Il filo nascosto, un’elegante storia di ossessione e perversione 0 557

Non sempre un vestito è “soltanto” un vestito. In un vestito possono nascondersi segreti. Attorno alla sua storia possono gravitare innumerevoli superstizioni. Nelle trame del suo tessuto può albergare il ricordo di persone a noi care e che vorremmo sempre vicine. Grazie ad esso, anche solo indossandolo, possiamo dimenticarci delle nostre imperfezioni.

Lo sa bene Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), immaginario stilista di successo della Londra degli anni ’50, che con le sue creazioni fa esattamente questo: nasconde segreti dei quali solo lui conosce l’esistenza (parole, monete, piccoli messaggi), tiene in vita fantasmi di un passato rimpianto (le ciocche di capelli della madre cucite nel tessuto della sua giacca) e plasma a suo piacimento il corpo delle donne per le quali lavora («non hai seno…è compito mio dartene un po’, se scelgo di farlo»). Il tutto mantenendo le redini di una vita scandita da una ferrea routine e da rigide regole da lui imposte al fine di preservare la sua creatività. Ad aiutarlo ci pensa l’austera e vigile sorella Cyril (Lesley Manville), che vive e lavora con lui nella sfarzosa casa/laboratorio londinese.

Totalmente concentrato sul suo lavoro, Reynolds non ha né tempo né voglia di legarsi sentimentalmente a una donna. Egli conduce una vita da “scapolo impenitente”, collezionando amanti delle quali puntualmente e inevitabilmente finisce per disinteressarsi. Questo almeno fino a quando conosce Alma (Vicky Krieps) – una cameriera di un paesino della costa – la quale, una volta trasferitasi a vivere nel suo atelier, destabilizzerà l’equilibrio del microcosmo da lui costruito.

Detta così sembrerebbe che “Il filo nascosto” racconti l’ennesima storia d’amore tra un uomo geniale, eccentrico e allergico ai rapporti duraturi e una donna in grado di riuscire finalmente a cambiarlo, introducendolo al vero amore. Niente di più inesatto. Già, perché l’ottavo lavoro di Paul Thomas Anderson, in realtà, racconta di un rapporto perverso e malato che, proprio come farebbe Woodcock con uno dei suoi abiti, sotto gli orpelli e i merletti che ne conferiscono una parvenza di eleganza e raffinata delicatezza, nasconde indicibili segreti.

E, a ben vedere, è come se Anderson volesse avvertirci di questo già con l’inconsueto incipit della colonna sonora, con il quale si apre il film. Ovvero con un suono, quasi un fischio. Una sorta di effetto larsen, capace di trasmettere allo spettatore una sensazione di inquietudine e di disagio che sarebbe lecito aspettarsi da un thriller, più che da una pellicola di questo genere. Tuttavia questa sensazione di perturbante spaesamento funge da perfetto biglietto da visita per ciò che seguirà (la stessa dissonanza ritornerà più avanti ad anticipare una scena di fondamentale importanza). Ma procediamo con ordine.

Come detto, Reynolds Woodcock è un rinomato stilista londinese che cura il guardaroba di ricche e importanti nobildonne. Lo fa con una dedizione e un impegno assoluto, quasi ossessivo. Anzi, decisamente ossessivo. D’altronde, l’ossessione è uno dei temi ricorrenti nei film di Paul Thomas Anderson. Un “filo” conduttore che lega Woodcock ad un altro personaggio – sempre interpretato da Daniel Day-Lewis – della filmografia andersoniana: ovvero quel petroliere (dell’omonimo capolavoro del 2007) che tanto era ossessionato dall’avidità e dal desiderio di prevalere su chiunque altro e a qualunque costo. Reynolds, dal canto suo, invece è ossessionato da se stesso, dal suo lavoro, dalla sua fragile creatività e soprattutto dal desiderio di preservarla. Questo lo rende una persona difficile, quasi inavvicinabile per le innumerevoli donne che cadono vittime del suo fascino. Egli è esigente, pignolo, perfezionista e abitudinario. Sembra non esserci spazio nella sua vita, se non temporaneamente, per una donna che non sia l’algida sorella o l’amatissima madre defunta. Ed è anche nei confronti di quest’ultima che Reynolds pare nutrire una vera e propria ossessione, tanto da sognarla ogni notte e, addirittura, da vederla materializzarsi davanti ai suoi occhi. Apparizioni che, però, lo stilista non trova inquietanti, bensì rassicuranti. Perché rassicurante è l’idea che i nostri cari veglino su di noi e non ci lascino mai del tutto.

