sono piuttosto egocentrico in questo.”

Parliamo un po’ del tuo ultimo disco, “La Mia Parte Peggiore”, uscito a settembre: come è nato questo lavoro?
“Questo disco è nato da una forte esigenza espressiva, ovvero quella di raccontare un percorso di crescita attraverso le stagioni più controverse degli ultimi decenni. Un percorso esistenziale, come in un romanzo di formazione. Le canzoni sono suddivise in tre aree tematiche che alludono alle fasi della giovinezza, della maturità e delle sintesi che ciascuno di noi ricava dalle vicissitudini della propria esistenza. C’è, all’interno del disco, un brano che considero cruciale, che fa da spartiacque tra la giovinezza e la maturità: ’Aprite il Fuoco’. È quel momento in cui le istanze individuali fanno i conti con le istanze sociali, e da questo incontro-scontro esce fuori ciascuno di noi con le proprie sintesi, la propria visione del mondo. Il disco, musicalmente parlando, è nato dalla collaborazione più che decennale con Cristò Chiapparino, scrittore e musicista – anzi: prima scrittore poi musicista, ipse dixit – il pianista che mi accompagna da sempre, e che in quest’occasione ha curato tutta la veste sonora del disco a partire dalle nude canzoni…”

Possiamo quindi definirlo anche un disco “politico”?
“Certo. Come scrivevo in una scheda di presentazione, è un disco eminentemente politico e al tempo stesso irrimediabilmente personale: personale perché scritto e vissuto con le viscere; politico perché inserito nel contesto politico-sociale nebuloso degli ultimi anni. Dalla strage di Bologna al Bataclan, per intenderci. Quindi sì, è anche politico.”

Politica che nella tua carriera artistica non hai mai tralasciato: leggevo addirittura un’intervista del Manifesto, che, insomma, dice già qualcosa.
Sì, mi definivano ‘cantautore socialmente scomodo’ (Ride, n.d.r.). Ma credo sia anche per il lavoro che faccio, in qualche modo. Mi occupo, da ormai vent’anni, di disagio sociale, prima coi tossicodipendenti e senza fissa dimora, poi con disabili e affetti da malattie mentali. Esperienze che direttamente ed indirettamente ho riportato e trasfigurato in certe mie canzoni”.

Poco meno di un mese fa (l’intervista è del 21 dicembre, n.d.r.) è uscito il primo estratto del disco, ‘Violini di Chagall’. Parlaci di questa canzone, accompagnata anche da un video.
’Violini di Chagall’ è la seconda traccia del disco e parla dell’infanzia: come ti dicevo, il disco parla di una crescita, e l’albero, si sa, viene dal seme. A differenza di molti miei ‘colleghi’ ho avuto un’infanzia felice. E mi piace raccontarla. La canzone ha un ritornello che sembra avulso dal cantato: ‘Se potessi tornare indietro ti sposerei’. È come se nel cortocircuito delle immagini vivide e care dell’infanzia, il narratore si rammaricasse di averle perdute o di non aver ‘fermato’ nulla, da cui il mood malinconico di tutto il brano. Riferendosi magari alle fanciulle ‘fiorite’ incontrate alle giostre o nei pressi di una cassarmonica – ‘c’era la festa del paese, il cartomante con le rose’…”

Nel pubblicare i prossimi singoli seguirai la divisione in tre parti del disco, pubblicandone uno per parte, o ti affiderai alla miglior ‘radiofonia’ delle canzoni?
No, guarda, non ho mai seguito il criterio della radiofonia, essendo criteri, adesso, alquanto misteriosi (Ride, n.d.r.). Mi lascerò guidare dalle sensazioni del momento; mi piacerebbe girare il video di ‘Aprite il fuoco’, che è il brano meno radiofonico che si possa pensare, una canzone che dura sei minuti e sappiamo benissimo che i brani radiofonici hanno ben altro minutaggio.”

È anche vero che i brani e i videoclip migliori escono sempre da tracce dalla lunga durata.
Verissimo, tant’è che un tempo i Pink Floyd si permettevano tracce e video di dieci minuti che poi passavano anche in radio… (Ride, n.d.r.)”

 Questo disco è uscito sotto l’etichetta pugliese Digressione Music. Come ti stai trovando?
Digressione nasce come etichetta di musica classica: ha un catalogo decisamente prezioso per quanto riguarda il genere, distribuendo praticamente in tutta Europa. Da qualche anno a questa parte si sta concentrando anche sulla canzone d’autore e devo dire con ottimi risultati. È raro trovare oggi etichette che ‘lavorano’ come Digressione, investendo con passione su progetti nei quali si crede fermamente, a dispetto della crisi conclamata del mercato discografico: certe realtà andrebbero realmente supportate acquistando i loro prodotti, perché sono in via di estinzione. Quest’anno abbiamo anche vinto il bando di Puglia Sounds, un bando regionale che finanzia progetti discografici in uscita stanziando dei budget, per cui abbiamo fatto un tour notevole: sono stato a Roma, a Milano due volte, a Ferrara, a Bari, Lecce, Taranto, Foggia, il calendario è in continuo aggiornamento: ho delle date a Bergamo e Novara e la cosa non può che farmi piacere.”

Com’è andato questo tour?
Bene. Molto bene. Queste date hanno aiutato a risvegliare un certo interesse in giro; quando uscì ‘Non so più che cosa scrivo’, nei primi anni Zero, feci una gran quantità di concerti – eravamo ancora in epoca pre-social e pre-youtube – conquistandomi un certo seguito col passaparola, i live, i chilometri, i cd masterizzati. Pensandoci bene, c’era un bel movimento in quegli anni, si suonava tanto. Poi però non è più uscito un disco con nuove canzoni per un sacco di tempo e la gente, sai, ha memoria corta (Ride, n.d.r.); adesso sto cercando di ‘riacciuffarli’ tutti!”

Ci sono progetti futuri? Passeranno gli stessi anni che son passati dal primo al secondo disco per ascoltare un altro album?
No, no, e poi devo dire di essere migliorato tra il secondo e il terzo (Ride, n.d.r.). Per adesso voglio sicuramente godermi questo disco, di cui sono piuttosto orgoglioso e a cui tengo particolarmente… Sta anche ricevendo ottimi consensi da parte degli ‘addetti ai lavori’, diverse recensioni lusinghiere – Fabrizio Versienti, certamente tra i più autorevoli critici nostrani, parlando del disco, ha scritto parole forti di stima, dicendo che ‘non ha eguali nella storia recente della canzone d’autore italiana’, ad esempio -. Voglio continuare a suonare dal vivo – che è una dimensione che amo particolarmente, e chi mi conosce lo sa – e godermi questo momento, ma ho già in cantiere qualcosa. Ho sempre qualcosa in cantiere!

Perfetto Daniele, ti ringrazio per essere stato con noi!
Grazie a te!”

Ricordiamo ai lettori che ‘La mia parte peggiore’ la si può acquistare direttamente sul sito di Digressione oppure su Amazon, IBS, ecc. È inoltre presente sulle principali piattaforme digitali: Spotify, iTunes, Apple Music, Deezer, YouTube.

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