Uno Maggio Taranto, Diodato: “Un ritorno alla grande. Rolling Stone? Offensivo nei confronti degli artisti che si esibiranno” 0 901

Giornata di Soundcheck ieri al Parco Archeologico delle Mura Greche, dove ormai da una settimana è montato l’imponente palco che ospiterà gli artisti che si esibiranno per l’Uno Maggio Libero e Pensante, alla sua quinta edizione quest’anno. Ad organizzare l’evento tre illustri artisti: Roy Paci, Michele Riondino e Diodato. Quest’ultimo, avvicinato dai nostri microfoni, ha risposto ad un paio di domande su questa nuova edizione, sul dibattito che si terrà domani e sulle critiche mosse al Concertone autofinanziato.

Ciao Antonio! Siamo alla quinta edizione dell’Uno Maggio Libero e Pensante, un vero e proprio “ritorno” dopo la pausa dell’anno scorso: facci una panoramica di questa nuova edizione!
Beh, un ritorno alla grande direi: abbiamo un cast straordinario. Io però lo ricordo sempre, questo non è un festival musicale: è bellissimo che ci siano questo genere di artisti ed è bellissimo riuscire ad invitarli, ma la cosa fondamentale è che la musica in questa giornata è solo un mezzo per riuscire a far arrivare a più gente possibile un messaggio importante; anzi, più di un messaggio, perché ci saranno tante associazioni su quel palco – oltre al comitato, che farà sentire la sua voce. Ma Taranto diverrà specchio del Paese. Si lanceranno proposte anche a livello nazionale. Sono molto contento che tanti artisti abbiano accettato e dato nelle mani di certe realtà un megafono per farsi sentire.

Recentemente c’è stato un articolo di Rolling Stone in cui è stata criticata la line-up dell’Uno Maggio tarantino, lamentando la presenza di troppi artisti “commerciali” e un po’ carenti di contenuti. Come rispondi a questa critica?
Beh, mi sembra assurdo pensare che non vengano considerati ricchi di contenuti artisti come Brunori, Mezzosangue o Ghemon. Ma sinceramente non saprei trovare un solo artista su questo palco che sia privo di contenuti, o che sia solo un propagatore “social” – che ricordo ci fosse scritta questa cosa qui. Non condivido assolutamente ciò che stato scritto, noi siamo molto contenti, anzi l’ho anche ritenuto offensivo nei confronti degli artisti che salgono su questo palco – ma ognuno può dire la sua.”

Questa edizione del Primo Maggio, oltre ad essere la quinta in assoluto, è stata anche la prima con la nuova giunta comunale dopo le passate elezioni. C’è stato un cambiamento di rapporti col Comune, magari tramutatosi in un aiuto da parte delle istituzioni per la realizzazione dell’evento?
Guarda, ti dico semplicemente che è stato invitato il sindaco e a quanto pare non ci sarà. Non credo ci siano molte differenze col passato, ma vabbè. È giusto andare avanti con la propria lotta e magari un giorno arriverà una giunta illuminata che riuscirà a sostenere una manifestazione del genere pienamente. Sarebbe anche una cosa molto bella: siamo combattenti e sognatori assieme.

Sappiamo invece che ci sarà Emiliano, che ha accolto l’invito fattogli in occasione della conferenza stampa del Medimex. Con le ultime notizie su Tempa Rossa che non aiutano a distendere gli animi, che dibattito si prospetta?
Io sono contento che ci sia: è anche giusto venire a mettere la faccia in questi momenti delicati, e spero sia un dibattito acceso perché ancehe nello scambio di idee e di visioni del presente e del futuro ci possono essere degli scontri. Sarà sicuramente uno scambio civile, e possiamo ritenerci contenti e soddisfatti sotto questo punto di vista.