Consapevole di tutto ciò (ciascuno di questi aspetti emerge già dal primo appuntamento), la giovane Alma – un’ordinaria cameriera dal volto gentile e dal fisico slanciato – decide comunque di intraprendere una relazione con il fascinoso Reynolds, nella speranza di riuscire ad accedere al suo amore. Si trasferisce così a Londra, nella maison dei Woodcock, dove in breve tempo diventa la nuova musa del seducente stilista. Inizialmente la relazione procede con compostezza e delicatezza. Tuttavia si avverte una certa distanza tra Reynolds e Alma. Una distanza che, complice l’asfissiante mania di perfezionismo dell’esigentissimo stilista, ben presto rischia di trasformarsi nel consueto disinteresse. Un disinteresse che porterebbe all’allontanamento definitivo della giovane Alma, la quale, però, si dimostra di ben altra tempra rispetto alle precedenti fidanzate di Reynolds. Alma è tutt’altro che arrendevole e accomodante nei confronti del compagno, al quale risponde a tono durante i battibecchi (vuole sempre avere l’ultima parola) e col quale entra in competizione sin dal primo appuntamento (con una gara di sguardi). Complici i primi veri litigi e una crescente gelosia, Alma si ribella al soffocante giogo esercitato da Reynolds, ma lo fa in un modo pericoloso e inaspettato. Il suo scopo non è solo quello di vendicarsi, ma anche – e soprattutto – quello di indebolire il suo amato, di renderlo vulnerabile e bisognoso del suo aiuto. Con un vero e proprio rovesciamento di ruoli, in cui da vittima diventerà carnefice, sarà proprio Alma a prendere il controllo della coppia.

E proprio quello del controllo è un tema centrale di questo film. Controllo che Reynolds vuole mantenere nei confronti della sua creatività, tanto volatile da rischiare di abbandonarlo se anche solo uno dei momenti schematicamente programmati della sua giornata (ad esempio, la colazione) viene disturbato da interferenze esterne. Controllo che vuole mantenere anche nei confronti delle sue donne, le quali devono sottostare al rigido impianto di regole che sorregge la sua vita abitudinaria. Controllo che, in realtà, Reynolds dimostra di non possedere con riguardo ad alcuni aspetti (professionali e sentimentali) della sua vita. È infatti la sorella Cyril a occuparsi della parte finanziaria e organizzativa del suo lavoro. È sempre lei a decidere a quali eventi mondani Reynolds deve partecipare, a prescindere dalla volontà dello stilista. Ed è infine a lei che Reynolds, abbastanza vigliaccamente, affida l’ingrato compito di liquidare le compagne delle quali ha ormai deciso di sbarazzarsi. Per quanto forte egli possa dare l’impressione di essere, in realtà Reynolds si dimostra estremamente dipendente dalla sorella. Ma c’è un’altra donna che desidera esercitare lo stesso tipo di controllo sul brizzolato stilista: Alma, chiaramente. La quale, pur di renderlo “indifeso, tenero, aperto, con solo lei ad aiutarlo”, decide di ricorrere a rimedi tanto estremi da farlo regredire allo status di bambino bisognoso delle cure della madre. Ed è proprio questo che Alma diventa per Reynolds: una sorta di madre amorevole e sadica allo stesso tempo. Mentre Reynolds, che dal ricordo della vera madre non è mai riuscito a separarsi, diventa il complice di un gioco deviato e masochista.

