Il filo nascosto, un’elegante storia di ossessione e perversione 0 1099

Non sempre un vestito è “soltanto” un vestito. In un vestito possono nascondersi segreti. Attorno alla sua storia possono gravitare innumerevoli superstizioni. Nelle trame del suo tessuto può albergare il ricordo di persone a noi care e che vorremmo sempre vicine. Grazie ad esso, anche solo indossandolo, possiamo dimenticarci delle nostre imperfezioni.

Lo sa bene Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), immaginario stilista di successo della Londra degli anni ’50, che con le sue creazioni fa esattamente questo: nasconde segreti dei quali solo lui conosce l’esistenza (parole, monete, piccoli messaggi), tiene in vita fantasmi di un passato rimpianto (le ciocche di capelli della madre cucite nel tessuto della sua giacca) e plasma a suo piacimento il corpo delle donne per le quali lavora («non hai seno…è compito mio dartene un po’, se scelgo di farlo»). Il tutto mantenendo le redini di una vita scandita da una ferrea routine e da rigide regole da lui imposte al fine di preservare la sua creatività. Ad aiutarlo ci pensa l’austera e vigile sorella Cyril (Lesley Manville), che vive e lavora con lui nella sfarzosa casa/laboratorio londinese.

Totalmente concentrato sul suo lavoro, Reynolds non ha né tempo né voglia di legarsi sentimentalmente a una donna. Egli conduce una vita da “scapolo impenitente”, collezionando amanti delle quali puntualmente e inevitabilmente finisce per disinteressarsi. Questo almeno fino a quando conosce Alma (Vicky Krieps) – una cameriera di un paesino della costa – la quale, una volta trasferitasi a vivere nel suo atelier, destabilizzerà l’equilibrio del microcosmo da lui costruito.

Detta così sembrerebbe che “Il filo nascosto” racconti l’ennesima storia d’amore tra un uomo geniale, eccentrico e allergico ai rapporti duraturi e una donna in grado di riuscire finalmente a cambiarlo, introducendolo al vero amore. Niente di più inesatto. Già, perché l’ottavo lavoro di Paul Thomas Anderson, in realtà, racconta di un rapporto perverso e malato che, proprio come farebbe Woodcock con uno dei suoi abiti, sotto gli orpelli e i merletti che ne conferiscono una parvenza di eleganza e raffinata delicatezza, nasconde indicibili segreti.

E, a ben vedere, è come se Anderson volesse avvertirci di questo già con l’inconsueto incipit della colonna sonora, con il quale si apre il film. Ovvero con un suono, quasi un fischio. Una sorta di effetto larsen, capace di trasmettere allo spettatore una sensazione di inquietudine e di disagio che sarebbe lecito aspettarsi da un thriller, più che da una pellicola di questo genere. Tuttavia questa sensazione di perturbante spaesamento funge da perfetto biglietto da visita per ciò che seguirà (la stessa dissonanza ritornerà più avanti ad anticipare una scena di fondamentale importanza). Ma procediamo con ordine.

Come detto, Reynolds Woodcock è un rinomato stilista londinese che cura il guardaroba di ricche e importanti nobildonne. Lo fa con una dedizione e un impegno assoluto, quasi ossessivo. Anzi, decisamente ossessivo. D’altronde, l’ossessione è uno dei temi ricorrenti nei film di Paul Thomas Anderson. Un “filo” conduttore che lega Woodcock ad un altro personaggio – sempre interpretato da Daniel Day-Lewis – della filmografia andersoniana: ovvero quel petroliere (dell’omonimo capolavoro del 2007) che tanto era ossessionato dall’avidità e dal desiderio di prevalere su chiunque altro e a qualunque costo. Reynolds, dal canto suo, invece è ossessionato da se stesso, dal suo lavoro, dalla sua fragile creatività e soprattutto dal desiderio di preservarla. Questo lo rende una persona difficile, quasi inavvicinabile per le innumerevoli donne che cadono vittime del suo fascino. Egli è esigente, pignolo, perfezionista e abitudinario. Sembra non esserci spazio nella sua vita, se non temporaneamente, per una donna che non sia l’algida sorella o l’amatissima madre defunta. Ed è anche nei confronti di quest’ultima che Reynolds pare nutrire una vera e propria ossessione, tanto da sognarla ogni notte e, addirittura, da vederla materializzarsi davanti ai suoi occhi. Apparizioni che, però, lo stilista non trova inquietanti, bensì rassicuranti. Perché rassicurante è l’idea che i nostri cari veglino su di noi e non ci lascino mai del tutto.

Consapevole di tutto ciò (ciascuno di questi aspetti emerge già dal primo appuntamento), la giovane Alma – un’ordinaria cameriera dal volto gentile e dal fisico slanciato – decide comunque di intraprendere una relazione con il fascinoso Reynolds, nella speranza di riuscire ad accedere al suo amore. Si trasferisce così a Londra, nella maison dei Woodcock, dove in breve tempo diventa la nuova musa del seducente stilista. Inizialmente la relazione procede con compostezza e delicatezza. Tuttavia si avverte una certa distanza tra Reynolds e Alma. Una distanza che, complice l’asfissiante mania di perfezionismo dell’esigentissimo stilista, ben presto rischia di trasformarsi nel consueto disinteresse. Un disinteresse che porterebbe all’allontanamento definitivo della giovane Alma, la quale, però, si dimostra di ben altra tempra rispetto alle precedenti fidanzate di Reynolds. Alma è tutt’altro che arrendevole e accomodante nei confronti del compagno, al quale risponde a tono durante i battibecchi (vuole sempre avere l’ultima parola) e col quale entra in competizione sin dal primo appuntamento (con una gara di sguardi). Complici i primi veri litigi e una crescente gelosia, Alma si ribella al soffocante giogo esercitato da Reynolds, ma lo fa in un modo pericoloso e inaspettato. Il suo scopo non è solo quello di vendicarsi, ma anche – e soprattutto – quello di indebolire il suo amato, di renderlo vulnerabile e bisognoso del suo aiuto. Con un vero e proprio rovesciamento di ruoli, in cui da vittima diventerà carnefice, sarà proprio Alma a prendere il controllo della coppia.