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Intervista a Squarta: “Cor Veleno non finisce qui: continueremo ciò che abbiamo iniziato” 0 470

Sono passati otto anni da “Buona pace”. Cor Veleno è sempre stato un caposaldo dell’hip hop in Italia, dai ’90 ad oggi, con il suo stile inconfondibile che ha contribuito allo sviluppo del genere nello stivale, rinnovandolo ad ogni giro di giostra. Il 26 ottobre è uscito “Lo Spirito che suona”, sesto album in studio del gruppo romano, nonché primo disco dopo la scomparsa prematura di Primo Brown. Abbiamo parlato con Squarta della genesi di un lavoro tutt’altro che scontato, dato l’impegno emotivo che ha richiesto, approfittandone per ricostruire un pezzo di storia dell’hip hop italiano e per gettare un occhio sullo scenario odierno. Il deejay e produttore, assieme a Grandi Numeri, ha senza dubbio portato a termine il dovere più importante nei confronti di un amico scomparso, facendo in modo che la sua voce continui a vivere in eterno. A supporto, tante sono state le collaborazioni all’interno del disco (Adriano Viterbini, Johnny Marsiglia, Madman, Giuliano Sangiorgi, Roy Paci, Mezzosangue, Marracash, Coez, Gemitaiz, Danno), colleghi e amici di Primo, che hanno voluto dedicargli un tributo. Ma “Lo Spirito che suona” non è il “disco dei ricordi”; è grezzo, crudo, potente, ed anche quando le atmosfere si fanno più nostalgiche, non manca di impatto emotivo e di profondità tale da far venire la pelle d’oca (ad esempio, nelle numerose citazioni alla carriera, agli album o alle canzoni del gruppo). E poi, la voce graffiante di Primo, perché nessuno dev’essere lasciato indietro. Cor Veleno continua in tre.

Partiamo dalla fine. Il disco si chiude con un pezzo che parla di come tutto è cominciato. “A pieno titolo”, in collaborazione con Danno del Colle der Fomento, l’abbiamo già conosciuta due anni fa, ed è stata subito nostalgia al primo ascolto. Ricordo di aver visto il video di quella canzone, e mi ha in particolare colpito un’inquadratura su di te (nella scena in cui sedete in sala) che sorridi di colpo alla vista delle immagini. Mi son detto: “gli occhi di Squarta dicono tutto”. Cor Veleno è più di un semplice progetto; è soprattutto la traccia di un legame esemplare, nella musica come nella vita: ti andrebbe di raccontarci brevemente come tutto è iniziato?
“Dunque, tutto è iniziato che eravamo ragazzini, e frequentavamo Piazzale Flaminio, un posto in centro a Roma. Ci vedevamo e ascoltavamo musica, si parlava di dischi e abbiamo iniziato a frequentarci in maniera spontanea, come fanno gli amici sotto casa. Dopodiché abbiamo iniziato a fare musica, ognuno per conto proprio, e ricordo che io andavo a vedere i concerti di Primo e Grandi, che già erano Cor Veleno senza di me. Andavamo nei locali a Roma, li guardavo e pensavo “cazzo, questi so’ proprio forti, so’ proprio in gamba”. Poi un amico che ha collaborato con noi per tanti anni, cioè Ibbanez (che ha fatto le grafiche per i nostri dischi), ci ha messo insieme, è venuto da me e mi ha detto: “tu devi venire con noi perché spaccano”. E io gli ho detto: “Beh, se loro vogliono, sì”. Loro erano d’accordo e abbiamo iniziato a collaborare insieme. Di lì non abbiamo più smesso”.

Ti ricordi com’è stato e cosa hai pensato quando avete riascoltato “21 Tyson” subito dopo averlo registrato? Correva l’anno 1997.
“Si, quello è stato il primo pezzo, ma l’ha prodotto Detor. Ha fatto quel pezzo con David e Giorgio prima, poi loro l’hanno registrato con me per il mixtape di Piotta (“La banda der trucido”, ndr.). Anche se il pezzo non era prodotto da noi, comunque l’abbiamo realizzato e registrato insieme. Eravamo da soli in studio, che poi era un garage. Un posto brutto, buio, però l’atmosfera che c’era in quel garage quando abbiamo riascoltato 21 Tyson era perfetta, perché quel pezzo era minaccioso, qualcosa di nuovo. Aveva un sound, delle rime che io stavo aspettando, volevo fare della musica così. Perciò quando l’ho riascoltata mi son detto: “devo lavorare con loro, perché questi so’ proprio forti”.