Eccolo, dunque, “il filo nascosto” che lega indissolubilmente i due. Un filo perverso che cuce assieme piacere e dolore, amore e morte.

Con “Il filo nascosto” Paul Thomas Anderson confeziona un’elegante e raffinata parabola su ossessione e perversione. E lo fa, come al suo solito, con una regia chirurgicamente minuziosa (abbondano i dettagliati primi piani di cibi, bevande, stoffe, libri di cucina…) e visivamente evocativa (su tutte la scena molto kubrickiana dell’apparizione del fantasma della madre di Reynolds), scandita da un ritmo dilatato – e a tratti estenuante – e accompagnata dalla delicata colonna sonora di Jonny Greenwood (chitarrista/polistrumentista dei Radiohead, già alla quarta collaborazione con il regista californiano). Paul Thomas Anderson che, oltre a firmare regia e sceneggiatura, per la prima volta ha contribuito anche alla fotografia. Una fotografia molto luminosa, incentrata per lo più sul bianco e sui colori chiari (soprattutto con riguardo agli interni dell’atelier dei Woodcock) e caratterizzata dalla frequente riproposizione, nelle sue varie tonalità, del colore viola. Di questo colore, infatti, sono gli stravaganti calzini di Reynolds, la sua macchina, la maggior parte dei vestiti da lui ideati e l’uniforme da cameriera indossata da Alma il giorno del primo incontro. E, a proposito di vestiti, splendidi sono i costumi di Mark Bridges; fedeli nel riprodurre la moda londinese dei primi anni ’50, tanto da essere premiati con il rispettivo Oscar. Inoltre, ottima è la prova attoriale fornita dal ristretto cast. A partire dalla lussemburghese Vicky Krieps, interprete di un personaggio sfaccettato come quello di Alma (all’apparenza dolce e innocentemente infantile, ma in realtà forte e vagamente inquietante). Passando per Leslie Manville, capace di far suo un personaggio di impostazione Hitchcockiana (come non pensare alla madre del protagonista de “Gli uccelli”?) quale la rigida, impettita e autorevole Cyril Woodcock. Per arrivare, infine, al solito, maestoso Daniel Day-Lewis. Un attore che nella sua carriera ha dimostrato di voler lavorare prevalentemente per se stesso, accettando una parte solo quando la desiderava veramente. Una selettività che gli è valsa una carriera sì poco prolifica, ma qualitativamente eccelsa (3 oscar e 6 candidature come migliore attore protagonista). Una carriera caratterizzata da un’incredibile versatilità, che gli ha permesso di dare vita a personaggi tanto iconici quanto diversi. Questa volta è toccato a uno stilista affascinante e narcisista, reso alla perfezione in tutto il suo charme e la sua eleganza da una recitazione retta per lo più da gesti e sguardi. Una carriera che – a detta dello stesso Day-Lewis – si dovrebbe concludere proprio con questa ultima sublime interpretazione.

Dovesse essere vero, sarebbe un motivo in più per correre al cinema a gustarsi “Il filo nascosto”.

 

di Francesco Carrieri

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Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

Old-fashioned Cinema Club presents: I Cannibali 0 78

Palesemente ispirato all’Antigone di Sofocle, I cannibali conduce lo spettatore ad una realtà alternativa impossibile da collocare nello spazio e nel tempo, grazie alla regia sfocata di Liliana Cavani al suo terzo lungometraggio e ad una scrittura esile affidata alle interpretazioni di Britt Eklard, l’Antigone protagonista del dramma, Pierre Clementi nelle sembianze di Tiresia e il buon Tomas Milian nel ruolo secondario di Emone, figlio del primo ministro (un Creonte senza nome) e fidanzato di Antigone.

Film senza dubbio ambizioso, ma reggerà l’inevitabile confronto con il dramma sofocleo?


