“Everything Not Saved Will Be Lost-Part 1”: l’ambizioso ritorno dei Foals 0 611

A poco più di dieci anni dall’opera prima “Antidotes” (2008), e a quattro dal fortunato “What Went Down” (2015), tornano i Foals con la loro ultima fatica. Dopo aver raggiunto un forte consenso di pubblico e critica con lo strepitoso “Holy Fire” (2013), dopo aver calcato i palchi di alcuni dei festival più importanti ed essersi affermati come una delle maggiori realtà del panorama indie/alternative britannico, i cinque ragazzi di Oxford cercano la definitiva consacrazione con un progetto dalle ambizioni decisamente alte: “Everything Not Saved Will Be Lost – Pt. 1 & 2”. Questo il titolo di un doppio album – la cui prima parte è stata rilasciata lo scorso 8 marzo – che, parafrasando le parole della band, «vuole riflettere sulle moderne paure, sulle attuali frustrazioni e sui pericoli del mondo che ci circonda». Per la seconda parte, invece, bisognerà attendere il prossimo autunno.

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Copertina dell’album “Everything Not Saved Will Be Lost – Part 1“.

“ENSWBL – Part 1” è un disco concettualmente e strutturalmente maturo che, da un punto di vista sonoro, sembra voler riassumere i percorsi musicali intrapresi nei quattro LP precedenti (riproponendo in maniera più decisa le tendenze electro-dance solo accennate in alcuni momenti di “What Went Down”). Non mancano, infatti, tutti gli autentici marchi di fabbrica di casa Foals. Dai riff pizzicati di chitarra funky, ai complessi intrecci ritmici di derivazione math rock; dalle invadenti incursioni elettroniche, alle labirintiche deflagrazioni noise. Il tutto confezionato dall’ennesima produzione minuziosa, questa volta curata dalla stessa band. Certo, si fatica a trovare pezzi della caratura di “Spanish Sahara” o “My Number”, ma nel complesso questo primo capitolo di ENSWBL si dimostra un lavoro ampiamente riuscito.

Si parte con “Moonlight”, apertura atmosferica e interlocutoria che serve a “calare nel mood” l’ascoltatore, introducendolo alla vera e propria starter del disco: “Exits”.

Il brano, scelto come primo singolo estratto, è un viaggio lungo 6 minuti che, poggiandosi su un coinvolgente beat di basso e batteriaalla Depeche Mode (periodo berlinese), ci porta a esplorare territori non troppo dissimili da quelli attraversati nei due dischi precedenti. Le chitarre sincopate e gli arpeggi ipnotici dei sintetizzatori s’intrecciano tra loro, intarsiando un tessuto sonoro sul quale riecheggiano monitorie le parole di Yannis PhilippakisThey got exits covered/all the exits underground/I wish I could figure it out/but the world’s upside down»)

Si procede spediti con un pezzo decisamente upbeat: “White Onions”. Brano frenetico e rabbioso, di matrice punk e – si può immaginare – dalla sicura presa in versione live.

Segue, poi, uno dei momenti più ispirati del disco: quello in cui i Foals decidono di vestire i panni dei New Order per trascinarci nell’irresistibile “In Degrees”, naturale evoluzione di tracce (ad esempio “Night Swimmers”) che già in passato avevano lasciato intravedere una possibile discesa nella dance dura e pura da parte della band. Unico piccolo appunto: la mancanza di un ritornello sufficientemente incisivo.

“Syrups” è, invece, un brano dai due volti: tesa e ipnotica ballata dalle venature dub nella sua prima metà, stretta parente di “What Went Down” (il singolo) nella seconda. A fare da trait d’union tra i due blocchi, i riff di una chitarra dal piglio spiccatamente “gilmouriano”.

Arriva così il turno dell’elemento più radiofonico della tracklist: “On the Luna”. Pezzo che, con le sue tastiere morbide e nostalgiche alla “Birch Tree” e il suo groove sbarazzino (con tanto di cowbell), sa essere catchy e ballabile pur senza risultare banale o scontato (complici anche i cambi ritmici).

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Foto della band comparsa sulla rivista “Q Magazine”.

Più di un omaggio ai concittadini Radiohead (voce dreamy alla Thom Yorke e pattern di batteria sulla scia di “Lotus Flower”) con la successiva “Cafè d’Athens”, caratterizzata dalla presenza insolita di marimba, xilofono e vibrafono, che conferiscono un sapore esotico e tribale al brano più sperimentale del disco.

“Surf Pt.1” è invece un breve interludio strumentale, dal gusto orientaleggiante, che prepara il terreno al secondo pezzo pregiato del lotto (dopo “In Degrees”).

Si tratta di “Sunday”: ballatona ovattata e vagamente psichedelica (alla “A Knife in the Ocean”, seppur non altrettanto maestosa) che ci accompagna delicatamente, facendoci fluttuare – come sospesi in un crescendo sensoriale – per metà della sua durata. Salvo poi spiazzarci, con una parentesi in salsa madchester, trasportandoci nel bel mezzo di un rave party d’inizio anni ‘90. Finito tale intermezzo si viene catapultati laddove il viaggio lisergico si era interrotto, per poi essere ricondotti al punto di partenza, seguendo un percorso circolare.

Travolti e sopraffatti dall’epicità di “Sunday”, non resta che lasciarsi accarezzare dalle dolci e malinconiche note di piano (non proprio un habituè per i Foals) di “I’m Done With the World (& It’s Done With Me)”: l’emozionale saluto che la band inglese riserva all’ascoltatore. Si tratta in realtà solo di un breve arrivederci. Difficile pronosticare se la seconda parte lavorerà in continuità con la prima o se riserverà cambi di direzione inaspettati. In entrambi i casi, se queste sono le premesse, già non vediamo l’ora di ascoltarla.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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