In un’intervista da MixUp a “The Flow” per l’uscita di “El Micro de oro” (2014), Primo raccontava che il progetto Cor Veleno (ai tempi fermo a “Buona pace”, 2010) avrebbe richiesto un po’ di tempo perché avevate voglia di tornare con una superbomba degna del vostro nome. Poi, tutti sappiamo com’è andata la storia. Ciò che ti vorrei chiedere è se Primo fosse al corrente di quello che oggi è “Lo Spirito che suona” o se è solo frutto della vostra dedizione ex post.
“Il disco ha preso forma dopo che David è scomparso. Tutto il materiale che sentite abbiamo iniziato a lavorarlo prima che David si ammalasse. Ci sono anche alcuni pezzi che lui aveva registrato per altri amici; poi loro ci hanno mandato il materiale pensando che fosse giusto che l’avessimo noi. Di fatto il disco ha preso forma dopo: noi gli abbiamo dato un vestito, ma questa cosa era già in essere, era già iniziata. David non ha fatto in tempo a vedere finito il progetto nella sua interezza, però ha piantato i semi di quello che è diventato “Lo Spirito che suona”.

Penso che anche molti altri siano stati colpiti da alcune collaborazioni “inaspettate” del disco. Con questo intendo che Adriano Viterbini o Giuliano Sangiorgi sono nomi che probabilmente solo Cor Veleno, con la sua credibilità, avrebbe potuto ammettere all’interno di un album.
“Se non lo facevamo noi, chi lo poteva fa’?”

Esatto. Mi ha colpito la scelta per così dire “eterogenea” degli artisti, non tutti provenienti prettamente dal rap. Ho intravisto una dimensione quasi di “collettivo” di Cor Veleno, soprattutto con il forte messaggio che questo album porta in sé: cosa ne pensi?
“Sono d’accordo quando parli di “collettivo”. Intanto quelle collaborazioni di cui parli per noi sono la normalità, se pensi che ci è sempre piaciuto mischiare stili, suonare strumenti nei brani, inserire artisti provenienti da altre estrazioni musicali, perché ascoltiamo tutto, e ci piace anche mettere nei nostri lavori ciò che ascoltiamo su dischi dei generi più disparati, ovviamente filtrandolo e facendolo nostro. Tutte le collaborazioni “inusuali”, quindi, per me sono una figata ad hoc. E in più quando dici “collettivo”, ti dico che hai ragione, perché tutti gli amici che sono venuti ci hanno messo lo stesso impegno che avrebbero messo in un disco loro. Questa cosa si sente fortissimo, ed è quello che volevamo”.

Cor Veleno è sempre stato sinonimo di “resistenza”. Credo che sarebbe erroneo definirla musica “impegnata”, ma nelle vostre canzoni non è mai mancato un messaggio per così dire “politico” (di cui ne sono testimoni anche “Queste strade” e “Città di vetro”).
“Tutto è politica. Quando parli, dipende tutto dalla responsabilità di quello che dici. Dirti che abbiamo fatto canzoni politiche? No. Non era nel nostro interesse. Però come dire, nella musica troviamo un modo a noi congeniale per esprimerci, parliamo di quello che vediamo di quello che viviamo, non parliamo solo di cazzate. Anche di cazzate, ma non solo. Parliamo di cose che ci fanno rodere il culo e la musica ci aiuta a sfogarle. Parliamo di quello che ci piace e di quello che non ci piace. Quando affronti la musica con quest’attitudine, tutto diventa politica. Non c’è mai stata l’idea di voler essere un gruppo politico”.

Quale ruolo pensi possa ricoprire la musica in un periodo storico come questo? Secondo te è giusto, in situazioni come queste, schierarsi apertamente?
“Penso che la musica deve andare un po’ “a rompere le palle”, deve avere un impatto, deve rappresentare un punto di rottura. Altrimenti fai musica di regime, in cui tutto va bene, le cose sono belle, “voglio la Ferrari”… Va benissimo. Pure io la voglio, magari in un pezzo parlo di quello, in un altro parlo invece delle strade che mi hanno cresciuto. Voglio dire, non c’è un limite. Noi parliamo di tutto quello che vogliamo perché poi lo filtriamo con le nostre idee, con le nostre orecchie e lo colleghiamo al nostro sound. Quindi non c’è un punto di confine in cui di questo puoi parlare e di quell’altro no. Io non ho mai creduto a quelli che parlano solo di una cosa, che sono solo politici, o sono solo presi bene, o sono solo presi male. È naturale che un giorno sei incazzato, il giorno dopo sei contento, l’altro ancora ti sei innamorato della pischella, poi della macchina bella… Penso che se sei un musicista che in sé è vero, parli di tutto quello che ti circonda”.

