“Faccia”, il volto rock di Riccardo Maffoni 0 822

A dieci anni di distanza dal suo ultimo lavoro, “Ho preso uno spavento” (2008), torna Riccardo Maffoni con un nuovo album dal titolo “Faccia”.

Il disco, uscito lo scorso 6 aprile, racconta le esperienze, le paure, i sogni e i dolori vissuti dal cantautore bresciano durante questo lungo periodo di inattività. E lo fa senza sconti o riserve, con estrema sincerità e onestà. Evidenziando un’urgenza comunicativa di fondo, sicuramente alimentatasi durante questa sua prolungata pausa. Una pausa nella quale l’autore ha finito per accumulare un numero considerevole di canzoni (sono ben 14 le tracce dell’album) che rispecchiano fedelmente il suo stesso volto. La sua “faccia”.

Ci mette la faccia – dunque – Riccardo, ma anche l’anima e il cuore. E lo fa amalgamando testi e melodie in salsa alternative rock, con chiari rimandi al songrwriting a stelle e strisce, e impreziosendo il tutto con spolverate di folk e blues. Il risultato è un disco che – in termini di sound – volge dichiaratamente lo sguardo oltre oceano (tra le influenze più chiare si possono individuare Bruce Springsteen, Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty), pur mantenendo una continuità con il cantautorato nostrano e – più nello specifico – con quello di Francesco de Gregori e di Luciano Ligabue.

La copertina di “Faccia”

Ad aprire le danze è l’accusatoria “Provate voi”. Un’esortazione che ritorna ossessivamente lungo le strofe di un brano che denuncia il menefreghismo, il razzismo e l’ipocrisia di un mondo – quello occidentale – noncurante delle guerre, delle violenze e delle discriminazioni che affliggono la società contemporanea.

A seguire, il brano che dà il titolo al disco: “Faccia”. Il testo è una sorta di manuale che compendia ed elenca ciò che è necessario per affrontare la vita in ogni suo aspetto (amore, cambiamento, lavoro, solitudine). Ci vuole «coraggio», ci vuole «voglia», ci vuole «fame», ci vuole «tempo», ammonisce Riccardo. Ma, più di ogni altra cosa, ci vuole «faccia». La faccia di chi ha la tenacia di non arrendersi di fronte agli inevitabili ostacoli che la vita presenta perché sa che, in fondo, «non è tutto qui». Brano orecchiabile – non a caso scelto come primo singolo – sebbene dia l’impressione di esser uscito dalla penna di un certo collega di Correggio.

“Cambiare” è un piacevole brano roots rock, dalle sonorità care a Wallflowers, Counting Crows e Sheryl Crow, che invita a non fossilizzarsi sulle proprie abitudini e a non adagiarsi sulle quotidiane comodità.

Toni più pacati e atmosfere più rilassate per la folkeggiante “L’uomo sulla montagna”, che esplora il punto di vista di un uomo isolato che, dall’altro di una metaforica montagna, osserva la sua vita da una diversa prospettiva.

Arpeggi di chitarra acustica si intrecciano per comporre la trama sonora della ballad romantica “Sotto la luna”. Un brano che lavora in crescendo e che unisce assoli di chitarra Springsteeniani a linee vocali alla Vasco Rossi.

Si rimane intrappolati nelle melodie tipiche del “Blasco” anche nella successiva “Quello che sei”, che esorta a vivere la propria vita restando fedeli a quello che si è, alla propria identità.

“Le ragazze sono andate” è una struggente ballata folk che, accompagnata dagli accordi arpeggiati di una chitarra acustica e dalle note di un malinconico violoncello, si sofferma su amori finiti per incomprensioni, violenze e voglia di cambiamento. Pezzo di rara intensità, conferita anche dalla pomposa coda strumentale.

La successiva “Mi manchi di più” rappresenta la più significativa variazione sul tema del disco. Ci si allontana dalle atmosfere folk/blues rock statunitensi per passare a un pezzo di matrice pop anni ’80 (sonorità vicine a quelle di Luca Carboni), trascinato da piano e batteria elettronici.