E proprio quello del controllo è un tema centrale di questo film. Controllo che Reynolds vuole mantenere nei confronti della sua creatività, tanto volatile da rischiare di abbandonarlo se anche solo uno dei momenti schematicamente programmati della sua giornata (ad esempio, la colazione) viene disturbato da interferenze esterne. Controllo che vuole mantenere anche nei confronti delle sue donne, le quali devono sottostare al rigido impianto di regole che sorregge la sua vita abitudinaria. Controllo che, in realtà, Reynolds dimostra di non possedere con riguardo ad alcuni aspetti (professionali e sentimentali) della sua vita. È infatti la sorella Cyril a occuparsi della parte finanziaria e organizzativa del suo lavoro. È sempre lei a decidere a quali eventi mondani Reynolds deve partecipare, a prescindere dalla volontà dello stilista. Ed è infine a lei che Reynolds, abbastanza vigliaccamente, affida l’ingrato compito di liquidare le compagne delle quali ha ormai deciso di sbarazzarsi. Per quanto forte egli possa dare l’impressione di essere, in realtà Reynolds si dimostra estremamente dipendente dalla sorella. Ma c’è un’altra donna che desidera esercitare lo stesso tipo di controllo sul brizzolato stilista: Alma, chiaramente. La quale, pur di renderlo “indifeso, tenero, aperto, con solo lei ad aiutarlo”, decide di ricorrere a rimedi tanto estremi da farlo regredire allo status di bambino bisognoso delle cure della madre. Ed è proprio questo che Alma diventa per Reynolds: una sorta di madre amorevole e sadica allo stesso tempo. Mentre Reynolds, che dal ricordo della vera madre non è mai riuscito a separarsi, diventa il complice di un gioco deviato e masochista.

Eccolo, dunque, “il filo nascosto” che lega indissolubilmente i due. Un filo perverso che cuce assieme piacere e dolore, amore e morte.

Con “Il filo nascosto” Paul Thomas Anderson confeziona un’elegante e raffinata parabola su ossessione e perversione. E lo fa, come al suo solito, con una regia chirurgicamente minuziosa (abbondano i dettagliati primi piani di cibi, bevande, stoffe, libri di cucina…) e visivamente evocativa (su tutte la scena molto kubrickiana dell’apparizione del fantasma della madre di Reynolds), scandita da un ritmo dilatato – e a tratti estenuante – e accompagnata dalla delicata colonna sonora di Jonny Greenwood (chitarrista/polistrumentista dei Radiohead, già alla quarta collaborazione con il regista californiano). Paul Thomas Anderson che, oltre a firmare regia e sceneggiatura, per la prima volta ha contribuito anche alla fotografia. Una fotografia molto luminosa, incentrata per lo più sul bianco e sui colori chiari (soprattutto con riguardo agli interni dell’atelier dei Woodcock) e caratterizzata dalla frequente riproposizione, nelle sue varie tonalità, del colore viola. Di questo colore, infatti, sono gli stravaganti calzini di Reynolds, la sua macchina, la maggior parte dei vestiti da lui ideati e l’uniforme da cameriera indossata da Alma il giorno del primo incontro. E, a proposito di vestiti, splendidi sono i costumi di Mark Bridges; fedeli nel riprodurre la moda londinese dei primi anni ’50, tanto da essere premiati con il rispettivo Oscar. Inoltre, ottima è la prova attoriale fornita dal ristretto cast. A partire dalla lussemburghese Vicky Krieps, interprete di un personaggio sfaccettato come quello di Alma (all’apparenza dolce e innocentemente infantile, ma in realtà forte e vagamente inquietante). Passando per Leslie Manville, capace di far suo un personaggio di impostazione Hitchcockiana (come non pensare alla madre del protagonista de “Gli uccelli”?) quale la rigida, impettita e autorevole Cyril Woodcock. Per arrivare, infine, al solito, maestoso Daniel Day-Lewis. Un attore che nella sua carriera ha dimostrato di voler lavorare prevalentemente per se stesso, accettando una parte solo quando la desiderava veramente. Una selettività che gli è valsa una carriera sì poco prolifica, ma qualitativamente eccelsa (3 oscar e 6 candidature come migliore attore protagonista). Una carriera caratterizzata da un’incredibile versatilità, che gli ha permesso di dare vita a personaggi tanto iconici quanto diversi. Questa volta è toccato a uno stilista affascinante e narcisista, reso alla perfezione in tutto il suo charme e la sua eleganza da una recitazione retta per lo più da gesti e sguardi. Una carriera che – a detta dello stesso Day-Lewis – si dovrebbe concludere proprio con questa ultima sublime interpretazione.

Dovesse essere vero, sarebbe un motivo in più per correre al cinema a gustarsi “Il filo nascosto”.

 

di Francesco Carrieri

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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