Lo Spirito che suona” sarà in giro per l’Italia in tour, o sei maggiormente orientato a un singolo grande evento con tanti ospiti e amici, come due anni fa all’Atlantico?
“Sarà in giro per l’Italia in tour perché non ci piace rifare le cose che abbiamo già fatto, sia nei dischi che in tutto il resto. Porteremo sicuramente il disco live, perché vogliamo far suonare questi pezzi live. Ci sarà la voce di Primo live che ci accompagna, delle immagini, come dire, tutto ciò che ci si aspetta da un live potente, e in più abbiamo anche la responsabilità di proseguire il cammino che abbiamo iniziato in tre, e che adesso portiamo avanti in due. Ma una volta che ti impegni a fare un disco e ci metti tutto te stesso, sarebbe una cazzata non portarlo live, davanti alla gente che lo aspetta”.

In quel 25 marzo 2016, il meglio del rap italiano è salito sul palco per cantare le strofe di Primo accanto a te e Grandi Numeri. È stata di fatto (correggimi se sbaglio) la prima volta che, in Italia, qualcuno abbia reinterpretato le strofe scritte da un altro artista.
“In quella formula, credo proprio di no”.

Un paio di settimane fa, è uscito “Supereroe”, ultimo album di Emis Killa. Il disco è stato anticipato dal singolo “Fuoco e benzina”, scritto a quattro mani insieme a Jake La Furia: la cosa non è stata tenuta assolutamente nascosta, anzi è stata ampiamente resa pubblica sui social, rompendo di fatto un tabù della musica rap. Senza concentrarci sulla vicenda, ma affrontando questo tema in generale, qual è il tuo pensiero? Saresti a favore o contro l’interpretazione di strofe scritte da altri artisti?
“Io penso che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Nella musica non-rap, o comunque pop, succede quotidianamente che qualcuno interpreti testi scritti da altri, quindi non lo ritengo un grosso problema. È chiaro che se in un brano dici delle cose molto specifiche che hai fatto, e magari è stato scritto da un altro, allora magari all’ascolto potresti rimanere un po’perplesso, perché ti aspetti che chi canta abbia vissuto ciò che ha scritto. Nel cammino della musica moderna questo può accadere, è normale. Ciò che mi interessa, è se la canzone mi piace o no. Che poi l’abbia scritta Tizio o Caio, non mi interessa. La musica o è bella o è brutta.”

Parlando invece di produzioni, di cui sicuramente puoi darci lezioni di vita…
“No, non posso dare lezioni a nessuno, al massimo ti posso parlare di quello che ho fatto”.

Sei anche tu dell’opinione che, oggi più di ieri, la base abbia un ruolo di primo piano rispetto al contenuto del testo?
“No, perché secondo me la caratura di una canzone è sempre lo sposalizio di una buona musica e un buon testo. Però credo che il testo abbia sempre una valenza leggermente superiore, perché riesce a coinvolgere l’ascoltatore. Se su una buona base hai qualcuno che scrive tre cazzate, senza senso, è un conto; ma se invece hai qualcuno che riesce a trasmettere a tutti, dal ragazzino di quindici anni a mia madre, è un valore aggiunto enorme, riesce a comunicare. Se quindi la canzone viaggia e arriva a tutti, è merito del testo, che rimane imprescindibile, specialmente in questo tipo di musica, dove non conta se sia leggero o importante, ma il dato comunicativo”.

Ci sono giovani produttori in Italia con cui hai avuto il piacere di collaborare o di cui, in generale, apprezzi il lavoro?
“Guarda, ce ne sono tantissimi di pischelli che stanno crescendo davvero alla velocità della luce, gente forte. Il mio preferito rimane in assoluto Big Joe, così come Johnny Marsiglia rimane uno dei miei rapper preferiti”.

Qual è il pezzo di Cor Veleno a cui ti senti più legato?
“Parlavo di questa cosa con Gabbo, con cui abbiamo lavorato insieme e che ha suonato il basso con noi dal vivo per più di dieci anni. Stavamo proprio dicendo che un pezzo preferito non c’è, perché abbiamo lavorato dando il cento per cento su ogni pezzo. L’intro del disco che si chiama “L’antifona” è ‘na roba che mi fomenta, anche se non posso dire sia il mio preferito. È il pezzo che mi da quella scossa in più”.