Torna la politica con “Sette grandi”, uno scanzonato e allegro blues rock alla Tom Petty che affronta con lucida ironia tematiche ambientaliste.

Atmosfere vagamente Beatlesiane per l’orecchiabilissima “La mia prima constatazione”, che tratta in maniera leggera – ma estremamente consapevole – il tema dell’abbandono. Melodie, armonizzazioni e sound retrò sono i punti forti di questo riuscitissimo brano pop, capace di creare dipendenza per chi lo ascolti.

“Il mondo va avanti” ci riporta ad un folk rock, con accenni country, di stampo americano per ricordarci che nonostante dolori, drammi e sofferenze, la vita continua. E che, col tempo, tutto passa.

Torna un Maffoni più sentimentale con la successiva “Senza di te”, che racconta la solitudine e l’incertezza lasciate da una storia d’amore ormai finita. Finale arioso e maestoso con tanto di ottoni e fiati.

Prima di arrivare al brano conclusivo c’è il tempo per un breve intermezzo strumentale, “Scala D”. Un folk ancestrale che rimanda a quelle atmosfere del sud degli USA che, qualche anno fa, furono abilmente catturate e riproposte dai Litfiba con il loro terzo lavoro (“Litfiba 3”).

La chiusura è affidata a un pezzo acustico. Questa volta, però, ad accompagnare la voce di Maffoni non è la finora onnipresente chitarra, ma il piano. Il brano, dal titolo “Tommy è felice”, racconta la storia di un ex detenuto dal passato difficile che prova a rifarsi una vita. Sembrerebbe riuscirci, ma il destino ha in serbo piani diversi per lui…

In definitiva “Faccia”, pur soffrendo di un’eccessiva durata e di un songwriting in alcuni casi un po’ troppo derivativo, è sicuramente un lavoro ben riuscito. Buoni gli arrangiamenti e la production, efficaci le melodie e interessanti le tematiche trattate. Riccardo Maffoni ci mette la “faccia” e porta a casa un disco che segna un positivo ritorno in pista.

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Intervista a Francesco Camin: “Con la mia musica pianto alberi in Africa e Sud America” 0 435

Il palindromo (dal greco antico πάλιν “di nuovo” e δρóμος “percorso”, col significato “che può essere percorso in entrambi i sensi”) è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata.

Abbiamo voluto iniziare da questa citazione di Wikipedia, perché è qui che si racchiude l’intero significato del nuovo disco di Francesco Camin, cantautore veneto al suo primo LP. “Palindromi” è un disco che si discosta dalle recenti uscite di mercato, tutte più o meno molto legate al fenomeno crescente dell’indie italiano, affondando le sue radici nel vecchio cantautorato italiano con grande sorpresa di chi vi scrive. Perché trovare un disco del genere, di questo spessore, al giorno d’oggi risulta difficile come trovare il classico ago nel pagliaio. “Palindromi” rispolvera la vera musica italiana, quel “made in italy” che ormai pochi artisti riescono a portare avanti con fierezza nel mondo del mainstream (Silvestri, Gazzè), e lo fa nel modo migliore che ci possa essere, spronando l’ascoltatore ad esplorare quel lato magico della musica nostrana che va pian piano sparendo.
Non solo una questione musicale, per Francesco Camin, ma un vero e proprio messaggio che sfrutta la musica come un mezzo per qualcosa di molto più grande e nobile: ne abbiamo parlato con lui stesso, in un’intervista a 360°.

