Fatoumata Diawara: Africa, impegno e coraggio all’Estragon di Bologna 0 176

Un connubio di Africa, energia e femminilità. Stiamo parlando del concerto di Fatoumata Diawara organizzato dal Locomotiv Club e tenutosi ieri, 22 febbraio 2019 presso l’Estragon Club di Bologna. Sold out per la seconda tappa italiana di questa artista maliana in grado di offrire momenti musicali di grandissima intensità.

Si presenta sul palco con un lungo vestito rosso, colore che simboleggia energia e intensità. Fatou sul palco non si limita a cantare e suonare, cosa che fa benissimo con la sua strepitosa band, ma si impegna a lanciare messaggi profondi, senza mai perdere il suo sorriso. Tra un brano e l’altro la sua parola si trasforma, come in un comizio musicale dedicato a un’Africa nuova, alle donne, ai diritti umani, alla pace. Siamo tutti uguali e il colore di pelle non importa, perché abbiamo tutti lo stesso sangue. Fatoumata urla “aprite i porti!” e ricorda a tutti noi che le diversità ci fanno crescere e un mondo tutto bianco o tutto nero sarebbe un mondo molto più povero. Insegnamenti fondamentali che mai come oggi abbiamo incredibilmente bisogno di sentire.

Fatoumata Diawara

Fatoumata Diawara, 36enne nata in Costa d’Avorio e cresciuta in Mali, ha sentito che questo era il momento giusto per ribadire con forza ciò che le sue canzoni fanno in tutto il mondo: raccontare un continente che in realtà conosciamo pochissimo. La musica, più di ogni altra arte, unisce con la sua inesauribile capacità di abbattere ogni barriera, ogni confine geografico. La sua musica è coraggiosa, calda, coinvolgente, impegnata e, forse, necessaria.

Donna dal carattere ribelle e indipendente, sfuggì ad un matrimonio imposto quando era ancora una adolescente. Parigi la accolse e iniziò la sua carriera prima come ballerina e attrice, poi come cantante e chitarrista, cominciando ad accompagnare le sue prime canzoni. Debuttò nel 2011 col suo primo album “Fatou”, presentando nello scorso anno il suo terzo album intitolato “Fenfo”, che in lingua bambara significa ‘qualcosa da dire‘. Infatti è un album che ha molto da raccontare.

Il live si è aperto con il brano “Don Do” che sembra quasi recitato e descrive in maniera dolorosa un amore non corrisposto. A seguire “Kokoro” che significa ‘patrimonio ancestrale’: questo brano è un fusion di blouse elettrificato che rivendica le origini e le tradizioni degli uomini africani.

La terza è una canzone scritta e composta da Fatoumata e Amine Bouhafa intitolata, “Timbuktu Fasso”. Brano lento, parla della città di Timbuktu sotto l’occupazione degli estremisti islamici che portano una bandiera nera jihadista, e i bambini del popolo malese soffrono, ma ‘il grande Mali, è destinato a vincere’.

Fatoumata Diawara

Segue il brano afro-pop sincopato: “Ou Y’an Ye” che parla di umiltà, di cessare la gelosia e del bisogno di qualcun altro che guidi attraverso la vita.

Successivamente sono spuntati strumenti in grado di evocare le sonorità antiche della kora che, combinate con il funky, hanno creato una grande forza comunicativa nelle canzoni come “Negue Negue” e “Kanoua Dan Yen” i quali reinventano il canto militante di molta musica africana rimarcando la volontà dell’autrice di evolvere la tradizione verso sfumature sonore moderne.

Diawara esorta tutti a condividere la felicità e l’amore ovunque; invita i giovani a unirsi e rendere questo mondo un posto migliore. 

Fatoumata Diawara

Le luci si animano e parte “Sinnerman”, tributo a Nina Simone rivisitato in chiave africana. Ora la situazione sul palco inizia a scaldarsi e Fatou cerca un contatto con il suo caloroso pubblico: batte le mani, balla da una parte all’altra del palco e in una mossa fa cascare il suo grande turbante mostrando i suoi bellissimi dreadlocks decorati.

Finalmente si giunge ai pezzi clou del disco, “Fenfo” e il singolo che ha riscosso enorme successo: “Nterini”. Questa canzone parla dell’angoscia sentita e dell’amore provato da due amanti separati dalla distanza. Il ritmo è cadenzato e Diawara fa ballare tutti quanti!

Sono quasi passate due ore dall’inizio del concerto e Lei è ancora raggiante e fresca come una rosa appena sbocciata.

