Fatoumata Diawara: Africa, impegno e coraggio all’Estragon di Bologna 0 324

Un connubio di Africa, energia e femminilità. Stiamo parlando del concerto di Fatoumata Diawara organizzato dal Locomotiv Club e tenutosi ieri, 22 febbraio 2019 presso l’Estragon Club di Bologna. Sold out per la seconda tappa italiana di questa artista maliana in grado di offrire momenti musicali di grandissima intensità.

Si presenta sul palco con un lungo vestito rosso, colore che simboleggia energia e intensità. Fatou sul palco non si limita a cantare e suonare, cosa che fa benissimo con la sua strepitosa band, ma si impegna a lanciare messaggi profondi, senza mai perdere il suo sorriso. Tra un brano e l’altro la sua parola si trasforma, come in un comizio musicale dedicato a un’Africa nuova, alle donne, ai diritti umani, alla pace. Siamo tutti uguali e il colore di pelle non importa, perché abbiamo tutti lo stesso sangue. Fatoumata urla “aprite i porti!” e ricorda a tutti noi che le diversità ci fanno crescere e un mondo tutto bianco o tutto nero sarebbe un mondo molto più povero. Insegnamenti fondamentali che mai come oggi abbiamo incredibilmente bisogno di sentire.

Fatoumata Diawara

Fatoumata Diawara, 36enne nata in Costa d’Avorio e cresciuta in Mali, ha sentito che questo era il momento giusto per ribadire con forza ciò che le sue canzoni fanno in tutto il mondo: raccontare un continente che in realtà conosciamo pochissimo. La musica, più di ogni altra arte, unisce con la sua inesauribile capacità di abbattere ogni barriera, ogni confine geografico. La sua musica è coraggiosa, calda, coinvolgente, impegnata e, forse, necessaria.

Donna dal carattere ribelle e indipendente, sfuggì ad un matrimonio imposto quando era ancora una adolescente. Parigi la accolse e iniziò la sua carriera prima come ballerina e attrice, poi come cantante e chitarrista, cominciando ad accompagnare le sue prime canzoni. Debuttò nel 2011 col suo primo album “Fatou”, presentando nello scorso anno il suo terzo album intitolato “Fenfo”, che in lingua bambara significa ‘qualcosa da dire‘. Infatti è un album che ha molto da raccontare.

Il live si è aperto con il brano “Don Do” che sembra quasi recitato e descrive in maniera dolorosa un amore non corrisposto. A seguire “Kokoro” che significa ‘patrimonio ancestrale’: questo brano è un fusion di blouse elettrificato che rivendica le origini e le tradizioni degli uomini africani.

La terza è una canzone scritta e composta da Fatoumata e Amine Bouhafa intitolata, “Timbuktu Fasso”. Brano lento, parla della città di Timbuktu sotto l’occupazione degli estremisti islamici che portano una bandiera nera jihadista, e i bambini del popolo malese soffrono, ma ‘il grande Mali, è destinato a vincere’.

Fatoumata Diawara

Segue il brano afro-pop sincopato: “Ou Y’an Ye” che parla di umiltà, di cessare la gelosia e del bisogno di qualcun altro che guidi attraverso la vita.

Successivamente sono spuntati strumenti in grado di evocare le sonorità antiche della kora che, combinate con il funky, hanno creato una grande forza comunicativa nelle canzoni come “Negue Negue” e “Kanoua Dan Yen” i quali reinventano il canto militante di molta musica africana rimarcando la volontà dell’autrice di evolvere la tradizione verso sfumature sonore moderne.

Diawara esorta tutti a condividere la felicità e l’amore ovunque; invita i giovani a unirsi e rendere questo mondo un posto migliore. 

Fatoumata Diawara

Le luci si animano e parte “Sinnerman”, tributo a Nina Simone rivisitato in chiave africana. Ora la situazione sul palco inizia a scaldarsi e Fatou cerca un contatto con il suo caloroso pubblico: batte le mani, balla da una parte all’altra del palco e in una mossa fa cascare il suo grande turbante mostrando i suoi bellissimi dreadlocks decorati.