Ciao Francesco! Per iniziare quest’intervista direi di proporci una breve bio incentrata sulla tua musica. Raccontati!
Ciao a tutti, io sono Francesco Camin e ho ventinove anni – ancora per poco, a metà luglio sono in dirittura d’arrivo per i trenta (Ride, n.d.r.). Ho cominciato a suonare la chitarra a otto anni, continuando poi ad allenarmi tutti i giorni. Mi sono avvicinato alla scrittura delle canzoni dopo aver frequentato la scuola di musica di Mogol, in Umbria. Grazie a quell’esperienza ho imparato ad incanalare le energie nella scrittura, rendendo più efficace il modo di esprimere concetti attraverso le melodie. In realtà ho anche fatto un percorso di studi parallelo che non ha niente a che vedere con la musica: un percorso legato all’ambiente, con un diploma in un istituto agrario e una laurea in scienze ambientali, anche se poi non ho mai voluto intraprendere un percorso lavorativo in questo senso – per la gioia di mio padre (Tono ironico, n.d.r.). Vivendo in Trentino posso tranquillamente dire che questo amore per gli alberi e le piante mi ha sempre accompagnato sin da piccolo!

Sappiamo però che hai trovato un modo per intrecciare le tue più grandi passioni, quella per la musica e quella per la natura: parlacene
Sì, ho sostanzialmente messo al servizio della natura la mia musica: in pratica, con la mia musica pianto nuovi alberi in Africa e Sud America, nelle zone desertificate, per dare un contributo alla riforestazione della nostra Terra. Questo lavoro ha una duplice importanza per me: concretamente quella di piantare degli alberi, e filosoficamente quella di mandare avanti il mio messaggio di interconnessione con la natura e, soprattutto, con gli alberi, che vedo come delle entità spirituali, se vogliamo. Imparo dalla natura diversi insegnamenti, che cerco poi di rigirare alle persone attraverso un videoblog che ho creato.”

Beh, comunque hai dato un perché al tuo percorso di studi, quindi in fondo papà sarà felice!
“(Ride, n.d.r.) massì! È che io non ho mai voluto fare un percorso lavorativo in quella direzione, non so perchè. Ma se qualcuno mi chiedesse se fossi disposto a rifare da capo questo percorso accademico direi di sì, perché è parte di quello che sono oggi. Non voglio farlo di mestiere, ma sono comunque soddisfatto del mio percorso formativo.”

Una delle cose che siamo riusciti a carpire da internet è che fai il postino: è ancora così?
Sì, sì, faccio il postino qui sulle montagne, qua intorno nei paesi limitrofi. Per fortuna non in città. Lo trovo un lavoro molto divertente, stimolante, mi permette di stare all’aria aperta, a contatto con la natura.”

Concentriamoci ora sulla tua musica ed in particolare sul tuo nuovo disco: Palindromi è il tuo primo LP. Sappiamo cosa sono i palindromi, ma mi piacerebbe sapere se quelli a cui ti riferisci sono palindromi di lettere (i topi non avevano nipoti) o palindromi di parole (porta la sbarra e sbarra la porta).
Cominciamo dall’inizio: questo è il vero disco, vero nel senso che è nato da un vero processo di produzione tutto incentrato nella stesura di un album – mentre il precedente EP era solo una raccolta di canzoni confezionate negli ultimi anni che ho voluto racchiudere in un disco, per chiudere un cerchio. Questo disco, invece, è più strutturato: abbiamo iniziato a lavorarci qualche anno fa, e si è trattato di un processo lungo e non certo privo di ostacoli, che ha portato alla creazione di queste otto tracce. Si chiama Palindromi, che riconosco essere un titolo un po’ inusuale: mi è stato suggerito da Anna, una persona a me vicina con cui ho condiviso molto della mia vita, e si lega alla canzone che poi dà il titolo al disco: una canzone d’amore. Non sono bravo a spiegare le canzoni, ma il concetto di palindromi si sviluppa attorno a quello dell’amore fra due persone: quando queste sono molto unite è come se diventassero una cosa sola, nuova, che diventa un vero e proprio palindromo leggibile da un verso o dall’altro ma con lo stesso risultato. È un concetto che mi ha colpito favorevolmente, al punto da decidere di chiamare l’intero disco così!