Non ho avuto un matrimonio, non ho avuto canti di nozze, mi sposerò laggiù con le acque della morte.
[Sofocle, Antigone vv. 814-816, trad. Davide Susanetti]

Milano tace rinchiusa nelle sue grigia mura, le sue strade vuote e grigie ad eccezione di quei corpi privi di vita, lasciati a marcire per divenire il monumento e il monito del potere costituito, di un nuovo ordine che trova nella morte, nell’annientamento dell’altrui il suo pilastro e manifesto. Tutto è normale ed inquietante: la gente legge il giornale, si siede nella metropolitana per andare a lavoro. I cadaveri sono ancora lì abbandonati alla loro decomposizione la quale, nell’indifferenza generale, li priva di ciò che resta nella loro umanità. Sono i corpi dei giovani che hanno osato sollevare gli occhi contro il potere e sfidarlo. È la morte per evitare altra morte, come spesso si sente ripetere per bocca dell’autorità.

Polinice è uno dei tanti, riverso con il volto sul marciapiede mentre la sua carne fredda si mescola alla polvere, buttato a casaccio di fronte ad un bar pieno di gente che bada alle proprie cure ed ansie quotidiane. La sorella Antigone, come nell’omonima tragedia sofoclea, non riesce a sopportare l’onta e il dolore; ciò che le resta da fare è dunque togliere quel cadavere de-umanizzato dalla strada e ricondurlo ad uno stato di natura, farlo ritornare uomo almeno nell’eterno riposo dandogli quegli onori funebri di cui era stato privato. Il compito è tutto fuorché facile: Antigone viene trattata alla stregua di un’appestata e il seme malato che diffonde è quello della ribellione e la ribellione conduce alla morte. Questa è difatti la legge ufficiale, crudelmente ostentata e propagandata alla televisione e nelle mura della città: ovunque il cittadino possa essere circuíto e, conseguentemente, ricondotto nel gregge di questa artefatta normalità.

I Cannibali

Uno strano Tiresia, che con il vecchio e cieco indovino del mito non ha nulla da spartire, è l’unico che si offre di aiutare Antigone nella sua battaglia contro il sistema. Un Tiresia giovane e bello che parla una lingua incomprensibile fatta di versi, che forse egli stesso non comprende, lontana dalle rielaborate retoriche di cui l’autorità si serve per giustificare sé stessa. Insieme portano il cadavere del fratello caduto sulle sponde di un fiume ignoto, lontano delle opprimenti arie di una città asettica e simmetrica, un ritorno alla natura e ad una sacralità scabra e muta.

La sepoltura di Polinice è la scena più bella dell’intero film e forse la più fedele al mito, non tanto nell’azione in sé quanto nello spirito: la coppia condivide un’ultima cena con il morto, Tiresia spezza il pane e lo condivide nel silenzio con i commensali insieme all’acqua e alla vite, simboli di energia vitale e, quindi, di una dignità riconquistata; Antigone bacia infine il cadavere sulle labbra ed è il bacio non solo di una sorella, ma anche di un’amante. Ella condannata ad una morte senza nozze, riconosce nel fratello il suo unico ed indicibile amore. Ella è pur sempre la figlia di Edipo, membro di una famiglia, i Labdacidi, maledetta da una parentela stravolta, da un peccato innominabile e ignominioso.

Lógos contro érgon: la parola del potere e l’atto della ribellione

Compiuto l’irreparabile, i due si lanciano in una corsa disperata e folle, senza vestiti addosso: due veri e propri selvaggi inseguiti dalla polizia senza sosta finché il loro erratico viaggio si arresta tra le braccia dell’autorità da cui stanno fuggendo. Per Antigone inizia così un calvario ben noto di abusi da parte del potere, torture ed umiliazioni, mentre Tiresia viene relegato in mezzo ai pazzi. Il potere rifiuta di riconoscerlo come umano: egli non parla una lingua comune, è un capellone smilzo e barbuto, l’aspetto e la gestualità ricordano più un enfant sauvage che una persona civile e difatti egli viene ribattezzato Mowgli, il ragazzo della giungla che non sa stare all’interno del perimetro delle norme sociali.