Cosa c’è nel futuro di Squarta e Cor Veleno dopo “Lo Spirito che suona”?
“Non staremo con le mani in mano. Abbiamo rimesso in moto una cosa che per noi è fondamentale, che continuerà, anche se non sappiamo in quale forma o in quale modo. Un anno e mezzo fa non eravamo neanche sicuri di riuscire a fare il disco, o di essere emotivamente in grado di riuscirci. Non so cosa succederà dopo, ma sicuramente non staremo fermi ad aspettare. “Collettivo Cor Veleno” si muove”.

Quando lavori a qualcosa di nuovo, quanto senti addosso la responsabilità nei confronti di una generazione che è cresciuta con la tua musica?
“Zero. Io non ho mai fatto cose pensando alla responsabilità, ma sempre di getto, d’impulso. Mai sentito responsabilità quando abbiamo fatto i nostri dischi fino a “Lo Spirito che suona”. In quest’ultimo caso ho sentito una responsabilità gigantesca, che non sapevamo nemmeno di essere in grado di sopportare, ma nei confronti di Primo e di suo papà Mauro. Volevamo consegnargli un disco che fosse ciò che si aspettava, che avesse la potenza che voleva. Quando gliel’abbiamo fatto sentire, alla fine ma anche in corso d’opera, si è commosso, perché era esattamente quello che si aspettava. In quel momento il nostro compito è stato portato a termine. L’obiettivo era fare un nuovo disco dei Cor Veleno, che non fosse un disco amarcord, ma qualcosa di potente. Per quanto riguarda le responsabilità nei confronti della gente che è cresciuta con la nostra musica, per fortuna abbiamo sempre fatto le cose con naturalezza, senza esserne condizionati. Ma portare avanti l’immagine di Primo, la sua potenza, le sue rime, quella ci sta tutta, e penso che siamo riusciti a restituirla”.

 

Intervista a Er Costa, “Vangelo è un grido di disillusione; nuova musica? Presto…” 0 631

Claudio Costa, in arte Er Costa, classe 1982, è uno dei rapper più rappresentativi della Capitale. Attivo già dagli inizi del 2000, compare anche nei dischi ‘Terra Terra’ e ‘Manifesto’ dei Gente De Borgata, crew capitolina della quale è membro attivo. Dopo l’EP ‘Doppio Taglio’ in collaborazione con Nex Cassell, uscito agli inizi di quest’anno, Er Costa ha pubblicato di recente un singolo, ‘Vangelo’: trattasi di un pezzo spiritualmente riflessivo, del quale consigliamo vivamente l’ascolto. Abbiamo approfittato di quest’uscita per contattare Claudio e porgli qualche domanda scaturita proprio dall’analisi del testo di ‘Vangelo’. Abbiamo parlato di religione, spiritualità e politica, ma anche di tanta musica e del ritorno sulle scene dopo l’incidente in moto che lo coinvolse nel 2016, tagliandolo per un po’ fuori dai giochi. Oggi però Er Costa è tornato e ha voglia di fare le cose in grande.

Ciao Claudio! Per iniziare, come ‘Doppio Taglio’ e ‘Ossa Rotte’, anche ‘Vangelo’ è uscita sotto l’etichetta di Honiro. Come ti stai trovando con Honiro, contando anche che ha sempre curato artisti molto giovani, emergenti, spesso lanciandoli? Ricordo il primo Coez, o Briga – quanto ero in fissa col suo primo disco, Malinconia della Partenza. Ma anche Low Low, Sercho…
Mamma mia, quell’album faceva impazzire pure me, oltre al fatto che io e Mattia siamo amici per la pelle. Comunque sì, Honiro è sempre stata l’etichetta che scovava i talenti in erba e poi li vedeva andare lontano. Tu conta che fra me e Jacopo, il fondatore e manager di Honiro, c’è sempre stata una grande amicizia. In un periodo in cui ero qui fermo a Roma è venuto naturale fare le cose con lui, anche in virtù di questo rapporto. Era qualcosa a metà strada fra la praticità e il rapporto personale. In ogni caso, per ora mi trovo davvero bene e abbiamo in ballo anche progetti futuri!