“Palindromi”, senza scadere nel banale e nei cliché delle interviste, può essere considerato una vera e propria evoluzione rispetto al precedente EP, “Aria Fresca”, con delle sonorità che sono rimaste una costante anche a distanza di anni. Nessun cambio di direzione quindi, per un disco che risulta essere il vero inizio del tuo percorso.
Beh, che non sia uno stravolgimento è bello sentirlo dire, perché vuol dire che una sorta di cifra stilistica, di identità artistica, c’era prima e c’è anche adesso, ed è giusto che vada ad evolversi e non a stravolgersi. Anch’io sono molto soddisfatto di questo disco, perché sento dentro di me un’evoluzione, come è giusto che sia: contando che alcune delle canzoni dell’EP hanno cinque anni sarebbe stato problematico se fossero risultate simili alle nuove. È stata un’evoluzione in tutto e per tutto, sia nel concetto stesso di musica che nella composizione e nella produzione, nonostante abbia lavorato con lo stesso produttore dell’EP. In questo lavoro abbiamo deciso di sperimentare e osare un po’ di più. Non sono delle canzoni facilmente ascoltabili a primo acchito, sicuramente non molto radio-friendly, ma va bene così: abbiamo voluto giocare e sperimentare, e a me questo risultato piace molto. Speriamo anche che piaccia a qualcun altro!

Ascoltando il tuo disco ci hanno colpito favorevolmente due canzoni in particolare: la prima è “Le Cose Semplici”, classica hit estiva. La seconda, più profonda, è la final track “Un Gioco”, che rimanda molto alle sonorità espresse da Niccolò Fabi nel suo ultimo disco, in particolare in “Filosofia Agricola”. Da qui, vorrei chiederti a quali artisti ti sei ispirato per la produzione di questo tuo disco, e più in generale, per la tua musica.
Niccolò Fabi fa sicuramente parte della mia top ten di ascolti, anche se ultimamente mi ci sono un po’ allontanato, ma resta un artista che ho ascoltato e studiato per molto tempo, e che ha sicuramente influenzato in maniera profonda il mio modo di scrivere. Sto cercando di levarmelo tra i piedi (Ride, n.d.r.), di trovare una mia via di espressione. È giusto, secondo me, prendere ispirazione da vari artisti, ma solo nell’ottica di intraprendere un proprio percorso, una propria strada. Altrimenti si rischia di diventare lo scimmiottatore di turno. Comunque, oltre Fabi, c’è sicuramente il restante panorama musicale romano ad avermi influenzato parecchio: Silvestri, De Gregori, i Tiromancino e quella scuola lì. Un altro artista fondamentale per me è Bon Iver, che a mio parere ha cambiato un po’ le sorti delle sonorità mondiali con il suo approccio pionieristico – non a caso ha vinto dei Grammy Awards coi suoi dischi.

Se avessi la possibilità di collaborare con qualcuno in futuro, chi sarebbe? Un nome italiano e uno straniero
Straniero sicuramente Bon Iver. In Italia mi piacerebbe lavorare con Giorgia, e neanche in un duetto quanto più con un lavoro d’autore, scrivendogli dei testi. Mi piace moltissimo come cantante

Dove possiamo venirti a vedere suonare? C’è un tour in programma?
Le date sono ancora in fase di programmazione, ma molto presto saranno fuori. In questo tour suonerò da solo, con un set solista, e penso si concentrerà nel centro-nord Italia, tra Veneto e Lombardia.

Va bene Francesco, ti ringraziamo tantissimo per il tempo dedicatoci!
Grazie a voi!

“Il sacrificio del cervo sacro”, il dramma disturbante che affonda le radici nella tragedia greca 0 450

A tre anni di distanza dall’acclamato The Lobster(2015), Yorgos Lanthimos torna in sala con il suo ultimo lavoro: “Il sacrificio del cervo sacro” (The Killing of a Sacred Deer”). E si tratta di un ritorno in grande stile per il mai banale cineasta ellenico che, con il tanto ambizioso quanto affascinante proposito di unire tragedia greca ed arthouse cinema, confeziona un film che tanto sta facendo parlare di sé.