Le luci si abbassano per un istante e dalle prime note il pubblico capisce subito di quale canzone si tratta: “Sowa”. Chiunque, all’udire il nome di questa artista, penserebbe solo ad una canzone, iniziandola a cantare: è proprio Sowa, con il suo ridondante ritornello. Fatoumata ha più volte spiegato che la parola “Sowa” è stata creata da sola per chiamare tutti i bambini che sono cresciuti senza i loro genitori o che sono stati dati in adozione forzata. La canzone narra così: “Anche senza soldi, il tuo amore sarà sufficiente per il benessere di tuo figlio e per la sua educazione. Ogni bambino ha bisogno della propria madre. Se solo tu potessi guardarlo negli occhi prima di darlo, vedresti tristezza e paura, non lo lasceresti mai andare.

Ultimo brano del live è “Bonya”, una sintesi pop trascinante come un rock’n’soul anni ’70. Bonya significa ‘rispetto’, ed è proprio di questo che si parla, del rispetto verso gli altri, del godere della vita in comunità senza dover ferire, calunniare o umiliare gli altri.

Sta per giungere la fine del mega concerto, lo si capisce perché le luci calano e dal palco spariscono tutti. La folla inizia ad esultare e ad incitare il loro ritorno così, dopo pochi minuti, rientra la band con Yacouba Kone alla chitarra e Sekou Bah al basso, i quali si scatenano in un breve duetto. Poi rientra lei, la regina della serata, tutti esultano. Fatou fa un’ultima richiesta alla platea ed esclama: “C’è qualcuno che vuole saltare sul palco qui con me per provare a ballare la mia danza africana?“.
La risposta è stato un corale ““, coi più temerari a scavalcare le sbarre del sottopalco, passando da spettatori a protagonisti di questo finale di concerto.

Una bomba atomica questa Diawara!

Fatoumata Diawara

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Il Primo Re, Rovere dona speranza al cinema italiano 0 159

Il primo Re’ potrebbe, dalle premesse, non risultare un film per tutti. Sicuramente non è l’ennesimo Marvelone d’oltreoceano che ha riempito le sale italiane nei week-end, ma nemmeno la solita commedia all’italiana che ha forte richiamo nei cinema nostrani – e solo in quelli nostrani. Fin qui, però, ho detto cosa questo film ‘non è’, ormai parametro fondamentale per classificare e apprezzare la cinematografia. La verità è che in un mondo di Neri Parenti preferirò sempre un Matteo Rovere. Rovere, infatti, non è solo il regista dietro a questa pellicola, ne è anche produttore attraverso la sua personale casa di produzione Groenlandia srl. Ed è proprio grazie alla produzione se questo film non solo ha visto la luce ma è LIBERO da quelle che sono le regole e i topoi a cui la cinematografia italiana ci ha da sempre abituati. Rovere aveva già dimostrato di avere le palle ai tempi di “Smetto quando voglio”, anche quello film inusuale per il nostro Stivale – tralasciando la parabola indecente dei sequel-, mai però quanto ‘Il primo Re’. Ma andiamo a spiegare i motivi per cui questa premessa è stata doverosa: di cosa parla questo film? [SPOILER ALERT FINO A PARAGRAFO SUCCESSIVO]

Attraverso una prima sequenza degna di Hollywood, Rovere ci introduce al mondo di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi): una landa primordiale in cui molti degli uomini sembrano ancora animali, bestie rabbiose. I fratelli vengono catturati dagli uomini di Alba, città che su quelle terre ha l’egemonia indiscussa. I due però riescono a scappare in un qualche modo, sebbene Romolo rimanga ferito gravemente. Da questo punto in poi, per quasi metà film, la pellicola attraversa una fase alla ‘Revenant’ (Film di Alejandro González Iñárritu con Leonardo Di Caprio, 2016) in cui la vita di Romolo è messa a repentaglio sia dall’infezione che si è generata dalla ferita, sia dagli uomini fuggiti con i due fratelli che lo vorrebbero abbandonare, ritenendolo maledetto da Dio. Remo si guadagna il rispetto di questi e non solo li dissuade dall’abbandonare il fratello, ma li convince anche a seguirlo lontano da Alba, scappando dai soldati a cavallo, più numerosi e meglio armati, verso una “terra promessa”. Contro ogni opinione, Remo continuerà a sfidare il volere divino anche dopo che il fratello sembrerà ripresosi, non adempiendo a ciò che ha predetto l’oracolo: uno dei due fratelli fonderà una potente città e ne sarà il re, ma solo perché avrà preso la forza e la volontà per adempiere a tale compito macchiandosi di fratricidio, dando agli dèi ciò che vogliono. Sebbene Romolo si mostri favorevole a sacrificarsi (dopo essere appena guarito) per il fratello che ama, questi non riesce a seguire un così crudele destino e sceglie di ignorare il fato predetto. È questa la fine di Remo: continuerà a sfidare gli dèi, affermando che gli umani sono soli e che lui non vuole più farsi guidare dai riti propiziatori e dal caso; vuole divenire il suo destino, cosa che accadrà. La smania di ciò lo porterà infatti a compiere questo suo destino, morendo per mano del fratello che si stancherà ben presto delle sue blasfemie. Ucciso con tanto orrore dalla mano fraterna, però, darà anche il nome alla città che sarà fondata da Romolo, l’Urbe, dall’altra parte del fiume, una città libera sui cui Alba non potrà mai allungare le mani: Roma. [FINE SPOILER ALERT]

