Il filo nascosto, un’elegante storia di ossessione e perversione 0 636

Non sempre un vestito è “soltanto” un vestito. In un vestito possono nascondersi segreti. Attorno alla sua storia possono gravitare innumerevoli superstizioni. Nelle trame del suo tessuto può albergare il ricordo di persone a noi care e che vorremmo sempre vicine. Grazie ad esso, anche solo indossandolo, possiamo dimenticarci delle nostre imperfezioni.

Lo sa bene Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), immaginario stilista di successo della Londra degli anni ’50, che con le sue creazioni fa esattamente questo: nasconde segreti dei quali solo lui conosce l’esistenza (parole, monete, piccoli messaggi), tiene in vita fantasmi di un passato rimpianto (le ciocche di capelli della madre cucite nel tessuto della sua giacca) e plasma a suo piacimento il corpo delle donne per le quali lavora («non hai seno…è compito mio dartene un po’, se scelgo di farlo»). Il tutto mantenendo le redini di una vita scandita da una ferrea routine e da rigide regole da lui imposte al fine di preservare la sua creatività. Ad aiutarlo ci pensa l’austera e vigile sorella Cyril (Lesley Manville), che vive e lavora con lui nella sfarzosa casa/laboratorio londinese.

Totalmente concentrato sul suo lavoro, Reynolds non ha né tempo né voglia di legarsi sentimentalmente a una donna. Egli conduce una vita da “scapolo impenitente”, collezionando amanti delle quali puntualmente e inevitabilmente finisce per disinteressarsi. Questo almeno fino a quando conosce Alma (Vicky Krieps) – una cameriera di un paesino della costa – la quale, una volta trasferitasi a vivere nel suo atelier, destabilizzerà l’equilibrio del microcosmo da lui costruito.

Detta così sembrerebbe che “Il filo nascosto” racconti l’ennesima storia d’amore tra un uomo geniale, eccentrico e allergico ai rapporti duraturi e una donna in grado di riuscire finalmente a cambiarlo, introducendolo al vero amore. Niente di più inesatto. Già, perché l’ottavo lavoro di Paul Thomas Anderson, in realtà, racconta di un rapporto perverso e malato che, proprio come farebbe Woodcock con uno dei suoi abiti, sotto gli orpelli e i merletti che ne conferiscono una parvenza di eleganza e raffinata delicatezza, nasconde indicibili segreti.

E, a ben vedere, è come se Anderson volesse avvertirci di questo già con l’inconsueto incipit della colonna sonora, con il quale si apre il film. Ovvero con un suono, quasi un fischio. Una sorta di effetto larsen, capace di trasmettere allo spettatore una sensazione di inquietudine e di disagio che sarebbe lecito aspettarsi da un thriller, più che da una pellicola di questo genere. Tuttavia questa sensazione di perturbante spaesamento funge da perfetto biglietto da visita per ciò che seguirà (la stessa dissonanza ritornerà più avanti ad anticipare una scena di fondamentale importanza). Ma procediamo con ordine.

Come detto, Reynolds Woodcock è un rinomato stilista londinese che cura il guardaroba di ricche e importanti nobildonne. Lo fa con una dedizione e un impegno assoluto, quasi ossessivo. Anzi, decisamente ossessivo. D’altronde, l’ossessione è uno dei temi ricorrenti nei film di Paul Thomas Anderson. Un “filo” conduttore che lega Woodcock ad un altro personaggio – sempre interpretato da Daniel Day-Lewis – della filmografia andersoniana: ovvero quel petroliere (dell’omonimo capolavoro del 2007) che tanto era ossessionato dall’avidità e dal desiderio di prevalere su chiunque altro e a qualunque costo. Reynolds, dal canto suo, invece è ossessionato da se stesso, dal suo lavoro, dalla sua fragile creatività e soprattutto dal desiderio di preservarla. Questo lo rende una persona difficile, quasi inavvicinabile per le innumerevoli donne che cadono vittime del suo fascino. Egli è esigente, pignolo, perfezionista e abitudinario. Sembra non esserci spazio nella sua vita, se non temporaneamente, per una donna che non sia l’algida sorella o l’amatissima madre defunta. Ed è anche nei confronti di quest’ultima che Reynolds pare nutrire una vera e propria ossessione, tanto da sognarla ogni notte e, addirittura, da vederla materializzarsi davanti ai suoi occhi. Apparizioni che, però, lo stilista non trova inquietanti, bensì rassicuranti. Perché rassicurante è l’idea che i nostri cari veglino su di noi e non ci lascino mai del tutto.

Consapevole di tutto ciò (ciascuno di questi aspetti emerge già dal primo appuntamento), la giovane Alma – un’ordinaria cameriera dal volto gentile e dal fisico slanciato – decide comunque di intraprendere una relazione con il fascinoso Reynolds, nella speranza di riuscire ad accedere al suo amore. Si trasferisce così a Londra, nella maison dei Woodcock, dove in breve tempo diventa la nuova musa del seducente stilista. Inizialmente la relazione procede con compostezza e delicatezza. Tuttavia si avverte una certa distanza tra Reynolds e Alma. Una distanza che, complice l’asfissiante mania di perfezionismo dell’esigentissimo stilista, ben presto rischia di trasformarsi nel consueto disinteresse. Un disinteresse che porterebbe all’allontanamento definitivo della giovane Alma, la quale, però, si dimostra di ben altra tempra rispetto alle precedenti fidanzate di Reynolds. Alma è tutt’altro che arrendevole e accomodante nei confronti del compagno, al quale risponde a tono durante i battibecchi (vuole sempre avere l’ultima parola) e col quale entra in competizione sin dal primo appuntamento (con una gara di sguardi). Complici i primi veri litigi e una crescente gelosia, Alma si ribella al soffocante giogo esercitato da Reynolds, ma lo fa in un modo pericoloso e inaspettato. Il suo scopo non è solo quello di vendicarsi, ma anche – e soprattutto – quello di indebolire il suo amato, di renderlo vulnerabile e bisognoso del suo aiuto. Con un vero e proprio rovesciamento di ruoli, in cui da vittima diventerà carnefice, sarà proprio Alma a prendere il controllo della coppia.