Già vincitore della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2017, “Il sacrificio del cervo sacro” rappresenta infatti un riuscito connubio tra modernità e classicità. Euripide che incontra Buñuel, Kubrick e Haneke: una premessa folle ma allo stesso tempo assolutamente intrigante. Il tutto senza “sacrificare” i principali tratti stilistici del cinema del regista greco, che ritornano puntuali in quello che potremmo definire un perturbante dramma psicologico, che riprende alcuni dei più ricorrenti tòpoi letterari della tragedia greca per riproporli in chiave contemporanea.

Un film sicuramente destinato a dividere il pubblico: c’è chi amerà le sue atmosfere ansiogene, le sue immagini disturbanti, la sua straniante tendenza a costruire una tensione apparentemente non giustificata dall’effettivo sviluppo della trama (in questo Lanthimos si dimostra degno allievo di David Lynch). Così come c’è chi non apprezzerà i suoi ritmi estenuanti, non accetterà la dimensione surreale del racconto o più semplicemente non ne comprenderà i contenuti.

Quel che è certo è che “Il sacrificio del cervo sacro” è un film che sa scavare nei recessi più reconditi dell’animo umano, fino a scoprire le tenebre che vi albergano in profondità. Un film che mette in mostra un’umanità fredda, distaccata, anaffettiva, asettica tanto quanto le ambientazioni nelle quali si sviluppa la vicenda (la lussuosa casa della famiglia protagonista e l’ospedale in cui i genitori della stessa lavorano). Un film che gioca a decostruire i legami interpersonali di una famiglia borghese, devastandola dall’interno e privandola di quelle maschere di bonomia e rettitudine che, in realtà, celano una natura mostruosa e improntata all’istinto di sopravvivenza.

Alla luce di ciò, risulterebbe sin troppo facile dire che Lanthimos abbia recepito e assimilato alla perfezione la lezione impartita da maestri del calibro di Luis Buñuel e Micheal Haneke, che più di tutti si sono fatti promotori di queste tematiche con il loro cinema. Inoltre, se del primo Lanthimos condivide l’approccio surrealista, del secondo, in questo film, il regista greco sembra aver voluto addirittura citare un’importante sequenza del celebre “Funny Games”.

La famiglia borghese che verrà devastata da un’inesorabile “giustizia divina” è quella di Steven Murphy (Colin Farrell), uno stimato cardio chirurgo con un passato da alcolista. Steven conduce, insieme all’affascinante moglie Anna (Nicole Kidman) – anch’ella dottoressa – e ai due figli adolescenti Kim e Bob, una vita agiata e apparentemente tranquilla. Almeno fino a quando non decide di invitare a casa Martin (Barry Keoghan), un misterioso ragazzo con il quale da tempo intrattiene un rapporto dalla natura non specificata. Il ragazzo impiega poco tempo per entrare nelle grazie degli altri componenti della famiglia. Soprattutto in quelle di Kim, che finisce subito per innamorarsi di lui. Ben presto il comportamento di Martin, che si scopre essere il figlio di un paziente avuto in cura da Steven e morto sotto i ferri durante un’operazione da lui condotta, si farà sempre più inquietante ed invadente. Fino a quando un morbo inspiegabile si abbatterà su Bob prima e Kim poi. Un morbo che, stando a quanto un Martin sadicamente compiaciuto rivelerà a Steven, presto colpirà anche Anna. L’incurabile malattia ha un decorso rapido e inesorabilmente fatale. Steven verrà dunque messo di fronte a una scelta diabolica da Martin: l’unico modo per fermare il progredire della malattia sarà sacrificare uno dei tre famigliari, in modo da guarire definitivamente gli altri due e salvarli da morte certa.

Ed ecco che lo spettatore si ritrova invischiato in una vera e propria tragedia greca (con tanto di coro) camuffata da thriller. Lanthimos, omaggiando e recuperando la tradizione del suo Paese, riprende stilemi tragici classici quali il tema dell’espiazione delle colpe dei padri che ricadono sui loro figli, del sacrificio a soddisfacimento di un Dio crudele e sanguinario, dell’inesorabilità di un fato incontrollabile per gli uomini e di una giustizia primordiale concepita come retribuzione (occhio per occhio, dente per dente). Nello specifico, a essere citata a più riprese (in un’occasione addirittura in maniera testuale) è l’Ifigenia in Aulide di Euripide, nella quale la dea Artemide chiede ad Agamennone di sacrificare in suo onore la figlia Ifigenia, al fine di calmare una tempesta e permettere all’esercito Greco di raggiungere Troia.