Parliamo adesso di ‘Vangelo’: l’ho trovata una sorta di riflessione spirituale con te stesso, nella quale ho percepito una forte componente atea. Ho pensato bene o c’è altro? Come nasce la canzone?
In realtà non si tratta tanto di religiosità e ateismo, anche se molti l’hanno interpretato così. Faccio una breve premessa: mi sono sempre ritenuto, nonostante quello che possa sembrare, una persona molto spirituale, e sono sempre stato molto affascinato dalle tradizioni religiose e da come le religioni abbiano influenzato molti aspetti della storia, dalla geopolitica all’economia e alla cultura. Ho sempre letto tantissimo in merito, dai testi storici ai testi sacri, proprio per sfamare questa mia forte curiosità. Ora, tornando a ‘Vangelo’, il pezzo è un po’ un grido di disillusione, perché diciamolo: se qualcuno si avvicina a questo tipo di letture per capire il senso della vita o la differenza tra il giusto e lo sbagliato, è una ricerca molto fine a sé stessa. Quando la gente va in chiesa, va dal prete, si confessa, legge la Bibbia o il Corano, pensa che sia come seguire ‘na sorta di manuale che, passo passo, alla fine ti porta a capire come si sta al mondo – ma non è così. Io il mio interesse continuo ad alimentarlo, ma sapendo che ciò che vado a cercare non mi serve per rispondere alle domande della vita, ma è solo uno spunto per riflettere sulle domande giuste da pormi. Una volta che hai capito che domande farti, una risposta la trovi dentro di te.

E questa ricerca spirituale la persegui da laico o da cattolico?
Mi preme specificare, proprio in virtù di alcuni fraintendimenti che possono scaturire dall’ascolto di ‘Vangelo’, che credo assolutamente in Dio, anche se non secondo i canoni codificati del cattolicesimo o di qualche altra religione. Non sono cattolico né seguo confessioni codificate. Ovviamente sono italiano e come tale sono stato tirato su ‘cattolico’, ma non ho avuto una famiglia praticante, a casa mia non si andava a messa tutte le domeniche. In Italia è più una tradizione: il battesimo, la comunione… alla fine siamo tutti ‘cattolici della domenica’, un’ora al giorno, quando si va a messa – per chi ci va, e spesso manco quello. Sono solo una persona molto curiosa, il mio approccio deriva da questo. Non sono un fanatico religioso che prende per dogma tutto quello che legge, ma neanche un ateo anti-clericale o ultra-scettico su tutto quello che riguarda la religione – che trovo un approccio estremista al pari del fanatismo. Ci vado coi piedi di piombo, senza chiudere la porta a nessun tipo di realtà.

Esattamente! Continuando a parlare di religione, viene facile pensare che sia un argomento storicamente in antitesi con alcuni valori progressisti all’interno della musica rap, come la rivoluzione o la parità dei diritti tra etnie diverse e classi sociali. Se questo era vero ai tempi di un 2pac, il quale ha dedicato svariati versi e canzoni a Dio, ancora di più lo è oggi, in un panorama storico nel quale la religione è soggetta alla secolarizzazione e sempre più gente ne prende le distanze. Come credi si coniughi la religione – o, a questo punto, la spiritualità, all’interno della musica rap oggi rispetto a ieri, e come invece lo fa nella tua musica?
Esatto, il discorso è questo qui. Secondo me una buona parte di questo discorso si collega alle origini della musica rap che, in Italia, è partita nei centri sociali, dei luoghi e delle situazioni estremamente politicizzate a sinistra, e storicamente il comunismo non è mai andato a braccetto con la religione. Il primo rap nato in Italia era strettamente politico, parliamo delle posse e gli argomenti erano quelli, quindi trattare di religione o spirituralità era praticamente impossibile. Nel rap americano, dal gangsta a quello conscious, invece, Dio si sente nominare quasi in ogni brano; poi non so, io l’ho sempre visto come un argomento estremamente fico da trattare, nonostante l’avversione e il disinteresse verso questi contenuti. ‘Vangelo’ era un pezzo che avevo in canna da tantissimo, ma non trovavo mail il modo, il come. Oggi l’ho trovato e l’ho fatto!