E proprio quello del controllo è un tema centrale di questo film. Controllo che Reynolds vuole mantenere nei confronti della sua creatività, tanto volatile da rischiare di abbandonarlo se anche solo uno dei momenti schematicamente programmati della sua giornata (ad esempio, la colazione) viene disturbato da interferenze esterne. Controllo che vuole mantenere anche nei confronti delle sue donne, le quali devono sottostare al rigido impianto di regole che sorregge la sua vita abitudinaria. Controllo che, in realtà, Reynolds dimostra di non possedere con riguardo ad alcuni aspetti (professionali e sentimentali) della sua vita. È infatti la sorella Cyril a occuparsi della parte finanziaria e organizzativa del suo lavoro. È sempre lei a decidere a quali eventi mondani Reynolds deve partecipare, a prescindere dalla volontà dello stilista. Ed è infine a lei che Reynolds, abbastanza vigliaccamente, affida l’ingrato compito di liquidare le compagne delle quali ha ormai deciso di sbarazzarsi. Per quanto forte egli possa dare l’impressione di essere, in realtà Reynolds si dimostra estremamente dipendente dalla sorella. Ma c’è un’altra donna che desidera esercitare lo stesso tipo di controllo sul brizzolato stilista: Alma, chiaramente. La quale, pur di renderlo “indifeso, tenero, aperto, con solo lei ad aiutarlo”, decide di ricorrere a rimedi tanto estremi da farlo regredire allo status di bambino bisognoso delle cure della madre. Ed è proprio questo che Alma diventa per Reynolds: una sorta di madre amorevole e sadica allo stesso tempo. Mentre Reynolds, che dal ricordo della vera madre non è mai riuscito a separarsi, diventa il complice di un gioco deviato e masochista.

Eccolo, dunque, “il filo nascosto” che lega indissolubilmente i due. Un filo perverso che cuce assieme piacere e dolore, amore e morte.

Con “Il filo nascosto” Paul Thomas Anderson confeziona un’elegante e raffinata parabola su ossessione e perversione. E lo fa, come al suo solito, con una regia chirurgicamente minuziosa (abbondano i dettagliati primi piani di cibi, bevande, stoffe, libri di cucina…) e visivamente evocativa (su tutte la scena molto kubrickiana dell’apparizione del fantasma della madre di Reynolds), scandita da un ritmo dilatato – e a tratti estenuante – e accompagnata dalla delicata colonna sonora di Jonny Greenwood (chitarrista/polistrumentista dei Radiohead, già alla quarta collaborazione con il regista californiano). Paul Thomas Anderson che, oltre a firmare regia e sceneggiatura, per la prima volta ha contribuito anche alla fotografia. Una fotografia molto luminosa, incentrata per lo più sul bianco e sui colori chiari (soprattutto con riguardo agli interni dell’atelier dei Woodcock) e caratterizzata dalla frequente riproposizione, nelle sue varie tonalità, del colore viola. Di questo colore, infatti, sono gli stravaganti calzini di Reynolds, la sua macchina, la maggior parte dei vestiti da lui ideati e l’uniforme da cameriera indossata da Alma il giorno del primo incontro. E, a proposito di vestiti, splendidi sono i costumi di Mark Bridges; fedeli nel riprodurre la moda londinese dei primi anni ’50, tanto da essere premiati con il rispettivo Oscar. Inoltre, ottima è la prova attoriale fornita dal ristretto cast. A partire dalla lussemburghese Vicky Krieps, interprete di un personaggio sfaccettato come quello di Alma (all’apparenza dolce e innocentemente infantile, ma in realtà forte e vagamente inquietante). Passando per Leslie Manville, capace di far suo un personaggio di impostazione Hitchcockiana (come non pensare alla madre del protagonista de “Gli uccelli”?) quale la rigida, impettita e autorevole Cyril Woodcock. Per arrivare, infine, al solito, maestoso Daniel Day-Lewis. Un attore che nella sua carriera ha dimostrato di voler lavorare prevalentemente per se stesso, accettando una parte solo quando la desiderava veramente. Una selettività che gli è valsa una carriera sì poco prolifica, ma qualitativamente eccelsa (3 oscar e 6 candidature come migliore attore protagonista). Una carriera caratterizzata da un’incredibile versatilità, che gli ha permesso di dare vita a personaggi tanto iconici quanto diversi. Questa volta è toccato a uno stilista affascinante e narcisista, reso alla perfezione in tutto il suo charme e la sua eleganza da una recitazione retta per lo più da gesti e sguardi. Una carriera che – a detta dello stesso Day-Lewis – si dovrebbe concludere proprio con questa ultima sublime interpretazione.

Dovesse essere vero, sarebbe un motivo in più per correre al cinema a gustarsi “Il filo nascosto”.

 

di Francesco Carrieri

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 268

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 264

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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