Finalmente si giunge ai pezzi clou del disco, “Fenfo” e il singolo che ha riscosso enorme successo: “Nterini”. Questa canzone parla dell’angoscia sentita e dell’amore provato da due amanti separati dalla distanza. Il ritmo è cadenzato e Diawara fa ballare tutti quanti!

Sono quasi passate due ore dall’inizio del concerto e Lei è ancora raggiante e fresca come una rosa appena sbocciata.

Le luci si abbassano per un istante e dalle prime note il pubblico capisce subito di quale canzone si tratta: “Sowa”. Chiunque, all’udire il nome di questa artista, penserebbe solo ad una canzone, iniziandola a cantare: è proprio Sowa, con il suo ridondante ritornello. Fatoumata ha più volte spiegato che la parola “Sowa” è stata creata da sola per chiamare tutti i bambini che sono cresciuti senza i loro genitori o che sono stati dati in adozione forzata. La canzone narra così: “Anche senza soldi, il tuo amore sarà sufficiente per il benessere di tuo figlio e per la sua educazione. Ogni bambino ha bisogno della propria madre. Se solo tu potessi guardarlo negli occhi prima di darlo, vedresti tristezza e paura, non lo lasceresti mai andare.

Ultimo brano del live è “Bonya”, una sintesi pop trascinante come un rock’n’soul anni ’70. Bonya significa ‘rispetto’, ed è proprio di questo che si parla, del rispetto verso gli altri, del godere della vita in comunità senza dover ferire, calunniare o umiliare gli altri.

Sta per giungere la fine del mega concerto, lo si capisce perché le luci calano e dal palco spariscono tutti. La folla inizia ad esultare e ad incitare il loro ritorno così, dopo pochi minuti, rientra la band con Yacouba Kone alla chitarra e Sekou Bah al basso, i quali si scatenano in un breve duetto. Poi rientra lei, la regina della serata, tutti esultano. Fatou fa un’ultima richiesta alla platea ed esclama: “C’è qualcuno che vuole saltare sul palco qui con me per provare a ballare la mia danza africana?“.
La risposta è stato un corale ““, coi più temerari a scavalcare le sbarre del sottopalco, passando da spettatori a protagonisti di questo finale di concerto.

Una bomba atomica questa Diawara!

Fatoumata Diawara

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Woodstock 50: storia di un fallimento annunciato 0 108

Il concerto celebrativo per i cinquant’anni di Woodstock non si farà. Almeno così sembrerebbe, stando all’annuncio rilasciato lo scorso 29 aprile dalla Dentsu Aegis Network, società organizzatrice del festival. Problemi logistici e di sicurezza alla base dell’inaspettato dietro front che tanto sta facendo discutere. Soprattutto perché Micheal Lang, storico ideatore dell’evento originale, aveva annunciato già da qualche mese quella che sarebbe stata la line-up definitiva: ad alcuni veterani del 1969 (Santana, David Crosby, John Fogerty) si sarebbero aggiunti esponenti dell’alternative rock (The Black Keys, The Killers, Greta Van Fleet) e del pop contemporaneo (Imagine Dragons, Miley Cyrus, Jay-Z). E poco importa se, come sembra, 30 milioni di dollari fossero stati già investiti e molti degli artisti pagati. La Dentsu non finanzierà più Woodstock 50, perché «non ritiene che la produzione del festival possa essere eseguita come un evento meritevole del nome che porta».

Verrebbe, a questo punto, da chiedersi se il vero motivo di questa improvvisa ritirata sia davvero da ricercare, come trapelato, in problemi burocratici di permessi non ottenuti e di sicurezza pubblica (il concerto era stato programmato a Watkins Glen, nei pressi della location del festival originario), o altrove. Come, ad esempio, nella scarsa attrattiva della line-up di un festival evidentemente privo di quello stesso spirito dirompente che nel ’69 lo aveva portato a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia della musica. Diversi i tempi, diverso il contesto socio-culturale, diversi gli artisti, verrebbe da pensare.

