Fatoumata Diawara: Africa, impegno e coraggio all’Estragon di Bologna 0 1058

Un connubio di Africa, energia e femminilità. Stiamo parlando del concerto di Fatoumata Diawara organizzato dal Locomotiv Club e tenutosi ieri, 22 febbraio 2019 presso l’Estragon Club di Bologna. Sold out per la seconda tappa italiana di questa artista maliana in grado di offrire momenti musicali di grandissima intensità.

Si presenta sul palco con un lungo vestito rosso, colore che simboleggia energia e intensità. Fatou sul palco non si limita a cantare e suonare, cosa che fa benissimo con la sua strepitosa band, ma si impegna a lanciare messaggi profondi, senza mai perdere il suo sorriso. Tra un brano e l’altro la sua parola si trasforma, come in un comizio musicale dedicato a un’Africa nuova, alle donne, ai diritti umani, alla pace. Siamo tutti uguali e il colore di pelle non importa, perché abbiamo tutti lo stesso sangue. Fatoumata urla “aprite i porti!” e ricorda a tutti noi che le diversità ci fanno crescere e un mondo tutto bianco o tutto nero sarebbe un mondo molto più povero. Insegnamenti fondamentali che mai come oggi abbiamo incredibilmente bisogno di sentire.

Fatoumata Diawara

Fatoumata Diawara, 36enne nata in Costa d’Avorio e cresciuta in Mali, ha sentito che questo era il momento giusto per ribadire con forza ciò che le sue canzoni fanno in tutto il mondo: raccontare un continente che in realtà conosciamo pochissimo. La musica, più di ogni altra arte, unisce con la sua inesauribile capacità di abbattere ogni barriera, ogni confine geografico. La sua musica è coraggiosa, calda, coinvolgente, impegnata e, forse, necessaria.

Donna dal carattere ribelle e indipendente, sfuggì ad un matrimonio imposto quando era ancora una adolescente. Parigi la accolse e iniziò la sua carriera prima come ballerina e attrice, poi come cantante e chitarrista, cominciando ad accompagnare le sue prime canzoni. Debuttò nel 2011 col suo primo album “Fatou”, presentando nello scorso anno il suo terzo album intitolato “Fenfo”, che in lingua bambara significa ‘qualcosa da dire‘. Infatti è un album che ha molto da raccontare.

Il live si è aperto con il brano “Don Do” che sembra quasi recitato e descrive in maniera dolorosa un amore non corrisposto. A seguire “Kokoro” che significa ‘patrimonio ancestrale’: questo brano è un fusion di blouse elettrificato che rivendica le origini e le tradizioni degli uomini africani.

La terza è una canzone scritta e composta da Fatoumata e Amine Bouhafa intitolata, “Timbuktu Fasso”. Brano lento, parla della città di Timbuktu sotto l’occupazione degli estremisti islamici che portano una bandiera nera jihadista, e i bambini del popolo malese soffrono, ma ‘il grande Mali, è destinato a vincere’.

Fatoumata Diawara

Segue il brano afro-pop sincopato: “Ou Y’an Ye” che parla di umiltà, di cessare la gelosia e del bisogno di qualcun altro che guidi attraverso la vita.

Successivamente sono spuntati strumenti in grado di evocare le sonorità antiche della kora che, combinate con il funky, hanno creato una grande forza comunicativa nelle canzoni come “Negue Negue” e “Kanoua Dan Yen” i quali reinventano il canto militante di molta musica africana rimarcando la volontà dell’autrice di evolvere la tradizione verso sfumature sonore moderne.

Diawara esorta tutti a condividere la felicità e l’amore ovunque; invita i giovani a unirsi e rendere questo mondo un posto migliore. 

Fatoumata Diawara

Le luci si animano e parte “Sinnerman”, tributo a Nina Simone rivisitato in chiave africana. Ora la situazione sul palco inizia a scaldarsi e Fatou cerca un contatto con il suo caloroso pubblico: batte le mani, balla da una parte all’altra del palco e in una mossa fa cascare il suo grande turbante mostrando i suoi bellissimi dreadlocks decorati.

Finalmente si giunge ai pezzi clou del disco, “Fenfo” e il singolo che ha riscosso enorme successo: “Nterini”. Questa canzone parla dell’angoscia sentita e dell’amore provato da due amanti separati dalla distanza. Il ritmo è cadenzato e Diawara fa ballare tutti quanti!

Sono quasi passate due ore dall’inizio del concerto e Lei è ancora raggiante e fresca come una rosa appena sbocciata.

Le luci si abbassano per un istante e dalle prime note il pubblico capisce subito di quale canzone si tratta: “Sowa”. Chiunque, all’udire il nome di questa artista, penserebbe solo ad una canzone, iniziandola a cantare: è proprio Sowa, con il suo ridondante ritornello. Fatoumata ha più volte spiegato che la parola “Sowa” è stata creata da sola per chiamare tutti i bambini che sono cresciuti senza i loro genitori o che sono stati dati in adozione forzata. La canzone narra così: “Anche senza soldi, il tuo amore sarà sufficiente per il benessere di tuo figlio e per la sua educazione. Ogni bambino ha bisogno della propria madre. Se solo tu potessi guardarlo negli occhi prima di darlo, vedresti tristezza e paura, non lo lasceresti mai andare.

Ultimo brano del live è “Bonya”, una sintesi pop trascinante come un rock’n’soul anni ’70. Bonya significa ‘rispetto’, ed è proprio di questo che si parla, del rispetto verso gli altri, del godere della vita in comunità senza dover ferire, calunniare o umiliare gli altri.

Sta per giungere la fine del mega concerto, lo si capisce perché le luci calano e dal palco spariscono tutti. La folla inizia ad esultare e ad incitare il loro ritorno così, dopo pochi minuti, rientra la band con Yacouba Kone alla chitarra e Sekou Bah al basso, i quali si scatenano in un breve duetto. Poi rientra lei, la regina della serata, tutti esultano. Fatou fa un’ultima richiesta alla platea ed esclama: “C’è qualcuno che vuole saltare sul palco qui con me per provare a ballare la mia danza africana?“.
La risposta è stato un corale ““, coi più temerari a scavalcare le sbarre del sottopalco, passando da spettatori a protagonisti di questo finale di concerto.

Una bomba atomica questa Diawara!

Fatoumata Diawara

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 385

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 554

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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