Allo stesso modo Steven, colpevole della morte del padre di Martin per via dei problemi di alcolismo che lo portarono ad operarlo in stato di ebbrezza, dovrà scegliere quale dei suoi famigliari sacrificare per salvare la vita degli altri due.

E qui Lanthimos si diverte a frantumare il microcosmo famigliare, lanciando i suoi membri in una deviata competizione che offre in premio la sopravvivenza. Dimenticando qualsiasi affetto e legame parentale Anna e i suoi due figli proveranno a ingraziarsi Steven, per far sì che la scelta finale di quest’ultimo non ricada su di loro. Da qui verrà fuori tutta la disumanità, il cinismo, l’egoismo, l’istinto di autoconservazione di personaggi con i quali, in fin dei conti, riesce difficile empatizzare e condividere il tormento per il dramma che stanno vivendo. Sicuramente non per un padre che non ammette le sue colpe e non accetta il peso delle sue responsabilità (neanche una volta chiede a Martin di uccidere lui – unico vero responsabile dell’ira vendicativa del ragazzo ­– e lasciare in pace moglie e figli, del tutto estranei alla vicenda). Neanche per una madre che arriverà addirittura a suggerire al marito di risparmiarla poiché, in quanto donna ancora fertile, potrà sempre “rimediare” alla perdita di uno dei due figli.

A fornirci uno spaccato ancor più evidente di questo mondo freddo e anaffettivo (dove persino i rapporti sessuali assumono dei connotati perversamente vicini alla necrofilia) ci pensa la recitazione distaccata e talvolta quasi inespressiva dei bravissimi attori coinvolti. Colin Farrell (che già aveva lavorato con Lanthimos in “The Lobster”) riesce a rendere alla perfezione l’inadeguatezza di un uomo incapace di venire a patti con se stesso e con le sue colpe, finendo per rimediare in modo goffo e inefficace alle conseguenze da queste scaturenti (la maniera in cui tenta di occuparsi di Martin nella prima parte del film o quella con la quale affronta la malattia dei figli nella seconda). Strepitosi anche la Kidman, come sempre a suo agio in ruoli di donne orgogliosamente altezzose e cinicamente algide, e il giovane Barry Keoghan, estremamente convincente nella parte del problematico Martin.

A corollario di quanto detto, come non soffermarsi sulla chirurgica regia di Lanthimos che, anche grazie al sapiente utilizzo di una colonna sonora da brividi, riesce a tenere alto l’interesse dello spettatore, mantenendolo in bilico in una condizione di costante ansia e attesa? La simmetria geometrica delle inquadrature e l’utilizzo sapiente di grandangoli, carrelli e zoom-in non può non riportare alla mente lo stile registico di Kubrick (tra l’altro, a conferma del potere visivo del Cinema dell’artista inglese, ogni volta che la Kidman si aggira in déshabillé di fronte a uno specchio risulta impossibile non ripensare alla celeberrima scena di “Eyes Wide Shut”). Ovviamente Lanthimos ci mette anche del suo, con disturbanti close-up di toraci spalancati e vertiginose inquadrature a strapiombo dall’alto, che procurano un voluto senso di vertigine e smarrimento in uno spettatore lasciato in balia dell’impatto scombussolante delle immagini che gli vengono presentate.

Un cinema viscerale quello di Lanthimos, che in questo suo ultimo lavoro arriva anche ad allinearsi a una maggiore fruibilità, grazie anche ai toni da thriller e all’utilizzo di un cast di stelle di Hollywood. In definitiva “Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film più interessanti di questa stagione cinematografica, nonché una gradita conferma per uno degli autori più intriganti e talentuosi attualmente in circolazione.

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