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È chiaro che ricercare in un evento di questo tipo un’essenza diversa da quella della più classica delle operazioni nostalgia (e, perché no, anche commerciali) risulterebbe pretestuoso. Woodstock, per ovvi motivi, non può avere nel 2019 lo stesso significato politico-ideologico che ebbe per i giovani di cinquant’anni fa. Tantomeno la stessa rilevanza mediatica. Verrebbe, dunque, da interrogarsi sull’effettiva necessità di un evento dalla natura inevitabilmente anacronistica e, per questo, dalla pericolosa riuscita.

Dall’altro lato, si potrebbe dire che il cinquantesimo anniversario di un evento di simile calibro capiti una volta soltanto e che, pertanto, valga la pena celebrarlo. Purché lo si faccia nel migliore dei modi possibili. L’impressione è che la Dentsu non abbia tutti i torti quando parla di «festival non meritevole del nome che porta». E non tanto per la presenza di popstar e rapper tra gli headliner selezionati per le serate dal 16 al 18 agosto (sarebbe impensabile non tener conto delle attuali tendenze musicali, in favore di un improbabile revival nostalgico all’insegna dell’egemonia del rock), ma di nomi poco capaci di suscitare un adeguato entusiasmo tra il pubblico. Fatte le dovute – minime – eccezioni, la scaletta di Lang ha avuto il demerito di affiancare artisti ormai superati (per quanto storicamente rilevanti) ad altri solo sulla carta commerciali, ma di fatto non più di richiamo (si pensi ad Akon o alla stessa Miley Cyrus). Il risultato? Una scaletta trascurabile e incoerente: in altre parole, un fallimento annunciato.

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La Dentsu ha deciso di staccare la spina, tuttavia la prognosi rimane riservata. Con l’aspettativa che, nei giorni a seguire, potremo conoscere meglio il destino di un festival che ormai sembra destinato a non farsi. E se la prospettiva era quella di passare dall’immagine di Jimi Hendrix, che con le dissonanti distorsioni della sua leggendaria Stratocaster bianca distruggeva e disintegrava l’inno degli Stati Uniti d’America nel pieno di una guerra tanto controversa quanto contestata, a quella di una folla danzante sulle note di Party in the USA, forse non ci dispereremo troppo.

Francesco Carrieri

Dario Dee si racconta in “Dario è uscito dalla stanza” 0 121

Primo album ufficiale di Dario Dee, “Dario è uscito dalla stanza.” è il continuo musicale (e anche logico) di un progetto discografico antecedente, contenente la favola Nella stanza di Dario. In quest’ultimo LP si trovano 16 brani all’insegna di un pop contaminato da neo soul e elettronica anni ’80.

Dario Dee, cantautore, pugliese, classe 1982, inizia la sua avventura musicale al conservatorio di Bari, passando per vari cori – gospel e non – e gruppi vocali. Infine approda alla scrittura e alla composizione di inediti, intraprendendo la via del cantautorato. Nel 2015 pubblica il suo primo EP Sopra le righe 2.015, mentre nel 2018 escono alcuni singoli che anticipano il suo ultimo lavoro; nel frattempo, partecipa a svariate competizioni e manifestazioni musicali, tra Roma e la Puglia.

Dario Dee Dario è uscito
Cover dell’album “Dario è uscito dalla stanza.” di Dario Dee.

INTRO apre le danze: sotto le sognanti note del Valzer Op. 69 n. 1 di Chopin, la voce sussurrata di Dario Dee introduce delicatamente all’ascolto, tirando un po’ le somme e ringraziando chi di dovere.
Il mio pesce corallo rosso è una sorta di filastrocca che non concede di prendere fiato neanche un secondo. La tastiera sembra restituire un suono “subacqueo”, mentre il basso segue il ritmo serrato del testo, sovrastando il tutto con uno effetto wah forse troppo accentuato.
In auto con RAF racconta un amore solido e duraturo, ricostruendone ombre e luci. Lo spirito guida del non-a-caso citato Raf pervade l’intero brano, cullato da giri di pianoforte.