Visto che parliamo anche di politica, già dai tempi di Nudo e Crudo e Gente de Borgata hai sempre espresso una forte componente anti-politica all’interno della tua musica: questo succedeva intorno al 2011/2013; oggi che la situazione si è fatta molto tesa, ti senti più disposto a schierarti in quanto artista o senti ancora forte in te l’anti-politica? Cosa ne pensi della copertina di Rolling Stone, delle sue prese di posizione contro Salvini e degli artisti che hanno aderito?
Guarda, ti posso dire innanzitutto che non leggo Rolling Stone, e non ho neanche troppa stima della stampa musicale italiana come categoria. Al critico musicale – attenzione, non al giornalista che ti informa e fa le interviste come te -, ovvero colui che recensisce la musica sulla rivista, ecco: quella è una categoria di persone cui vorrei dire di trovarsi un altro mestiere. Chiusa questa piccola parentesi, posso dirti che nel contesto in cui ho scritto quei pezzi nel 2011/2013 avevo una forte avversione verso tutta la classe politica, senza guardare al colore o allo schieramento, a destra o a sinistra. Ovviamente, c’è stata la vera destra in Italia – e nessuno si augura di rivederla più. La verità è che, quando io ero piccolo, ai tempi della Democrazia Cristiana e della vera sinistra, c’erano anche personaggi di una certa caratura, come Craxi e Andreotti. Io quando vedo la gente che abbiamo adesso, che possa essere ‘sta sinistra inesistente da vent’anni, o Salvini e Di Maio, mi cadono solo le braccia. Se penso a quei tempi non dico che li rimpiango, perché non li rimpiango, ma in confronto a questi i politici di allora erano dei giganti. Non prendo in considerazione l’etica che potevano avere o meno, ma era gente formata, aveva senso averli lì. Una caratura culturale e intellettuale di un certo tipo. Questi qua in confronto sono degli sprovveduti. Il governo è lo specchio del Paese, non il contrario. Se abbiamo questi qua vuol dire ce li meritiamo. Ma poi non è solo un nostro problema, c’è un’ondata populista in tutta Europa, solo che qui è facile fare i populisti, con un interlocutore del ‘nostro’ livello. Pensando alla situazione in cui verte il paese prima mi incazzavo, adesso mi sono quasi arreso. Non credo scriverò mai più nulla che parli di politica o tratti temi sociali, perché ho perso le speranze. Non è questione di chi vince e chi perde, di destra o sinistra. Semplicemente la classe politica italiana è andata a picco negli ultimi venti-venticinque anni. Sono indegni, ma forse ce li meritiamo.”

Se la politica non è in grado di fornire certe risposte e, certe volte, Dio stenta a manifestarsi, chi salverà i ragazzini dalle strade, dalle borgate?
Eh… Questa è una domanda senza risposta. Ora, guardando distrattamente il telegiornale – perché ormai lo guardo distrattamente – sentivo che ci sono stati ulteriori tagli ai fondi per le periferie delle grandi città italiane. Ora, io conosco Roma, ma le periferie si assomigliano un po tutte. Spesso quando furono costruite non avevano negozi, lampioni, fognature. Erano dei palazzoni e a basta. Quando uno nasce e cresce in una situazione del genere, senza servizi, senza istruzione, senza sbocchi lavorativi, sopperisce a quel vuoto inventandosi qualcosa. Vieni messo nella condizione di doverlo fare. Non voglio fare il solito discorso di giustificazione, ma se vivi in un nucleo familiare stabile, con dell’istruzione adeguata, sapendo di avere delle prospettive per il futuro, è facile tenersi lontano da certe situazioni. Dicono che l’italiano non ha mai voglia di fare un cazzo, che è un pezzo di merda e i borgatari so’ criminali per DNA. Ma se tu metti un bambino nella condizione di funzionare come una ruota ben oliata all’interno del sistema economico e sociale, vedi come cambia la situazione. Prendi la gente del Nord Europa: quelli so’ contenti di pagare le tasse e partecipare alla vita politica. Se vai là a cercare gli impicci con le assicurazioni o a chiedere al commercialista magagne per pagare meno tasse, quelli ti guardano brutto come se parlassi di rubare a casa di qualcuno – ed è così, alla fine. Ma loro sono stati messi nella condizione di farlo, sanno che se ti comporti bene la vita ti va bene. Da loro se rubi, non paghi le tasse e roba simile, sei un pezzo di merda, perché vuol dire che lo volevi fare e basta. Hai scelto di non lavorare e rubare. Da noi c’è una fascia grigia per la quale non è così. L’altro giorno leggevo che in Sicilia il 50% dei ragazzi ha smesso di cercare lavoro, non studiano, non fanno nulla. Si sono arresi, e l’unica chance che hanno è quella di prendere un aereo e andare a farsi una vita in un’altra nazione, se non in un altro continente. Ma se continuiamo così fra quarant’anni ci sarà ancora gente qui in Italia? In ogni caso, quando fai parte di quel 50/60% di gente che viene dalle periferie, non è che hai molto da scegliere. Per aprirti un negozio, pure coi fondi europei, sono più le tasse che i guadagni. Tu spingi la gente a ricorrere a certi metodi: c’è chi lo fa perché è pigro e non vuole fare un cazzo, ma tanti lo fanno per mangiare. Stamo così. Stavamo così vent’anni fa, la situazione non è migliorata.