Il film si discosta totalmente dalla classica produzione italiana, presentandosi a tratti crudo, se non, addirittura, crudele; ma, soprattutto, mai gratuito. Intercorrono tra di loro scene di estrema violenza e azione alternate ad evocativi campi lunghi in cui i paesaggi diventano reali protagonisti. Certi momenti del film si compongono di lunghe attese, facendo intuire allo spettatore che qualcosa succederà, dando vita a una tensione palpabile e via via crescente, fino al raggiungimento di uno sgozzamento, un duello, una piccola battaglia o, a volte, solo uno scambio di battute. A rendere al meglio le scene di combattimento è l’abilità dei due attori protagonisti, Lapice e Borghi, i quali si sono allenati con la scherma nel periodo antecedente le riprese, riuscendo a riportare un sano realismo davanti la macchina da ripresa. Qualcosa che potrebbe far storcere il naso ai più attenti, invece, potrebbe essere la ricostruzione storica legata agli abiti, ai luoghi e alle armi che, almeno in parte, pare errata, nonostante il grande e prezioso contributi di alcuni archeologi e storici nella ricostruzione delle ambientazioni. Ma poco importa quando l’atmosfera che Rovere riesce a creare ci porta in viaggio tra quei boschi e quei colli dove i nostri antenati furono – e rivivono, grazie a questo film. Legarsi in toto alla fedeltà storica, o mitica che dir si voglia, poteva essere una scelta interessante, ma forse non avrebbe reso bene parte dell’opera che deve alle immagini d’impatto e alla regia la sua forza, non di certo alla sua correttezza storiografica. Storia che ogni spettatore conosce già da prima di vedere il film, che non sorprende più di tanto, che non offre grandi colpi di scena. La storia è solo una cornice, una scusa per offrire determinate immagini e scene portatrici di una potenza inaudita.

Tra tutti questi pregi un grande difetto, se vogliamo, è la povertà di concetti. L’unico portato in scena è il rapporto con il divino o con il destino cui l’uomo è legato. Il sottomettersi al proprio fato come fa Romolo, seguendo la via giusta (pietas romana, quella che incarnava l’eroe Enea), contrapposto al voler affrontare il destino, cercando di combatterlo con tutto sé stesso per poi fallire miseramente, come fa Remo (e come fanno tutti i personaggi ‘negativi’ della latinità).

Non deve essere stato facile girare questo film; ancora più difficile, invece, sarebbe stato portarlo al cinema e sperare in un riscontro positivo. Rovere però ci è riuscito, nelle sale italiane è stato finalmente proiettato un prodotto diverso, in grado di far riportare la mente ai gloriosi anni ’80, quando l’industria cinematografica italiana era molto rispettata e in diretta competizione con quella statunitense, prima che gettassimo la spugna e ci arrendessimo allo stra-potere nemico affacciato sul Pacifico. Ed è un po’ quello che fanno Romolo e Remo quando tutti si sono già arresi:mostrano i denti e combattono con tutto ciò che hanno, tenendo alto il loro valore contro la potentissima e più progredita Alba.

il primo re matteo rovere

Non sapendolo, non pensereste mai che, per questo film, non si è attinto a fondi pubblici, motivo per cui la mano di Rovere era guidata solo dal suo spirito. Soltanto la prima scena del film è costata un quarto del budget stimato di otto milioni – cifre che, per il nostro cinema, possono sembrare un’iperbole ma che, paragonati alla media di settanta milioni per un film della Marvel, paiono lenticchie.

Tirando le somme, è davvero difficile trovare dei difetti in quest’opera. L’unico ostacolo alla visione potrebbe sembrare essere la lingua utilizzata in questo film: la pellicola è, infatti, interamente recitata in un latino arcaico, lingua che riesce a donare una forte potenza d’impatto a molte scene. La sensazione rimane quella di una scelta azzeccatissima: un doppiaggio in qualsiasi altra lingua avrebbe davvero reso male se paragonato alla forma originale in cui oggi il film viene presentato: il protolatino si sposa perfettamente all’atmosfera che Rovere ci fa respirare, generando, a tratti, una sonorità piacevole all’orecchio – grazie anche all’ottima interpretazione del cast. Il Primo Re riesce, in sostanza, a donare speranza al cinema italiano, scalando un tratto importante in quello che è l’arduo percorso di risalita che la nostra industria cinematografica è obbligata a compiere, magari seguendo proprio i passi – e quindi l’originalità – di registi come Rovere.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 114

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

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