In SeNZa GRaviTà si fa più evidente l’influsso del soul. Il ritmo traballante, diviso tra shuffle, stop ricorrenti e improvvise accelerazioni della linea vocale, rende bene l’idea di una divagazione che sfugge alla forza di gravità.
Noi2Vele esordisce con un breve parlato, mentre un basso sincopato e una cassa regolare – un’accoppiata che ricorre spesso – aumentano d’intensità. Particolarmente riuscito è il prechorus, con degli accenti in levare incalzanti, mentre il rullante nel ritornello fa più da rumore di disturbo che abbellimento.
La title track Dario è uscito dalla stanza è un racconto ben narrato che alterna parti parlate e cantate in un ottimo equilibrio, sopra a una base accattivante. Bisogna dire che sentire Dario Dee parlare di Dario in terza persona fa un po’ strano, ma la vena umoristica saggiamente attenua questa gran quantità di ego.

Nell’atmosfera eterea creata da cori sintetici e tastiere di INTERLUDE I, viene ripetuta quasi come un mantra la frase “un sogno ci salverà”, che è un po’ il nucleo tematico fondante dell’intero lavoro.
Il testo sarcastico e sopra le righe di LeONi, si innesta sopra a una base che vagamente ricorda qualcosa di Fatboy Slim: cori in falsetto, linea di basso minimale in loop, abbondanza di effetti e suoni variegati. Il risultato è buono e sa prendere.
Con Su di me ci troviamo immersi in un ambiente pop che sta a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questo sembra essere l’habitat naturale per la voce di Dario Dee, che riesce a esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Unico neo, l’effetto phaser iniziale un po’ straniante e non molto fluido.
Il primo minuto di Caldo d’Estate, freddo a Natale vede protagonista un testo sentito sul delicato argomento della violenza sulle donne. All’entrata di tastiera e drum machine, si delinea più chiaramente una struttura da lenta ballad in 6/8, nel complesso ben riuscita.

I cori e le poche note di tastiera del secondo intermezzo INTERLUDE II creano la giusta atmosfera che anticipa una cover del brano di Pino Daniele Arriverà l’Aurora. Alla canzone viene fatto indossare un vestito elettronico e moderno, che tutto sommato non le sta male.
In Neve cade… si ritrova una scia dance primi anni duemila che ci accompagna spensieratamente per tutto il brano. Nascosto in una fugace citazione, c’è anche un’altra probabile influenza proveniente dal panorama pop italiano, ovvero Tiziano Ferro.
Con MiRiaM_Aria_ viene trattato l’impegnativo tema del conflitto siriano, attraverso il racconto, quasi rappato, di un’infanzia perduta allo scoppio delle bombe. Giocando con la parola centrale “aria”, viene inserita la Aria sulla quarta corda, riarrangiamento di August Wilhelmij di un’aria di Bach. Tanto per capirci, la sigla di Superquark.
You can’t hurry LOVE (outro) è un brevissimo omaggio a cappella al celebre brano delle The Supremes. D’altronde soul e Motown sono riferimenti importanti per Dario Dee.
Infine, si chiude con il messaggio positivo e il sound rilassato di CuORe ImPAviDo (+). Menzione d’onore per il riff distorto che segue i ritornelli e che dona la giusta energia al tutto.

In generale “Dario è uscito dalla stanza.” è un disco interessante, che però possiede dei difetti evidenti. Ogni brano contiene un suo punto di forza, come una narrazione fluida, una sperimentazione sonora stimolante o una porzione particolarmente orecchiabile. D’altro canto la godibilità dei pezzi viene spesso oscurata da qualche neo: un effetto disturbante, un’imprecisione della voce, un suono troppo artificioso, un’equalizzazione non perfetta. Il potenziale non manca, ma forse servirebbe un’attenzione maggiore ai dettagli e un lavoro di rifinitura più attento.


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