Non vi è dialogo tra le parti, né può esservi: i due ribelli lo rifiutano annullando quello che è l’unico mezzo che l’autorità offre loro, la parola. Antigone e Tiresia riconoscono solo l’azione e il film è un continuo happening di cose ed eventi come la stessa regista lo ha definito. I due nemmeno parlano tra di loro, comunicano tra un gesto e l’altro, nell’incrocio delle loro vivide iridi. Non vi è necessità linguistica, la loro è una forma pura e perfetta di dialogo, come gli angeli del De Civitate Dei di Agostino la cui comunicazione avviene telepaticamente. Il passaggio alla parola si costituisce così come una forma di corruzione del linguaggio, imperfetta e distorta, così come lo è la retorica di cui il potere abusa in continuazione. Il rifiuto della parola è quindi anch’esso stesso atto, un incisivo atto di ribellione ed accusa pienamente consapevoli.

Nell’atto e nella retorica si materializza il tragico epilogo di Antigone e Tiresia, fucilati in pubblica piazza mentre il potere pontifica: l’ordine è stato ristabilito.

Attuale inattuale

I cannibali è un film pensato come atemporale: la Milano che osserviamo potrebbe essere una qualsiasi metropoli di qualsiasi decade, gli outfit e le scenografie sono anonime e prive di una definita dimensione perché possano vivere diacronicamente. Le scelte registiche, perfettamente azzeccate dalla Cavani, rispondono a questa esigenza. Ciò risulta particolarmente evidente soprattutto nell’uso di un grosso teleobiettivo da 750 con il quale è girato l’intero film e, in virtù del quale, la realtà catturata è confusa, i dettagli sulla scena si confondono l’uno con l’altro rendendo il tutto di difficile identificazione: una realtà sfocata e impressionista. I dialoghi pressoché inesistenti, laddove presenti, non concedono nessuna storicizzazione perché I cannibali, nella sua assenza di presente, dev’essere sempre presente.

Una sola nota dolente per quanto riguarda l’aspetto tecnico: ad esclusione di Pierre Clementi (Tiresia), che è perfetto nel ruolo di straniero e selvaggio, la recitazione è mediocre e grigia come la Milano rappresentata. Antigone stessa, interpretata dalla bella Britt Ekland, risulta lontana dallo spessore della sua versione sofoclea: nella tragedia greca ella è fuoco, arde d’amore per il fratello e per lui affronta la morte senza celarsi, nel film ritroviamo soltanto la sua pallida ombra. Fredda, come quei corpi distesi, e pressoché inespressiva. Cosa, quest’ultima, che risulta particolarmente fastidiosa giacché la gestualità e il silenzio sono i luoghi attraverso i quali la coppia di ribelli si parla.

Neppure la colonna sonora risulta riuscita e si ha come l’impressione che essa non aderisca bene alle immagini, a tratti rendendole finanche ridicole, soprattutto le scene prettamente più tragiche e movimentate, accompagnate spesso da allegretti bislacchi: una musica straripante, come l’ha definita Merenghetti. Ma al maestro Morricone possiamo perdonare questo e ben altro.

Il film risulta più efficace in quello che è, non tanto un confronto con il mito, quanto un dialogo con esso e una necessaria ri-traduzione dopo oltre duemila anni dalla prima mise-en-scène (442 a.C. circa) in istanze e problemi nuovi, che in realtà sono i problemi dell’epoca in cui la pellicola viene concepito. Ed è in quest’ambito che il film fallisce, disattendendo quella pretesa di atemporalità verso la quale la Cavani aveva puntato e che rimane soltanto nelle sue intenzioni e negli aspetti più formali. I cannibali resta un film troppo legato al turbolento contesto sessantottino e alle incandescenti questioni ad esso intrecciate.

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