Pier Paolo Pasolini fu uno dei primi a parlare delle condizioni in cui versavano le borgate romane

‘Vangelo’ preannuncia un disco? Sapevamo stessi lavorando a tanta roba già dai tempi dell’EP con Nex Cassel.
Ti dirò una cosa, questo è un periodo di transizione per me. Sto lavorando a delle cose, ho del materiale da pubblicare. Non posso dirti se sarà un album, ma sicuramente uscirò roba a breve. Potrebbero essere dei singoli, o forse un EP.  Ancora non lo so. So che sto lavorando a qualcosa di nuovo, è tutto quello che posso dirti.

Quando pubblicasti con Egreen ‘Milano-Roma parte 2’, fu una sorta di passaggio del testimone con la vecchia scuola. Se dovessi pensare a una ‘Milano-Roma parte 3’, a chi passeresti il testimone?
Ma già lo dobbiamo passa’ sto testimone?! (Ride, n.d.r.) Guarda, te lo dico, ascolto un po’ di musica nuova, qualche nome c’è, ma sono focalizzato a portare avanti il nostro discorso. Dalla generazione precedente alla mia fino alla mia, il sound è cambiato e si è evoluto molto meno rispetto a quanto fatto tra la mia generazione e quella nuova. Non sarà il ‘nostro’ genere musicale, ma tutta quest’ondata trap, a prescindere che mi piaccia o meno, mi sembra solo un altro genere musicale, completamente diverso. La cosa figa che la vecchia generazione e la nostra generazione aveva in comune, e caratterizzava il genere, era il culto del flow, dell’incastro, della rima, del saper rappare bene. C’era il gusto musicale, tipo ‘questo mi piace, questo no’, ma se non eri una belva tecnicamente non ti cagava nessuno. Era uno sport, dovevi far vedere che eri bravo a farlo. Adesso, tutto questo discorso qui, che era il discorso centrale all’interno del rap, è diventata l’ultima cosa che conta. Adesso conta di più l’immagine, il beat figo – che poi, per me s’assomigliano un po’ tutti. Ma ti ricordi quando sentivi un pezzo ed era ‘barra, barra, barra, BUM’ arrivava quella barra e tu eri tipo ‘No, ma che cazzo ha fatto!’. Ecco, questa cosa nei pezzi d’adesso non la trovo più.  Adesso che ne ho trentacinque – e mi preoccuperei se i ragazzini di quindici anni s’ascoltassero la roba che ascolto io – se penso di farmi piacere qualcosa che ascolta un quindicenne crederei che uno dei due ha un problema, e non sarebbe lui! (Ride, n.d.r.)

Ricordo che in un’intervista a inizio anno, quando è uscito ‘Doppio Taglio’, hai dichiarato fosse difficoltoso fare un live a causa dei problemi relativi all’incidente. Stai meglio? Ti vedremo sui palchi?
Per il momento non ho in programma dei live, chiaramente per mettere su un bel giro dovrei far uscire qualcosa di più corposo piuttosto che qualche singolo. Per quanto riguarda la mia situazione, posso dirti con estrema felicità che ormai sto bene, sono quasi al 100%, ho passato una bella estate in giro per l’Italia e ora sto lavorando su roba nuova. Spero di tornare presto in giro con dei live, in condizione di poter presentare uno show di livello. Fin quando non avrò qualcosa di figo però non ne parlerò neanche: avere fretta di tornare a fare dei live e poi non farli ai livelli a cui ambisco sarebbe uno sbaglio. Quando tornerò, tornerò in grande!

Perfetto Claudio, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
“Ma va, grazie a te!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina dell’articolo.

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